Materiali per un Atlante della contaminazione industriale in Italia

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Marino Ruzzenenti  ruzzo@libero.it  www.ambientebrescia.it

Da oltre trent’anni l’emergenza ambientale si propone all’attenzione dell’opinione pubblica, con un andamento carsico, caratteristico dell’attuale sistema massmediatico, per cui ad eventi clamorosi di incidenti industriali seguono lunghi periodi di nascondimento del problema, cosicché nozioni e notizie spesso affastellate e contraddittorie vedono l’alternarsi di catastrofismo e negazionismo. L’effetto complessivo è di rendere astratta e inafferrabile una tematica che, al contrario, ci coinvolge totalmente.

La proposta sviluppata nel  progetto di un Atlante storico dell’impatto sul territorio dell’industrializzazione diffusa e intensiva in Italia è di assumere il territorio come referente di grande efficacia per calare nel concreto la questione ecologica e consentire un approccio di tipo sistemico al rapporto controverso tra industria ed ambiente, così come si è dispiegato in particolare nel corso del Novecento.

La Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, cui fa capo il progetto, fin dagli anni Settanta  è impegnata a produrre e a promuovere ricerche in questo campo che in Italia appare in gran parte ancora inesplorato. Nell’operazione qui proposta potrà far valere anche le competenze e conoscenze acquisite nel lavoro continuativo svolto per oltre quarant’anni nel campo dell’archeologia industriale, sfociato in tempi più recenti nella promozione del Museo dell’Industria e del Lavoro “Eugenio Battisti” (www.musil.bs.it).

In questo contesto nel 2012 è stato pubblicato un corposo annale della Fondazione, curato da Pier Paolo Poggio insieme allo scrivente, Il caso italiano: industria, chimica e ambiente, edito con Jaca Book di Milano. Nella lunga introduzione abbiamo cercato di abbozzare una chiave interpretativa del caso italiano facendo al contempo il punto sullo stato delle conoscenze e della ricerca. In qualche modo, questa pubblicazione, potrebbe essere intesa anche come un tracciato delle fondamenta su cui costruire l’atlante storico.

Per questo ci è sembrato utile tentare un primo abbozzo di descrizione e periodizzazione, che gli auspicabili studi futuri potranno ampliare, precisare, ridiscutere e, se del caso, correggere. In questa sede, pur tenendone conto, non possiamo meccanicamente rifarci ai criteri che presiedono alla scansione cronologica nell’ambito degli studi sull’industrializzazione, né risolvere il problema dell’arretratezza palese della storiografia italiana sui temi ambientali, se comparata con quella di altri Paesi industriali.

Il criterio guida che potremmo assumere è quello della dimensione qualitativa e quantitativa dell’impatto che l’industrializzazione ha esercitato sull’ambiente. Come è noto il concetto di impatto ambientale e della conseguente valutazione si afferma, a partire dagli Stati Uniti, quando la società comincia a percepire le conseguenze negative di determinate produzioni industriali, un impatto che si proiettava al di là dei muri delle fabbriche, investendo l’ambiente esterno, tendenzialmente l’ecosfera. Per definirlo, potremmo riferirci a quanto la normativa europea prevede in sede di valutazione di impatto ambientale: gli «effetti diretti ed indiretti» di una determinata industria «sui seguenti fattori: l’uomo, la fauna e la flora; il suolo, l’aria, il clima, il paesaggio; i beni materiali ed il patrimonio culturale; l’interazione tra i fattori» sopra indicati.

Con questo criterio si possono individuare fondamentalmente, per l’Italia, quattro periodi.

Primo periodo, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con un impatto puntiforme, sporadico.

Secondo periodo, dagli anni Trenta a metà anni Cinquanta, caratterizzato da un impatto intenso, ma ancora circoscritto.

Terzo periodo, da metà anni Cinquanta agli anni Settanta, con un impatto potente e pervasivo.

Quarto periodo, dagli anni Ottanta ad oggi, in cui l’impatto appare diffuso, capillare, anche se contrastato e “mitigato”.

Per la costruzione dell’Atlante abbiamo ritenuto di contemplare l’arco temporale del quarto periodo, in cui è comunque depositata, nel bene e nel male, anche tutta l’eredità della storia precedente. Le caratteristiche di quest’ultimo trentennio vengono in qualche modo definite da due eventi immediatamente precedenti: da un canto, lo shock petrolifero di metà anni Settanta, che mette in crisi la filiera petrolchimica e il modello fordista, nonché, dall’altro, l’evento di Seveso del 1976, che per la prima volta tematizza in maniera drammatica presso l’opinione pubblica il rapporto tra industria e ambiente e rende evidente come l’Italia avesse consegnato il proprio territorio al libero sfruttamento da parte del capitalismo industriale, senza alcuna limitazione o regolamentazione.

