SM 1492 — La bonifica dei fiumi — 1990

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 1 giugno 1990

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quando si cita qualche buona notizia nel campo ambientale viene subito alla mente la storia del Tamigi, fiume inquinatissimo negli anni 50, rimasto quasi privo di vita e di pesci per colpa dell’inquinamento; dopo una drastica “cura” — la “cura Tamigi”, appunto — nel fiume hanno ricominciato ad apparire i pesci e si racconta che sono stati visti dei salmoni sotto il Ponte di Londra, cioè proprio nel centro della città attraversata dal grande fiume.Se questa cura è stata efficace per un fiume che attraversa una metropoli di dieci milioni di abitanti perché non la si può applicare a qualsiasi altro fiume, a cominciare dai nostri fiumi, grandi e piccoli, tutti altamente inquinati, che portano nel mare un carico di sostanze tossiche e dannose ? 

Prima di tutto bisogna vedere in che cosa consiste la cura del Tamigi ricordando che ogni fiume ha dei suoi caratteri, il principale dei quali e’ la portata dell’acqua; ad eccezione forse del Po e del Tevere, quasi tutti i fiumi italiani sono in realtà torrenti, con forti variazioni del flusso dell’acqua nei vari mesi dell’anno. Quando sono intense le piogge e quando si sciolgono le nevi la quantità di acqua aumenta e diluisce e porta lontano le sostanze inquinanti; purtroppo la produzione delle sostanze inquinanti — gli scarichi delle fogne urbane, i residui liquidi industriali, le sostanze presenti nel terreno e disciolte dalle piogge e portate nel fiume — avviene in maniera praticamente costante tutto l’anno, per cui la concentrazione delle sostanze inquinanti nel fiume subisce forti oscillazioni. 

L’unica cura efficace per un fiume consiste nel cercare di filtrare, all’origine, le fogne e gli scarichi industriali mediante impianti di depurazione. Tali impianti consistono, sostanzialmente, in una serie di grandi vasche disposte una dietro l’altra. Nelle prime vasche l’acqua sporca — urbana o industriale — deposita le parti grossolane in sospensione, la sabbia, le polveri. L’acqua sovrastante viene quindi passata in altre vasche in cui sono presenti dei microrganismi, dei batteri, e in cui viene fatta passare dell’aria. L’ossigeno dell’aria accelera l’attività dei batteri che cominciano a scomporre biologicamente gran parte delle sostanze organiche che in parte precipitano sul fondo delle vasche in forma di fanghi, in parte si sciolgono nelle acque in forma non nociva per l’ambiente. 

Questa descrizione e’ molto semplificata e vale soprattutto per il trattamento delle fogne urbane. Nel caso dei liquidi industriali occorrono dei trattamenti preliminari capaci di trattenere e filtrare o precipitare come fanghi i metalli, gli idrocarburi e le moltissime sostanze che ogni lavorazione industriale produce. Tanto è vero che, in genere, si deve evitare che le fogne urbane e i liquidi industriali finiscano nello stesso depuratore perché alcune sostanze tossiche industriali possono addirittura impedire il funzionamento dei depuratori progettati per le fogne urbane.Lo stesso inconveniente si ha se nelle fogne e nei depuratori finiscono anche reflui di allevamenti zootecnici, o gli stessi liquidi che escono dalle lavanderie urbane, dalle stazioni di servizio e dai distributori di benzina, dalle molteplici attività artigianali che sono sempre presenti dentro una città. 

Non basta quindi costruire dei depuratori; bisogna che ciascun depuratore sia progettato per trattare certi liquidi inquinanti rendendoli meno nocivi; inoltre le acque trattate portano ancora una parte di sostanze inquinanti — sia pure in minore quantità — il cui effetto dannoso dipende dalla dimensione del fiume in cui sono immesse. La stessa quantità di agenti inquinanti immessa nel Po non altera praticamente i caratteri ecologici del fiume; immessa nell’Ofanto può provocare un disastro. Il principale carattere della “cura Tamigi” non sta soltanto nell’avere investito grandissime quantità di pubblico denaro nella costruzione di depuratori, quanto nell’averlo fatto con cervello e intelligenza, inviando a ciascun depuratore i liquidi adatti in modo da rendere minimo il danno complessivo al fiume.­ 

Per raggiungere questo obiettivo non occorrevano miracoli, ma solo il coordinamento attuato da un solo ente responsabile del fiume, da una “autorità” del fiume. Niente di sorprendente se si pensa che i reggitori della Serenissima Repubblica di Venezia, centinaia di anni fa, avevano capito che ciascun fiume doveva essere governato da una autorità unica e avevano creato dei responsabili, dei “maestri” dei fiumi; il “Magistrato del Po” e’ arrivato fino a noi con il suo vecchio nome.Solo che col passare del tempo si sono persi i compiti originali di regolazione dei canali, di pulizia dei fiumi, di difesa delle golene (le zone fra l’acqua del fiume e gli argini), di punizione degli inquinatori. 

