SM 1531 — L’economia come scienza delle cose materiali — 1990

This entry was posted by on lunedì, 24 settembre, 2012 at
Print Friendly

Economia e Commercio (Bari), [4], 1, (2), 9-15 (1990); Economia e Ambiente, 19, (3), 13-17 (maggio-giugno 2000)

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Immagino che la sola lettura del titolo faccia scandalizzare quei lettori che, essendo interessati alla, o coinvolti nella, scienza economica, sanno bene che essa è tutto fuorché una scienza delle cose materiali. Anzi le attuali correnti di pensiero tendono proprio a dimostrare che la società avanzata del futuro sarà in gran parte “dematerializzata”, con un prevalere dei servizi, fra cui quelli finanziari, al posto delle merci. 

La tesi, anche se provocatoria, qui esposta cerca di dimostrare non solo che il mondo va avanti dipendendo in quantità crescente dai beni materiali — si pensi all’aumento dei consumi di carbone, petrolio, gas naturale, di cereali e di minerali, eccetera, tutte “cose” fisiche che tengono in moto l’economia — ma anzi che, quando si trascurano gli aspetti fisici e materiali dell’economia, si va incontro a vari inconvenienti. 

La provocazione sarà, io spero, perdonata dal lettore quando saprà che l’autore, in quanto praticante per molti decenni di merceologia, e, ancora peggio, in quanto chimico, è, per deformazione professionale, portato a credere che le cose materiali siano le uniche veramente importanti e che il loro studio offra le basi per una contabilità fisica, naturale, da cui dipende, e che influenza anche, la contabilità monetaria della scienza economica. 

Le radici culturali della scienza economica vanno forse cercate nel periodo di passaggio dal paleolitico al neolitico, una decina di migliaia di anni fa, quando gli esseri umani sono passati dalla condizione di raccoglitori-cacciatori a quella di coltivatori-allevatori, non essendo i vegetali e gli animali allo stato selvaggio più sufficienti per una popolazione in aumento. 

Le comunità sono così passate dallo stato nomade e sparso allo stato di popolazioni fissate nel territorio, hanno dovuto specializzarsi e imparare a conservare gli alimenti e le pelli e hanno dovuto andare a cercare altrove quei beni materiali — si pensi al sale — che non trovavano vicino ai loro villaggi. E’ stato così necessario scambiare beni materiali — pelli in cambio di sale, cibo in cambio di lavoro — e sono così state gettate le basi della divisione del lavoro, dello scambio di beni e servizi sulla base di un qualche indicatore omogeneo del valore, come è la moneta. 

Si sono realizzate, sia pure in forma rudimentale, le condizioni che avrebbero portato alla attuale struttura sociale in cui chi “possiede” alcuni beni materiali o la capacità di eseguire un lavoro, “vende” tali beni o capacità in cambio di altri beni o servizi attraverso la mediazione del denaro. Talvolta, bene o male, il venditore o l’acquirente di beni, lavoro e servizi è una organizzazione collettiva superiore che chiamiamo Stato. 

Alla base di tutti questi scambi stanno, però, a ben guardare, le cose materiali: qualsiasi oggetto o servizio si ottiene attraverso “cose materiali” offerte dalla natura e trasformate in oggetti, merci, dal lavoro umano. Ciò vale anche per quei servizi apparentemente immateriali — le comunicazioni e le informazioni — che dipendono, direttamente o indirettamente, da beni materiali: dalla plastica e dall’elettronica del telefono, dall’acciaio e dalla gomma dell’automobile con cui ci si sposta, dai metalli del computer su cui scriviamo. 

In ciascun caso qualcuno, da qualche parte, ha preso dei beni materiali naturali — minerali, sabbia, succo dell’albero della gomma, petrolio, e così via — per fabbricare telefono, automobile, calcolatori, macchinari, eccetera. Il prezzo della telefonata ci assicura l’acquisto di una frazione, talvolta microscopica, delle apparecchiature della società telefonica o del tempo dei lavoratori addetti. 

