SM 1293 — Nascita, crescita e morte della raffineria Stanic di Bari — 1987

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 settembre 1987

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ogni volta che passo sulla circonvallazione vicino alla Stanic mi si stringe il cuore osservando il graduale arrugginimento e degrado delle strutture, il silenzio di una zona che, appena pochi anni fa, era uno dei simboli della Bari industriale. La prima volta che sono venuto a Bari, molti decenni fa, sono stato accolto della luce della torcia — la fiamma luminosa, sempre accesa — della raffineria di petrolio e ricordo l’amarezza provata quando quella fiamma si è spenta, chiudendo una lunga pagina della storia industriale della città.

L’ ANIC fu costruita nel 1937, pensata, con la fabbrica sorella di Livorno, come uno strumento per assicurare al paese il rifornimento della sempre più preziosa benzina. Negli anni venti e trenta apparivano già i segni della scarsità mondiale di petrolio di buona qualità; quello disponibile era nelle mani di pochi paesi e di potenti monopoli multinazionali. 

In vari paesi industriali, privi di petrolio greggio nel loro territorio, si era pensato di trasformare in benzina sia petroli scadenti, sia lignite e carbone, utilizzando il processo di idrogenazione. Tale processo era stato inventato nel 1914 dal chimico tedesco Bergius, premio Nobel, e consisteva nel trattare con idrogeno carboni o altri combustibili, in presenza di catalizzatori, cioè di sostanze che non intervengono direttamente nella reazione, ma ne accelerano l’andamento. Per idrogenazione dei petroli pesanti e dei carboni si formano idrocarburi leggeri e specialmente benzine. 

Per applicare questa tecnologia, nel 1937 fu fondata la Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili, ANIC, con un capitale di 400 milioni di lire, per metà dello stato e per meta’ della Montecatini. Il governo fascista si era nel frattempo assicurato il diritto di sfruttamento di un giacimento di petrolio greggio in Albania, a Devoli. Più che di petrolio si trattava di un bitume, ricco in zolfo e di cattiva qualità, da cui il processo di idrogenazione avrebbe consentito di ottenere alte rese di benzina. Il bitume veniva trasportato con un oleodotto a Valona e poi era trasferito per nave al vicino porto di Bari; da qui la scelta di Bari come sede dell’impianto di idrogenazione. 

Gli esperimenti per la produzione di benzine dalla idrogenazione del bitume albanese erano stati condotti nel Politecnico di Milano, nel laboratorio della I.G. Farbenindustrie (la società proprietaria dei brevetti) a Ludwigshafen, in Germania, e nel Laboratorio Ricerche della Montecatini a Novara. Su scala di laboratorio si era visto che il processo di idrogenazione consentiva di ottenere dal bitume albanese circa l’ 80 % di benzina.  

Lo stabilimento di Bari fu quindi progettato per una produzione di 120.000 tonnellate all’anno di benzina, insieme a circa 30.000 tonnellate all’anno di oli lubrificanti (che l’Italia in quel tempo importava), paraffine e gas liquefatti. Lo zolfo contenuto nei bitumi sarebbe stato ricuperato come zolfo puro in quantità di 6000 tonnellate all’anno. 

E’ interessante notare che nell’idrogenazione erano impegnati non solo due paesi autarchici come l’Italia fascista e la Germania nazista, privi di petrolio, ma anche le grandi compagnie petrolifere e chimiche americane, olandesi e inglesi. Anzi i rapporti commerciali fra le grandi imprese chimiche e petrolifere continuarono anche durante la guerra fra i rispettivi paesi. 

L’impianto di idrogenazione di Bari era predisposto per ottenere benzina sintetica anche dalle ligniti italiane, ma non pare abbia mai usato queste materie prime. Una visita ufficiale allo stabilimento di Bari, in via di completamento, avvenne durante la Fiera del Levante, nel settembre 1937, cinquant’anni fa. Il vero e proprio funzionamento dello stabilimento cominciò però alla fine del giugno 1938 quando al molo di San Cataldo attraccò la petroliera “Nautilus”, proveniente da Valona col primo carico di 2700 tonnellate di petrolio greggio albanese. 

