SM 1504a — Alcuni aspetti dell’educazione ambientale — 1990

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sono passati tanti anni da quando, nel 1970, l’ “ecologia” è sbarcata anche in Italia come movimento di contestazione e come critica della maniera irrazionale con cui le società industriali — o meglio le classi agiate delle società opulente — sfruttavano e sfruttano le risorse del pianeta; una contestazione del modo in cui sono nate e cresciute le città, caotiche e inquinate, in cui sono stati distorti i cicli naturali nelle coltivazioni agricole e nella zootecnia. 

La scuola è stata una delle prime sedi disposte ad ascoltare gli “ecologi”, in cui sono germogliate speranze di cambiamento, progetti di nuovi modi e stili di vita. I bambini e i ragazzi sono i più disponibili ad immaginare nuovi rapporti con la natura, con gli animali, con il verde e la città, anche se sono poi ben presto esposti ad essere riassorbiti spietatamente dalla società dei consumi e ad essere inquinati dai messaggi pubblicitari. 

In genere finora l’ecologia è entrata nelle scuole, specialmente primarie e secondarie, per iniziativa di alcuni docenti, i più motivati. E’ però in corso un dibattito sul modo migliore per far entrare l’educazione ambientale nella scuola in maniera organica; i burocrati ministeriali pensano forse così di svuotare tale insegnamento della sua carica di contestazione. Lo stesso ministro dell’ambiente prevede di diffondere l’educazione ambientale. Ma quale tipo di educazione occorre per diffondere un nuovo modello di coesistenza degli esseri umani nella natura ? 

L’ecologia, come disciplina scientifica, esiste da oltre un secolo: il termine (da oikos, casa, comunità, cioè discorso sulla casa, sull’ambiente e su chi ci vive) fu usato per la prima volta nel 1866 dal naturalista tedesco Ernst Haeckel per indicare lo studio dei rapporti fra gli esseri viventi e l’ambiente circostante, la “economia della natura”. Il concetto di “economia della natura” peraltro non era nuovo; era stato il titolo di un libro di Linneo, nel 1700, ma le osservazioni fatte da Darwin nel suo viaggio intorno al mondo, nella prime metà del 1800, avevano offerto ai biologi nuovo materiale di osservazione sui rapporti fra la vita e le sue forme e i caratteri dell’ambiente, in condizioni diversissime da un continente all’altro. 

L’ecologia è quindi una delle discipline naturalistiche: un biologo e un naturalista per forza si occupano di ecologia e la insegnano quando descrivono e spiegano i rapporti fra piante e terreno, fra pesci e mare, fra foresta e sottobosco, quando parlano dei grandi flussi di materia e di energia dal Sole agli organismi produttori, i vegetali, agli organismi consumatori, gli animali, agli organismi che decompongono la materia e la rimettono in ciclo. 

Il contenuto rivoluzionario, “sovversivo”, come ha scritto l’ecologo Paul Sears, dell’ecologia sta nel fatto che il suo studio ha spinto ad osservare gli effetti che le attività umane avevano sui cicli naturali e a riconoscere le cause dei guasti, degli inquinamenti, dell’erosione del suolo e delle coste, della congestione urbana nella arroganza delle società capitalistiche, nell’avidità del profitto, fine unico dell’economia. 

Le grandi violenze ecologiche conseguenti l’esplosione delle bombe nucleari, da Hiroshima in avanti, la contaminazione planetaria dovuta all’uso di pesticidi persistenti come il DDT, l’insucurezza delle fabbriche e delle centrali, hanno spinto a interrogarsi sullo stesso “progresso” tecnico quale è stato presentato al mondo da tre secoli a questa parte. 

Così l’ecologia, partita da puri studi scientifici e biologici, si è andata trasformando nella scienza delle interrelazioni, in un invito alla solidarietà fra tutti gli esseri viventi, esseri umani compresi, con le altre parti della natura animate e inanimate, ha portato strati sempre piu’ vasti di persone a interrogarsi del ruolo degli esseri umani nella natura, sulle cause della rottura dei cicli naturali e sul modo in cui e’ possibile chiuderli di nuovo, secondo la fortunata immagine usata dal biologo americano Barry Commoner nel libro “Il cerchio da chiudere” (Garzanti, 1972 e 1986). 

