SM 1418 — Acqua e pesticidi — 1989

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Rinascita, 46, n. 11, 25 marzo 1989 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

L’acqua è la risorsa naturale e la sostanza più importante e irrinunciabile per la vita umana, animale e vegetale e per le attività produttive industriali. Di tutta l’acqua esistente sul pianeta Terra solo circa l’uno per cento è a basso contenuto salino e, dell’acqua dolce, solo una piccola frazione si trova dove maggiore è la richiesta. In molti paesi industriali e ad agricoltura avanzata l’acqua dolce per usi potabili, agricoli e industriali è scarsa in assoluto: diventa ancora più scarsa perché essa può essere attinta, a parte le sorgenti, abbastanza rare e povere, dai grandi serbatoi naturali costituiti dalle falde idriche sotterranee, dai fiumi e dai laghi, e le une e gli altri sono anche i grandi corpi riceventi di tutti i rifiuti. 

I residui delle attività urbane, gli scarti delle industrie, i concimi e i pesticidi usati in agricoltura finiscono tutti, più o meno presto, nei fiumi o nel terreno; dal terreno le piogge trascinano le sostanze solubili nel sottosuolo dove si diffondono nelle falde sotterranee. In una spirale senza fine, verso il basso, più produzione agricola e industriale e migliori livelli di vita richiedono più acqua e, nello stesso tempo, producono crescenti quantità di rifiuti che vanno a contaminare, rendendole inutilizzabili, sempre maggiori quantità di acqua. Dell’importanza dell’acqua ci si accorge quando scarseggia nei rubinetti, per avvelenamenti vistosi o per una prolungata siccità, ma, anche se non ce ne rendiamo conto, l’acqua utilizzabile e di buona qualità sta diventando sempre più scarsa. 

Ad esempio, per ragioni igieniche, le autorità sanitarie internazionali, comunitarie e nazionali hanno stabilito che si possa definire “acqua potabile” l’acqua che non contiene sostanze dannose alla salute in quantità superiori a certi limiti. Le leggi pongono limiti alla concentrazione massima, per esempio, di nitrati, ammoniaca, sostanze tensioattive provenienti dai detersivi, pesticidi provenienti dai trattamenti antiparassitari in agricoltura, solventi clorurati provenienti dalle lavanderie a secco e da produzioni industriali, metalli provenienti dalla fabbricazione di macchinari o dalle concerie, sostanze tossiche provenienti dalle industrie chimiche, eccetera. 

Dopo l’approvazione anche in Italia, alcuni anni fa, della legge sulla qualità dell’acqua potabile i laboratori di controllo hanno cominciato ad analizzare l’acqua distribuita dagli acquedotti e hanno costatato, sempre più spesso, che tale acqua non si poteva considerare “potabile”. Le norme italiane e comunitarie prescrivono, per esempio, che la quantità massima di pesticidi di qualsiasi tipo nell’acqua potabile deve essere 0,1 microgrammo (milionesimo di grammo) per litro. Le acque analizzate negli anni recenti in molte zone hanno mostrato di contenere, fra l’altro, l’atrazina e il molinate, due diffusi erbicidi, in concentrazioni molto superiori. Da qui una discussa ordinanza del Ministero della Sanità che ha autorizzato, temporaneamente, l’uso come “potabile” di acqua che contiene le sostanze incriminate in quantita’ molto superiori ai limiti ammessi dalla legge. 

Il caso è scoppiato per gli erbicidi, ma altre violazioni della legge si scoprirebbero se si analizzassero tutti gli altri elementi e sostanze da cui dipende il giudizio di potabilità. Sono note zone la cui acqua presenta un contenuto eccessivo di nitrati, altre con un eccesso di sostanze tensioattive o di solventi clorurati, anche se talvolta tali acque sono usate ugualmente come acqua potabile. Che fare ? E’ possibile accettare di mettere in pericolo la salute della comunità dei cittadini, con deroghe o accorgimenti furbastri, o bisogna dare una svolta nei modi di produzione, nei controlli degli scarichi delle sostanze nocive e nella misurazione della qualità ? 

E’ vero che se si fa rispettare la legge si mettono in crisi l’economia e l’occupazione, valori anch’essi, come la saluta umana ? E’ inaccettabile contrapporre, come alternativi, valori ugualmente importanti, ed è invece possibile difendere la salute ricorrendo a mutamenti e innovazioni che non compromettono ne’ l’occupazione ne’ la produttività. Tutta la storia dell’umanità è andata in salita verso un avanzamento economico, ma nello stesso tempo verso la difesa dei grandi valori civili del diritto alla salute dei cittadini e dei lavoratori, verso una difesa anche di grandi valori collettivi come la qualità dell’aria o dei fiumi o del mare. 