Il quarto periodo, dunque, dagli anni ottanta ad oggi, appare di complessa interpretazione. Da un canto, si manifesta la crisi irreversibile di alcuni settori dell’industria di base (siderurgia da altoforno e petrolchimica e successivamente, in campo energetico, il nucleare), dall’altro il rapporto con il territorio, in vaste aree investito da una industrializzazione diffusa per effetto del modo di produrre postfordista, è reso più contrastato sia dall’emergenza della cultura ecologica, sia da una nuova legislazione di tutele, limiti e controlli che, seppur con ritardo, l’integrazione europea infine obbliga ad adottare. La contestazione ecologica, sull’onda delle reazioni all’incidente di Seveso, si consolida in Italia con la nascita agli inizi degli anni Ottanta di quella che diverrà la più importante organizzazione ambientalista nazionale, Legambiente, e nel 1987 con l’ingresso per la prima volta del partito dei Verdi in parlamento, con quasi un milione di voti, ma soprattutto con la vittoria del referendum contro il nucleare, in seguito alla catastrofe di Chernobyl.

Si delinea una transizione, dagli esiti incerti, che è stata sostanzialmente subita non solo dal mondo imprenditoriale alle prese con l’incidenza delle nuove regole sui bilanci aziendali ma dall’intera classe politica, culturalmente impreparata ad affrontare il futuro prendendo atto della centralità e inaggirabilità della questione ambientale. Resta il fatto che nel corso di un trentennio è andato formandosi un nuovo importante corpo legislativo che, in buona parte, nel 2006 è stato raccolto in una sorta di codice ambientale, introducendo indubbiamente restrizioni e limiti alle attività industriali sia nell’uso delle risorse ambientali, sia per le emissioni nelle diverse matrici.

Non è qui la sede per un’analisi in profondità dei pregi e dei difetti di questa legislazione, alcuni dei quali francamente macroscopici (uno per tutti: i limiti alle emissioni in atmosfera sono commisurati sul metro cubo senza considerare la dimensione dell’impianto e quindi le emissioni assolute che ricadono in un determinato territorio). Indubbiamente le strategie delle imprese si fanno necessariamente più sofisticate per rendere socialmente accettabile la loro presenza (quelle più inquinanti, ad esempio, adottano spesso il prefisso “eco” o “green”). La criticità di questo periodo si evidenzia nel fatto che, se l’impatto delle attività industriali viene in parte mitigato, questo comunque va ad accumularsi su un territorio ormai ampiamente degradato, in cui la capacità di carico si è da tempo esaurita.

Le dismissioni industriali che in questo periodo si verificano, tra l’altro, mostrano con grande evidenza le devastanti lacerazioni e profonde ferite che lasciano in eredità sul territorio. I guasti prodotti nell’arco di un secolo riemergono alla luce del sole e la nuova normativa sui siti inquinati, approvata poco più di un decennio fa, vive un’attuazione alquanto stentata: la programmata bonifica degli stessi produce una grande mole di carte (studi, dati, indagini…), ma ben poche concrete operazioni di reale risanamento. La distanza da quanto è stato fatto altrove, in primo luogo in Germania, primo Paese manifatturiero d’Europa, appare enorme e incolmabile.

In alcuni casi di studio si fa spesso riferimento al concetto di “colonizzazione” del territorio tradizionalmente agricolo da parte dell’industria per intendere lo sfruttamento di risorse naturali da sempre destinate alle colture da parte di un’entità estranea al territorio stesso, il grande impianto chimico. In verità, da una rassegna dei casi fino ad ora studiati, si ricava che qualcosa di analogo è avvenuto nell’intero Paese, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso. Classicamente il neocolonialismo tuttora in auge, dopo l’emergenza ambientale nel Nord del mondo, si esprime in una nuova e micidiale forma di colonizzazione del Sud del mondo, dove è l’ambiente stesso ad essere ridotto in stato di servitù, continuando nella rapina delle risorse e dislocandovi le produzioni a più elevato impatto, nonché i rifiuti e le scorie tossiche.

A questo proposito il disastro della cittadina indiana di Bhopal, avvenuto nel 1984 con migliaia di vittime, è il caso più emblematico di questa nuova forma di colonizzazione delle aree povere del pianeta da parte di multinazionali dei Paesi ricchi, interessati a collocare fuori dalla madre patria le produzioni più inquinanti e pericolose, ormai non più accettate dalle proprie popolazioni. Da allora una tale tendenza non si è più interrotta, dilatando in ogni direzione il concetto di Sud del mondo.

