SM 1532 — Presentazione in: B. Commoner, “Far pace col pianeta” — 1990

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“Presentazione” in: B. Commoner, “Far pace col pianeta”, Milano, Garzanti, 1990, p. 7-16 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Barry Commoner occupa, nel panorama “ecologico” internazionale, una posizione abbastanza particolare. In Italia la sua fama — che porta a indicarlo, nei mezzi di comunicazione, come “padre dell’ambientalismo” — è dovuta soprattutto ad un libro del 1971, “Il cerchio da chiudere”, tradotto da Garzanti nel 1972 e ristampato nel 1986. Di Commoner sono apparsi vari altri saggi in italiano; Commoner è venuto molte volte in Italia e ha partecipato a numerose iniziative culturali, politiche e scientifiche.  

Per inquadrare meglio l’autore e il contenuto del libro che viene ora presentato al pubblico italiano, val forse la pena di ripercorrere brevemente il lungo cammino di Commoner sulla strada della contestazione pacifista, ecologica e delle battaglie civili.  Barry Commoner, un biologo, era già un attivista negli anni della guerra fredda, nel periodo in cui sono state più intense e frequenti le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera, e in cui piu’ pericolosa e’ stata la ricaduta, su tutto il pianeta, dei prodotti radioattivi di fissione degli esplosivi nucleari. Nel 1958 Commoner, insieme ad altri, ha costituito un comitato di protesta contro le bombe atomiche ed ha iniziato la pubblicazione di un notiziario, “Nuclear Information”, divenuto, nel 1964, “Scientist and Citizen”, e trasformato, nel 1969, nella rivista mensile “Environment”, che esce tuttora. 

Nel frattempo Commoner ha creato, nella Università dove insegnava, a St.Louis, nel Missouri, in una zona periferica rispetto al grande circuito delle università americane, un “centro per la biologia dei sistemi naturali”, in cui ha affrontato lo studio degli ecosistemi naturali e di quelli modificati dalla tecnica umana. In questo periodo, nel 1963, Commoner ha pubblicato il libro “Science and Survival”, sfortunatamente non tradotto in italiano, che ebbe un grande successo negli Stati Uniti e in altri paesi; Barry Commoner ebbe un ruolo decisivo negli anni 1969-1973, gli anni della “primavera dell’ecologia”, caratterizzati dalla grande presa di coscienza popolare della crisi ambientale. 

L’opera di denuncia politica di Commoner è stata accompagnata da importanti ricerche sperimentali sull’uso di raffinate tecniche analitiche per svelare la presenza di inquinanti ambientali, sullo studio della diossina e dei suoi effetti, nel campo dell’utilizzazione della biomassa vegetale e dell’alcol etilico come fonte di energia e nel campo dell’analisi degli effetti ambientali della produzione industriale. 

E’ stato Commoner a rivelare che le diossine si formano per reazione di composti del cloro con la lignina della carta durante i processi di combustione dei rifiuti solidi urbani, una reazione che sembra piu’ diffusa di quanto si pensasse, tanto che e’ stata svelata la presenza di tracce di diossine in alcuni prodotti cartari e negli scarichi liquidi della relativa industria. 

Chi rilegge “Il cerchio da chiudere”, o gli articoli usciti nei primi anni settanta del Novecento, ritrova le stesse denunce del degrado ecologico e le stesse proposte di rimedi di cui si parla anche oggi: il fosforo e l’eutrofizzazione; l’inquinamento dovuto ai carburanti per autoveicoli; i pericoli dell’amianto; il problema dell’ozono; i pericoli della diossina, già noti fin da allora, molto prima della catastrofe di Seveso; le cause che avrebbero portato al declino dell’energia nucleare; i danni dovuti ai pesticidi; gli effetti negativi della indistruttibilità delle materie plastiche, i pericoli della guerra; il potenziale esplosivo delle differenze economiche e sociali fra Nord e Sud del mondo; la bomba della popolazione. 

