SM 1456 — Carrying capacity — 1989

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Consumi & Società, 3, (5), 29-35 (settembre-ottobre 1989)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se ci si guarda intorno si ha da una parte l’impressione di un mondo che procede sulla strada di una continua crescita economica, con un crescente numero di persone liberate dalla scarsità di merci; dall’altra parte si ha l’impressione di un mondo che frana lentamente in una palude rappresentata da crisi ambientali, da nuove e diffuse forme di violenza, da una crescente insoddisfazione della vita, da una perdita della capacità di pensare il cambiamento e il futuro in termini lungimiranti e coraggiosi.  

La modificazione della composizione chimica dell’atmosfera e il conseguente pericolo da una parte dell’aumento della temperatura media della Terra e dall’altra di un aumento del flusso di radiazione ultravioletta biologicamente nociva sulla superficie del pianeta; la congestione e l’inquinamento delle grandi città; la comparsa delle alghe nei mari; la mancanza di acqua nei campi e nelle città; la distruzione delle foreste e la crescente cementificazione della natura; la pressione di nuove popolazioni che vengono a chiedere, nei paesi industriali, quei beni materiali e quel lavoro che non trovano nelle loro terre o, come ha detto padre Balducci (1), che vengono ad esigere il debito che abbiamo accumulato nei loro confronti con decenni e secoli di sfruttamento. Ciascuno di questi fenomeni può essere descritto come conseguenza della immissione o presenza di esseri umani, attività economiche, prodotti chimici in quantità eccessiva rispetto alla capacita’ ricettiva del pianeta, o di singole zone del pianeta. 

La situazione può essere illustrata con una parabola che traggo, con qualche arbitrio, da un celebre articolo del biologo americano Garrett Hardin, pubblicato molti anni fa (2). 

Immaginiamo di avere un pascolo pubblico, aperto a chiunque lo voglia utilizzare, ricco di acqua e di erba; arriva un pastore con dieci mucche che trovano spazio e nutrimento abbondante; i loro escrementi entrano nei cicli naturali e diventano alimento per l’erba; in queste favorevoli condizioni le mucche producono il latte che assicura un guadagno al pastore. 

Il pastore a questo punto pensa di poter guadagnare di più se fa pascolare cinquanta mucche, anziché dieci, nello stesso pascolo collettivo; il latte e il guadagno sono ora molto piu’ abbondanti, e il pastore e’ contento, anche se non si accorge che la presenza di un maggior numero di mucche deteriora l’erba e che gli escrementi sporcano l’acqua e peggiorano le condizioni del pascolo. Il pastore è sempre più avido e questa volta raddoppia a cento il numero delle mucche; all’inizio raccoglie un po’ piu’ di latte, ma ora i piedi di tanti animali distruggono l’erba, cioe’ il cibo stesso delle mucche; anzi distruggono la stessa porosita’ del terreno che diventa duro e non solo non produce piu’ erba, ma viene allagato dalle piogge; gli escrementi sporcano l’acqua della palude in cui e’ stato trasformato il pascolo. 

In breve il pascolo non c’è più né per il pastore e le sue mucche, né’ per chiunque altro. L’avidità privata ha così distrutto un bene di tutti, il pascolo pubblico. La parabola descrive un fenomeno che gli ecologi ben conoscono: quando una popolazione animale entra in uno spazio di dimensioni e con alimenti non illimitati dapprima la popolazione cresce rapidamente, poi cresce piu’ lentamente, poi si stabilizza su un numero di individui che sono quelli che il territorio puo’ ospitare senza entrare in crisi; tale numero prende il nome di carrying capacity, o “capacità portante”, di un territorio. 

