SM 2518 — Riprendiamoci le coste — 2004

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Villaggio Globale, 7, (26), 7-9, 11, 16, 19, 21 (giugno 2004) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Ho passato la mia infanzia e giovinezza in una città di mare, ho insegnato per quarant’anni in una città di mare, vado in vacanza al mare. Sento perciò la costa, la spiaggia, quasi come un’appendice del mio corpo, partecipo alla sua vita, soffro e mi arrabbio quando la vedo violentata e sporcata. Soffro quando vedo la riva del mare occupata da case, spesso orribili, con i vialetti di asfalto, quando vedo i bagnanti che si sentono in dovere di andare in automobile fin sulla riva, per passare dalla automobile al motoscafo, altrettanto rumoroso e puzzolente. 

Vorrei che la gente imparasse ad andare a piedi nudi sulla sabbia, attraversasse e rispettasse e amasse le dune e gli stagni costieri: lo vorrei non per cattiveria, per privare il mio prossimo della felicità di andare a fare anche il bagno in automobile, ma perché so che la morte della spiaggia e delle dune distrugge la fonte vera delle attrazioni turistiche, è la morte di un pezzo della natura mia e di tutti gli uomini. 

L’Italia, rispetto a 300.000 kilometri quadrati di superficie, ha ottomila kilometri di coste; la sola Puglia ne ha settecento; si può ben dire che le coste sono la parte più importante e ricca del paese. Diversissime da regione a regione, talvolta rocciose, talvolta sabbiose, le coste sono occupate da una elevata percentuale della popolazione italiana, da grandi città, da porti, da industrie, ospitano ricercate zone turistiche. 

La costa, delicata striscia al confine fra terra e mare, è un territorio vivo, un importante ecosistema interessato dalle conseguenze di tutto ciò che avviene nel suo retroterra e di tutto ciò che avviene nel mare. Le piogge disciolgono e portano in sospensione le sostanze presenti negli strati superficiali del terreno e le trascinano a valle e poi nei fiumi e infine nel mare. In questa complessa operazione le sostanze che arrivano al mare contribuiscono alla creazione e alla conservazione delle spiagge e delle dune costiere. Si tratta di ambienti che possiedono, insieme, i caratteri delle zone di acqua dolce, di acqua salmastra e di acqua marina che qui si incontrano e danno luogo a singolari vegetazioni, ricche di animali.

E’ naturale che le coste sabbiose siano ricercate soprattutto come insediamenti turistici. Gli ecosistemi costieri sono però anche molto fragili; basta un intervento sbagliato, come la costruzione di un porto in un luogo inadatto, o di edifici sulle rive o vicino al mare, perché comincino fenomeni di erosione delle spiagge, rapidissimi, con arretramento della costa, distruzione di edifici, frane di strade costiere. 

Nel mare, in senso parallelo alla costa, c’è una continua circolazione di acqua che trascina la sabbia proveniente dall’interno o sollevata dal fondo; la sabbia viene così trasportata da un posto all’altro; se viene costruita una diga perpendicolare alla costa la sabbia viene depositata dalla corrente marina da una parte della diga, in cui la spiaggia si allunga, e viene portata via dall’altra parte della diga in cui la spiaggia arretra. In questo meccanismo va riconosciuta la causa delle modificazioni dei profili di spiaggia provocati dai porti, da costruzioni sporgenti nel mare, come le prese a mare dell’acqua marina usata per il raffreddamento delle centrali termoelettriche. 

L’erosione, che porta alla perdita di zone vaste e pregiate, si è atta tanto più rapida quanto maggiore e più pesante è stata la pressione insediativa. Col miglioramento del livello di vita si è fatta più forte la richiesta di spazi per vacanze, di abitazioni, di attracchi turistici, di pensioni, alberghi, stabilimenti balneari, anche per rispondere alla richiesta straniera. Purtroppo è mancata una pianificazione dell’uso delle coste, aggredite dal disordine e dalla speculazione, per cui in questi ultimi quarant’anni l’erosione si è fatta sempre più grave. 

Alcuni anni fa il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha pubblicato una carta d’Italia con il desolante quadro delle zone sabbiose soggette ad erosione. Tali carte dovrebbero essere tenute ben aperte negli uffici in cui le amministrazioni locali decidono la costruzione di nuovi porti turistici, animati dalla legittima speranza di attrarre turisti, ma spesso con l’effetto di distruggere le spiagge, che sono le fonti stesse dell’attrazione turistica. Oppure di quelle amministrazioni che sono così solerti nel rilasciare concessioni e autorizzazioni di costruzioni costiere. Spesso si comincia con un campeggio o con una finta area protetta, per continuare con edifici speculativi e devastanti per gli ecosistemi costieri. 