Sono stati fatti, e non dovunque, alcuni piccoli aggiustamenti: è diminuito un poco il contenuto di piombo tetraetile nelle benzine, ma è aumentato il parco circolante degli autoveicoli e quindi è aumentato l’inquinamento dovuto al traffico; è stato ridotto un poco il contenuto di fosfati nei detersivi, ma si sono fatti più frequenti e gravi i fenomeni di eutrofizzazione dovuti ai concimi e agli escrementi umani e animali. Per il resto la tendenza catastrofica, nel vero senso della parola, del degrado ambientale si è anzi accelerata nonostante la breve apparente pausa di ripensamento dei consumi nel periodo 1974-1985, quello degli alti costi dell’energia.  

Ma torniamo agli altri suggerimenti che l’equazione di Commoner fornisce per la ricerca di una strada verso la pace col pianeta. Se si considera il parametro  I  come un indicatore della violenza complessiva esercitata dai terrestri sul pianeta, se ne puo’ diminuire il valore cercando di far diminuire, singolarmente o insieme, i tre fattori  P ,  M , e  T. Nel considerare ora le azioni che possono modificare la quantità  M  di beni materiali per individuo, prodotti a spese delle risorse naturali, va notato subito che gli abitanti della Terra usano ben diversamente le risorse della natura e hanno a disposizione quantità molto diverse di beni materiali sotto forma di merci e servizi. 

Si usa ancora adesso suddividere gli abitanti della Terra in “tre mondi”, quello dei paesi industriali capitalistici, quello dei paesi industriali comunisti e quello dei paesi sottosviluppati; a parte gli eventi che hanno fatto volatilizzare il contenuto di comunismo e di socialismo dei paesi dell’est, ai fini dell’analisi di Commoner è forse più utile dividere la popolazione mondiale con criteri in cui entrino i fattori fisici.  Molti anni fa, nel 1974, l’economista inglese Barbara Ward suggerì che esiste un primo mondo, quello dei paesi praticamente autonomi quanto a disponibilità di materie prime o addirittura esportatori di materie prime: Stati Uniti, Unione Sovietica, e anche Canada e Australia. 

Il secondo mondo è quello dei paesi industriali tecnicamente avanzati, ma poveri di materie prime, come l’Europa occidentale e quella orientale accomunate, come oggi appare ancora più chiaro, nella dipendenza dalle potenze del primo mondo, e il Giappone. Il terzo mondo e’ quello dei paesi meno sviluppati o sottosviluppati che possiedono soltanto alcune materie prime essenziali — petrolio, o minerali strategici, o abbondanti raccolti agricoli, o legname, o mano d’opera a basso prezzo — che possono vendere tali materie ai paesi del secondo mondo e che, col ricavato, possono avviare un qualche processo di sviluppo sociale e industriale, pur in mezzo a contraddizioni e ingiustizie interne.   

Per moderare l’aumento della, o per rendere stazionaria la, disponibilità individuale media di beni materiali e servizi occorrerebbe riprogettare di sana pianta tutti i modi di vita e le merci e le macchine a cui siamo abituati; occorrerebbe identificare i bisogni — di cibo, di abitazione, di movimento, di comunicazione, di lavoro, di sicurezza — per vedere come è possibile soddisfarli con meno e con differenti oggetti. 

Viene naturale a questo punto chiedersi se il sistema di produzione capitalistico, ormai imperante anche nei paesi ex-socialisti, sia compatibile con queste nuove scale di valori nel nome del rispetto del pianeta. Forse, dopo un periodo di crisi, il capitalismo saprebbe adattarsi anche a condizioni diverse da quelle attuali e saprebbe sopravvivere anche se diminuissero i consumi di energia e di beni materiali nel primo e nel secondo mondo e aumentassero nel terzo e nel quarto mondo. 

Il mercato capitalistico deve però fare forza su se stesso se è costretto a cambiare le regole fondamentali della sua esistenza, basate sulla crescita, e quanto tale transizione sia possibile e facile e quali tensioni porterebbe è difficile dire. Considerato l’effetto dei due fattori della quantità e della qualità delle merci, il terzo fattore, quello della popolazione complessiva  P  appare meno rilevante. Intanto esiste una inerzia difficilmente regolabile nel breve periodo; c’e’ oggi una tendenza al rallentamento del tasso di crescita della popolazione mondiale, ma aumenta continuamente la popolazione in assoluto, in ragione di circa 80-90 milioni di persone all’anno. 

