SM 1433b — Chimica e impatto ambientale — 1989

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Intervento alla tavola rotonda del convegno nazionale su: “Valutazione dell’impatto ambientale: ruolo del chimico”, Dipartimento di Chimica – Università di Modena — 3 giugno 1989 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Partecipo a questo incontro nella triplice veste di chimico — di persona che è orgogliosa di essere un chimico — di merceologo, cioè di chimico che si occupa del modo in cui sono fabbricate e usate le merci e della relativa storia naturale, e di parlamentare. 

Vorrei premettere che le procedure di valutazione dell’impatto ambientale non sono state previste per il bene pubblico, per la difesa dei cittadini e della loro salute, ma per risolvere i conflitti fra tre soggetti: coloro che vogliono costruire una fabbrica o una strada o aprire una cava; la pubblica amministrazione che, teoricamente, dovrebbe difendere i valori del territorio e della salute, ma che e’ anche attenta ai vantaggi economici e di occupazione che una nuova opera porta; e il “pubblico”, cioè i cittadini, gli abitanti di un territorio, attenti ai danni che gli possono venire da inquinamenti, frane, esplosioni. 

Si tratta di procedure che richiedono una indagine o studio di impatto ambientale — una operazione di carattere tecnico nella quale il chimico ha un ruolo determinante — seguita da un giudizio di “valore” (da cui il nome di “valutazione”). Tale giudizio può tenere conto di “valori” naturalistici, di quelli della salute e dell’ecologia, così come dei valori dell’economia e per l’occupazione, dei vantaggi, reali o ipotetici, della produzione delle merci, eccetera.  

Oggi abbiamo a disposizione una direttiva comunitaria, 85/377/CEE, arrivata al testo attuale dopo ampi dibattiti nel corso dei quali il diritto dei cittadini a far sentire la propria voce è stato sempre più compresso, e delle norme italiane (la legge n. 349 dell’8 luglio 1986 e che istituisce il Ministero dell’ambiente e il DPR n. 377 del 10 agosto 1988) che forniscono alcune indicazioni sul modo di redazione degli studi di impatto ambientale e che indicano un numero limitato di attività, per le quali lo studio di impatto ambientale è obbligatorio.  

Mentre la direttiva comunitaria prevede una procedura di consultazione e di ascolto delle osservazioni del “pubblico”, degli abitanti della zona interessata, nelle varie norme finora emanate in Italia le popolazioni sono informate dai giornali dell’esistenza di un progetto che riguarda il loro territorio !

Mi limiterò a considerare gli studi di impatto ambientale relativi ai processi di produzione delle merci, per sottolineare che in tali studi il ruolo del chimico è prevalente. I processi di produzione delle merci si possono schematizzare come un flusso di materiali e di energia prelevati dalla natura come materie prime commerciali (combustibili, minerali, eccetera) o come materie “naturali” e senza prezzo (acqua, ossigeno dell’aria, eccetera). Materiali ed energia vengono poi trasformati, nel processo produttivo, in merci economiche e in residui o scorie o rifiuti che finiscono nell’atmosfera, nelle acque o nel suolo. 

Mentre si hanno informazione (abbastanza) buone sulle caratteristiche chimiche e fisiche delle merci economiche, ben più scarse sono le informazioni sulla quantità e sulla natura chimica dei residui e delle scorie che finiscono nell’ambiente. Si tratta di sviluppare una nuova chimica analitica e una nuova educazione chimica rivolte alla determinazione dei materiali residui. 

Uno studio e una valutazione dell’impatto ambientale possono risultare soltanto da una corretta analisi — da una vera e propria contabilità — dei flussi di materia e di energia dalla natura, ai processi di produzione e di uso (impropriamente chiamati di “consumo”) per tornare alla natura. 

Il ruolo del chimico è essenziale anche per riconoscere le modificazioni che i rifiuti provocano nei corpi riceventi ambientali — aria, acque superficiali e sotterranee, suolo — sulla base della capacità ricettiva — della carrying capacity, una proprietà che è essenzialmente chimica — di ciascuno di essi. 

Ho citato prima l’importanza dell’istruzione chimica a due livelli: una maggiore attenzione nei corsi di laurea in chimica per questi capitoli strani e finora trascurati — la scienza dei sottoprodotti e dei “rifiuti” — della chimica; una maggiore istruzione chimica per gli operatori nel settore ambientale. 

