SM 1455 — Contro la società dei consumi — 1989

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Seminario sul tema: “Il pensiero verde fra utopia e realismo”, Saint Vincent, 18 marzo 1989. In: J. Jacobelli (a cura di), “Il pensiero verde tra utopia e realismo”, Bari/Roma, Laterza, 1989, p. 135-141 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il movimento di contestazione ecologica si inserisce nel grande filone dei movimenti di lotta contro le ingiustizie, che rivendicano nuovi diritti. Rientra quindi fra i movimenti — anche essi, al loro tempo, considerati utopie — che si sono battuti per l’eliminazione della schiavitù, per la diminuzione dell’orario di lavoro e del carattere inumano della fatica di lavoratori bambini, donne, adulti, per i diritti delle donne, contro la violenza rappresentata dalla guerra. 

Il movimento di contestazione ecologica combatte sostanzialmente contro la violenza esercitata da una parte dell’umanità e da alcune — molte — attività umane nei confronti della natura, considerata parte del nostro stesso essere umani. Tale violenza contro il nostro corpo “naturale”, interno e circostante, si manifesta attraverso la distruzione del verde, la violenza contro gli altri esseri animali, contro le testimonianze del passato, contro le acqua e l’aria, cioè contro le stesse basi della vita “umana”. La violenza contro la natura circostante, dovuta agli inquinamenti, alla distruzione del verde e del suolo, va combattuta in quanto è violenza contro altri esseri umani, contro il “prossimo”, nel senso giudaico-cristiano del termine. Il movimento di contestazione ecologica è quindi un movimento di rispetto della vita e degli altri umani. 

Sta di fatto che la violenza contro la natura è dovuta ad azioni che sono in genere legittime, spesso lodevoli, come la trasformazione della natura in merci, le attività economiche, la produzione e il consumo di merci e beni materiali e oggetti. Il movimento ecologico contesta quindi l’attuale modo di soddisfare bisogni umani attraverso oggetti e cose ottenuti con processi inquinanti, il cui uso è fonte di alterazioni ambientali.      

Non c’è quindi da meravigliarsi se la contestazione ecologica è considerata con fastidio, anzi è oggetto di ridicolizzazione e di denuncia da parte del potere economico, inteso come il complesso di persone la cui esistenza, anzi la cui sopravvivenza, dipendono dalla produzione e dal consumo di merci e di beni materiali. 

Si tratta del resto delle stesse reazioni di rigetto che si sono manifestate verso tutte le altro proposte di riforme civili e umane. Anche ai tempi delle lotte per la diminuzione dell’orario di lavoro dei ragazzi, in Inghilterra, intorno al 1845, gli industriali inglesi accusarono quei pur blandi riformatori di essere nemici dell’Inghilterra industriale, del progresso, di voler provocare un aumento del costo del lavoro che avrebbero rese meno competitive le manifatture britanniche. Anche allora — come oggi nei confronti della contestazione ecologica — sono stati mobilitati gli “scienziati” del potere che hanno cercato di dimostrare l’infondatezza delle proposte di cambiamento. Nella metà del 1800 gli industriali ricorsero all’”ineffabile dottor Ure”, come lo chiama Marx, il quale scrisse un celebre trattato, “La filosofia delle manifatture”, per dimostrare come lavorare dodici ore nelle fabbriche fosse utile ai fanciulli di dodici anni ! 

Oggi il potere economico ha i suoi “dottor Ure” che cercano di dimostrare i vantaggi dell’energia nucleare, i danni che verrebbero dal divieto delle merci responsabili della distruzione dello strato di ozono nella stratosfera, dalla eliminazione del piombo dalla benzina, eccetera. Perfino l’incidente al reattore americano di Three Mile Island, che nel 1979 segnò l’inizio della fine dell’energia nucleare, fu minimizzato con lo slogan: “Tutti vivi a Harrisburg”. Si potrebbe scrivere una antologia sulla ridicolizzazione del “pensiero verde”. 

La violenza contro le risorse della natura non deriva, in senso assoluto, dal processo di trasformazione delle risorse naturali in cose adatte a soddisfare bisogni umani, ma dal divario fra le leggi della natura — leggi ineluttabili — e le leggi secondo cui vengono oggi, nelle società industriali, poco conta che siano capitalistiche o a economia pianificata, estratte, trasformate e sporcate le risorse naturali. La produzione delle merci e la stessa idea del progresso sono basati sulla ideologia del “di più″, sono ispirati a leggi economiche che indicano che è dovere civile e morale produrre e consumare più merci, perché questa è l’unica condizione che assicura la riproduzione e l’accumulazione del denaro, il profitto, cioè il premio del capitale impiegato, che assicura anche il salario dei lavoratori. 