Negli ecosistemi naturali, dotati di una certa autoregolazione, quando una popolazione si avvicina alla carrying capacity del territorio diminuiscono le nascite, aumentano le morti o le espulsioni e la popolazione si stabilizza intorno a un numero di individui piu’ o meno stazionario. Lo stesso concetto puo’ essere applicato alla concentrazione di sostanze chimiche in un corpo ricevente; un fiume, ad esempio, puo’ sopportare l’immissione di sostanze fino ad un limite, appunto la carrying capacity, corrispondente alla capacita’ dell’acqua e dei microrganismi di decomporre, trasformare, degradare, insolubilizzare, le sostanze estranee, in modo che la composizione complessiva dell’acqua non sia alterata al punto da non essere piu’ utilizzabile per fini naturali o umani. 

La crisi dei nostri sistemi umani deriva dal fatto che nella cultura sociale ed economica corrente non c’è posto per il concetto di carrying capacity, ne’ per il concetto di “limite” o di società stazionaria, come appare passando rapidamente in rassegna gli esempi piu’ vistosi che sono davanti ai nostri occhi. 

Cominciamo dal cosidetto “effetto serra”: è difficile dire se le stranezze climatiche e meteorologiche di questi ultimi anni possono essere associate ad un riscaldamento a lungo termine, del pianeta Terra, ma vi sono segni sempre più preoccupanti di un mutamento di equilibri più o meno stabili da secoli. 

Come è ben noto, il pianeta Terra ha una temperatura superficiale media di circa 15 gradi Celsius, una temperatura che consente all’acqua di essere liquida e che garantisce lo sviluppo della “vita” così come noi la conosciamo. Si tratta di una condizioni forse unica fra i corpi celesti, dispersi in un enorme spazio freddissimo, a temperatura di circa meno 273 gradi Celsius. La Terra deve questa sua condizione eccezionale al fatto di essere circondata da una atmosfera, cioe’ da uno strato di gas che lascia filtrare quasi in uguale quantita’ la radiazione solare inviata dal Sole sul nostro pianeta e il calore che la Terra re-irraggia verso gli spazi interplanetari. 

Una modificazione anche piccola della composizione chimica dell’atmosfera fa aumentare o diminuire questo scambio di calore, per cui si può ben dire che la attuale temperatura media della Terra dipende dalla conservazione della attuale concentrazione dei gas dell’atmosfera. Se la temperatura media della Terra cambiasse un poco — eventi di questo genere si sono verificati più volte nella storia geologica della Terra, anche negli ultimi milioni di anni — la vita potrebbe anche non scomparire e forse sopravviverebbero anche gli esseri umani, ma di certo cambierebbe la superficie e la distribuzione degli oceani, delle pianure, delle foreste, dei ghiacciai, delle terre coltivabili, delle citta’, dei deserti. 

Da alcuni decenni a questa parte la composizione chimica della atmosfera terrestre (soprattutto la concentrazione della anidride carbonica e del metano) sta mutando, come risultato di azioni “umane”, in una direzione che fa intravvedere un aumento del calore “intrappolato” dentro l’atmosfera – da cui il nome di “effetto serra” – e un prevedibile aumento della temperatura media del pianeta. Agli inizi di questo secolo la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera era intorno al 0,028 per cento in volume; agli inizi degli anni cinquanta tale concentrazione era aumentata allo 0,032 per cento; oggi, alla fine del secolo, è diventata di circa 0,036 per cento. 

L’anidride carbonica e’ il risultato della combustione di carbone, prodotti petroliferi, metano, il cui consumo raggiunge oggi circa dieci miliardi di tonnellate all’anno, per cui ogni anno circa 25 miliardi di tonnellate di anidride carbonica vanno a finire nell’atmosfera. Una parte di questa anidride carbonica viene assorbita dagli oceani, dove rappresenta l’alimento di alghe fotosintetiche, e dalla vegetazione dei continentii, specialmente dalle grandi foreste tropicali; ma mentre, per ragioni “economiche”, aumenta il consumo di combustibili e l’immissione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, diminuisce, sempre per ragioni “economiche”, per ricavarne legname e carta, la superficie delle foreste tropicali e l’efficienza di questi depuratori naturali dell’atmosfera. Dal punto di vista delle regole “economiche” correnti le foreste sono inutili, mentre la loro superficie potrebbe essere utilizzata per coltivare prodotti richiesti dai mercati internazionali; oppure le foreste potrebbero essere tagliate per fare spazio a miniere o a laghi artificiali capaci di alimentare grandi centrali idroelettriche. 

