SM 1511 — Lo sfruttamento della Terra — 1990

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l’Unità, 7 agosto 1990           

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Si fa presto a dire “planetario”, a parlare di “ecologia globale” e di complessità degli ecosistemi. Ma il pianeta, il globo, gli ecosistemi comprendono e sono modificati da individui e società umani, con una visione che spesso non va al di la del confine del villaggio. Il fatto che molte persone — ma pur sempre una minoranza — nei paesi industrializzati comincino a sentirsi cittadini della Terra con la T maiuscola, non esclude che la stragrande maggioranza degli uomini vede la terra (con la t minuscola), il bosco, il fiume, come qualcosa da cui trarre i beni quotidiani, da “sfruttare”. 

Molti (ma quanti, poi ?) abitanti dei paesi industriali sanno che i gas che escono dai tubi di scappamento delle automobili e dai camini immettono ogni anno 25 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera e che questo può far aumentare, nei decenni futuri, la temperatura della Terra; ma tanta attenzione ecologica si raggelerebbe se, nel nome della salvezza del pianeta, venisse chiesto (o imposto) di usare di meno carburanti o di andare in autobus, o di tenere più bassa la temperatura delle stanze d’inverno. Figurarsi quale può essere la reazione quando i buoni consigli di astinenza, nel nome dell’ecologia, vengono rivolti dai paesi industriali, ormai sazi di merci, ai paesi sottosviluppati, che stanno appena adesso muovendo i primi passi sulla via dei consumi e dei rifiuti. Ci sono stati almeno tre casi, nei mesi recenti, che inducono a meditare. 

Le statistiche mostrano che le foreste equatoriali pluviali, la più grande riserva di biomassa vegetale del pianeta, vengono tagliate con grande velocità: poiché queste foreste “fabbricano”, con il processo di fotosintesi, la propria massa vegetale “portando via” anidride carbonica dall’atmosfera e liberando ossigeno, gli alberi si comportano come grande depuratore dell’atmosfera. Viva la foresta amazzonica, quindi, e guai a chi la tocca. Viva gli uomini della foresta, Chico Mendes in testa, che rischiano la vita per mettere un freno all’avidità dei loro compatrioti brasiliani, ignoranti di ecologia e indifferenti al futuro del pianeta. 

Il fatto è che gli avidi brasiliani tagliano le foreste certo per ignoranza dell’ecologia, ma perché vendono il legname; perché nelle terre “liberate” dagli alberi fanno crescere pascoli per l’allevamento del bestiame, la cui carne è richiesta nei mercati mondiali; perché il sottosuolo della foresta contiene minerali preziosi di alluminio e ferro, petrolio, oro; perché nelle valli “liberate” dalla foresta possono essere create dighe per la costruzione di centrali idroelettriche. Gli avidi brasiliani ignoranti di ecologia fanno quattrini loro — ma spesso si tratta di proletari mandati nella foresta a condurre vita miserabile — e sono spinti alle loro imprese dalle compagnie multinazionali e dai paesi industriali che chiedono avidamente legnami, cereali, carne — quella che si chiama la “hamburger connection”, una specie di consorteria dei consumatori di carne — i minerali o i relativi metalli, petrolio, eccetera. Un potere multinazionale che concede prestiti finanziari che i paesi sottosviluppati possono pagare soltanto “vendendo” le proprie risorse naturali. Gli ecologi possono forse aggiungere che le terre private di vegetazione sono esposte al rapido inaridimento, le riserve minerarie sono di breve durata, il mercato del legname e della carne è soggetto a bizzarrie economiche, e può avvenire — ma è già successo proprio in Brasile con la corsa alla gomma negli anni 1850-1900 — che i brasiliani restino senza risorse economiche e il pianeta resti senza foreste pluviali. Ma tali buoni consigli restano inascoltati. Anche perché vengono da persone rispettabili e bene intenzionate, questi ecologi internazionali, che però appaiono, o sono fatti apparire, ai brasiliani, come i portatori di una nuova forma di imperialismo del nord del mondo che cerca, sotto la maschera dell’ecologia, di soffocare i popoli in via di sviluppo. 