Denaro, profitto, salario, peraltro, non sono cose astratte, ma si muovono, “viaggiano” insieme ai, anzi “dentro” i, minerali e l’aria e l’acqua estratti dalla natura, dentro le merci e le macchine e i beni materiali. Per le leggi — ineluttabili — della conservazione della materia e dell’energia, il “di più″ dell’economia tradizionale per forza è accompagnato da un impoverimento delle risorse naturali, dalla diminuzione della fertilità del suolo, dalla immissione di crescenti rifiuti nelle acque e nell’aria, da un impoverimento delle foreste e di alcune “qualità” naturali, come la diversità biologica. 

Ciasuna di queste azioni potrebbe, in via di principio, non essere di ostacolo al continuo cammino di un progresso basato sulle leggi del “di più″, se le risorse della natura fossero molto grandi. In via di principio, distrutta una foresta si potrebbe passare a trarre legname da un’altra in un’altra zona del pianeta; inquinato un fiume, si potrebbe andare a gettare i rifiuti nel mare da qualche altra parte. La crisi deriva invece dal fatto che il pianeta Terra è un corpo grande, ma limitato e che i diversi corpi naturali sono soggetti al vincolo — inviolabile — della limitata capacità‘ di ospitare, di sopportare la presenza di attività umane, la immissione di rifiuti, la diminuzione della fertilità. Gli ecologi chiamano questa proprietà la carrying capacity degli ecosistemi e del’intero pianeta. I danni all’ambiente sono sostanzialmente la conseguenza della violazione, del superamento della carrying capacity dei vari territorio e dell’intero pianeta. 

Solo per citare alcune forme della crisi ambientale, della violenza contro le risorse naturali, si può ricordare che la distruzione dello strato di ozono nella stratosfera è legata da una parte alla qualità delle merci — i clorofluorocarburi, o CFC — scelte come propellenti per gli spray o come rigonfianti delle materie plastiche, e dall’altra parte alla quantità di tali merci immesse nell’ambiente in un tempo molto breve. Tale elevata quantità — dell’ordine di quindici milioni di tonnellate in trent’anni — ha superato la carrying capacity della stratosfera per cui rapidamente l’interazione fra CFC e ozono ha portato alla progressiva distruzione dell’ozonosfera che ha la funzione di filtrare le radiazioni ultraviolette solari nocive per la vita. 

Un uso eccessivo di combustibili fossili ha portato la immissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica — venti miliardi di tonnellate all’anno negli anni ottanta vdel Novecento — al punto da superare la capacità ricettiva dell’atmosfera per questo gas: il superamento della carrying capacity ha portato ad un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica al punto da far aumentare la quantità di calore che resta “intrappolato” sulla superficie del pianeta con conseguente aumento della temperatura media della Terra. Anche in questo caso non è “cattivo” in se l’uso dell’energia per soddisfare i bisogni umani di mobilità, di calore, di luce, di forza motrice; sono sbagliate le tecniche di produzione dell’energia e la quantità di energia usata. La congestione del traffico e l’inquinamento urbano dipendono dal modo in cui il servizio mobilità è soddisfatto e dal numero di automobili private che occupano lo spazio ristretto delle strade e violano la capacità ricettiva dell’aria urbana per i gas inquinanti. 

Più in generale la crisi ambientale, la violenza contro cui combatte la contestazione ecologica, derivano dal fatto che la popolazione umana sta aumentando ad un ritmo — ottanta milioni di persone all’anno — che si avvia a superare — e in certe zone ha già superato — la carrying capacity territoriale per le case, i mezzi di trasporto, le fabbriche, i rifiuti. La situazione e’ aggravata dal fatto che la elevata produzione e consumo di risorse naturali e di merci e l’elevato inquinamento (i tre quarti del totale) sono dovuti ad una minoranza (un quinto) dei cinque miliardi di terrestri (del 1985). Anche questa ingiustizia nella distribuzione dei beni materiali è una forma di violenza, ma sarebbe inimmaginabile che tutti i cinque miliardi di terrestri raggiungessero livelli di sfruttamento della natura e di possesso di beni materiali  e di produzione di inquinamento uguali anche solo a quelli medi degli abitanti dei paesi industriali. 

I paesi industriali hanno ben presenti queste considerazioni e per evitare maggiori danni all’ambiente predicano che i paesi poveri restino a bassi livelli di consumi per consentire a quelli ricchi di aumentare i propri consumi. Con contraddizioni, perché, d’altra parte, i paesi industriali hanno anche bisogno di costringere i paesi poveri ad aumentare il consumo delle merci che i paesi ricchi sono pronti a vendergli. 