Quella che interessa far entrare come educazione ecologica o educazione ambientale nelle scuole è qualcosa che non corrisponde a nessuna materia o disciplina, che presuppone che ogni docente dia una lettura e interpretazione ecologica a quello che insegna. Siamo di fronte ad uno dei nuovi saperi difficilmente catalogabili e comprimibili in un programma o in un libro di testo, che richiedono un cambiamento di mentalità come quello operato dalla scuola francese delle “Annales” nella storia, da intendere come storia delle attività e dei fatti materiali della umanità, o nella geografia intesa proprio come analisi della Terra e delle modificazioni —- ecologiche appunto —- apportate dalle attività umane. 

Questo “nuovo sapere” deve essere costruito su conoscenze scientifiche e naturalistiche che comprendono il pianeta Terra e i suoi limiti fisici; l’energia fornita dal Sole e la sua circolazione; il ruolo vitale dell’atmosfera e la sua fragilità davanti ai i danni apportati dagli inquinamenti industriali e urbani; il suolo, il terreno e il sottosuolo come sedi di attività agricole e umane, come riserve di minerali e combustibili fossili, come ricettacoli di rifiuti; il ruolo delle foreste come depuratori biologici dell’atmosfera; il diboscamento come causa dell’erosione del suolo, di frane e alluvioni, da cui la necessità di conservare e proteggere il patrimonio di boschi e foreste a livello locale e planetario; l’importanza dell’acqua e della sua circolazione; il ruolo del mare come regolatore della temperatura e come sede di giganteschi cicli biologici; i cicli biologici e le interrelazioni fra i viventi, a loro volta legati ai cicli degli elementi carbonio, ossigeno, azoto, fosforo, zolfo; la dinamica delle popolazioni, compresa quella umana, e i problemi di sovrappopolazione; gli effetti della tecnica e delle scelte dell’economia capitalistica sugli equilibri della natura e dell’ambiente; la necessità di conservare certe risorse naturali, vegetali e animali, indipendentemente dal loro valore economico, in quanto “valori” in se, beni collettivi, dalla nostra e delle future generazioni. 

Questi concetti di base possono essere spiegati e sottolineati in tutte le materie; più facilmente in quelle naturalistiche, nella chimica, per esempio, dal momento che essa e’, in un certo senso, la contabilità, la ragioneria della natura. Una equazione chimica descrive una trasformazione delle molecole e spiega che tutto quello che c’era all’inizio si ritrova alla fine della reazione, secondo l’inviolabile principio di conservazione della materia. 

I processi produttivi economici vanno, invece, in senso contrario: delle materie soggette a trasformazione solo una parte è’ “materia prima” economica, acquistabile con denaro; per l’economia il resto – l’aria o l’acqua, che non costano niente – e’ come se non esistessero. Così dei risultati di una reazione solo una parte è utile,è merce vendibile per denaro, il resto non conta. Eppure i sottoprodotti, i residui della reazione, quelli che non si vendono, sono ancora materia e energia anche se vengono buttati da qualche parte, come residui o rifiuti, nell’aria o nelle acque o nel terreno o nel mare, alterando i cicli biologici – quando non, addirittura, la stessa salute umana. 

La merceologia e le discipline tecnologiche, in quanto ponte fra quelle naturalistiche e quelle economiche, possono contribuire ad integrare la descrizione dei processi produttivi con considerazioni sui rifiuti che ciascuno di essi genera e con la spiegazione dei disturbi che l’operazione di “consumo”— ma più corretto è dire “di uso” —  delle merci arreca all’ambiente con lo scarico di residui solidi o di liquami o di gas che finiscono nelle acque o nell’atmosfera. 

Il richiamo a fatti di cui ogni persona e’ quotidianamente testimone e la relativa spiegazione possono aiutare a … disinquinare gli studenti da quel trionfalismo che porta, nei giornali e nella pubblicità, a considerare i successi della  produzione e del consumo tutti belli e positivi,segni delle “magnifiche sorti e progressive”, un’espressione che certamente ha contribuito alla diffusione della mentalità tecnocratica moderna. 