A parte la grande differenza fra il carattere idrologico del Tamigi e dei fiumi italiani, l’insuccesso delle azioni di lotta contro gli inquinamenti — peraltro imposta da una legge del 1976, cioè di quindici anni fa, mai attuata del tutto — è stato dovuto alla mancanza di una gestione unitaria e autorevole di ciascun fiume, anzi di ciascun bacino idrografico. Il bacino idrografico — cioè il territorio delimitato dalle montagne o colline le cui acque scorrono verso un fiume — è l’unica unità fisica, naturale, ecologica su cui deve essere basata l’amministrazione del territorio. 

Purtroppo i confini dei bacini idrografici non coincidono mai con i confini amministrativi dei comuni, delle province, delle regioni o della comunità montane, autorità ciascuna delle quali ha competenza per qualche pezzo delle attivita’ legate ai fiumi e agli inquinamenti.Il bacino idrografico del Po si stende nel territorio di sei regioni: Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto; i suoi fiumi “importano” acqua dalla Svizzera e in parte dall’Adige e dal Reno attraverso canali scolmatori. La creazione di una unica autorità responsabile per ciascun bacino idrografico è stata finora ostacolata perché toglierebbe poteri a molti enti locali. Soltanto con la legge sulla difesa del suolo è stato finalmente riconosciuta la centralità del bacino idrografico per la difesa del suolo contro l’erosione e anche per la lotta agli inquinamenti. 

Abbastanza curiosamente, adesso che ci sono le strutture e i soldi per intervenire sui bacini idrografici, ci si accorge di quanto siano scarse le conoscenze su quello che si deve fare per combattere efficacemente l’inquinamento in ciascun bacino idrografico.E solo di recente, per quanto riguarda il bacino del Po, è stato annunciato — col nome di “Master Plan” — un insieme di analisi scientifiche e di programmazione degli interventi sul nostro grande fiume. A questo punto si scopre che Stato si trova quasi nudo davanti i nuovi grandi compiti, con un servizio geologico dotato di troppo poco personale, con i servizi idrografici che hanno perso le capacità che avevano in passato, con gli uffici dei lavori pubblici più attenti a gestire le opere di cementificazione delle sponde dei fiumi che a occuparsi di ecologia: ecco allora che decine di imprese “ecologiche” si sono attrezzate e sono pronte a svolgere per conto dello Stato — per soldi, naturalmente — gli studi e i progetti relativi al risanamento del fiume. E poco conta se queste nuove imprese sono società affiliate ai grandi inquinatori di ieri e di oggi; speriamo soltanto che nei loro contratti con lo Stato stiano piu’ attenti agli interessi pubblici che a quelli delle loro case madri. 

La prima cosa da fare è capire come “funziona” il fiume: quanta acqua passa nel Po e nei suoi affluenti nei vari mesi dell’anno e come varia la composizione dell’acqua di questi fiumi. Poi si tratta di identificare chi scarica i propri liquidi e liquami nei vari fiumi, in quale punto e che cosa ciascuna immissione contiene; un compito gigantesco se si pensa che gli inquinatori sono migliaia di citta’ grandi e piccole – da Aosta a Milano, da Torino a Cremona – e sono centinaia di migliaia di imprese, aziende agricole, allevamenti del bestiame, i cui agenti inquinanti arrivano nei fiumi o direttamente o attraverso le falde sotterranee.Poi si tratta di identificare la storia naturale di ciascun agente inquinante in ciascun fiume in ciascun mese dell’anno; alcune sostanze inquinanti si insolubilizzano, altre si modificano biologicamente, altre arrivano indisturbate nel mare. 

E’ il caso dei fosfati presenti nei detersivi che, per la loro natura chimica, passano inalterati anche attraverso i depuratori e si ritrovano nel mare anche a centinaia di kilometri dal punto di scarico.Solo dopo aver acquisito e coordinato queste conoscenze – naturalmente attraverso un complicato e costoso modello matematico – e’ possibile cominciare a decidere quale effetto avrà un depuratore di un certo tipo in un certo luogo. Sarà così possibile scoprire che molti depuratori sono stati costruiti, sia pure in buona fede, in un posto sbagliato per cui l’acqua depurata viene sporcata subito dopo da altri scarichi inquinanti.Per dirla brutalmente, troppi depuratori sono stati costruiti con la fretta di spendere i soldi assegnati a comuni, province e Regioni, depuratori progettati in maniera approssimativa senza tenere conto della realtà ecologica, difficili da gestire e troppo spesso rimasti inattivi: monumenti alla mancanza di cultura ecologica. 

La salvezza per il Po dipende, certo, da una pianificazione degli interventi sull’intero bacino idrografico, come sembra voler fare il “Master Plan”, e dipende dai soldi. Ma soprattutto dipende dalla diffusione di una nuova cultura ecologica che può nascere solo dal duro lavoro, nei laboratori e sul terreno, di chimici, biologi, geologi, ingegneri, mobilitati al servizio dei cittadini.­