La soluzione va cercata, prima di tutto, nelle grandi leggi dell’ecologia, parola usata spesso a vento, sradicata dai suoi grandi insegnamenti scientifici, ma anche normativi. L’ecologia è un insieme di leggi della natura, non violabili, e ad esse devono ispirarsi le leggi umane se si vogliono rendere compatibili le attività umane con i caratteri del territorio. Ad esempio la contaminazione delle acque ad opera di fosfati ed erbicidi, di solventi e metalli e composti chimici tossici, deriva proprio dalla violazione di una legge fondamentale dell’ecologia: essa dice che in un territorio possono svolgersi le attività umane, possono essere scaricati rifiuti, ma in quantità non superiore a un limite, alla capacità ricettiva del territorio. Gli ecologi chiamano questa caratteristica la carrying capacity del territorio. Si tratta della stessa legge di cui si è parlato, qualche settimana fa, su queste pagine, a proposito dell’inquinamento dell’aria e della congestione nelle città (Si riferisce ad un articolo apparso su Rinascita, n. 6, 11 febbraio 1989). 

Fino ad una certa soglia il suolo e le acque e l’aria utilizzano dei meccanismi di disintossicazione automatici; superata la soglia, la concentrazione di sostanze estranee o nocive nelle acque, per esempio, diventa così alta da rendere inutilizzabili tali acque: è come se si distruggesse il bene acqua in se. La scelta e la rotazione delle colture agricole e dei concimi o pesticidi, la scelta dei processi produttivi e dei trattamenti di depurazione, devono perciò essere basate non solo sulla massima quantità di raccolto ricavabile o di ricavato delle vendite quest’anno, ma sulla possibilità di utilizzare anche in futuro i terreni e le acque e lo spazio. Nel caso dell’agricoltura lo sfruttamento dei corpi naturali al di la delle soglie indicate dall’ecologia comporta, non solo l’inquinamento delle acque, dei fiumi e del mare, ma anche una vera perdita di fertilità futura, l’erosione degli strati superficiali del suolo coltivabile. 

Carlo Marx ha esposto molto bene questi concetti nel “Capitale”, scritto oltre un secolo fa, parlando della rottura del “ricambio organico” fra attività umane e suolo agricolo; a quel tempo la parola “ecologia” non era ancora stata inventata, ma Marx conosceva e cita le opere di Liebig che poco prima aveva spiegato le leggi della nutrizione vegetale. 

Progettare le pratiche agricole, gli insediamenti, la distribuzione delle fabbriche secondo le leggi dell’ecologia significa non solo salvare l’acqua potabile, i fiumi e il mare, ma incamminarsi verso una società, capace di lasciare alle generazioni future risorse naturali e territoriali tali da assicurare le stesse condizioni di vita e di sviluppo civile di cui stiamo godendo noi. So bene che una svolta nella direzione di un governo ecologico dell’economia non è facile da attuare, ma non è neanche un’utopia e la soluzione all’attuale crisi dell’acqua non si trova di certo rimandando il problema. 

Vengono fatti continuamente grandi passi tecnico-scientifici che consentirebbero una trasformazione ecologica dell’economia, da trattamenti antiparassitari senza veleni, a processi produttivi con limitata formazione di scorie, a una nuova pianificazione degli insediamenti urbani e dei trasporti, alla ricostruzione dei boschi e del manto vegetale, alla “fabbricazione” di nuova acqua dolce per dissalazione del mare. 

Si sa oggi che le acque vanno governate secondo i bacini idrografici, la vera grande unità per una amministrazione economica e ecologica insieme dei fiumi e delle valli; i fiumi non conoscono confini di regioni e stati e la difesa delle loro acque si può attuare soltanto con accordi fra regioni e fra stati basati sulle leggi del moto, della diffusione e della chimica dell’acqua, le uniche che non possono essere violate. 

La strada verso un governo ecologico dell’economia deve superare potenti interessi economici, degli agrari, dei proprietari dei suoli, delle industrie inquinanti, richiede un cambiamento nelle merci e nei modi di consumo: una grande rivoluzione culturale che però è l’unico modo che ci rimane per evitare la crisi delle risorse naturali e dell’acqua, una tempesta che lentamente e ineluttabilmente si addensa sulle nostre teste e che, se scoppia, spazza via tutte le nostre illusioni di “progresso” consumistico.