Se andiamo ad esplorare più a fondo il processo di produzione dei beni materiali, ci si accorge che alle transazioni monetarie sfuggono, peraltro, molte cose importanti con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Per esempio qualsiasi fenomeno economico, qualsiasi attività che produce beni o servizi, è associato con un flusso di materia e di energia che comincia nel mondo naturale, passa attraverso la fabbrica, la singola abitazione, la città, il territorio umanizzato, e ritorna più o meno presto nell’ambiente naturale. L’esame di tale flusso mostra, però, che soltanto una parte, la minore come peso e quantità fisica, della materia e dell’energia rientra nel campo di interesse delle scienze economiche in quanto scambiabile con denaro; la maggior parte sfugge all’interesse dell’analista economico in quanto non è associata ad alcuno scambio monetario. 

Il caso più banale — e molte volte discusso — riguarda le scorie e i rifiuti immessi nell’ambiente al fianco delle attività economiche. Noi possiamo ottenere il servizio mobilità perché un combustibile, la benzina, viene bruciata in un motore a scoppio e l’energia che si libera fa spostare l’automobile; noi sappiamo calcolare quanti kilometri possiamo percorrere con un euro (circa un kilogrammo) di benzina e possiamo così identificare il costo monetario dello spostamento di un kilometro che è quello che conta per fare i bilanci familiari e aziendali. 

Possiamo anche calcolare alcuni indicatori fisici del servizio, per esempio il numero di grammi di benzina necessari per percorrere un kilometro, utili per prevedere quando dobbiamo fare di nuovo rifornimento. Il passo avanti consisterebbe nel calcolare il numero di calorie o di joule associati allo spostamento di una persona per un kilometro, cioè il “costo energetico” del servizio mobilità, anche se questo valore è ormai al margine dell’interesse dell’economista perché è indipendente da indicatori monetari e dalla fonte di energia impiegata. Può, se mai, interessare l’economista soltanto se lo aiuta a capire se è più conveniente, in termini monetari, usare benzina o gasolio, due merci che liberano energia con costi diversi per unità di energia e quindi per persona.kilometro. 

Ancora più estranea al regno dell’economia è la constatazione che la combustione di un kilogrammo di benzina genera quattro kilogrammi di gas di combustione che escono dal tubo di scappamento e finiscono nell’aria, una grandezza fisica che potremmo chiamare “costo ambientale” del servizio mobilità. Tale grandezza comincia a destare l’interesse della scienza economica soltanto quando qualcuno protesta per la puzza di tali fumi e chiede un risarcimento monetario all’automobilista (cosa abbastanza improbabile) o chiede che lo stato costringa l’automobilista a mettere dei filtri nel suo tubo di scappamento, spendendo dei soldi e costringendolo quindi a pagare un maggior numero di euro per ogni persona.kilometro di spostamento. 

Una delle sorprese che il chimico — o il naturalista — prova nel suo incontro con l’economia (e per l’autore di questo articolo tale incontro risale ormai a oltre mezzo secolo fa) riguarda proprio questo disinteresse dell’analista dell’economia per molti aspetti materiali importanti della vita economica. 

Va detto che l’analisi dei flussi di materia e di energia e degli effetti esterni non monetari delle attività umane ha destato l’attenzione e la curiosità di molti economisti fin dal Settecento, anche se il loro principale fine era di riportare le cose estranee nell’alveo della scienza finanziaria. I primi studiosi dell’economia nazionale, a cominciare da Quesnay, hanno capito che la ricchezza era basata sulla circolazione dei cereali e dei metalli, anche se tutti i classici continuano a ripetere il ritornello, talvolta ripetuto ancora oggi, che l’aria e l’acqua non sono beni economici in quanto “illimitata ne è la provvista”, per dirla con Smith e Ricardo, benché sia ormai chiaro che anche l’aria e l’acqua sono beni tutt’altro che illimitati. 

