SM 1258 — Il bacino del Po: problemi ecologici, economici e amministrativi — 1987

This entry was posted by on venerdì, 5 febbraio, 2016 at
Print Friendly

ER (Bologna), 1-2, 25-36 (gennaio-febbraio 1987)

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

 L’esperienza di questi anni nell’analisi del territorio mostra (1)(2)(3)(4) che molti fenomeni di deterioramento ambientale — inquinamento, erosione del suolo e delle spiagge, frane, alluvioni, eccetera — possono essere descritti sulla base del flusso di materia e di energia che attraversa una regione geografica ben definita. Ad esempio, l’eutrofizzazione dell’ alto Adriatico — le concentrazioni di fosforo e azoto nell’acqua  di  mare sono diventate così elevate da rappresentare un abbondante nutrimento per le alghe che così si moltiplicano in maniera indesiderabile per gli equilibri ecologici — deriva dal fatto che nelle acque poco profonde dell’Adriatico finiscono i rifiuti delle attività umane, agricole, industriali e zootecniche del bacino del Po e di quelli di molti altri fiumi. L’azoto e il fosforo provengono dal metabolismo umano e dalle merci, per esempio i prodotti per lavare, usati da milioni di famiglie, dall’allevamento di milioni di animali, da migliaia di industrie e, in più, dal dilavamento dei concimi ad opera delle piogge che attraversano milioni di ettari di terre coltivate.

Per far diminuire l’inquinamento del mare non basta costruire qualche depuratore delle fogne  di alcune città costiere: occorre modificare i processi produttivi di fabbriche, allevamenti e campi, anche distanti centinaia di chilometri, all’interno della valle padana, occorre modificare le merci consumate da milioni di persone che vi abitano, occorre depurare gli scarichi e  trattare i rifiuti che, trasportati a distanza dalle acque del Po e dei suoi affluenti e di altri fiumi, modificano negativamente la qualità ecologica dell’Adriatico.

Le stesse considerazioni valgono, naturalmente, per gli altri fiumi e mari italiani. Gli ecologi conoscono le complesse reti di rapporti che legano gli esseri viventi vegetali, animali, umani, con il territorio e con i corpi riceventi finali: l’aria, le acque interne, il suolo, il mare. Anche  chi deve fare politica del territorio, però, deve conoscere dettagliatamente tali correlazioni e intervenire al livello giusto; altrimenti si sprecano denaro, risorse naturali, e non si ripara o migliora niente. Questi concetti cominciano a farsi strada, sia pure faticosamente, fra gli amministratori più attenti e intelligenti.

L’esame dei fenomeni e dei guasti ambientali mostra che il bacino idrografico è l’unica dimensione geografica ed ecologica corretta e significativa ai fini della politica del territorio. Un bacino idrografico, limitato dallo spartiacque e, verso il basso, dal punto di immissione di un fiume in un altro bacino o nel mare, è lo spazio nel quale avvengono tutti i fenomeni importanti dal punto di vista ecologico. Si può immaginare di descriverlo come una specie di grande “sacco”, chiuso da una porta stretta e quasi puntiforme, attraverso cui ha luogo un flusso continuo in uscita di materia e di energia. Nel “sacco” entrano, attraverso varie vie, l’acqua delle piogge e delle nevi e l’energia  solare, ma entrano anche molti altri materiali.

Se nel bacino vi sono dei centri urbani, delle attività produttive — dall’agricoltura, alla zootecnica, alle fabbriche — nel bacino entrano anche le materie prime e le merci necessarie per tali attività: i mangimi per gli animali, i concimi per l’agricoltura, i carburanti per le città e le industrie, e le innumerevoli materie prime o merci — alimenti, carta, cemento, eccetera — necessarie per la vita umana quotidiana.