Un esempio di queste contraddizioni si ha nel dibattito sulla salvezza dell’Amazzonia, la grande foresta indispensabile come regolatrice degli equilibri ecologici e dei gas dell’atmosfera a livello planetario. L’Amazzonia va difesa nel nome di “tutti” i terrestri e delle generazioni future, anche contro gli interessi, egoistici e miopi quanto si vuole, dei cittadini brasiliani che vedono nella distruzione dell’Amazzonia la possibilità di produrre carne e raccolti agricoli da vendere, di minerali di ferro da trasformare in acciaio, di risorse idroelettriche e petrolifere cui cui avviare il loro “sviluppo”. Con cui, cioè, produrre e consumare più merci e inquinare e alterare la natura. La ecologia dei paesi ricchi presuppone talvolta che quelli poveri restino come sono, una situazione inaccettabile e potenziale fonte di futuri conflitti. Di tali conflitti, del resto, si sono già avuti i segnali, negli anni passati, con gli aumenti dei prezzi di alcune materie prime, per esempio del petrolio, proprio come conseguenza di un eccessivo sfruttamento delle risorse scarse. 

Come è possibile uscire da queste trappole ? E’ possibile cambiare la qualità delle merci e dei servizi, diminuire la quantità di merci e macchine “consumati” dai paesi ricchi in modo da assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali dei paesi poveri senza “mangiarsi” quanto ancora resta delle risorse naturali planetarie ed evitando forme di nuovo imperialismo ? Il problema fu discusso a lungo fra il 1967 e il 1973, nella “primavera dell’ecologia”, e le possibili soluzioni furono giustamente cercate sul piano tecnico-scientifico, sul piano economico, sul piano etico-filosofico. Nel 1970 a Perugia il prof. Pietro Prini organizzò un incontro di filosofi e naturalisti invitandoli a rispondere alla domanda: “Verso il terricidio ?”. La risposta fu che il terricidio avrebbe potuto essere evitato purché fosse stato accettato un profondo cambiamento della qualità e della quantità dei beni materiali, un cambiamento delle regole e della cultura dell’economia, cioè dei rapporti fra esseri umani. 

Niente è stato fatto e a venti anni di distanza ci ritroviamo con un aggravamento dei segni del cammino verso il terricidio; filtri, depuratori, discariche, le uniche soluzioni finore adottate, non solo non hanno allontanato i danni all’ambiente, ma si sono rivelati spesso vere trappole tecnologiche, spostando il degrado dal suolo al mare, dall’aria alle acque, da un paese all’altro. La salvezza, sul piano tecnico-scientifico va cercata nella transizione dalla attuale società paleotecnica — per usare il termine di Lewis Mumford — ad una società neotecnica in cui vengano usati nuovi materiali, vengano scelte nuove forme della casa e della città, nuovi modi di trasporto e di comunicazione, nuove forme di agricoltura, progettati con l’obiettivo di soddisfare più equamente i bisogni umani di tutti i terrestri con minore sfruttamento delle risorse naturali scarse, con minore inquinamento. 

L’avvento di una società neotecnica presuppone l’avvento — o forse l’invenzione — di una neoeconomia, con scale di valori diverse da quelle attuali; così dovrebbe “valere di più″ un oggetto o un servizio ottenuto con minore consumo di energia, con minore contenuto di risorse naturali non rinnovabili, con minore inquinamento nella fase di produzione e di uso. Al posto del costo monetario, privo di significato “naturale” dovrebbe essere introdotto un “costo energetico”, un “costo ambientale”, scale di valori tutte da inventare. 

Nonostante il gran parlare che se ne fa, non e’ affatto vero che tutti sono amici dell’ecologia. La contestazione ecologica indica proprio le contraddizioni fra la sopravvivenza del pianeta e le attuali regole della tecnica e dell’economia. Sul piano etico-filosofico la salvezza va cercata nel coraggio di dire “no” alla attuale società dei consumi, del “di più″, del possesso di beni materiali fine a se stesso — nel nome della vita della collettività umana, della possibilità di lasciare al “prossimo del futuro” terre fertili, acque bevibili, aria respirabile. 

La salvezza presuppone il rigetto delle regole della società capitalistica — uguali nei paesi a libero mercato e a economia pianificata — le quali sono intrinsecamente incompatibili con la realizzazione di forme di equilibrio e di convivenza fra gli esseri umani e la natura. La contestazione ecologica indica così un nuovo volto della lotta di classe fra oppressori e oppressi, in cui la violenza degli oppressori consiste oggi nello sfruttamento degli altri esseri umani anche attraverso la distruzione della natura, base fisica della vita.