SM 1509 — Sul valore energetico delle merci — 1990

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Politica ed Economia, 21, [III], (7/8), 49-50 (luglio-agosto 1990) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

I processi di produzione e di “consumo” delle merci presentano alcune interessanti analogie con i processi viventi naturali; entrambi traggono dalla natura risorse naturali (aria, acqua, minerali, prodotti vegetali e animali) e li trasformano in cose utili; nel processo di trasformazione e nel processo di uso delle “cose” non si “consuma” niente: i materiali trasformati e usati e i loro sottoprodotti ritornano nell’ambiente circostante sotto forma di gas, liquidi e solidi, nella stessa quantità in peso in cui sono entrati nel processo. Per questo motivo d’ora innanzi non userò più il termine “consumo” delle cose fabbricate, delle merci, perché, in realtà, ciascun “consumatore” non consuma niente.  

Anche i processi di produzione delle merci sono perciò caratterizzati da una circolazione natura-merci-natura, o N-M-N, per analogia con la simbologia marxiana; alla fine del ciclo la natura risulta impoverita di alcune delle sue risorse e la qualità di alcuni corpi riceventi naturali risulta peggiorata per l’immissione delle scorie e dei rifiuti.  

Fino a quando, nei processi “economici” di produzione e uso delle merci, l’estrazione delle risorse naturali e la restituzione delle scorie sono state abbastanza lente nel tempo e diluite nello spazio, la natura ha avuto tempo di rimettersi in equilibrio; nelle società industriali moderne, invece, l’estrazione delle risorse dalla natura e la immissione delle scorie nei corpi naturali sono molto veloci e concentrati nello spazio. E’ questa una della cause dei guasti ambientali, che si manifestano come peggioramento della qualità dell’aria e delle acque o come impoverimento delle riserve di risorse naturali, e che appaiono evidenti quando si sono già verificati. 

Ciò è dovuto, fra l’altro, al fatto che l’efficienza di un processo che produce o usa merci viene descritto con indicatori monetari nei quali il concetto di scarsità e di qualità delle risorse naturali non appare, se non per quella parte che tocca il “proprietario” di alcune delle risorse naturali: il proprietario delle miniere o del campo coltivato o delle sorgenti di acqua, che vede ridotte le sue possibilità di guadagno per l’esaurimento o la contaminazione della sua proprietà. Quando le risorse naturali non hanno un proprietario, sono cioè dei beni collettivi, la loro modificazione è difficilmente prevedibile perché non è misurabile con gli strumenti tradizionali del mercato. Da qui la ricerca di qualche altro indicatore dei flussi della materia e dell’energia che sono coinvolti nei processi di produzione e di uso delle merci; la ricerca, in altre parole, di una contabilità fisica, o “naturale” dei processi di trasformazione artificiale della natura. 

L’idea non è nuova; le prime contabilità degli scambi fra agricoltura, industria e consumi, a cominciare dalla celebre “tavola” di F. Quesnay, redatta nel 1758, sono state pensate in termini fisici e il problema è trattato da Marx nella sua analisi della “circolazione” della ricchezza. Tanto è vero che i primi pianificatori sovietici, negli anni venti del Novecento, hanno cercato, per liberarsi delle scorie del capitalismo precedente, di liberarsi anche dei limiti del suo principale indicatore, il denaro, e hanno tentato di redigere una contabilità nazionale in unità fisiche. Purtroppo ai fini di una contabilità economica nazionale, è difficile sommare il peso delle patate con quello della lana e del tondino d’acciaio, tanto è vero che le prime tavole intersettoriali dell’economia sovietica hanno dovuto descrivere anch’esse gli scambi di merci in unità monetarie. 

Se la contabilità fisica non è di grande aiuto nella misura degli scambi intersettoriali di un’economia, presenta qualche interesse quando si tratta di capire il flusso di materiali e di energia nella circolazione che abbiamo indicato come natura-merci-natura. Intanto, per definizione, la materia e l’energia che entrano in ciascun processo di produzione e di uso delle merci si ritrova alla fine, nella stessa quantità, anche se modificata; una parte di tale materia ed energia è sotto forma di merce vendibile in cambio di denaro, mentre una parte — anzi la maggior parte — è sotto forma di sostanze chimiche e di energia che finiscono come scorie, che vengono “rifiutate” e immesse “da qualche parte” nella natura. 