Ma è stata probabilmente l’”economia del benessere” ad approfondire gli effetti esterni, contabilizzabili soltanto in unità fisiche, delle attività umane, a cominciare dal celebre libro “Ricchezza e benessere” scritto da Pigou del 1912. L’analisi pigouviana prende in considerazione un soggetto (che potremmo chiamare l’inquinatore), il quale, nel corso delle sue attività economiche, immette senza alcun costo delle scorie o dei rifiuti nell’ambiente, e un altro soggetto (che potremmo chiamare l’inquinato) il quale si ammala o che guadagna di meno per colpa del primo. Una situazione di giustizia, di massimo benessere, appunto, si può ristabilire soltanto costringendo l’inquinatore a guadagnare di meno per l’acquisto di filtri che riducano i fumi immessi nell’atmosfera o nelle acque in modo da consentire all’inquinato di evitare i danni e le perdite monetari causati dall’inquinamento. 

Nel caso in cui gli inquinatori sono tanti e gli inquinati sono tanti e non sanno neanche le cause del loro malessere o delle loro perdite economiche, deve intervenire lo stato con gli strumenti dell’economia pubblica: divieti, imposte, sovvenzioni. Il fatto è che l’uso corretto di tali strumenti, direttamente o indirettamente, monetari presuppone la conoscenza della quantità e del tipo delle “merci ambientali” non economiche associate con la produzione di merci e servizi economici. 

Presuppone, per esempio, che l’economista sappia che cosa contengono i quattro kilogrammi di gas che vengono immessi nell’atmosfera ogni volta che un’automobile brucia un kilogrammo (cioè un euro) di benzina; potrebbe trattarsi di gas innocui e in tal caso l’imporre filtri ai tubi di scappamento comporterebbe costi inutili, o potrebbero essere sostanze nocive che però il filtro imposto dalla legge non filtra, e anche in questo caso si costringerebbero gli inquinatori a un costo inutile, senza vantaggio per la collettività. 

Il giudizio sulle azioni monetarie richieste per far fronte al “costo ambientale” delle merci e dei servizi presuppone delle conoscenze che spesso neanche il chimico e il naturalista può dare. Abbastanza curiosamente, benché il chimico “sappia” che tutto quanto, di materia ed energia, entra in un processo lo si ritrova alla fine in uscita, l’educazione del chimico è fatta in modo da indurlo ad approfondire la conoscenza delle materie “principali”, economicamente utili (per esempio dei prodotti principali di una reazione, anche in laboratorio) e tutto il resto non solo non viene analizzato, ma va a finire giù dal lavandino. 

Si potreebbe insomma dire che il concetto economico di utilità ha tarpato le ali anche all’indagine del chimico che è pur sempre il contabile dei bilanci materiali sia nel mondo dell’economia delle merci, sia nel mondo dell’economia della natura, cioè della biologia e dell’ecologia. 

Le precedenti considerazioni non vogliono fare l’apologia del mestiere dell’autore, ma vogliono soltanto suggerire, modestamente, che un reale progresso di salute e benessere della collettività presuppone una crescente attenzione per tutti gli aspetti materiali e naturali della vita economica. 

A questo dovevano pensare i padri fondatori degli studi economici quando hanno stabilito che una scuola di commercio e di economia dovesse dare spazio ad insegnamenti di merceologia e di chimica; a questo doveva pensare Marx quando ha scritto, nel primo libro del “Capitale”, che la merceologia è la scienza che si occupa del valore d’uso delle cose, precisando, pochi anni dopo, nella “Critica del programma di Gotha”, che del valore d’uso è fatta la reale ricchezza. A qualcosa del genere doveva pensare Marshall quando scrisse che la Mecca dell’economista è la “bioeconomia”. 

