SM 1315 — Ambiente Duemila ? — 1985

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In: G. Mattioli (a cura di), “Nuove tecnologie e ambiente. Atti del Convegno organizzato da Cervia Ambiente 25-27 ottobre 1985″, Forli, Maggioli editore, 1987, p. 313-317

Introduzione alla Tavola rotonda sul tema:  “Ambiente duemila ? Innovazioni tecnologiche e soggetti della trasformazione”

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quando ero giovane il duemila era distante mezzo secolo, oggi (1985) al 2000 mancano meno di 5000 giorni. Interrogarsi oggi sul duemila non è un esercizio di lontana futurologia, ma una operazione urgente — anzi in ritardo — soprattutto quando si parla di innovazione tecnica e degli effetti sull’ambiente. Le modificazioni ambientali che si verificheranno nel 2000 dipendono dalle macchine e dalle centrali che sono in progettazione o in costruzione oggi.

La centrale nucleare di Montalto di Castro — se sarà completata [non fu completata] — nel 2000 sarà appena entrata in funzione e le sue scorie non avranno ancora saturato le piscine di stoccaggio locali. I prodotti radioattivi di fissione che accompagnano la produzione di elettricità dovranno essere immagazzinati e custoditi per tutto il XXI secolo e molto oltre. Alcuni fenomeni dei primi decenni del XXI secolo ci sono già noti con certezza. Cominciamo dalla popolazione nazionale e mondiale. La popolazione italiana resterà più o meno stazionaria fra 56 e 58 milioni di persone fino ai primi anni del XXI secolo.

I consumi degli italiani non aumenteranno molto, ma cambieranno molto perché sta cambiando rapidamente la struttura per età della popolazione: aumentano in proporzione gli anziani e diminuiranno le persone in età lavorativa. Cambierà la richiesta di scuole, di abitazioni, di merci: ma di questo non si occupa nessuno e i programmi, per esempio, di edilizia continuano come se non stesse cambiando niente nella diverse fasce di popolazione.

Nel caso della popolazione mondiale si ha un continuo rapido aumento: i terrestri fra poco supereranno la soglia dei cinquemila milioni. E’ vero che da alcuni anni si sta verificando un rallentamento del tasso di aumento della popolazione del pianeta. Quindici anni fa, quando la popolazione mondiale era di 4.000 milioni, il tasso di aumento era del 2 % all’anno; oggi, con quasi 5.000 milioni, il tasso di aumento dei terrestri è “sceso” al valore di 1,7 % all’anno. Sia quindici anni fa che oggi, ogni anno la popolazione mondiale aumenta di circa 80 milioni di persone.

Ciò significa che ogni anno un numero di “nuovi” terrestri uguale alla popolazione dell’Italia e della Svizzera insieme, si affaccia al “grande banchetto della natura” chiedendo alimenti, energia, case, acqua, servizi igienici, imponendo perciò un più ampio “sfruttamento” delle riserve minerarie, idriche, forestali del pianeta e generando nuove nocività ambientali.

Come ha scritto quindici anni fa [nel 1972] Barry Commoner nel libro: “Il cerchio da chiudere”, le modificazioni dell’ambiente dipendono da tre parametri: (a) dal numero delle persone; (b) dalla quantità di merci e servizi usati da ciascuna persona; (c) dalla “intensità” di materie prime e di inquinamento “contenuta” in ciascuna merce e servizio.

Una analisi della distribuzione della popolazione e dei consumi nel mondo mostra che i quasi cinquemila milioni di abitanti della Terra — che saranno oltre seimila milioni nel 2000 [sono stati poco più di 6.000 milioni] — non sono affatto uguali. 1.000 milioni di persone, quelle che appartengono al mondo industrializzato occidentale e orientale, consumano circa il 70 % delle risorse di energia, alimenti, acqua, foreste, raccolti agricoli del pianeta. Il restante 30 % dei “beni” della Terra sono a disposizione dei restanti 4.000 milioni di abitanti della Terra, distribuiti per lo più nei paesi sottosviluppati. Più o meno nelle stesse proporzioni è ripartito nel mondo l’impatto sull’ambiente, anche se la “qualità” del degrado ambientale varia molto da paese a paese.