Le coste sono compromesse non solo dall’erosione, ma anche dagli inquinamenti. Gli scarichi dei rifiuti delle città, delle attività industriali e della stessa agricoltura finiscono, direttamente o indirettamente, nel mare lungo le coste. Tutte le attività umane consistono nel trasformare le risorse naturali e le materie prime in merci, manufatti, macchine, che vengono poi avviati al consumo. Nelle fasi di produzione e di consumo delle merci si formano sempre grandi quantità di rifiuti gassosi, liquidi, solidi. I rifiuti liquidi e solidi sono fonti di inquinamento delle acque e, quindi, più o meno presto, del mare. 

Prendiamo le fognature urbane; ogni anno miliardi di metri cubi di liquami carichi di materie organiche e inorganiche, di microbi e virus, sono prodotti dalle comunità umane, dalle città e dai paesi; si tratta di circa 10 miliardi di metri cubi all’anno, rispetto ad una portata dei fiumi italiani di circa 120 miliardi di metri cubi all’anno; torrenti e poi fossi portano tutti queste acqua usate e inquinate a valle e poi nel mare. 

Tali liquami dovrebbero essere depurati prima di finire nel terreno, nei fiumi, nel mare. Ma purtroppo i depuratori mancano ancora quasi dovunque e, quando ci sono, funzionano male o non funzionano. Anche dove i depuratori esistono e funzionano essi non trattengono alcune sostanze, per esempio gli ingredienti dei detersivi, che continuano il loro cammino e finiscono inalterati nei fiumi e nel mare. Nel mare finiscono, direttamente o indirettamente attraverso i fiumi, i residui di concimi e di pesticidi usati dall’agricoltura e disciolti e dilavati poi dalle piogge e trascinati a valle. 

Molte industrie collocate sulle coste o vicino alle coste scaricano i propri rifiuti liquidi o solidi nel mare, senza trattamenti o con trattamenti insufficienti. Si tratta dei residui biancastri delle segherie di marmo, o di liquami ricchi di sostanze organiche provenienti dalle industrie agroalimentari o dalle cartiere, o dei prodotti petroliferi provenienti dalle raffinerie di petrolio o dalle centrali termoelettriche, o di residui e fanghi delle industrie chimiche. 

La navigazione costiera, dalle petroliere ai motoscafi, immette nel mare idrocarburi o sostanze catramose che il moto ondoso trascina sulla costa, le cui acque appaiono talvolta torbide o puzzolanti, la sabbia o le rocce costiere sono segnate da una macchia nerastra e untuosa, al punto da indurre i turisti ad andare altrove a cercare spiagge e acque pulite. A questo si aggiungano gli scarichi dei motoscafi che non dovrebbero passare con il motore acceso vicino alle spiagge, ma che generalmente violano senza riguardo questa disposizione, condannando i bagnanti alla puzza dei gas dei loro rumorosi motori. 

In genere le coste sabbiose, quelle più attraenti per il turismo, hanno di fronte tratti di mare poco profondo nei quali l’immissione di rifiuti provoca l’intossicazione delle forme di vita marina o la moltiplicazione abnorme delle alghe. Le alghe, quando trovano nel mare cibo in abbondanza, cioè una condizione di “eutrofizzazione” soprattutto dovuta agli elementi azoto e fosforo, provenienti dai rifiuti delle attività umane, si moltiplicano e poi rapidamente si decompongono, sottraendo ossigeno al mare, provocando la morte dei pesci; questo fenomeno si verifica piu’ frequentemente e vistosamente nei mesi caldi, nei mari poco profondi, come l’Alto Adriatico, e da due anni a questa parte è accompagnato anche dalla presenza di mucillaggini. Così l’acqua marina vicino alla costa appare spesso torbida, le spiagge sono invase dai pesci morti puzzolenti. 

