NC 2005-06 — L’acido polilattico

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Nuovo Consumo, 14, (147), p. 15 (giugno 2005)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quello della “plastica biodegradabile” è un vecchio sogno; qualche lettore ricorderà che se ne parlò a lungo negli anni ottanta del secolo scorso quando fu proposto di diminuire la massa di rifiuti di materia plastica negli imballaggi. Furono tentate varie soluzioni: derivati dell’amido da soli, miscele di amido e materie plastiche. In entrambi i casi i produttori speravano che l’amido, un carboidrato naturale biodegradabile, permettesse la scomposizione del materiale plastico, ma nessuna soluzione ha avuto realmente successo. Da alcuni anni si è diffusa la produzione di una materia plastica vera e propria, abbastanza resistente nei periodi di utilizzazione, abbastanza rapidamente degradabile dopo l’uso, e soprattutto del tutto derivata da materie rinnovabili vegetali, quindi, in un certo senso, “dal Sole” che, con la fotosintesi, fornisce l’energia per la sintesi di tutti i prodotti vegetali, ottenuti portando via l’anidride carbonica dall’atmosfera. Per ora il prodotto più convincente è una macromolecola derivata dall’acido lattico, sostanza ben nota che si forma per fermentazione del lattosio, lo zucchero del latte; quando la sua concentrazione diventa elevata il latte “sa di acido” e si scompone formando il caglio, miscela di grassi e proteine che si raccoglie sulla superficie del latte stesso.

L’acido lattico però si forma anche per fermentazione di molti altri zuccheri, per esempio dal glucosio che è il costituente dell’amido di tutti i cereali: mais, frumento, riso, eccetera. L’acido lattico ha formula C3H6O3 e si forma in ragione di circa 90 grammi per ogni 100 grammi di glucosio. Per ulteriore azione microbiologica ad opera di adatti batteri, molte molecole di acido lattico si uniscono fra loro con una complessa serie di reazioni che portano dapprima alla condensazione di alcune centinaia di molecole di acido lattico; questo acido polilattico si trasforma poi in un prodotto intermedio che a sua volta fornisce dei polimeri che possono adesso risultare dall’unione di una o due o tre mila molecole di acido lattico. Questo acido polilattico viene addizionato con agenti plastificanti, anch’essi biodegradabili e può essere così trasformato in oggetti vari come bicchieri, pellicole, contenitori, piatti, posate, quelli che adesso si possono trovare anche nei negozi Coop con la denominazione PLA, abbreviazione, appunto, di acido polilattico. Gli oggetti di PLA hanno peso specifico basso, di circa 1,25, cioè poco più del peso specifico dell’acqua che è uno, assumono carattere vetroso a circa 55-70 gradi Celsius e fondono fra 130 e 215 gradi Celsius, a seconda del grado di polimerizzazione. Il successo del nuovo materiale sembra indicato dal fatto che la sua produzione nel mondo supera le 200.000 tonnellate all’anno. E dopo l’uso che fine fanno gli oggetti di PLA ?

Quando finiscono nell’ambiente, che contiene sempre acqua, i polimeri dell’acido lattico sono facilmente attaccati dai batteri e si trasformano di nuovo in anidride carbonica che viene immessa nell’atmosfera. Il loro uso non contribuisce però all’effetto serra, perché l’anidride carbonica che si libera durante la decomposizione è la stessa anidride carbonica che era stata “portata via” dall’atmosfera quando si è formato, per fotosintesi, l’amido che era stato scomposto in glucosio, che era stato fermentato ad acido lattico, che era stato trasformato nell’acido polilattico che ora viene gettato via. L’importanza delle merci ottenute da risorse rinnovabili, agricole, vegetali, prodotte per fotosintesi, sta proprio nel fatto che non contribuiscono ai mutamenti climatici e che sono non esauribili in quanto ogni anno ritornano disponibili in altro mais o grano o vegetali. E’ solo così che il ciclo della natura, il ciclo natura-merci-rifiuti-natura, si chiude, come auspicava trent’anni fa il biologo Barry Commoner nel libro intitolato, appunto, “Il cerchio da chiudere”.