A cavallo fra le discipline umanistiche e quelle naturalistiche, la geografia e’ forse la materia più vicina all’analisi degli effetti delle attività umane sull’ambiente. Non a caso nel 1864, ancora prima che Haeckel coniasse la parola ecologia, il geografo americano George Marsh ha scritto un celebre libro sulle modificazioni apportato alla natura dall’azione dell’uomo, in cui sono esposti gli effetti del diboscamento e delle costruzioni sulla erosione del suolo, sulla stabilità dei versanti e sul corso dei fiumi. 

Molti altri geografi sono stati dei veri anticipatori delle scienze ambientali, come si intendono oggi: i geografi possono utilmente spiegare come molte scelte “economiche” comportano uno sfruttamento delle risorse naturali delle parti povere del pianeta, del “sud”, per cui il divario fra paesi ricchi, quelli del “nord” e i paesi poveri, quelli del Sud del mondo, invece di diminuire si allarga continuamente. 

Se si passa alle discipline storiche e umanistiche vi sono moltissime occasioni per tracciare la storia del territorio e della natura attraverso la storia degli eventi. In molte zone costiere italiane si e’ diffusa la coltivazione dei pini perché fornivano la resina e il legname necessari alle potenze marinare di Roma, dei bizantini, delle Repubbliche marinare. E ci sarebbe voluta la speculazione edilizia e l’insipienza della nostra generazione per distruggere i residui di questi antichi boschi. 

L’analisi storica permette di vedere che dal Medioevo in avanti la distruzione delle foreste europee si e’ fatta sempre piu’ rapida per la crescente richiesta di legname sia come materiale da costruzione per le navi e gli edifici, sia come combustibile, e per rendere disponibili nuovi terreni coltivabili per rispondere alla crescente richiesta di cibo a sua volta conseguente il miglioramento del livello di vita e l’aumento della popolazione. E’ così possibile mettere in evidenza, sempre sulla base delle testimonianze storiche, che il taglio dei boschi e’ stato responsabile dell’erosione del suolo e delle frane e delle alluvioni sempre più frequenti e sempre più disastrose. 

La storia dell’industrializzazione e delle città mostra bene l’abbandono delle colline e delle montagne con conseguenze negative sociali ed ecologiche, con la nascita di città industriali congestionate e inquinate. Una delle più suggestive sintesi della storia tecnica dell’uomo è offerta dal libro dell’americano Lewis Mumford “Tecnica e cultura” (del 1934, ma tradotto in italiano dal Saggiatore nel 1962), di cui vorrei raccomandare la lettura. Mumford divide la storia umana in tre tempi: nel periodo “eotecnico”, che arriva al 1600 circa, l’uomo usava come fonti di energia il vento e il moto delle acque e come materiale da costruzione il legname, tutte risorse rinnovabili. Nel periodo “paleotecnico”, che va dal 1600 ai nostri giorni, l’uomo realizza il suo “progresso” usando ferro, carbone, petrolio, risorse naturali non rinnovabili che vengono sfruttate sconsideratamente, a spese di riserve ogni giorno più povere. 

E’ questo il periodo in cui viviamo, l’ “impero del disordine”, della sporcizia, dell’inquinamento, dello sfruttamento della natura, dal quale dobbiamo uscire, se vogliamo sopravvivere, dando inizio ad un nuovo periodo, quello “neotecnico”, in cui la scienza e la tecnica saranno usate per soddisfare i bisogni — crescenti — di una crescente popolazione umana, attraverso merci, beni, servizi, energia, ma con minori inquinamenti, in un più giusto equilibrio con la natura, in città con dimensioni umane. 

La società neotecnica è tutta da inventare e non potrà inventarla altro che una nuova generazione di terrestri, liberata da molti dogmi trasmessi dalla nostra attuale educazione, fra cui quello del “dovere” di dominare la natura, ripetuti dal primo racconto della Genesi e poi dai grandi pensatori, come Cartesio e Bacone, anche se quest’ultimo avverte almeno che “alla natura si comanda solo le si ubbidisce”. Eppure appare sempre più spesso e più chiaro che, ogni volta che la comunità umana si sforza di dominarla, la natura si ribella e ci travolge. E’ la lezione degli ultimi versi della “Ginestra” di Leopardi — lo ricorda Dario Paccino nel suo bel libro “L’imbroglio ecologico” (Einaudi, 1973) — la pianta umile che proprio alla sua umiltà nei confronti della natura deve la sua grandezza e la sua sopravvivenza. 