Le offese alle coste e ai loro equilibri derivano anche dalla rapina privata di un bene che dovrebbe essere dello stato, cioè della collettività, di tutti noi. Gran parte delle coste sono (erano) infatti proprietà pubblica, appartenenti al “demanio”. Per fini di pesca, di navigazione, di turismo, lo stato poteva e può concedere ai privati, temporaneamente, dei tratti di costa, in cambio di un compenso in denaro, con la condizione che le opere costruite siano spostate se lo stato vuole utilizzare il territorio di sua proprietà per altri fini. Fino ad alcuni anni fa le concessioni in affitto delle spiagge erano rilasciate dalle Capitanerie di porto, organi periferici del Ministero della marina mercantile. Con le varie riforme della pubblica amministrazione, nel nome di una presunta razionalizzazione dell’uso dei beni collettivi e con la fame di soldi degli enti locali, il “potere” sul demanio è stato trasferito alle amministrazioni periferiche. 

A parte il fatto che non era e non è neanche nota la effettiva estensione di questa proprietà demaniale pubblica, col passare del tempo le cabine e gli ombrelloni si sono trasformati in ristoranti, in negozi, in palazzi a vari piani, edificati senza nessun controllo e generosamente condonati quando era sfacciatamente abusivi. Si cita ancora lo scandalo nazionale della spiaggia demaniale di Praia a Mare, in provincia di Cosenza, che una legge vergognosa ha trasferito al Comune a condizione (proprio così) che il Comune la vendesse a lotti, ad un prezzo irrisorio, a chi vi aveva costruito abusivamente delle abitazioni. 

E’ successo così che vaste zone della parte più bella e preziosa del paese, le coste sabbiose, un bene di tutti noi, sono diventate a poco a poco proprietà privata di speculatori e abusivi. Anni fa il WWF lanciò una campagna di “riappropriazione” simbolica delle spiagge italiane, invitando i cittadini ad “acquistare”, sempre simbolicamente, il diritto di uso di un metro quadrato di spiaggia, al fine di impedirne l’invasione abusiva. Si è trattato di una iniziativa lodevole, dal punto di vista della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma pur sempre simbolica davanti ad un assalto tutt’altro che simbolico a questo importante bene collettivo. 

Sono importanti anche le iniziative dei vari battelli che hanno effettuato, in questi anni, dei sopralluoghi sia sulla qualità delle acque, sia sullo stato delle coste, e ne hanno reso pubblici i risultati. Ma avrebbe dovuto essere lo stato a mettere ordine nel suo demanio, a intraprendere opere efficaci contro l’erosione, snidare l’abusivismo. Opera tutt’altro che facile perché questo popolo di navigatori (in gommone) non ha una università del mare e delle sue risorse; in Italia si contano sulle dita i centri di ricerca sulla biologia e la scienza delle coste e l’amministrazione del mare e delle coste — a livello centrale e ancora peggio a livello periferico — è fra le più fragili. 

Finora siamo stati soltanto capaci di piangerci addosso quando costatiamo che i turisti disertano le nostre spiagge per andare altrove, incapaci di riconoscere che nella nostra miopia e incultura ecologica vanno cercate le radici di questo abbandono. 

Possiamo invece darci un sussulto di orgoglio per avviare una difesa e una riappropriazione di quel bene collettivo e fondamentale che è la costa ? Io credo che sia necessario, come sempre, partire da una crescita della conoscenza e della cultura di quella delicata interfaccia fra mare e terra che è la costa e la spiaggia; la Francia l’ha fatto vietando l’edificazione e la distruzione delle dune costiere. 

Bisognerebbe cominciare con l’analisi dello stato dell’interfaccia nelle varie parti delle coste italiane e con una pedagogia, da diffondere per esempio nelle scuole, sui caratteri e le modificazioni e sulla bellezza della costa, la cui difesa è importante dal punto di vista anche economico; per inciso i caratteri paesaggistici e le forme di vita marina e costiera sono molto belli e hanno un valore educativo molto grande; un libretto elementare, ma scientificamente corretto, e illustrato, potrebbe essere intitolato proprio “Interfaccia”, da distribuire alle scuole. 

Una tale analisi potrebbe offrire indicazioni agli amministratori locali — almeno a quelli disposti ad ascoltare — per una pianificazione territoriale che eviti interventi sbagliati, come cementificazione o asfaltatura delle spiagge, porti turistici con attracchi che alterano il trasporto solido dei fiumi e che provocano erosione. Ai fini della realizzazione di tali obiettivi si potrebbe pensare ad un centro di documentazione sulle zone costiere, in qualche città costiera, per esempio della Puglia, un centro che potrebbe essere facilmente arricchito anche utilizzando le miniere di informazione offerte da Internet, il materiale fotografico e cinematografico che già esiste.