La scienza economica, davanti alle sfide che ci aspettano, farà forse bene a prestare più attenzione al carattere materiale e naturale delle cose, sia dei “beni” associati a scambi monetari, sia dei “mali” costituiti dai sottoprodotti e dagli scarti che finiscono nell’ambiente e che sono fonti di ingiustizie e distorsioni anche monetarie. 

I problemi della scarsità delle risorse naturali (fonti di energia, minerali, acqua), i problemi della limitata capacità ricettiva dei corpi naturali (che si osserva attraverso il mutamento di composizione dell’atmosfera, la crescente contaminazione delle acque superficiali e sotterranee), i cambiamenti del clima dovuti al diboscamento, eccetera, sono destinati a far sentire effetti economici al di la’ delle parziali correzioni, come l’aumento del prezzo delle materie prime in via di esaurimento. Proprio in un momento in cui l’economia monetaria sembra essere l’unica economia possibile, in cui molti economisti guardano alla cultura e alle conoscenze materiali, naturali, con crescente fastidio, le “cose materiali” sembrano vendicarsi assumendo una crescente e prepotente importanza.  

Queste brevi considerazioni vorrebbero modestamente invitare gli scienziati dell’economia a guardare con attenzione al mondo delle cose materiali e anche ai professionisti delle scienze della natura, chimici compresi, ad entrare nei complessi affascinanti terreni della conoscenza dell’intero ciclo di trasformazione della natura in oggetti e del relativo ritorno delle “cose materiali” al regno della natura. 

Probabilmente un approfondimento della circolazione natura-merci-natura, nei suoi aspetti in cui sono coinvolti scambi fisici e scambi monetari, potrebbe anche aiutare ad evitare errori squisitamente economici: per esempio ad evitare imposte ambientali che si traducono in balzelli inutili perché applicati alle cose sbagliate, o ad evitare incentivi per produrre, con l’illusione di ridurre i costi ambientali, costose merci inappropriate. 

E’ probabile che gli strumenti economici già ricordati — divieti, imposte, sovvenzioni — consentano di correggere alcune distorsioni ambientali, ma il loro successo dipende dalla conoscenza esatta dei fini, cioè di quali merci si vuole scoraggiare l’uso o di quali rifiuti inquinanti si vuole ridurre l’emissione. Senza contare che l’efficacia di tali strumenti economici dipende anche da un altro insieme di fattori materiali, quelli geografici, territoriali; una fabbrica può essere inaccettabile in una zona a ridosso di una città o in una stretta valle, e in tal caso o deve chiudere o richiede l’adozione di costosi depuratori e filtri, e può richiedere una minore depurazione se è insediata in una pianura battuta dai venti. 

Probabilmente una maggiore attenzione dell’economia per le “cose materiali” e per nuove scali di “valori” — si è già accennato al “costo energetico, al “costo ambientale”, al “costo in materie prime” delle merci — aiuterebbe anche ad affrontare altri problemi incombenti, come quelli della giustizia nella distribuzione internazionale dei beni essenziali, di giudizio su quali beni, in un mondo di risorse scarse e di intollerabili disuguaglianze economiche, sono indispensabili e quali superflui, sui prezzi adeguati ed equi per le materie prime e le merci negli scambi internazionali. 

A titolo di esempio l’intervento dello stato con imposte e incentivi potrebbe premiare con un prezzo maggiore il fabbricante di un carburante meno inquinante che dovrebbe essere immesso al consumo a più basso prezzo, mentre dovrebbe essere fatto pagare al consumatore di più un carburante più inquinante. I giudizi di “più″ o “meno” inquinante richiedono la soluzione di molti problemi chimici e naturalistici che si e’ ancora lontani perfino dall’affrontare. 

L’economista può fare a meno di questi “buoni consigli” relativi ai “beni materiali” ? Certamente, come in genere ha fatto finora, ma non sarà male ricordare che, solo per restare alla politica e all’economia dell’ambiente, in molti casi ci si è illusi di uscire da una trappola tecnologica solo per cadere in un’altra.