Un discorso simile vale per l’altro gas responsabile dell’”effetto serra”, il metano, che finisce nell’atmosfera come risultato della perdita di pozzi e condotte metanifere, per il difettoso funzionamento di macchine e motori, e la cui concentrazione nell’atmosfera sta pure aumentando.  

Cosi’ un aumento dei consumi merceologici – e il conseguente superamento della carrying capacity dell’atmosfera per gas come l’anidride carbonica e il metano – si traduce in azioni che possono, a lungo termine, portare ad un aumento della temperatura terrestre, alla fusione dei ghiacci, all’aumento del livello dei mari: se tale livello aumentasse anche solo di uno o due metri alcune grandi citta’ costiere finirebbero sott’acqua. Per rallentare l’immissione nell’atmosfera dei gas responsabili dell’effetto serra si possono seguire varie vie. Alcuni ripropongono le centrali nucleari come mezzo per produrre elettricita’ senza immissione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, ma non tengono conto che il ricorso all’energia nucleare porta la produzione di residui radioattivi che rappresentano un’altra trappola tecnologica.  

In via di principio e’ possibile “catturare” l’anidride carbonica che fuoriesce dagli impianti di combustione immettendola, per esempio, nel mare con lunghe tubature, uppure fissandola come composti solidi (3). Un’altra soluzione consiste nel piantare grandi foreste negli spazi che erano in passato coperti di alberi, o negli spazi urbani. Oppure per allontanare l’”effetto serra” si può diminuire il consumo di combustibili fossili nelle loro varie applicazioni. Ed ecco la bestemmia, la proposta del “di meno” ad una società il cui dio e’ il “di più″, per la quale poco conta se il “di più″ porta a superare il “limite” intrinseco di sopportazione di ogni corpo ricevente o di ogni territorio naturale. 

Il discorso non cambia molto se si passa a considerare il problema della distruzione dell’ozono stratosferico ad opera degli agenti chimici contenenti cloro e fluoro – i clorofluoro-carburi, o CFC – usati come propellenti per spray, come fluidi frigoriferi, nella preparazione delle resine espanse, come solventi e in varie altre applicazioni “economiche”. Fino a quando l’immissione di CFC e’ stata limitata, gli equilibri chimici della stratosfera sono stati capaci di ristabilirsi senza vistosi effetti negativi; quando tale immissione ha superato la capacita’ di “autoriparazione dei gas stratosferici si e’ osservato una crescente e continua diminuzione della concentrazione dell’ozono, quello che si chiama il “buco di ozono”. Tale diminuzione fa aumentare il flusso di radiazione ultravioletta biologicamente nociva sulla superficie della Terra. Anche in questo caso la soluzione sta nel coraggio di dire no” all’uso dei CFC e di composti simili. 

Ma passiamo dai pericoli planetari, ai guai piu’ immediati di casa nostra, come la ricorrente comparsa alghe e di fenomeni eutrofici nell’Adriatico. Il mare, anzi quella specie di lago che è l’alto Adriatico, fra Venezia e Ancona, poco profondo, con limitata circolazione di acqua, caldo d’estate, alimentato dai grandi fiumi come il Po, l’Adige, il Reno e vari altri, ha, come e’ ovvio, una sua “vita”, una popolazione di alghe e pesci, governata dalle leggi della carrying capacity, della disponibilità di ossigeno e di sostanze nutritive. D’altra parte la riviera fra Trieste e Ancona e’ una zona molto bella e attraente per il turismo e ben presto e’ diventata sede di abitazioni e alberghi che hanno dato vita ad una fiorente industria turistica. Ma negli ultimi decenni i guadagni non sono piu’ bastati; la richiesta di turismo e’ aumentata, si sono moltiplicati gli alberghi, le seconde case, le attrezzature turistiche, secondo la logica del pastore nel pascolo collettivo. 