Dal bacino idrografico esce, attraverso la “porta” che immette in un altro bacino o nel mare, l’acqua del fiume che contiene la risultante delle moltissime trasformazioni dei materiali che sono finiti nel bacino in seguito ai cicli ecologici e alle attività umane. Escono, inoltre, alcune “merci” economiche: i manufatti delle industrie, gli animali destinati alla macellazione, i prodotti agricoli venduti all’esterno del bacino. Ma una parte del risultato di tutte le attività umane e naturali resta dentro il bacino idrografico modificandone, più o meno rapidamente, i caratteri.

Cominciamo dalle attività naturali: le piogge disciolgono e trasportano verso il basso i prodotti dell’erosione del terreno. Questi in parte si depositano sul fondo del fiume, in parte vengono trascinati dall’acqua del fiume fuori dal bacino. Dal trasporto di materiali solidi sospesi dipende la struttura dell’alveo del fiume, ma anche la struttura delle spiagge sia vicino alla foce del fiume — se questo si getta nel mare — sia a grande distanza. Le pianure alluvionali, talvolta fertili, sono state create dal trasporto di sostanze solide lungo i bacini idrografici; le spiagge crescono o si ritirano a seconda della quantità di materiali solidi  trasportati  dai fiumi.

L’estrazione di sabbia e ghiaia per edilizia — l’estrazione, cioè, di “merci ambientali” di valore economico — al di la di certi limiti riduce il trasporto di materiali solidi verso il mare e fa regredire le spiagge; il materiale portato via dall’erosione dovuta al moto del mare è, così, maggiore di quello reintegrato dal trasporto fluviale.

Dentro il bacino idrografico finiscono anche tutti i rifiuti delle attività umane. Le materie presenti nei rifiuti solidi e liquidi immessi nel suolo, nelle falde sotterranee o nel fiume stesso finiscono, più o meno presto e più o meno modificate, nell’acqua del fiume che scende verso il basso.

Nel suolo e nell’acqua del fiume hanno luogo complesse reazioni di trasformazione chimica e fisica. Le materie organiche dei rifiuti urbani e zootecnici e di molti processi industriali vengono in parte ossidate e mineralizzate e fuoriescono dal bacino idrografico con caratteristiche chimiche mutate. Le sostanze inorganiche e minerali in parte vengono trasformate chimicamente e in parte si depositano sul fondo dei fiumi. Con abbastanza buona approssimazione si può dire che anche gran parte delle sostanze immesse nell’aria ricadono all’interno del bacino. Lo spartiacque funziona in parte anche da barriera per i moti dell’aria.

Un bacino idrografico è interessato anche a flussi di energia, oltre a quello dell’energia solare in entrata e dell’energia re-irraggiata per via naturale. Il calore di rifiuto delle attività umane “riscalda” le acque e l’atmosfera. Il moto delle acque verso il basso ha un suo contenuto di energia potenziale che può assumere valori importanti: un flusso di acqua di un metro cubo al secondo che  supera un dislivello di un metro ha, “dentro di se”, disponibile ogni anno circa 90.000 chilowattore di energia. Il flusso di tutti i fiumi italiani ha un “contenuto energetico” potenziale di circa 350 miliardi di chilowattore disponibili ogni anno; di questi solo circa 45 miliardi di chilowattore sono ricuperati ogni anno come energia idroelettrica.

Il punto in cui l’acqua del fiume di un bacino idrografico si immette in un altro fiume o nel mare — la “porta” di quel “sacco” immaginario di cui si parlava prima — funziona in maniera analoga alla “dogana” dei confini politici. Si può perciò parlare di “esportazione” di merci ambientali — acqua, sabbia, sostanze disciolte e in sospensione — da un bacino ad un altro bacino o al mare. Nel caso dei fiumi internazionali — Danubio, Reno, ma anche i nostri Ticino e Isonzo — si ha una vera e propria importazione ed esportazione di acqua e di rifiuti da un paese all’altro, tanto che è stato necessario sviluppare una teoria economica e giuridica dell’inquinamento trans-frontiera.

