NC 213 — Quale futuro ? — 2016

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Nuovo Consumo, 25, (255), aprile 2016 — Rubrica “La merce muta”

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Il futuro, direte, non è una merce, né muta né verbosa, però deve essere una cosa abbastanza importante se l’Università delle Nazioni Unite di Tokyo e altre associazioni scientifiche hanno deciso di proclamare il primo marzo di ogni anno “Giornata mondiale del futuro”. Tutte le persone e le società umane si sono sempre interrogate sul “futuro”: che cosa succederà “domani”, “fra un anno”; gli agricoltori si chiedono se pioverà, i negozianti si chiedono se venderanno le loro merci; ogni persona si chiede se sarà ricca, o felice e quanto a lungo vivrà. La saggezza popolare suggerisce che “il futuro è nelle mani di dio”, però qualche tentativo di previsioni va fatto non tanto su quello che succederà quanto piuttosto su quello che potrebbe avvenire in futuro, sui futuri possibili e sulle relative conseguenze positive o negative.

Agli inizi del Novecento alcuni governi hanno creato degli uffici per decidere le proprie politiche economiche sulla base di previsioni: di quante case o patate o trattori o automobili avrà bisogno il paese ? Il primo esempio fu offerto dal governo bolscevico che, appena insediato in Russia, organizzò l’ufficio dei piani quinquennali, il Gosplan, il grande centro di studi sul futuro che ispirò simili iniziative negli Stati Uniti e anche ricerche in Italia: Giorgio Mortara, dell’Università Bocconi di Milano, pubblicò, dal 1921 al 1937, quindici volumi, uno all’anno, di “Prospettive economiche”. Solo con qualche forma di previsione è possibile rendersi conto in tempo dei mutamenti in atto, in modo da correggere le previsioni successive.

Negli anni cinquanta del Novecento il filosofo ed economista francese Bertrand de Jouvenel (1903-1987), creò un vero centro di studi sui “futuri possibili”, “Futuribles”, appunto, e nei successivi anni settanta il libro “I limiti alla crescita” del Club di Roma, è stato il più discusso esercizio di analisi del futuro; il libro conteneva delle previsioni, basate su analisi statistiche e matematiche, di quello che avrebbe potuto succedere se fosse continuata la “crescita” della popolazione mondiale, della produzione industriale e dei conseguenti inquinamenti e impoverimento delle risorse naturali, al ritmo che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Il libro prevedeva un peggioramento delle condizioni di vita di un pianeta sovraffollato.

Poi, per anni gli studi sul futuro hanno perso il fascino iniziale e stanno risorgendo un po’ adesso, anche perché i cambiamenti climatici hanno spinto a chiedersi che cosa “può succedere” se continuerà il lento progressivo aumento della temperatura terrestre.Se gli “studi sul futuro” diventassero disciplina di insegnamento e oggetto di ricerca in tutte le università, ne trarrebbero vantaggio governi e imprese, nell’insieme tutta la società e anche l’ambiente.