NC 097 — All’origine delle cooperative di consumo — 2004

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Nuovo Consumo, 13,  (xx), (2004)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ha fatto bene la Coop a ricordare con orgoglio i 150 anni dalla fondazione e apertura della prima cooperativa di consumo italiana a Torino, nel Piemonte che stava avviandosi verso la rivoluzione industriale, come reazione allo sfruttamento dei lavoratori, dentro la fabbrica e nella bottega. Un evento importante, tanto più in quanto seguiva di appena dieci anni la nascita a Rochdale, nel distretto tessile del Lancashire, in Inghilterra, della cooperativa di consumo fondata da Charles Howarth (1814-1868), tessitore e poi piccolo fabbricante di soda. E’ un’occasione anche per ricordare le condizioni di lavoro in quegli anni apparentemente lontani per noi in Europa, condizioni ancora attualissime per mille milioni di lavoratori in tante parti del mondo; tale ricordo ci aiuta anche a capire le radici di tanta della violenza che ci circonda.

Rochdale era, 160 anni fa, una cittadina caratterizzata da una fiorente industria tessile, fiorente per i proprietari, ma non per le migliaia di operai che migravano dalle campagne verso le filande, ammucchiati in capatepecchie sporche, condannati a lavorare 16 ore al giorno in un ambiente inquinato e malsano. Bisogna rileggere il libro scritto da Engels, proprio nel 1844, “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, o tante pagine di Dickens, per comprendere l’atmosfera sociale e politica in cui nascono le forze della cooperazione.

Il miserabile proletariato di fabbrica non aveva neanche i soldi per pagare il pane quotidiano e doveva comprarlo a credito, in attesa del salario settimanale. Le botteghe che potevano dare merci a credito erano di proprietà dei datori di lavoro che praticavano rezzi maggiorati, facendo ulteriormente aumentare la miseria dei dipendenti. Nei primi decenni dell’Ottocento cominciavano a serpeggiare, soprattutto in Inghilterra, il paese il cui il capitalismo industriale era più avanzato, proteste e indignazione; scrittori e pensatori avevano dato vita a opere e a movimenti, come quello socialista e cartista. Robert Owen aveva proposto città in cui potesse vivere un proletariato urbano meno sfruttato. Il dottor William King stava pubblicando, dal 1828, il giornale “The co-operator” che spiegava che ogni persona da sola sarebbe stata sconfitta e che la salvezza poteva essere cercata soltanto unendosi nella difesa dei propri diritti, co-operando, appunto.

In questo filone si inserì la proposta di una organizzazione cooperativa in cui i lavoratori, versando una piccola quota settimanale, potessero diventare soci di un proprio negozio in grado di vendere le merci essenziali a prezzo più equo — proprio come voi, lettori, siete soci della Coop.

I promotori si definirono “Probi pionieri” e fondarono, il 15 agosto 1844, la prima cooperativa di consumo in senso moderno. La cooperativa non era solo “bottega”, ma anche centro culturale, biblioteca, sala di lettura e assicurava lezioni agli stessi soci e ai loro figli. Ben presto apparvero giornali che spiegavano i motivi e i vantaggi delle cooperative di consumo, e, più in generale, della cooperazione anche nella produzione. Alla fine dell’Ottocento tali cooperative erano diffuse in moltissimi paesi. In Italia le cooperative furono organizzate da gruppi socialisti e cattolici, affrontarono anni turbinosi durante il fascismo che cercò di sopprimerle e ne ridusse il numero, anche se alcuni nomi gloriosi, come “La provvida”, riuscirono a sopravvivere e si riunirono, dopo la Liberazione, diventando la grande organizzazione di cui fate parte anche voi lettori.

Oggi si parla, di prezzi, di convenienza, di qualità delle merci, di consumerismo, ma il terreno in cui affondano le radici i giornali delle cooperative, come quello che avete fra le mani, è sempre quello di un grande movimento di liberazione dall’ingiustizia che, purtroppo, ancora oggi, sia nei paesi avanzati sia in quelli del Sud del mondo, contrappone venditori e acquirenti.