Nei paesi industrializzati è molto alto l’inquinamento dovuto ai gas di scarico delle automobili e delle fabbriche e quello dovute agli scarichi liquidi e solidi delle città e delle industrie; l’erosione del suolo è dovuta al diboscamento provocato, fra l’altro, dalla speculazione edilizia. In molti paesi sottosviluppati i boschi sono distrutti per strappare un po’ di superficie coltivabile o per raggiungere miniere e pozzi petroliferi da cui estrarre minerali o fonti di energia da vendere ai paesi industriali.

Se ci interroghiamo sul futuro dobbiamo quindi sostenere che bisogna fare ogni sforzo perché rallenti il tasso di aumento della popolazione nei paesi industriali e in quelli sottosviluppati e perché diminuisca la quantità di merci usate da ciascuna persona. Questa seconda dichiarazione deve tenere conto che i popoli che hanno oggi pochissimo hanno diritto di avere un po’ più merci e servizi rispetto al quasi niente che hanno; per questo la diminuzione dei consumi e degli sprechi nei paesi industriali deve essere drastica, coraggiosa e decisa.

Il tema del nostro incontro ci spinge, però, a prestare maggiore attenzione al terzo punto, cioè al modo in cui le innovazioni tecnico-scientifiche possono essere orientate verso la diminuzione del consumo di materie prime e dell’effetto ambientale per unità di merce e di servizio.

Da tempo sono stati proposti — anche se con poco successo — nuovi indicatori del valore che non hanno niente a che vedere con i valori monetari sulla base dei quali normalmente si comprano e vendono le merci. Si può parlare di un “costo energetico” e di un “costo in materie prime” per unità di peso di merce o per unità di servizio. Tali indicatori dovrebbero chiarire che “vale di più″ una merce ottenuta con minori quantità di materie prime ed energia. Analogamente vale di più una merce o un servizio che comportano un minore impatto ambientale, un minore inquinamento.

Il problema non è muoversi di meno: il problema è come percorrere un kilometro con basso consumo di energia e con basso inquinamento. Il problema non è quello di rinunciare al latte confezionato — che da anche garanzie di maggiore igiene: il problema è come trasportare un litro di latte in modo da usare meno materie prime e da inquinare di meno. Le bottiglie di vetro per il trasporto del latte, per esempio, possono essere usate più volte previo lavaggio; quelle di plastica vanno buttate via dopo l’uso. Quale è il costo in materie prime e in inquinamento nel caso del trasporto del latte in bottiglie di vetro o in recipienti di plastica ?

La risposta non è facile. Non appena si passa dalla contestazione alla proposta ci si accorge che occorre affrontare con coraggio e decisione un insieme di conoscenze non facili da maneggiare. Se non si fa questo si rischia di uscire da una trappola tecnologica per cadere in un’altra: non va mai dimenticato che i nostri avversari — gli inquinatori e gli speculatori —sono sempre pronti a sfruttare genuine forme di contestazione per spingerci a nuove soluzioni peggiori di quelle precedenti.

Vorrei citare soltanto due o tre esempi. I venditori di acido nitrilotriacetico — il ben noto NTA, additivo per i preparati per lavare — sono stati ben lieti della lotta contro i polifosfati perché gli ha fatto sperare di vendere, in alternativa, il loro prodotto che è ancora più e diversamente inquinante.

 

La campagna, giustissima, contro il piombo nelle benzine ha aiutato i fabbricanti di automobili a spingere le vendite di automobili con motori diesel, che sono ancora più inquinanti e che hanno consentito di rimettere in moto il mercato automobilistico stagnante; in questo modo un milione di automobili ogni anno esce dal servizio e crea problemi di rottami. La campagna, giustissima, contro le centrali a carbone è stata usata dai venditori di centrali nucleari, propagandate come meno inquinanti di quelle a carbone.

Siamo di fronte ad una grande sfida per il movimento ecologico e di contestazione che può vincere soltanto se adotta la tattica del “Lernen mit Sitzfleisch”, dell’imparare stando attaccati alla seggiola, studiando, documentandosi, controbattendo il nemico con argomenti non contestabili. Del resto Cerviambiente è nato proprio come centro di documentazione e di servizio per chi si occupa di problemi ambientali, per aiutare a comprendere le trappole tecnologiche insite anche in certe apparenti innovazioni.