Inoltre va tenuto presente che il numero totale è poco significativo: nei paesi del primo e del secondo mondo, la cui popolazione complessiva si può stimare di poco più di un miliardo di persone, il numero degli individui aumenta ogni anno poco, il che significa che aumenta in proporzione il numero degli anziani, con specifici e diversi bisogni di merci e di servizi, e tende a diminuire la popolazione in età lavorativa. 

Fra i restanti quattro miliardi circa di terrestri la popolazione aumenta rapidamente come numero assoluto e come numero di individui in età lavorativa; d’altra parte i paesi industrializzati cercano di frenare l’immigrazione — dei chicanos negli Stati Uniti, degli “extracomunitari” nella Comunità europea — temendo — giustamente, dal punto di vista del loro egoismo — di dover spartire il loro benessere con più persone. 

Commoner ha messo a punto nei suoi lavori precedenti, e riprende in questo libro, una sorta di indicatore elementare, ma non per questo meno suggestivo, dei rapporti fra degrado ambientale, popolazione, quantità e qualità dei consumi. 

Immaginiamo di semplificare una misura del degrado ambientale sotto forma della quantità  I  di agenti inquinanti, misurati come quantità fisica, per esempio tonnellate, milioni di tonnellate, immessi ogni anno nell’ambiente dalla popolazione del pianeta. Indichiamo con  P  la popolazione mondiale complessiva e con  M  la quantità di beni materiali usati da ciascun individuo, espressa, per semplicità, in tonnellate per individuo all’anno. Indichiamo, infine, con  T  una misura della qualità tecnica delle merci, espressa come kg di agenti inquinanti associati alla produzione e al consumo di un kg di beni materiali o merci. L ‘inquinamento totale risulta dal prodotto della popolazione per la quantità di merci usata da ciascun individuo, per la potenza inquinante di ciascun prodotto:           

 I = P x M x T

Nonostante l’apparente semplicità dell’impostazione, Commoner va a toccare alcuni problemi delicati dell’ecologia e dell’economia. La qualità delle merci e dei servizi non dipende dal valore monetario, ma da un indicatore  T  che comprende la quantità di risorse estratte dalla natura e la quantità di energia necessaria per produrre una unità di merce (indicatore che potremmo quindi chiamare “costo naturale” e “costo energetico” delle merci) e la quantità degli agenti inquinanti o una qualche misura dell’erosione ambientale associate alla produzione e al consumo di una unità di merce, una grandezza che potremmo chiamare “costo ambientale” di ciascuna merce. 

Varrà così, indipendentemente dal suo valore monetario, di più una merce o un servizio quanto più basso è il suo costo naturale, energetico, ambientale, quanto più basso è il valore  T , che dipende da scelte tecniche di progettazione, dai materiali più o meno riutilizzabili, più o meno inquinanti, dalla durata del manufatto. 

Per abbassare il valore  T  al fine di diminuire l’inquinamento globale  I  occorre riesaminare ciascuna merce, o macchina, o oggetto, per vedere come e’ fatta, con quali materie, e dove va a finire, come si trasforma, come ritorna nell’ambiente. Non è un caso che sia stato un biologo, una persona professionalmente abituata a trattare la circolazione della materia e dell’energia dalla natura, agli esseri viventi, e di nuovo alla natura, ad estenderne i principi alla circolazione della materia e dell’energia dalla natura alle merci, agli oggetti trasformati dalla tecnica, e poi di nuovo alla natura. Per analogia con i simboli usati da Marx nella sua analisi della circolazione del valore, si potrebbe parlare di circolazione natura-merci-natura, N-M-N. 