Quando un amministratore preveggente si propone di prendere iniziative contro l’inquinamento e contro le alluvioni, per la difesa delle spiagge contro l’erosione, per la difesa del suolo e il rimboschimento, eccetera, tenendo  conto di quanto avviene nei bacini idrografici del suo  territorio e di quelli vicini, si trova di fronte a due gruppi di difficoltà. Dapprima si accorgerà quanto siano scarse le informazioni sugli scambi e sui flussi di materia e di energia entro ciascun bacino idrografico; quanto sia carente, cioè l’informazione sulla “contabilità” economico-ecologica a livello di bacino. Ma la difficoltà maggiore sta nel fatto che le unità amministrative tradizionali — Comuni, Province, Regioni — sono inadeguate come sedi di decisione.

Per limitarci al caso delle Regioni, a cui sono affidate importanti competenze nell’ambito della politica ambientale, è facile accorgersi che quasi nessun bacino idrografico di rilievo rientra interamente nei  confini e nelle competenze amministrative di una sola Regione. Il  Po presenta nella forma più vistosa questa situazione. Il suo bacino, e i sottobacini dei suoi affluenti, rientrano principalmente nei territori delle Regioni Val d’Aosta, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto.

Il fatto che i confini dei bacini idrografici non coincidano con quelli amministrativi ha radici profonde e lontane: il fiume è sempre stato, fin dai tempi più antichi, la più comoda e difendibile barriera militare e gli stati, grandi e piccoli, hanno stabilito i confini lungo i fiumi e non lungo le creste delle montagne.

Lo stesso Napoleone, quando ha trasferito in Italia il modello dei dipartimenti fluviali francesi, ha dato ai dipartimenti italiani i nomi dei fiumi (5), anche se ha in genere lasciato i confini degli stati precedenti.  Poiché i confini delle Regioni odierne coincidono spesso con quelli di antichi stati, ci sono stati trasmessi molti delicati problemi istituzionali e amministrativi con i quali le Regioni hanno dovuto confrontarsi, per lo più senza risolverli. Infatti se un bacino idrografico si estende nel territorio di due Regioni e se le due amministrazioni hanno una diversa maniera di fare la loro politica ambientale, è molto probabile che i risultati siano ecologicamente e economicamente perversi. Si pensi — per fare un solo esempio — nell’ambito del bacino del Po e dei suoi affluenti, alle lunghe polemiche sulla diversa gestione della tutela, delle escavazioni e della caccia sulle due rive del Ticino, nel tratto in cui il fiume fa da confine fra Piemonte e Lombardia.

Una corretta amministrazione dell’ambiente presuppone perciò che in ciascun bacino idrografico sia praticata una politica omogenea: ciò è possibile soltanto superando barriere conoscitive e barriere istituzionali. Occorre prima di tutto incoraggiare e sviluppare conoscenze sulla contabilità degli scambi di beni economici (materie prime, merci e manufatti) e di beni ecologici (flussi di energia e di materiali) a livello dei vari bacini idrografici. Si tratta di mettere a punto metodi e tecniche e modelli, di raccogliere dati ecologicamente significativi — ecologici, geologici, sui cicli produttivi, sull’economia, eccetera — in modo da identificare quanto avviene in ciascun bacino idrografico e di prevederne le conseguenze.

Occorre, per esempio, misurare, nel corso di un anno, il volume di acqua trasportato da ciascun affluente e dal fiume principale, la quantità di sostanze sospese e disciolte in ciascuna “porta” o dogana, in cui un fiume si immette  in  un  altro fiume e poi  nel  mare,  occorre calcolare la perdita di terreno in seguito all’erosione, e poi occorre  tenere conto degli abitanti umani e animali, dei loro escrementi e rifiuti, delle fabbriche, per ciascuna delle quali  occorre conoscere le materie prime e i cicli produttivi e i rifiuti e come questi rifiuti solidi e liquidi e gassosi si distribuiscono nelle varie parti di ciascun bacino e sottobacino.

