SM 1463 — Materie plastiche e biodegradabilità — 1989

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Ecole, 1, p. 7 (dicembre 1989)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

E’ in corso un vivace dibattito sulle materie plastiche, vituperate o lodate, di cui viene promessa una edizione “biodegradabile” per gli imballaggi. Vediamo di capirci qualcosa. Innanzitutto le materie plastiche non sono ne’ buone ne’ cattive; sono materiali e merci complesse, costituite da macromolecole ottenute dalla condensazione o combinazione di una o piu’ molecole organiche semplici (dette monomeri), addizionate con altre sostanze che impartiscono colore, plasmabilità, eccetera.

Per la loro natura di prodotti chimici artificiali, estranei a quelli che si trovano in natura e che sono attaccati e degradati dagli agenti chimici e microbiologici, le materie plastiche sono difficilmente degradabili; se vengono gettate nell’acqua di un fiume o del mare, o immesse nel terreno, restano inalterate per tempi lunghi, per anni. Si tratta di un inconveniente estetico, ma anche ecologico; la presenza di materie plastiche nel terreno ne diminuisce, per esempio, la lavorabilità.

Per la loro non degradabilità da parte degli agenti “naturali”, le materie plastiche si prestano bene per le applicazioni a vita lunga: per esempio per le tubazioni, al posto di quelle di ferro o ghisa, per i conduttori elettrici, al posto della gomma, per carrozzerie o contenitori duraturi, in edilizia, come valige, e in molti altri campi che corrispondono circa ai due terzi dei consumi di materie plastiche.

Le materie plastiche sono invece indesiderabili per le applicazioni “a vita breve” e in particolare per gli imballaggi che sono buttati via poco tempo dopo l’uso. L’attenzione della contestazione ecologica si è giustamente concentrata contro i “sacchetti” per la spesa, ma sono indesiderabili anche i rivestimenti di plastica per giornali e riviste, molte bottiglie e imballaggi buttati via poco tempo dopo l’uso, come sacchetti per la raccolta delle immondizie. Tutte queste applicazioni corrispondono a circa un terzo dei consumi di materie plastiche.

Le materie plastiche “a vita breve” dopo l’uso vanno a finire nei rifiuti solidi urbani e come tali allo smaltimento o agli inceneritori. Nel caso degli inceneritori le materia plastiche durante la combustione liberano numerose sostanze che dipendono dalle materie di partenza e dagli additivi che l’imballaggio contiene. Talvolta si tratta di sostanze abbastanza innocue, altre volte si tratta di acidi (dai manufatti a base di cloruro di vinile si libera acido cloridrico e forse si formano molecole organiche clorurate, anche pericolose), altre volte di molecole inorganiche o organiche più o meno complesse sulla cui composizione e tossicità si sa relativamente poco, ma che sono in genere nocive e indesiderabili.

Infine il costo dello smaltimento dei rifiuti è proporzionale alla quantità e al volume dei rifiuti e un uso “eccessivo” di materie plastiche aggrava le difficoltà tecniche, i danni alla salute e i costi monetari. E’ possibile esprimere un giudizio su che cosa è “eccessivo” ?

Per restare al caso dei sacchetti per la spesa — o “shoppers” — non c’è dubbio che i consumatori si sono abituati a prenderne più d’uno, soprattutto perché finora non costavano niente, e poi a buttare via subito, appena tornati a casa, i sacchetti usati.

In vista del costo ambientale (ma anche del costo energetico della materie plastiche) e’ opportuno incoraggiare i consumatori a usare “il meno possibile” sacchetti e imballaggi di plastica. A questo fine e’ stata applicata una imposta che i fabbricanti devono pagare su ogni sacchetto per la spesa prodotto e che i fabbricanti si fanno poi pagare dai negozianti e questi dai compratori. L’imposta dovrebbe appunto scoraggiare gli sprechi, indurre i consumatori a usare dei sacchetti duraturi, di tessuto, o anche di materia plastica, che ogni consumatore si porta da casa e usa a lungo. Si raggiunge la stessa comodità e si inquina di meno — e si risparmiano soldi e energia.

Poiche’ i venditori di sacchetti cercano di venderne il piu’ possibile, per evitare la possibile diminuzione della richiesta da parte dei consumatori si sono sforzati di mettere a punto dei processi di fabbricazione di sacchetti di materie plastiche “degradabili” o “biodegradabili”, che i consumatori potrebbero continuare ad usare in abbondanza senza “scrupoli” ecologici !

Anche la legge che stabilisce l’imposta sui sacchetti dice che ne sono esenti i fabbricanti di sacchetti “biodegradabili”, ma nessuno sa che cosa significa “biodegradabile” e come si fa a misurare questa proprietà. Letteralmente “biodegradabile” dovrebbe essere un materiale che, per azione di microrganismi presenti in natura, si trasforma in anidride carbonica e acqua.

Non sono “biodegradabili”, quindi, i sacchetti che, seconda una pubblicità, si scompongono alla luce del Sole; questi sono soltanto fatti di materie plastiche addizionate con composti che, alla luce, ne provocano lo sgretolamento in frammenti più piccoli; questi pero’ sono ancora costituiti dalla materia plastica originale e, come quella, non degradabile.

Più recentemente sono state proposte delle materie plastiche che vengono indicate come “biodegradabili” perché sarebbero addizionate con una certa percentuale di amido o di derivati. L’amido è biodegradabile perché è una materia naturale, ricavata dai cereali o dalle patate, ed è aggredita e scomposto dai microrganismi del terreno e delle acque, ma il resto del materiale e’ come al solito sintetico e non biodegradabile come tutte le materie plastiche. Non è quindi questa la strada.

Potrebbero essere preparate delle pellicole completamente a base di amido o di cellulosa, entrambe materie biodegradabili. Alcuni derivati dell’amido potrebbero fornire delle pellicole adatte per imballaggi e realmente biodegradabili, ma la loro preparazione richiede ancora dei perfezionamenti. Dalla cellulosa — che è la materia costitutiva del legno, della carta, del cotone — è possibile preparare delle pellicole, di “cellophane”, che hanno già qualche uso tecnico, ma che non sono ancora state usate per i “sacchetti”, probabilmente anche per questione di costi.

La strada è ancora lunga, come si vede. C’è poco da fidarsi delle dichiarazioni pubblicitarie di “biodegradabilità” che vanno ascoltate con spirito critico. Per ora la strada certa per alleggerire il carico e il costo dei rifiuti, troppo ricchi di materie plastiche, consiste nell’usarne il meno possibile per i sacchetti della spesa e nell’evitare l’acquisto di merci in imballaggi di plastica, comprese le imbottiture di resine espanse che contribuiscono all’inquinamento anche perché contengono, nei loro pori, i cloro-fluoro-carburi, cioè le sostanze responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico.

Per la spesa usiamo, e insegniamo ad usare, sacchetti portati da casa e conservati dopo l’uso; per altri imballaggi a vita breve spieghiamo ai venditori che non vogliamo gli imballaggi di plastica. Per diminuire l’immissione di materie plastiche nell’ambiente si potrebbero raccogliere in contenitori separati gli imballaggi e i sacchetti consegnandoli poi a ditte che potrebbero fonderli e trarne materiali ancora utili, ma tali ditte sono ancora ai primi passi.

Per le altre applicazioni durature la plastica è in genere un’alternativa conveniente, anche dal punto di vista energetico, rispetto ai materiali che sostituisce.