Tali operatori e specialisti occorrono nella pubblica amministrazione, per aiutare gli amministratori ad esprimere un giudizio corretto sugli studi di impatto ambientale che, per legge, sono fatti dai proponenti delle opere; per aiutare gli imprenditori (pubblici o privati che siano) a predisporre gli studi di impatto ambientale, e anche per collaborare col “pubblico”, con i cittadini, nella analisi della correttezza degli studi fatti. 

Da anni si discute se occorre una laurea in scienze ambientali e di che tipo o se è meglio che corsi di scienze dell’ambiente — dall’ecologia alla geologia applicata, al diritto ambientale — entrino nei corsi di laurea in chimica, di chimica industriale, di ingegneria. 

Personalmente sono stato favorevole ad un corso di laurea in scienze ambientali nel quale le discipline chimiche e naturalistiche avessero un ruolo preponderante; la scelta governativa è stata per un corso di laurea in scienze ambientali regolato dal DPR 26 aprile 1988 n. 286. 

Nel biennio propedeutico c’è, giustamente, un corso di chimica generale e inorganica e un corso di chimica organica; nelle discipline dei due indirizzi “suolo” e “mare” c’è un solo corso di “chimica analitica”. Nell’indirizzo suolo c’è poi un “orientamente chimico” che prevede 10 insegnamenti “chimici” (almeno come nome) sui 26 fra i quali lo studente che segue tale orientamente può sceglierne otto. Inutile dire che fra gli insegnamenti a scelta non c’e’ nessun corso di merceologia, o di tecnologia dei cicli produttivi che pure sarebbe utile, se si considera il ruolo della chimica nei rapporti fra produzione, uso delle merci e ambiente. 

Credo, insomma, che nel corso di laurea in scienze ambientali che ci sia troppo poca chimica” e penso che sia necessario riprendere, come chimici, l’iniziativa tenendo presenti nei nostri corsi di laurea — nei nomi degli insegnamenti, ma soprattutto nei loro contenuti — i nuovi problemi della società. 

Troppo poco, francamente, finora si è fatto per dare ai laureati in chimica una cultura attenta agli aspetti produttivi, merceologici, della chimica; gli aspetti di analisi applicata ai problemi ambientali, a loro volta, sono rimasti secondari. Si pensi quanto poco si fa, per esempio, per richiamare l’attenzione degli studenti su quello che succede dei residui delle analisi o delle preparazioni che vanno a finire giù dal lavandino ! 

D’altra parte non basta introdurre qualche insegnamento complementare che richiami i nomi dell’ecologia o dell’ambiente per dare una svolta alla cultura chimica e da questo punto di vista la Società Chimica Italiana può svolgere un ruolo molto importante. 

In questo gran parlare di ambiente e di impatto ambientale la chimica e i chimici hanno un ruolo centrale anche nella ricerca di nuovi materiali, di nuovi processi e cicli produttivi e per il trattamento dei rifiuti. Vengono, infatti, chiamati “rifiuti” delle sostanze che vengono “rifiutate” in genere per ignoranza della loro composizione. 

Per un chimico sono materie, molecole, trasformabili, in via di principio, in quello che si vuole. Nel dibattito sulle “tasse ecologiche”, per esempio, teoricamente le nuove imposte sui prodotti inquinanti hanno il fine di costringere i fabbricanti a inventarne e prepararne altri meno inquinanti e questa svolta richiede buona chimica e buoni chimici. 

Qualcosa, fortunatamente si muove; mentre le imprese chimiche non sono capaci di raggiungere il pubblico altro che con, spesso melense, apologie o difese d’ufficio — quanto sono buoni i pesticidi, quanto sono buone le materie plastiche, e così via — della “chimica” comincia ad occuparsi anche il mondo delle persone attente ai problemi naturalistici e ambientali. Un mensile a larga circolazione “popolare” come Airone, ha introdotto alcune puntate di una rubrica intitolata “la neochimica”. 

Anche noi chimici, forse, dobbiamo imparare a uscire — come abbiamo fatto con l’incontro di oggi — dai nostri laboratori per parlare di chimica, di buona chimica, alla gente.