Più o meno le stesse reazioni si hanno in un’altra catastrofe che si affaccia alle nostre porte; si sta diffondendo in alcuni paesi dell’Africa un parassita, la “mosca callifora del nuovo mondo”. Le femmine di questo insetto sono attratte dalle ferite, anche lievi, specialmente della pelle, degli animali a sangue caldo, esseri umani compresi. In tali ferite le femmine depongono le uova che, entro 24 ore, si schiudono; subito le larve cominciano a nutrirsi e ad addentrarsi nella carne viva. L’odore delle piaghe infette attira altre femmine che depositano altre uova e così via. 

L’animale ospitante è esposto ad infezioni secondarie; le deiezioni larvali sono tossiche e un animale attaccato è in grado di sopravvivere solo per pochi giorni. Gli allevatori di bestiame possono difendersi soltanto controllando continuamente lo stato di salute e le eventuali ferite dei loro animali. Il parassita ha fatto la sua comparsa negli Stati Uniti alla fine degli anni 50 e il Dipartimento dell’Agricoltura ha messo a punto un metodo di lotta che consiste nel “lanciare” nelle zone infestate dei maschi resi sterili mediante esposizione ai raggi gamma; le femmine non vengono fecondate e si rallenta e ferma la diffusione dell’infestazione. 

Nel 1966 la mosca del nuovo mondo era sconfitta negli Stati Uniti, e adesso sopravvive ancora in alcune zone dell’America centrale. Da qui è passata adesso in Africa e da tre anni e’ stata osservata in Libia. Gli insetti adulti sono in grado di spostarsi a decine e centinaia di chilometri di distanza e, se non si interviene subito, la mosca potrebbe raggiungere i paesi sahariani, il medio oriente e l’Europa. Per la lotta al parassita sono mobilitati la FAO (l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite), l’Agenzia per gli aiuti internazionali e il Dipartimento americano dell’Agricoltura. Ci vogliono soldi — centinaia di miliardi di lire all’anno, come quelli investiti nella lotta alla cavallette — ma soprattutto occorre la collaborazione dei paesi a rischio. Il governo libico invece vuole i soldi per la lotta alla mosca, ma non vuole sopralluoghi e ingerenze di paesi occidentali, e tanto meno degli Stati Uniti. L’orgoglio nazionalistico, e l’odio per l’imperialismo pesano più del pericolo davanti agli occhi. 

Il terzo caso — ma l’elenco potrebbe continuare — riguarda la distruzione dello strato di ozono stratosferico da parte dei clorofluorocarburi (CFC) e composti simili, usati come propellenti degli spray, ma soprattutto come fluidi frigoriferi, nel settore delle materie plastiche e per altre applicazioni industriali. Davanti alla continua diminuzione della concentrazione dell’ozono stratosferico, e al conseguente aumento del flusso di radiazione ultravioletta nociva sulla superficie della Terra, l’unica soluzione ragionevole sarebbe il divieto di uso dei CFC nelle loro varie applicazioni. 

E qui l’ostacolo viene, certo dalle multinazionali della chimica che vogliono continuare a far marciare, almeno ancora per qualche anno, le loro fabbriche di CFC, dalle multinazionali dei frigoriferi che non vogliono cambiare i fluidi frigoriferi, ma viene anche dai paesi del terzo mondo che si stanno appena avviando sulla strada dei frigoriferi familiari e per i quali il cambiamento della tecnologia, nel nome della salvezza planetaria, si tradurrebbe in un aumento del costo dei frigoriferi e in un aumento della distruzione di preziose derrate alimentari. Sono stati proposti dei meccanismi di compensazione monetaria per chi accetta di non usare i CFC, ma si tratta di palliativi. Questi pochi esempi mostrano che la difesa della natura si traduce in uno scontro di interessi che potremmo chiamare “di classe”, fra ricchi e poveri, nei quali, come in tutti i conflitti di classe, i poveri possono farsi complici dei ricchi nella distruzione di un patrimonio comune.

Proprio in un momento in cui trionfano il mercato, le leggi dell’impresa sugli interessi collettivi non monetari, in cui le vecchie categorie di solidarietà e socialismo o comunismo vengono messe in cantina, appare che soltanto queste categorie forse possono salvare la nostra e le future generazioni rispetto alla distruzione delle risorse naturali essenziali per la vita, possono dare il coraggio ai paesi poveri e a quelli ricchi insieme, di dire “no” ai consumi che distruggono i beni collettivi, di ripensare le scelte economiche e quelle tecnologiche. Un lavoro gigantesco a cui la sinistra non può sottrarsi e per il quale, peraltro, abbiamo pochissimo tempo a disposizione.