Pero’ la presenza di piu’ persone comporta anche una maggiore immissione nel mare di escrementi e rifiuti e fogne, concentrata proprio nei mesi estivi quando minori sono il contenuto di ossigeno e la capacita’ di autodepurazione del mare.  Gli escrementi contengono elementi nutritivi per le alghe, cioe’ per il primo livello delle catene alimentari marine, e le alghe crescono di piu’ quando e’ piu’ intensa la radiazione solare e piu’ elevata la temperatura del mare. Cosi’ nei decenni passati si sono osservate le crescite di  popolazioni di alghe che, poi, muoiono, e sottraggono ancora ossigeno all’acqua e fanno morire i pesci e riducono la pesca. Alghe e pesci morti arrivano sulle spiagge e puzzano e fanno scappare i turisti. E la opulenta riviera si riduce come il pascolo della parabola, incapace di produrre quella ricchezza che aveva spinto a superare la capacita’ di sopportazione della riviera e del mare. 

In realtà il caso della crisi dell’Adriatico è aggravato da altri fatti che rientrano comunque nella stessa logica. La pianura padana in cui scorrono il Po e i suoi affluenti e’ una delle piu’ ricche – anzi una delle poche ricche e fertili – zone agricole italiane. In passato agricoltura e zootecnica erano, bene o male, in equilibrio con la superficie delle terre utilizzate, ma gli agricoltori e gli allevatori di bovini e suini hanno ben presto scoperto che si poteva guadagnare di piu’ con colture intensive, rese possibili dal massiccio impiego di concimi azotati e fosfatici, e con allevamenti concentrati che producono grandissime quantita’ di escrementi che il terreno e i fiumi non riescono ad assimilare e che finiscono prima o poi nell’Adriatico. 

Inoltre per molti decenni sono stati immessi in commercio dei preparati per lavare addizionati di composti a base di fosforo; buoni per “addolcire” le acque e migliorare il lavaggio, hanno aggiunto un flusso ininterrotto di composti del fosforo che passavano inalterati attraverso i depuratori e che andavano ad aumentare il cibo per le alghe. Azoto e fosforo provenienti, percio’, da citta’ e cittadine della Valle Padana con circa venti milioni di abitanti, da allevamenti di bestiame i cui escrementi equivalgono a quelli di altri 40 milioni di esseri umani, dai residui dei concimi, e da industrie sparse nei bacini idrografici del Po e degli altri fiumi che portano acqua all’Adriatico mare, hanno rappresentato per anni una massa troppo grande di alimenti per le alghe, determinando le situazioni che gli ecologi chiamano di eutrofizzazione, cioè di cibo in eccesso. 

C’è voluta una battaglia durata molti anni, con la dura opposizione dell’industria chimica,  per convincere il Parlamento a obbligare i fabbricanti di detersivi ad eliminare gradualmente i fosfati dai loro prodotti. Ed effettivamente, dopo questa legge, i vistosi fenomeni di eutrofizzazione sono un poco diminuiti e si sono un po’ rarefatti. Meno successo hanno avuto le proposte di leggi per ridurre l’impiego di concimi azotati e fosfatici in agricoltura, contro cui si sono schierati, insieme i fabbricanti di concimi e gli stessi agricoltori che temono una diminuzione delle rese agricole. Per ristabilire in qualche modo un equilibrio fra quello che arriva nell’Adriatico e la sua capacita’ di autodepurazione e’ possibile costruire e far funzionare depuratori e filtri, ma la vera soluzione sta nel ridurre il carico inquinante per unita’ di superficie o per unita’ di mare. 

Il guaio è che, negli ecosistemi modificati dall’uomo, come anche negli ecosistemi naturali, ci si avvicina lentamente alla crisi senza accorgersene, e quando si e’ dentro la crisi e’ troppo tardi. Il pastore della parabola avrebbe potuto accorgersi che gia’ cinquanta mucche erano troppe, ma non l’ha fatto perche’ l’ingordigia l’ha spinto a raddoppiare il guadagno distruggendo la vera fonte della sua ricchezza. 