A titolo di esempio pensiamo alla benzina bruciata in un’automobile. La merce è la benzina e noi la paghiamo e il servizio reso è lo spostamento di un’automobile con una persona a bordo per un certo numero di kilometri. Possiamo perciò dire che il servizio costa tanti euro per persona.kilometro. Il bilancio fisico mostra che un kilogrammo di benzina brucia soltanto se interagisce con l’ossigeno contenuto in circa 20 kg di aria; il “servizio”, cioè lo spostamento del veicolo, è accompagnato dalla immissione nell’ambiente degli stessi 21 kg di materiale immesso in ciclo, materiale che esce dal tubo di scappamento con diversa composizione chimica e accompagnato dalla immissione nell’ambiente del calore che si è liberato nella reazione di combustione. Il calore che prima era “incorporato” dentro la benzina e che “si libera” durante la combustione assicurando lo spostamento del veicolo, alla fine del ciclo è immesso nell’ambiente come calore a bassa temperatura, disperso nei gas di combustione o nel superamento degli attriti. 

La redazione di questa contabilità consente di avere varie informazioni di utilità pratica ai fini del contenimento dei consumi di energia o della limitazione e quindi della pianificazione della produzione e dell’economia. Limitandoci per ora al caso dell’energia, è possibile confrontare le merci e i servizi sulla base della quantità di energia richiesta per la fabbricazione di una unità di peso di una merce o per una unità di un servizio, per esempio per consentire ad una persona di percorrere un km: potremmo così parlare del “costo energetico” di una merce o di un servizio. Questa maniera di ragionare tocca però anche alcuni aspetti più delicati della stessa teoria del valore: del resto gli economisti classici e Marx stesso pensavano a qualcosa di fisico quando elaborarono una teoria del valore sulla base dalla quantità di lavoro “incorporato” in una merce.  

On tempi più recenti varie persone, più o meno motivate ideologicamente, sono state attratte dalla ricerca di qualche scala del valore che fosse libera dalle unità monetarie imposte dalla contabilità capitalistica. Negli anni venti del Novecento, per esempio, una teoria del valore in unità fisiche è stata proposta dal chimico F. Soddy (1877-1956), premio Nobel per la scoperta degli isotopi, dallo scrittore H.G. Wells (1866-1946), quello della “guerra dei mondi”, da uno strano personaggio, Howard Scott (1890-1970), del movimento americano di “Technocracy”, che nel 1933, in piena crisi, propose che il governo avrebbe dovuto emettere dei certificati energetici in quantità corrispondente alla quantità totale di energia usata nella produzione delle merci. Tali certificati avrebbero dovuto essere distribuiti in parti uguali ai cittadini; ciascun cittadino avrebbe potuto usarli per acquistare le merci occorrenti, ciascuna caratterizzata dal suo “costo energetico”. Chi avesse voluto acquistare una merce con elevato costo energetico avrebbe avuto meno certificati per acquistare altre merci, però avrebbe potuto acquistare certificati energetici da altri. 

Su criteri meno bizzarri la misura del costo energetico delle merci fu proposta da Renato Salvadori (1873-1940), un professore di Merceologia dell’Università di Firenze (http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/n-nicolini-salvadori/). L’intera storia è esposta nei libri dell’inglese Peter Chapman, “Il paradiso dell’energia”, Milano, Clup/Clued, 1982, e dello spagnolo Juan Martinez-Alier, “Environmental economics”, del 1988, tradotto in italiano da Garzanti.  

L’interesse per la misura del costo energetico delle merci è ripreso negli anni settanta del Novecento, in seguito alle oscillazioni del prezzo del petrolio e delle materie prime: il petrolio era la stessa cosa, aveva lo stesso valore energetico, quando costava diecimila lire alla tonnellata, nel 1972, o trecentomila lire alla tonnellata nel 1985, o circa 150.000 lire la tonnellata nel 1990: il calore che libera, i servizi che rende, la quantità di merci che può contribuire a fabbricare, sono grandezze indipendenti dal prezzo monetario.  

Conoscendo il “costo energetico” delle merci, per esempio, una azienda che voglia consumare meno energia ha a disposizione un indicatore fisico, e in un certo senso “assoluto”, per scegliere fra diversi processi o modi di comportamento. Ad esempio fra due processi produttivi “varrà” di più quello che fornisce la stessa merce con un minore consumo di energia. I diversi modi di trasporto delle persone o delle merci possono essere confrontati sulla base del consumo di energia per kilometro percorso da una persona o da una tonnellata di merce. 