Purtroppo c’è ancora molta strada da fare; la documentazione e l’informazione critica sono difficili da ottenere e faticose da conquistare. Le merci, gli oggetti, non sono neutrali; non sono fabbricati per assicurare felicità agli acquirenti e nel rispetto della natura, ma per soddisfare i bisogni delle aziende, le leggi ferree del profitto. Certe volte certe merci rappresentano delle trappole per gli stessi che le fabbricano con miopia. Interrogarsi su innovazioni e ambiente è quindi una necessità.

Il più vistoso esempio di innovazioni negative per la vita, per l’ambiente e per la società è rappresentato dalle armi. In pochi settori, come quello militare, vengono realizzate  innovazioni tecnico-scientifiche avanzatissime per perfezionare le armi, merci oscene per eccellenza, soprattutto quelle nucleari. I grandi signori della guerra raccontano che le innovazioni tecnico-scientifiche militari hanno benefiche ricadute sulla vita civile, per la salute, per i trasporti. In questo modo riescono ad ottenere dai governi finanziamenti, promettendo posti di lavoro e ricchezza.

Ebbene questa faccia dell’innovazione tecnico-scientifica deve suscitare la massima contestazione, anche perché le armi, la loro costruzione, il loro collaudo, il loro eventuale uso rappresentano la più grande forma di spreco di risorse naturali e di energia, una fonte di contaminazioni ambientali attuali e potenziali.

Molti problemi non sono più locali, ma internazionali, sia come diffusione delle “innovazioni”, sia come planetarietà degli effetti: si pensi alla contaminazione associata alla fabbricazione e alla sperimentazione delle armi nucleari.

[Pochi mesi dopo la conferenza di Cervia e poco prima della correzione delle bozze di questo volume, apparso nel 1987, si è verificata la catastrofe al reattore nucleare di Chernobyl e la contaminazione radioattiva di vaste zone d'Europe, a migliaia di kilometri dal reattore, quasi a drammatica conferma della planetarietà degli effetti ambientali negativi di certe scelte tecnologiche.]

Mi auguro che da questo incontro a Cervia nasca un invito per una svolta nei rapporti internazionali, per nuovi strumenti di “scrutinio” delle innovazioni tecnologiche. Se si va avanti di questo passo nel 2000 non ci saranno più ne’ ambiente ne’ esseri umani.

Replica

Gli interventi dei miei colleghi hanno messo in evidenza l’importanza di nuovi strumenti di scrutinio delle innovazioni tecnico-scientifiche. Ne sono noti almeno due, ancora poco utilizzati nel nostro paese.

Il primo è il meccanismo di valutazione preventiva di impatto ambientale. Si tratta, come è ben noto, di cercare di capire, prima che un’opera sia fatta, quali effetti avrà sull’ambiente. “Opera” può essere una centrale, una strada, una fabbrica: la valutazione preventiva dell’impatto ambientale presuppone la identificazione degli effetti (ciclo produttivo, materiali usati, inquinamento) nella particolare zona in cui l’opera dovrebbe essere realizzata.

I problemi aperti riguardano chi deve fare la valutazione preventiva dell’impatto ambientale, chi la deve controllare e deve dare il permesso di costruzione, in quale modo le popolazioni locali sono coinvolte in un vero e proprio processo. Da anni ci sono proposte nazionali e regionali di norme per la valutazione di impatto ambientale, ma grandissime forze si oppongono, le forze che finora hanno costruito qualsiasi cosa dovunque, senza vincoli e senza controllo da parte della popolazione.

Il secondo strumento di difesa contro gli errori tecnologici è rappresentato dalla creazione di strutture pubbliche di “scrutinio tecnologico”. L’esempio più importante è offerto dagli Stati Uniti dove esiste, fin dal 1972, un “Office of Technology Assessment” presso il Congresso [tale OTA fu chiuso nel 1995]. Tale ufficio fornisce dei servizi al parlamento su specifici problemi e cerca di indicare e anticipare gli effetti della tecnica. Anche in Italia è stato proposto di creare un simile ufficio, ma il ritardo culturale nei confronti di questo tipo di lavoro previsionale è grandissimo nelle imprese e nelle Università: figurarsi nella pubblica amministrazione.

Eppure la salvezza è proprio qui, nel prevedere gli effetti ambientali e sociali della tecnica. Vengono alla mente le parole di Albert Schweitzer: “L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire: finirà per distruggere la Terra”. — Ho proprio paura che sia così.