Adesso è tardi o molto difficile alleggerire la pressione turistica sulla riviera adriatica, ridurre la dimensione degli allevamenti zootecnici, indurre gli agricoltori a diminuire l’uso dei concimi, anche se queste azioni sono indispensabili per una ripresa di futuri guadagni. Abbastanza curiosamente le leggi della carrying capacity sono note da oltre un secolo e la loro applicazione agli affari economici e sociali sono ugualmente state indicate fin dal secolo scorso. 

C’e’ un interessante passo di Carlo Marx nel “Capitale”, scritto nel 1867: “Il modo di produzione capitalistico … turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo. … Ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità.” (4) 

Un altro esempio di violazione della carrying capacity si trova nella citta’, considerata come ecosistema artificiale (5). Anche la citta’ ha una sua capacita’ ricettiva di presenze umane, di autoveicoli, di gas di combustione. Ogni strada urbana ha una sua capacita’ di far transitare o sostare un certo numero di automezzi e non di più. Superato questo limite la velocita’ dei mezzi di trasporto sia pubblici sia privati diminuisce bruscamente e la citta’ diventa sede di un ingorgo permanente. Abbastanza curiosamente anche questi fenomeni hanno analogie biologiche; quando la popolazione che occupa un territorio aumenta troppo rapidamente, si avvicina bruscamente alla saturazione, alla carrying capacity del territorio stesso e il numero degli individui assume un andamento che viene definito “caotico”, con brusche oscillazioni intorno al livello della carrying capacity. 

Nell’analogia urbana immaginiamo che, con l’aumentare della congestione del traffico, una amministrazione decida di limitare temporaneamente l’afflusso di autoveicoli nel centro storico. La prima reazione e’ un alleggerimento del traffico privato; una parte dei passeggeri ricorre ai mezzi pubblici che vanno piu’ veloci e diventano piu’ attraenti. Ma davanti al temporaneo miglioramento, e’ possibile che i governanti della citta’ siano indotti ad alleggerire le misure di controllo, con la conseguenza di una nuova situazione di congestione e di caos che determina la ricerca di qualche altro rimedio temporaneo, e cosi via. 

Tutti i casi precedenti hanno come comune origine la divergenza fra le regole economiche e quelle della natura (6). La salvezza va cercata nel riconoscere che anche i fatti economici, come quelli naturali, si svolgono in un mondo di dimensioni finite, nel quale ne’ il denaro, ne’ le cose, ne’ le popolazioni possono crescere al di la di un limite. 

Non e’ la prima volta che lo spettro del “limite” si aggira nelle sale della scienza economica. Quasi un secolo e mezzo fa 1857 John Stuart Mill scrisse: “E’ superfluo osservare che una condizione stazionaria di capitale e di popolazione non implica uno stato stazionario di miglioramenti umani. Vi sarebbe sempre un altro scopo per ogni specie di cultura mentale, e per i progressi morali e sociali; vi sarebbe luogo, come prima, a perfezionare l’arte della vita, e vi sarebbe anzi più facilità per farlo” (7). Nel 1935 Pigou, un economista che aveva trattato le divergenze fra interessi economici privati e collettivi, scrisse un libro intitolato “Lo stato stazionario” (8). 

Successivamente, sull’onda delle preoccupazioni per il rapido aumento della popolazione mondiale, sono stati proposti vari modelli di un futuro in un pianeta di risorse fisiche limitate. Il più noto e controverso è contenuto nel libro, preparato nel 1972 per conto del Club di Roma, intitolato “I limiti alla crescita” (9)(il titolo della traduzione italiana era, però, impropriamente, “I limiti dello sviluppo”, che significa tutt’altra cosa). La tesi dello studio e’ la seguente: se continuava l’aumento della popolazione mondiale, e l’aumento della produzione di merci agricole e industriali e dei conseguenti rifiuti, si sarebbe andati incontro a condizioni di saturazione dell’ambiente, di inquinamenti, con la morte (per malattie, fame e guerre) di una parte della popolazione, con crisi economiche, con distruzione della fertilita’ del suolo. Il libro, pur investito da dure critiche, scosse l’opinione pubblica, tanto piu’ che fu seguito, dopo due anni, dalla prima crisi di scarsita’ delle risorse petrolifere. 