Il petrolio greggio veniva dapprima sottoposto a distillazione; si otteneva una piccola quantità di benzina, insieme a una miscela di idrocarburi pesanti. Nelle varie reazioni si formavano anche gas residui, ricchi di metano, che venivano trattati con acqua in modo da liberare l’idrogeno, in ragione di circa 72 milioni di metri cubi all’anno. Questo idrogeno veniva addizionato agli oli medi e pesanti in presenza di catalizzatori e ad alta temperatura; si otteneva così, dal petrolio greggio di partenza, una forte percentuale di benzina. Lo zolfo presente nel petrolio greggio veniva trasformato in idrogeno solforato e questo veniva ossidato, come si è detto, a zolfo elementare che rappresentava un sottoprodotto vendibile. 

L’impianto di Bari assorbiva 40 milioni di kilowattore all’anno di elettricità, acquistata dalla Società Meridionale di Elettricità. Come residuo, al fianco della benzina, degli oli lubrificanti e dei gas combustibili, si otteneve una pece, un residuo catramoso che veniva bruciato e forniva il calore e il vapore allo stabilimento. 

Dopo la seconda guerra mondiale lo stabilimento passò di proprietà per metà della Esso, e quindi della Standard Oil Company, e per metà dell’ ENI e mutò la denominazione in quella di Stanic. La fabbrica ebbe un ruolo importante nella formazione di una cultura industriale e operaia a Bari; i proprietari costruirono un villaggio di case per i lavoratori, con servizi abbastanza avanzati. 

Lo stabilimento funzionò come raffineria di petrolio e può essere interessante ricordare che era stato ristrutturato per trattare petroli bituminosi “pesanti” come quelli di Gela, con processi a base di idrogeno che consentivano di ottenere benzine ad alto numero di ottano. La Stanic funzinò fino al 1974 e fu chiusa definitivamente nel 1976. I lavoratori contestarono giustamente la chiusura della raffineria e tentarono di tenerla in vita, di proporre dei processi di riconversione. Per inciso erano gli anni della prima crisi petrolifera, seguita all’aumento dei prezzi iniziato nel 1973, e in tutto il mondo si guardava di nuovo ai processi di idrogenazione dei carboni — e noi avremmo le ligniti del Sulcis come materia prima — come fonte di idrocarburi liquidi. Purtroppo in Italia non si è fatto niente in questa direzione e adesso del grande stabilimento di Bari sono utilizzate soltanto le cisterne per il deposito dei prodotti petroliferi. 

Quando la Stanic era in funzione accompagnavamo i nostri studenti universitari di merceologia a visitarla. Ricordo che i tecnici mostravano con orgoglio un flacone che conteneva un campione della prima benzina ottenuta per idrogenazione nel lontano 1938. Che fine ha fatto questo storico campione ? Che fine hanno fatto gli archivi contenenti la storia dello stabilimento barese ? 

Sarebbe stato bello se la città di Bari e l’ENI avessero preso qualche iniziativa per ricordare con qualche manifestazione, o mostra, o pubblicazione, una pagina di storia industriale che vide Bari all’avanguardia nel mondo, per raccogliere e ordinare quanto rimane degli archivi e dell’esperienza tecnico-scientifica. Forse sono ancora vivi alcuni operai o tecnici che ricordano l’inaugurazione di mezzo secolo fa; sarebbe interessante ascoltarne la voce e i ricordi. Ci saranno pure stati anche allora problemi di fumi e di  inquinamento ! Che cosa è successo dello stabilimento durante la guerra e durante la ricostruzione ? 

Anche la storia dell’industria e’ una pagina della storia della cultura e della storia civile di un paese. Purtroppo in Italia c’è pochissimo interesse per il passato industriale e manifatturiero del nostro paese: si vedono abbattere, senza che nessuno muova un dito, ciminiere, fabbriche, capannoni in cui pure hanno lavorato intere generazioni di italiani.  Purtroppo, ad anni di distanza da quando è stato scritto questo articolo, la storia della Stanic di Bari è scomparsa senza lasciare traccia.