NC 4 — Chimica è parolaccia ? — 1995

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Nuovo Consumo, 5, (45) maggio 1995

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Chimica è parolaccia ? Ad ascoltare il parlare comune sembrerebbe di si perché viene associata a cose spesso sgradevoli: l’inquinamento chimico, gli additivi chimi­ci, la diossina di Seveso, eccetera. Quasi contrapposta a qualcosa di virtuoso che sarebbe “naturale”, come gli alimenti naturali, l’acqua naturale, eccetera.

L’equivoco e la confusione nascono dall’incontro di vari fattori. Il primo ha le sue radici nella scuola dove la chimica come disciplina è relegata a un ruolo secondario ed è spesso insegnata male, senza amore, come dimostra il ricordo angoscioso — il ricordo delle “formule” spesso incomprensibili — rimasto a coloro che hanno dovuto subirla per un anno in qualche scuola superiore.

Il secondo ha le sue radici nell’Università dove esistono migliaia di bravissimi professori delle varie branche della chimica, che raramente sono capaci di parlare della chimica alle persone comuni, che siamo poi tutti noi. I più abili comunicatori non vanno al di la di una specie di melensa difesa di ufficio dell’industria: della chimica non si deve parlare male perché tutti noi siamo fatti di sostanze chimiche, dai capelli, al sangue, alla carne (il che è rigorosamente vero); perché tutti gli oggetti che ci circondano — il cibo, il cemento, il vetro, gli indumenti — contengono atomi e molecole chimiche (il che è vero). Ciò non esclude però che molte sostanze industriali siano dannose alla salute, siano fabbricate con processi che inquinano l’atmosfera e le acque, che lasciano residui tossici per decenni.

La terza fonte di equivoco è rappresentata dalla limitata capacità dell’industria di parlare con il pubblico, al di fuori di campagne pubblicitarie ben poco convincenti. I cittadini sentono parlare di fusioni e di divisioni di grandi gruppi chimici (si pensi alla commedia, negli anni novanta del Novecento, della fusione Montedison-Enichem e poi del divorzio dopo pochi mesi), di privatizzazioni delle società chimiche dello stato, eccetera.

Ma come possiamo giudicare che cosa è utile ai citta­dini se nessuno — governi e industrie — è capace, o vuole, spiegare che cosa le fabbriche producono, dove, con quali materie, con quali processi ? Merci fondamentali per la vita quotidiana — l’acido solforico, l’ammoniaca, i concimi, il caprolattame, il fenolo, il carbonato sodico, il cloro, le fibre sinte­tiche, il butadiene e le gomme sintetiche — circolano intorno a noi, nei camion e nei carri cisterna, sulle strade e sulle ferrovie, senza che nessuno sappia che cosa sono, come sono fatte, senza poterle neanche riconoscere.

In questo silenzio non c’è da meravigliarsi se, quando un camion-cisterna subisce un incidente e sversa nell’aria o sul suolo il suo contenuto, quando  avviene un incidente come quello di Seveso o quello di Bhopal, le persone comuni attribuiscano alla “chimica” gli effetti perversi, le morti, le sofferenze.

La salvezza, la salute dei cittadini, la sicurezza dei lavoratori, dipendono quindi da una rivoluzione cultu­rale che consenta ai cittadini di appropriarsi della conoscenza sulle merci chimiche che sono intorno a noi ma che restano mute o che nessuno vuole fare parlare. Ebbene questa rubrica ha proprio il fine di far parlare le merci mute, anche quelle chimiche — si è già cominciato con il cloro, tipico prodotto della grande industria chimica, qualche mese fa — dando un sia pur minimo contributo ai compiti che dovrebbero svolgere lo stato, con le sue strutture educative, le industrie, le Università.