Nel 1980 il presidente americano Carter fece predisporre uno studio “Globale 2000″ (10) nel quale era sostanzialmente ripetuto che una crescita economica senza limiti e’ destinata a scontrarsi con i limiti – con la carrying capacity – del pianeta nei confronti del rifornimento di risorse e dell’assimilazione dei rifiuti. 

Infine nel 1987 fa una Commissione delle Nazioni Unite ha elaborato un rapporto, tradotto in molte lingue (11), intitolato “Il futuro di noi tutti”. Il libro considera irrinunciabile la adozione di uno “sviluppo sostenibile”, definito come uno sviluppo capace di dare alla generazione presente i beni necessari senza compromettere i mezzi per soddisfare le necessita’ delle generazioni future. 

Questa programma politico presuppone la revisione delle regole economiche, dei processi produttivi, del trattamento dei rifiuti, dell’estrazione di beni materiali dall’agricoltura, dalle foreste e della miniere, sulla base della capacita’ di reintegrazione della natura. Questa revisione impone la necessita’ di riconoscere, caso per caso, quando ci si deve fermare, quando ci si avvicina al limite di sopportazione della natura – alla carrying capacity – di una città, di una valle, di un fiume, di un mare, di un territorio. 

Non c’e’ bisogno di dire che questa impostazione della produzione e dei consumi rappresenta la piu’ grande rivoluzione culturale ed economica che l’umanita’ abbia mai avuto di fronte. Non c’e’ percio’ da meravigliarsi che la “saggezza” corrente abbia sempre ridicolizzato qualsiasi ragionamento sui “limiti” del pianeta, forse con l’illusione che la tecnica o la mano provvidenziale del mercato riescano in qualche modo a risanare gli squilibri della natura. Gli avversari della cultura dei limiti ci ricordano che altre volte la natura ha dovuto far fronte a mutamenti e alterazioni ed e’ stata capace di ricostruire nuovi equilibri, ma dimenticano che spesso tali nuovi apparenti equilibri erano piu’ fragili di quelli precedenti ed erano sostanzialmente altri passi verso un’altra crisi. 

Non solo: anche quello della società stazionaria, o della società o sviluppo sostenibili, è un mito. L’economista Georgescu-Roegen ha ben messo in evidenza (12) che l’estrazione di materie e di energia dallaa biosfera per fabbricare, dentro la tecnosfera, merci e materiali lascia alle spalle, per l’ineluttabile legge dell’entropia, una natura impoverita nella quantità delle risorse da mettere a disposizione delle generazioni, e anzi con risorse la cui qualità peggiora continuamente, in seguito all’immissione delle scorie. E non c’è da illudersi eccessivamente neanche per le operazioni di riciclo delle scorie e di materiali usati: anche la materia subisce, nell’attraversare la tecnosfera, l’universo degli oggetti fabbricati e usati, un degrado continuo (Georgescu-Roegen chiama ironicamente questa realtà il “quarto principio” della termodinamica: anche la materia conta). 

Può salvarci soltanto la transizione dall’economia tradizionale attuale ad una bioeconomia, il cuio funzionamento e le cui regole sia isporate ai grandi fenomeni della natura e della vita. Al lettore curioso di sapere quale strada ercorrere per inventare un futuro diverso dall’attuale vorrei raccomandare un libro (13) scritto nel 1934, (ma pubblicato in Italia soltanto nel 1961) dal pensatore americano Lewis Mumford. Il libro è un racconto della storia umana da una era eotecnica, durata dai tempi greci e romani fino al 1600, nella quale venivano usate materiali e fonti di energia rinnovabili: il legno come materiale da costruzione; la forza del vento e delle acque e il lavoro degli animali come fonti di energia motrice per le macchine e le navi. 

