NC 2012-10 — Tramonto dell’alluminio

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Nuovo Consumo, 21, (220), p. 17 (ottobre 2012)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se dipendesse da me proporrei che venisse esposta la bandiera a mezz’asta in tutta Italia ogni volta che un operaio muore sul lavoro, e proporrei che venisse proclamato il lutto nazionale quando una fabbrica chiude. Non si tratta soltanto dei posti di lavoro e dei salari perduti, ma della ferita che viene inferta al tessuto vivo del paese che può progredire soltanto col lavoro. Lo dice perfino la Costituzione. Questi sentimenti si provano in queste settimane davanti alla minaccia di chiusura delle due fabbriche Eurallumina e Alcoa del polo sardo dell’alluminio, e della chiusura delle miniere di lignite del Sulcis. L’alluminio è un metallo di cui l’Italia è stata per anni fra i primi produttori.

Il polo sardo nacque alla vigilia della prima crisi energetica. Dapprima nel 1968 nacque la fabbrica per la trasformazione della bauxite (il minerale di partenza, di importazione) in allumina, la materia prima per la produzione dell’alluminio metallico. Vicino ad un porto, in una zona che pure aveva una antica tradizione mineraria e operaia, l’Eurallumina fu realizzata con la partecipazione della statale Efim, poi passata come Alumetal alla Montedison, poi Alumix, poi Eurallumina, poi della società russa Rusal fino alla sospensione della produzione nel 2009. Accanto, nel 1973, fu costruita la fabbrica per la trasformazione dell’allumina in alluminio metallico, un processo con elevato consumo di elettricità. Nata come Alumix dell’Efim, avrebbe dovuto utilizzare la produzione della centrale termoelettrica dell’Enel, alimentata con il carbone Sulcis; una integrazione apparentemente sensata: bauxite-allumina-elettricità dal locale carbone-alluminio.

Se non che l’Enel, proprio nel 1973, proprio quando il prezzo del petrolio saliva alle stelle, decise di chiudere le miniere di carbone e così la fabbrica di alluminio si trovò a fare i conti con crescenti costi dell’elettricità: ci furono vari passaggi di mano come Alsar, poi nelle mani dell’Alcoa, la multinazionale dell’alluminio, fino alla minaccia di sospensione dell’attività di questi giorni. Le ligniti del Sulcis sono un carbone di cattiva qualità, con elevato contenuto di zolfo e di ceneri, ma avrebbero potuto essere utilizzate con adatte innovazioni tecniche come si fa in molti paesi del mondo per simili cattive ligniti. Dopo la chiusura del 1973 le miniere di carbone sono state riaperte a singhiozzo fino alla definitiva minaccia di chiusura attuale, con perdita non solo di salari, ma di un patrimonio di cultura tecnica e operaia, di orgoglio, come si sente dalle voci degli operai sardi che protestano per riavere il lavoro. Le ragioni della crisi sono note: soldi, l’energia costa troppo, ma nello stesso tempo grandi quantità di energia fossile restano nel sottosuolo, inutilizzate, sotto i piedi di migliaia di disoccupati.