NC 142 — La merce muta: la canapa — 2004

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Nuovo Consumo, 13, (142) dicembre 2004 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Molti anni fa, in questa rubrica, si è parlato della situazione produttiva della canapa, la fibra tessile per la cui produzione l’Italia aveva un primato mondiale e che poi è lentamente declinata e scomparsa dalle nostre campagne a partire dal 1960. Che qualche prospettiva ancora esista appare da un recente studio fatto dalla prestigiosa Accademia dei Georgofili di Firenze (Quaderni 2003-II); è stata ricostruita la storia della coltivazione della canapa e indicata la possibile rinascita di questa fibra nel quadro di una nuova attenzione alle biomassa vegetali, l’insieme di prodotti chimici fabbricati dal Sole attraverso la fotosintesi, come materie prime economiche e industriali. 

Il declino della coltivazione della canapa da fibra è stato dovuto al fatto che alcune varietà (più esattamente chemiotipi) di canapa contengono una resina ricca di tetraidrocannabidiolo (THC), una droga. Norme abbastanza rigorose vietano la coltivazioni di questi tipi e può essere coltivata come pianta da fibra soltanto quella con basso contenuto di THC. I successi delle selezioni di piante a basso contenuto di TCH consente oggi un rilancio della produzione delle fibre in molti paesi. La fibra è soltanto una piccola parte, circa il 10 %, delle circa 10 tonnellate per ettaro di biomassa secca che si ottiene in un anno dalla coltivazione della canapa. 

La fibra, ricca di cellulosa, si presenta sotto forma di lunghi filamenti “attaccati” ad un sostegno, una bacchetta di lignina e cellulosa che prende il nome di canapulo. La fibra si ricupera sottoponendo il fusto ad un trattamento microbiologico con appositi batteri che decompongono il “collante” e liberano la fibra dal canapulo. Le fibre di canapa si prestano come materia tessile, innanzitutto, ma poi anche per la produzione di fibre tecniche, per esempio per le imbottiture, per cordami, per carta di qualità, eccetera. Vi sono poi fibre corte che trovano impiego per la produzione di pasta da carta, di manufatti di fibro-cemento e in edilizia. 

I canapuli, ricchi di lignina e emicellulose, si prestano per la fabbricazione di cartoni, in edilizia come pannelli, e in altri usi commerciali. I recenti progressi nel campo della produzione di alcol etilico da materiali lignocellulosici rende i canapuli interessanti come potenziali materie prime per tale processo. L’alcol etilico può essere usato come carburante in miscela con la benzina, come si ricordava qualche mese fa in queste pagine; si calcolano delle rese di 300 chili di alcol (equivalenti, come valore energetico, a circa 250 kg di benzina) per ogni tonnellata di materiali lignocellulosici secchi, ottenibili da circa 2-3 ettari di coltivazione della canapa. I canapuli potrebbero essere utilizzati bruciandoli direttamente come fonte di calore per le produzioni industriali o per il riscaldamento domestico nelle vicinanze delle coltivazioni di canapa. 

I semi di canapa trovano impiego nell’alimentazione animale e il relativo olio viene usato in cosmesi, per vernici, eccetera, ma ha anche potenziale importanza per la produzione di “biodiesel”, il carburante per motori diesel ottenuto esterificando, cioè unendo chimicamente, i grassi naturali con alcol etilico. 

Per quello che riguarda l’Italia, purtroppo, la scomparsa della “cultura” della canapa sembra rendere difficile la sua resurrezione Bisognerebbe cominciare col ritrovare le colture dei microrganismi idonei alla macerazione; poi bisognerebbe ritrovare le pratiche colturali in condizioni ecologiche e di terreno profondamente mutate da quelle che, nella prima metà del secolo, avevano posto l’Italia all’avanguardia nella coltivazione della canapa. Occorrerebbe mobilitare le forze della ricerca nel settore agronomico, chimico, merceologico — e, credetemi, ne varrebbe la pena.