Con la rivoluzione industriale del 1600-1700 inizia un’era paleotecnica, quella del tempo dello scrittore e nostra attuale, basata sullo sfruttamento di riserve scarse di minerali e di fonti di energia, su città congestionate e inquinate, l’”impero del disordine”. Mumford auspica l’avvento di una era “neotecnica” a cui deve seguire una società “biotecnica”, nella quale occorrera’ fare di piu’ ricorso alla scienza e alla tecnica, ma orientate a fini umani, all’uso di risorse rinnovabili in modo da lasciare a chi verrà dopo di noi condizioni decenti di vita. Utopia ? O non è piuttosto utopia credere di poter continuare sulla strada di una crescita economica basata sulla distruzione delle sue stesse radici ? 

Note  

(1)  E. Balducci, intervista a l’Unità, edizione della Toscana, agosto 1989 

(2)  G. Hardin, “The tragedy of the commons”, Science, 162, 1243-1248 (13 dicembre 1968); traduzione italiana col titolo: “La tragedia dei ‘Commons’”, Sapere, 70, (710), 4-10 (marzo 1969) 

(3)  M. Steinberg, “An analysis of concepts for controlling atmospheric carbon dioxide”, Report DOE/CH/0016-1, U.S. Department of Energy, Washington, dicembre 1983 

(4)  Ho usato l’edizione del 1970 degli Editori Riuniti nella riedizione del 1975 di Einaudi, della traduzione di Delio Cantinori di Karl Marx, “Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo”. I passi citati, contenuti nel capitolo tredicesimo, sono alle pagine 617 e 618. 

(5)  G. Nebbia, “Merci ed energia nell’ecosistema citta’”, in: “La città come sistema”, Societa’ Italiana per il Progresso delle Scienze, Roma, 1982, p. 147-162; cfr. anche: G. Nebbia, ”Storia naturale delle merci nell’ecosistema urbano”, in: V. Bettini (a cura di), “Elementi di ecologia urbana”, Torino, Einaudi, 1996, p. 135-151 

(6)  G. Nebbia, “La bioeconomia. Somiglianze e diversità fra fatti economici e fatti biologici”, Rassegna economica, 52, (3), 521-544 (luglio-settembre 1988) 

(7)  John Stuart Mill, “Principles of political economy”, traduzione italiana col titolo: “Principi di economia politica, con alcune delle sue applicazioni alla filosofia sociale”, traduzione della seconda edizione inglese in: “Biblioteca dell’economista”, serie I, vol. 12, Torino, Pomba, 1851. Libro IV, cap. VI: “Dello stato stazionario”, pp. 957-959. Cfr. anche: E. Goldsmith e R. Allen, “La morte ecologica”, a cura di Giorgio Nebbia, Bari, Laterza, 1972, p. 82. 

(8)  A.C. Pigou, “The economics of stationary state”, London, Macmillan, 1935 

(9)  D.H. Meadows e altri, “The limits to growth”, Universe Books, New York, 1972; traduzione italiana col titolo: “I limiti dello sviluppo”, Milano, EST Mondadori, 1972 

(10)  “The global 2000 report to the President. Entering the twenty-first century”, 3 volumi, Council on Environmental Quality, Washington, DC, USA, 1980 

(11)  “Il futuro di noi tutti. Rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo”, traduzione italiana, Milano, Bompiani, 1988 

(12)  N. Georgescu-Roegen, ”The entropy law and the economic process”, Cambridge (USA), Harvard University Press, 1971 (non tradotto in italiano); “Energia e miti economici”, Torino, Boringhieri, 1982; nuova edizione, ampliata, Bollati Boringhieri, 1998. 

(13)  L. Mumford, “Technics and civilization”, New York, Harcourt, Brace and World, 1934; traduzione italiana col titolo: “Tecnica e cultura”, Il Saggiatore, Milano, Mondadori, 1961