Come si vede lo studio e l’insegnamento dell’ecologia globale investe problemi scientifici, umanistici e morali: è una bellissima avventura veramente interdisciplinare perché ciascuna disciplina è di per se insufficiente a far cogliere tutti gli aspetti del rapporto fra l’uomo, la natura e l’ambiente. 

Solo insieme, come docenti e come cittadini, possiamo riconoscere e proteggere i delicati fili che ci legano a tutti gli altri esseri e a tutte le altre parti della Terra, possiamo ricostruire i valori dell’unità e della solidarietà, gli unici, non quelli del denaro e del profitto, capaci di farci crescere e sopravvivere come animali speciali in questo specialissimo pianeta. 

Brevi note 

G. Nebbia, “Risorse, merci, ambiente”, Quaderni dell’Università verde di Torino, Satyagraha Editrice, Via D. Jolanda 7, 10138 Torino, 1989 

G. Nebbia, “La società dei rifiuti”, Edipuglia, Via Luigi Sturzo 32, 70100 Bari, 1990 

G. Nebbia, “Per l’ecologia”, Rassegna Economica, 34, (5), 1093-1136 (settembre-ottobre 1970)(In questo articolo e’ stata usata per la prima volta l’espressione ‘societa’ dei rifiuti’) 

G. Nebbia, “Per una visione cristiana dell’ecologia”, Ecologia, 2, (3), 4-16 (gennaio 1972) 

G. Nebbia, “L’uomo e l’ambiente: alla ricerca di una didattica”, Didattica delle Scienze, 8, (43), 43-48 (gennaio 1973) e 8, (44), 43-48 (febbraio 1973), riprodotto anche in Ecole, n. zero (gennaio-febbraio 1989) e n. 1 (aprile 1989) (In questo articolo, di 28 anni fa !, sono esposti alcuni dei problemi della didattica ambientale) 

G.Nebbia, “Economia e ecologia”, Giornale degli Economisti, N.S., 32, (7/8), 435-455 (luglio-agosto 1973)(Viene qui proposto per la prima volta il concetto di ‘contabilità economico-ecologica’) 

G. Nebbia, “Alla ricerca di una società neotecnica”, Italia Nostra, Bollettino, 136/137, 15-22 (1976); Sapere, 79, (794), 42-45 (settembre 1976), e varie ristampe successive. 

G. Nebbia, “L’ambiente urbano come base potenziale di conflitto e di violenza”, Citta’ & Regione, 3, (10/11), 129-142 (ottobre-novembre 1977) 

G. Nebbia, “Merci ed energia nell’ecosistema città“, in: “Città come sistema”, Societa’ Italiana per il Progresso delle Scienze, Roma, 1982, p. 147-162 (Una delle prime analisi dell’ecosistema urbano) 

G. Nebbia, “I bacini idrografici come unita’ di analisi economico-ecologica”, in: Autori vari, “La risorsa fiume”, Il Lavoro editoriale, Ancona, 1983, p. 26-34 (Una delle prime analisi del bacino idrografico come elemento centrale dell’analisi del territorio) 

G. Nebbia, “Metodologia della valutazione dell’impatto ambientale”, Geografia nelle Scuole, 28, (2), 110-116 (marzo-aprile 1983) 

G. Nebbia, “Malattie dei ricchi, malattie dei poveri”, Testimonianze, 29, 205-213 (marzo-maggio 1986) 

G. Nebbia, “La contestazione ecologica”, in: N. Greco (a cura di), “Il difficile governo dell’ambiente”, Edistudio, Roma, 1988, p. 39-76 

G. Nebbia, “La bioeconomia: somiglianze e diversità fra fatti economici e fatti biologici”, Rassegna Economica, 52, (3), 521-544 (luglio-settembre 1988)