Commoner spiega bene che una trasformazione della tecnica nella direzione di una diminuzione del costo naturale, energetico o ambientale delle merci è tutt’altro che indolore. La tecnica attuale si è sviluppata così come la conosciamo non per miopia o errore, ma per ubbidire a precise regole della società capitalistica, la regola del minimo costo monetario. Se una tecnica di produzione o un processo di “consumo” delle merci comporta, a parità di servizio umano fornito, una diminuzione del consumo di risorse naturali, ma costa di più in termini di bilanci aziendali, si può stare certi che sarà rifiutata o ostacolata in ogni modo. 

Il libro di Commoner è ricco di storie di conflitti, riferiti alla realtà americana, fra fabbricanti di automobili, carburanti, prodotti chimici, e domanda di ambiente meno contaminato; si potrebbe scrivere un altro simile libro — e chi sa che qualcuno non lo faccia ? — per simili conflitti relativi alla realtà italiana. 

Ma quella che potremmo chiamare l’”equazione di Commoner” stimola anche altre considerazioni che toccano il nocciolo della teoria del valore delle cose, rivendicando il primato del valore in unità fisiche, naturali, rispetto al valore, ben poco significativo, in unità monetarie; il primato del valore d’uso rispetto al valore di scambio. Gli economisti classici e lo stesso Marx parlavano di valore misurabile come lavoro umano “incorporato” nelle merci; qui appare che ogni merce ha “incorporata” in se una certa quantità di natura, o di energia, o di effetto inquinante. 

I paesi del quarto mondo sono quelli poveri anche di risorse naturali vendibili e che sono quindi poveri-poveri, praticamente senza speranza di sviluppo, uno o due miliardi di persone in Africa, Asia, America Latina, con rapidi tassi di crescita della popolazione, destinati a premere per avere un posto alla mensa dei paesi ricchi e destinati ad essere respinti senza pietà. 

I recenti mutamenti nell’equilibrio dei paesi ex-socialisti mostra quanto fosse giusta questa intuizione di sedici anni fa e come stia effettivamente nascendo un nuovo grande impero dei paesi industrializzati autonomi quanto a materie prime, i cinquecento milioni di russo-americani. Le azioni che Commoner propone per il contenimento del “peso” ecologico dei terrestri deve partire da questi rudimentali conti: immaginiamo di voler tenere costante il consumo di beni materiali  M  individuale medio; poiché e’ impensabile che continui l’attuale sperequazione nella distribuzione di questo valore medio, per assicurare anche un piccolo aumento della disponibilità di beni materiali ai paesi del terzo e quarto mondo occorre immaginare una drastica diminuzione dei consumi individuali degli abitanti dei paesi del primo e del secondo mondo. 

Non dimentichiamo che il consumo individuale di beni materiali per alcune centinaia di milioni di persone comprende due frigoriferi per famiglia e una automobile per persona; per alcuni miliardi di abitanti della Terra comprende pochi decine di kg all’anno di cereali, pochi kg all’anno di proteine, pochi quintali all’anno di legna come fonte di energia. Anche solo l’alternativa “ottimistica” di tenere fermi ai valori attuali i consumi individuali dei paesi del primo e del secondo mondo e di far aumentare un poco quelli dei paesi del terzo e quarto mondo, si tradurrebbe, rapidamente in un raddoppio del valore  M  dei consumi individuali medi, sempre espressi in kg di beni materiali per persona all’anno. 

E si tradurrebbe, immediatamente, in un raddoppio del valore complessivo planetario dell’inquinamento e del degrado indicato come  I . Ma nelle condizioni attuali dei rapporti internazionali una ricetta che suggerisse di far la pace con il pianeta mettendo in discussione il dogma dell’aumento del prodotto interno lordo, che significa della crescita della quantita’ dei beni materiali, a cominciare dai paesi industriali, e’ destinata ad assumere carattere rivoluzionario e sovversivo. 

E’ vero che quando migliorano le condizioni di vita, quando c’è cibo sufficente e lavoro e quando le donne hanno pari diritti e indipendenza, rallenta il tasso di aumento della popolazione, ma cibo e igiene e lavoro presuppongono la disponibilità di beni materiali, il che fa aumentare la domanda di beni naturali e l’erosione delle loro riserve. 