La valutazione del costo energetico delle merci pone vari problemi metodologici. Prendiamo il processo di fabbricazione dell’alluminio che consiste nel trattare un minerale, la bauxite, con agenti chimici che consentono di ricuperare l’ossido di alluminio; una seconda fase trasforma l’ossido di alluminio, miscelato con adatti fondenti, in alluminio metallico per elettrolisi, con l’uso dell’elettricità. In prima approssimazione si può misurare la quantità di energia elettrica consumata per ottenere un kg di alluminio e si può stabilire che tale energia rappresenta il costo energetico dell’alluminio, o l’energia “incorporata” nel metallo. Però bisognerebbe valutare anche il “costo energetico” degli elettrodi di carbone e dei fondenti impiegati nell’elettrolisi e che sono “consumati” nel processo. Per fare le cose ancora meglio bisognerebbe anche aggiungere il costo energetico del trasporto di questi agenti dal luogo di produzione alla fabbrica di alluminio, e poi il “costo energetico” del trasporto della bauxite dalla miniera alla fabbrica e il costo energetico degli agenti con cui viene trattata la bauxite, e avanti di questo passo. Includendo tutti i costi energetici dei vari fattori della produzione il “costo energetico” vero e proprio della merce, cioè il consumo di energia nell’intero ciclo produttivo, può anche raddoppiare. 

Se, con lo stesso procedimento, si calcola il costo energetico dell’alluminio ricavato dalla fusione del rottame, si vede che l’operazione di riciclo consente di ottenere alluminio, che è sempre lo stesso, con un costo energetico che è un ventesimo rispetto a quello che si ha quando si parte dalla bauxite; quasi come se il trattamento del rottame consentisse di ricuperare una parte dell’energia spesa quando lo si è fabbricato la prima volta partendo dal minerale e che è rimasta “incorporata” nel metallo. L’analisi del valore delle merci sulla base del costo energetico può perciò aiutare a scegliere le materie prime, a progettare i materiali, gli imballaggi, i manufatti, sulla base di nuovi vincoli, quali la scarsità di energia o di materie prime. 

Sulla base di simili considerazioni si possono cercare altri indicatori fisici, naturali, del valore, per esempio il costo in risorse naturali e il costo ambientale. Il primo potrebbe essere misurato sulla base della quantità di acqua, o di minerali, o di vegetali, richiesti per produrre una unità di peso di merce; il secondo potrebbe descrivere la quantità di rifiuti — gassosi, o liquidi, o solidi — che accompagnano la produzione o l’uso di una unità di peso di merce. 

Per analogia con quanto detto a proposito dell’energia, “vale” di più una merce che è prodotta con un processo che immette una minore quantità di certi residui nell’ambiente, o che ha maggiore durata — e in quanto tale richiede meno risorse naturale e ha un minore “costo di natura”. Anche in questo caso si tratta di misurare la quantità di risorse naturali, o la quantità di ciascun componente delle scorie, per unità di merce di prodotto o per ciascun servizio. In qualche caso si misura, anche a fini normativi, la quantità di ossido di carbonio o di ossidi di azoto o di idrocarburi policiclici immessi nell’ambiente per ogni kg di benzina bruciata in un motore (o per ogni km percorso), o per ogni kilowattora di elettricità prodotta; ma nella maggior parte dei processi si hanno ben poche informazioni sulle sostanze che accompagnano ciascun processo, benché da tali sostanze dipenda anche la salute dei lavoratori, oltre che l’effetto ambientale associato alla fase di produzione o di uso finale delle merci. 

Il ritardo in queste conoscenze dipende dal fatto che i processi educativi — per esempio di formazione dei chimici, degli ingegneri, degli economisti — sono centrati sulla misura delle quantità dei prodotti principali, che sono quelli a cui sono associati scambi monetari, e ben poca attenzione è rivolta all’analisi della quantità e del tipo dei prodotti secondari, dei residui e delle scorie, la cui composizione, fra l’altro, è ben più difficile da conoscere rispetto a quella dei prodotti principali economici. 

Ci sono stati dei tentativi, in passato, di elaborare delle “enciclopedie di processo”, cioè dei bilanci dei flussi di materia e di energia, in unità fisiche, associati ai processi di produzione e di uso delle merci, ma ben poco cammino è stato finora fatto su questa strada. La ripresa di questi interessi avrebbe una certa utilità per la identificazione delle scelte economiche più razionali in un’epoca di risorse scarse, ma aiuterebbe forse, anche a capire qualcosa di più nel campo ancora poco esplorato della teoria del valore nei rapporti uomo-natura-società.