SM 0750 — Merci e anziani — 1979

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Il Giorno, 4 settembre 1979 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Alcuni giorni fa, su queste colonne, il prof. Golini ha trattato l’importante problema della popolazione italiana che, in analogia a quanto avviene in altri paesi europei, più avanzati, aumenta ormai molto lentamente e si avvia a restare stazionaria per molti anni. Una popolazione rimane stazionaria, cioè ha un numero di nascite più o meno uguale a quello delle morti, se ogni donna in età feconda (cioè fra 15 e 45 anni circa) ha non più di due figli (anzi il numero esatto è 2,1 per tenere conto di alcune correzioni) nel corso della sua vita. In Italia siamo a questo livello, pur con notevoli differenze fra le varie regioni. Insomma, da qui alla fine del Novecento, la popolazione italiana dovrebbe restare costante fra 56 e 57 milioni di persone. (nel 2012 era di 60 milioni di persone). 

Al lento e trascurabile aumento della popolazione dei paesi industriali europei si contrappone un continuo rapido aumento della popolazione dei paesi sottosviluppati; nel complesso, a livello mondiale, la “bomba demografica” non è affatto disinnescata. La popolazione mondiale (nel 1979) intorno a 4.200 milioni di persone, aumenta ad un tasso di 75-80 milioni di persone all’anno, un numero che equivale ad una volta e mezzo la popolazione attuale italiana: e questo aumento si verifica ogni anno. 

Se tale tendenza non cambia, la popolazione mondiale potrebbe raggiungere gli 8.000 milioni nel 2015. Quanto è avvenuto nei paesi industriali europei mostra che l’aumento della popolazione dei paesi poveri può rallentarsi soltanto se questi raggiungeranno un livello di sviluppo economico e sociale, di politicizzazione delle donne, di “paternità responsabile”, tali che alla diminuzione della mortalità infantile e all’aumento della vita media faccia riscontro una rapida diminuzione delle nascite. 

I numeri assoluti della popolazione dei vari paesi dicono, però, poco: più importanti sono i rapporti fra i gruppi di popolazione delle varie età. In una popolazione praticamente stazionaria, come quella italiana, la diminuzione della natalità e l’allungamento della vita media fanno sì che diminuisce il numero dei bambini, resta quasi uguale, con tendenza alla diminuzione, la popolazione in età lavorativa mentre aumenta la parte della popolazione con età superiore a 65 anni. 

La conoscenza del numero di persone che oggi (1979) appartengono allo stesso gruppo di età, permette di prevedere abbastanza bene quanti ragazzi, quante persone in età lavorativa e quanti anziani ci saranno nei due decenni che ci separano dal XXI secolo. Tali dati sono essenziali per cercare di prevedere quante case, e di quale tipo, quante scuole e ospedali occorreranno nel prossimo futuro e, di conseguenza, quanta energia e quanto acciaio sarà necessario produrre. 

La diminuzione delle nascite porterà, nei prossimi anni, mutamenti qualitativi nel fabbisogno di servizi per l’istruzione; l’aumento degli anziani porterà l’aumento della richiesta di servizi e di merci diversi da quelli occorrenti alla popolazione in età lavorativa. I bambini e gli anziani hanno tendenza a dipendere da altri, siano questi i familiari o le strutture pubbliche; entrambi hanno meno bisogno di cose superflue e più bisogno di cose essenziali, cioè di beni e servizi che soddisfino reali necessità della vita quotidiana. La realtà del mutamento demografico deve quindi essere tenuta presente se si cerca di capire che cosa occorre produrre e per chi. 

Gli anziani, come del resto anche i bambini, sono “cattivi” consumatori, dal punto di vista del venditore di merci. Come dimostra la pubblicità, gli anziani e le nonne servono soltanto per indurre i figli e le nuore all’acquisto di detersivi, di carne in scatola e di caffè: loro di queste merci ne consumano abbastanza poche. Occorrerebbe invece cercare di comprendere i reali bisogni di merci e di servizi per gli anziani e per i bambini, dagli spazi verdi ai mezzi per spostarsi, ai congegni della vita quotidiana. 

Esiste un eccezionale campo per innovazioni tecniche e produttive, oltre che umane, per aumentare l’autonomia degli anziani, per rompere la solitudine, per superare gli ostacoli fisici — le “barriere architettoniche” — che rendono così difficile la mobilità in case e città progettate per le persone giovani e valide. 

Fra dieci anni la popolazione degli anziani in Italia sarà aumentata di un milione e mezzo di unità: come tengono conto di questo fenomeno le case previste nei piani di edilizia pubblica ? Per una famiglia appena formata occorre un tipo di abitazione diversa da quella in cui vivono soltanto due anziani: nello stesso tempo occorre evitare le aberrazioni, che si stanno già osservando negli Stati uniti, di quartieri soltanto di anziani, oppure soltanto di giovani coppie. 

Nei prossimi venti anni sono anche prevedibili modifiche nella richiesta di istruzione universitaria e di posti di lavoro, proprio mentre nel mondo aumenterà la disponibilità e l’offerta di lavoratori da parte dei paesi del terzo mondo. Un segno di questa tendenza è rappresentato dalle centinaia di migliaia di lavoratori provenienti da tali paesi e già entrati e occupati in Italia, con tutti i loro problemi di isolamento e di integrazione. 

Si tratta di fenomeni complessi di cui occorre tenere conto nelle previsioni, estese ai prossimi dieci o vent’anni, che è indispensabile elaborare se si vuole uscire dall’attuale crisi economica. Gli errori nelle previsioni, lo si vede continuamente, comportano dolori, costi e sacrifici che colpiscono di più, naturalmente, le classi meno abbienti. Proprio per questo occorrerebbe in Italia condurre degli studi per cercare di prevedere ragionevolmente come la modifica della struttura della popolazione cambierà i bisogni di case, di scuole, di merci, di spazi abitativi, di ricreazione, di mezzi di trasporto, di posti di lavoro, di assistenza sanitaria. 

Una indagine del genere fu fatta nel 1973 e i risultati furono pubblicati dall’editore Boringhieri nel 1976 in un libro intitolato: “La popolazione in Italia”. Credo che sia il momento di rivedere questi conti alla luce dei mutamenti avvenuti non solo nel numero degli abitanti del nostro paese, ma nella disponibilità di risorse naturali, di territorio, di spazio. E di rivederli con urgenza.