Bisogna tenere presente che molti di questi flussi variano nel corso dell’anno. Finora sono state fatte numerose indagini su vari bacini idrografici, e anche alcuni studi di modellistica, ma mi sembra che nessuno di questi abbia finora affrontato la redazione di una vera “contabilità” economico-ecologica, come penso sia invece necessario fare. Occorre poi aprire un dibattito su come è possibile condurre la difesa ambientale — dalla lotta all’inquinamento alla difesa del suolo — nei bacini idrografici interregionali.

E’ certo che non si possono trattare le licenze edilizie, la viabilità, la caccia, l’uso dell’acqua, le escavazioni nei greti dei fiumi, con due diversi metri di valutazione, al di qua e al di la’ di una linea di confine regionale tracciata su una carta geografica, ma ecologicamente priva di senso, a meno di condannare a morte l’intera zona da amministrare.

Davanti al carattere interregionale di molti grandi bacini idrografici — e quello del Po è certo il più grande di tutti — gli antiregionalisti tentano di ridare all’amministrazione centrale, specialmente a quella dei lavori pubblici, una parte del potere e delle competenze assegnati dalla Costituzione alle Regioni.

I sostenitori delle autonomie (e io mi annovero fra questi) hanno però il dovere di dire con fermezza agli amministratori regionali che le spinte antiregionaliste possono essere arginate soltanto se ciascuna Regione dimostra di saper amministrare i bacini idrografici interregionali insieme alle Regioni vicine con cui ha in comune dei pezzi di queste realtà territoriali ecologicamente omogenee. Non sono un competente di ingegneria istituzionale e non so immaginare altro che la creazione di qualche agenzia, o punto di incontro fra Regioni, o qualche forma di ‘magistratura’ di bacino.

Dal punto di vista ecologico posso solo dire che qualsiasi ostacolo o rifiuto, da parte delle Regioni, per una gestione unitaria dei bacini idrografici che si estendono nei loro territori può tradursi soltanto in un disastro — in costi monetari e in danni e dolori a livello territoriale — per vari pezzi del nostro paese. Tali ostacoli o rifiuti porterebbero anche ad una erosione della credibilità delle stesse Regioni.

 

(1) G. Nebbia, “Il bacino idrografico come unità di analisi economico-ecologica”, conferenza  a Italia Nostra, Roma, 20 febbraio 1975.

(2)  G. Nebbia, “Il bacino idrografico come unità per l’analisi economico-ecologica. Un’applicazione al bacino del Magra”, in: ISGEA, “Ecologia e disciplina del territorio”, Giuffre’, Milano, 1976, p. 211-215.

(3) G. Nebbia, “Il bacino idrografico come unità economico-ecologica”, Quaderni del Sile (Treviso),  3, (16), 48-51 (dicembre 1982).

(4)  G. Nebbia, “I bacini idrografici come unità di analisi economico-ecologica”, in:  Autori vari,  “La risorsa fiume. Il bacino idrografico come unità di analisi economico-ecologica”, Ancona, Il Lavoro Editoriale, 1983, p. 26 – 34.

(5) Può essere interessante ricordare che, in seguito alla conquista napoleonica, dal 1806 al 1815 l’Italia settentrionale e centrale fu divisa in dipartimenti. Dal 1810 al 1815, quando l’Italia nord-orientale e centro-orientale era incorporata nel Regno italico e quella nord e centro-occidentale era incorporata nell’Impero francese, sono esistiti i seguenti dipartimenti: nel Regno Italico (da ovest a  est): Agogna; Lario; Olona; Adda; Serio; Alto Po; Mella; Mincio; Alto Adige; Bacchiglione; Piave; Tagliamento; Passariano; Brenta; Adriatico; Basso Po; Crostolo; Panaro; Reno; Rubicone; Metauro; Musone; Tronto. Nel territorio  italiano sotto l’Impero  francese  (da nord a sud): Sempione; Dora; Sesia; Po; Marengo; Stura; Montenotte;  Genova; Taro; Appennino; Arno;  Mediterraneo; Ombrone; Trasimeno; Tevere. Cfr., per esempio: E. V. Tarle, “La vita economica dell’Italia nell’età napoleonica”, Torino, Einaudi, 1950.