Commoner chiude il suo libro ricordando che la pace con il pianeta presuppone la pace fra gli esseri umani e forse gli eventi di questi primi mesi del 1990 (apertura delle frontiere, promesse di disarmo nucleare e convenzionale) vanno nella direzione di minori pericoli di guerra militare, ma la distensione e l’aumento della circolazione delle persone e dei traffici fa inevitabilmente aumentare la richiesta di merci e di servizi e porta ad un peggioramento dello stato di salute del pianeta. 

D’altra parte non si deve dimenticare che c’è poco tempo a disposizione: si moltiplicano i segni di lacerazioni planetarie, da un possibile secolare aumento della temperatura della Terra ad una aumento del flusso di radiazione ultravioletta nociva, dall’inquinamento dei mare all’erosione del suolo, dalla scarsità di acqua alla diminuzione della fertilità del suolo e dei raccolti agricoli alimentari, all’esaurimento delle riserve di petrolio e di gas naturale. Alcune nocività — per esempio le enormi quantità di sottoprodotti radioattivi della attività nucleari pacifiche e militari — faranno sentire i loro effetti nei decenni futuri. 

La pace col pianeta, insomma, richiede negli individui, nei popoli, nei governanti coraggio e lungimiranza, solidarietà e rispetto; Commoner fornisce alcune ricette, ma la loro trasformazione in leggi e comportamenti e’ destinata a scontrarsi con barriere, egoismi e regole che possono essere smantellati soltanto con una grande mobilitazione popolare. 

L’importanza del nuovo libro di Commoner, che viene ora presentato al pubblico italiano, sta proprio nel bilancio critico e spietato che viene fatto delle occasioni perdute di “chiudere il cerchio”, nel rinnovo dell’invito a rinsavire, a “far la pace col pianeta”. 

L’esame degli eventi degli ultimi venti anni mostra, infatti, che l’inquinamento, la congestione urbana, la distruzione delle foreste, l’erosione delle coste, la distruzione degli animali, eccetera, sono, in realtà, il risultato della violenza esercitata dalla avidità umana nei confronti della natura e del pianeta, e nei confronti degli altri esseri umani. La chiusura del cerchio della natura, quindi, può avvenire soltanto cambiando la nostra posizione mentale nei confronti delle risorse naturale e nei confronti degli altri esseri umani, in un rifiuto della violenza. 

Ma “nostra” di chi ? Così impostato il ragionamento potrebbe apparire assolutorio per tutti, può far credere che siamo tutti colpevoli e quindi che nessuno è colpevole. In realtà, come Commoner dimostra in tutta la sua opera e in questo libro, non siamo affatto tutti responsabili; dei 5,3 miliardi di abitanti della Terra (nel 1990) una parte che ammonta a poco più di un miliardo esercita, sulle risorse del pianeta, una pressione e una rapina ben più grande, in proporzione, rispetto al rimanente 80 % dei terrestri. Anzi lo sfruttamento, da parte dei paesi industrializzati, delle risorse della natura, accresce il divario fra paesi ricchi e paesi poveri. La pace con il pianeta può passare soltanto attraverso un livellamento delle disuguaglianze, quindi una operazione nonviolenta di giustizia planetaria. In questo Commoner è stato e continua ad essere un analista coraggioso dei vizi dei paesi industriali, denunciando che il degrado ambientale dipende dalla quantità e dalla qualità dei beni materiali e delle merci che i paesi industriali usano. 

Dipende anche dal numero assoluto degli abitanti della Terra, ma Commoner non crede che la soluzione dei problemi planetari possa essere cercata soltanto nella limitazione della popolazione dei paesi sottosviluppati. Da questo punto di vista Commoner è considerato non solo un “radical”, un contestatore del modello di industrializzazione dei paesi “sviluppati”, ma anche un critico delle posizioni semplicisticamente neomalthusiane che continuano a circolare, soprattutto nei paesi anglosassoni.