Ebbene, in Italia sembra essere avvenuto qualcosa di analogo, ad opera però di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui potremmo parlare di una sorta di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza i meccanismi sono simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma messi in opera da forze interne, che appartengono allo stesso Paese che si autosfrutta, in un contesto democratico e con il consenso delle forze politiche rappresentative.

Questa sembra la peculiarità del caso italiano, o almeno è una chiave interpretativa che ci sembra legittimo avanzare e che va collocata in particolare in quel terzo periodo sopra individuato, in cui l’Italia compie il balzo “miracoloso” da Paese prevalentemente agricolo, arretrato e povero, a Paese industriale, avanzato e relativamente ricco. I critici più avveduti, già allora evidenziavano alcune debolezze strutturali  di quel modello di sviluppo: «bassi salari, alto tasso di autofinanziamento e scarso carico tributario, disponibilità di manodopera e qualificazione delle nuove leve giovanili, rovesciamento sulla collettività dei costi sociali, esiguo onere delle spese di ricerca scientifica ed utilizzazione della ricerca estera». Col senno dei successivi quarant’anni non si può non sottoscrivere questa analisi che ci aiuta a capire anche le particolari difficoltà del nostro Paese nella crisi attuale. Ma si impone l’integrazione di un elemento cruciale, che significativamente sfugge all’illustre critico del tempo, così come era assente nella cultura politica dell’epoca (e di quelle successive): l’azzeramento di ogni costo ambientale a carico delle imprese italiane, rendendole, anche per questa via, competitive sui mercati internazionali.

Insomma, l’ambiente, le risorse naturali e il territorio vengono concessi in uso gratuito e senza alcun vincolo all’industria; concessione ritenuta quasi scontata, anche dagli oppositori politici, per non caricare il sistema Italia di costi aggiuntivi che avrebbero ostacolato il decollo di quella che in poco tempo sarebbe divenuta la quinta potenza industriale del mondo.

L’adesione entusiasta del popolo italiano al cambiamento epocale nei costumi e nelle condizioni di vita indotto dal “miracolo economico” ci aiuta a capire come sia alto il grado di accettazione del carico inquinante dello sviluppo. Si esce da una condizione di povertà e anche di arretratezza culturale, per essere proiettati in pochi anni nella fantasmagorica civiltà dei consumi, col miraggio di approdare ad una società ricca di ogni comodità, in cui affluiscono incessantemente beni artificiali alla portata di tutti che alleviano la pesantezza del vivere quotidiano, che aprono nuove libertà, di muoversi, di esprimersi, di divertirsi, di consumare o almeno di attrezzarsi per farlo. Un’ubriacatura che determina un cambiamento antropologico violento e rapidissimo, che sarà colto in presa diretta da pochi perché non può essere accompagnato da un’adeguata rielaborazione culturale, da nuove consapevolezze capaci di vedere in profondità le debolezze e le ambiguità di quel processo.

Forse non si vuole neppure considerarle, quelle evidenze critiche, nessuna cultura politica è attrezzata per affrontarle. Il bel documentario zavattiniano per i Cento anni dell’Unità, La lunga calza verde, nel 1961, in pieno boom, si conclude significativamente con l’appello a costruire «un’Italia grande e felice»: la società italiana è divisa politicamente ma concorde nell’investire sullo sviluppo senza preoccuparsi minimamente dei guai che si arrecano all’ambiente, al volto del Bel Paese. L’autocolonizzazione del territorio può, quindi, procedere a ritmi incessanti senza incontrare ostacoli apprezzabili. 

Come già si è accennato, il 10 luglio 1976, lo scoppio del reattore del triclorofenolo all’Icmesa di Seveso determina non solo uno dei più gravi disastri ambientali del nostro Paese, ma anche un salutare shock nell’opinione pubblica, costretta per la prima volta con inquietante evidenza a fare i conti con i risvolti distruttivi delle moderne tecnologie. Quella data simbolo segna, quindi, l’inizio di una nuova stagione di emergenze ambientali legate a determinati processi produttivi, di conflitti tra le popolazioni e le presenze industriali potenzialmente dannose al territorio e alla salute delle persone (lavoratori e abitanti).

Del resto, è fin troppo scontato rilevare come la fragilità dell’ambiente Italia abbia necessariamente subito tremendi assalti da un’industrializzazione che ha considerato il territorio come un sito su cui collocare le imprese esclusivamente in funzione di convenienze tecniche ed economiche. Questi ultimi tre decenni, in particolare, come già si è detto, hanno visto esplodere alcune emergenze che segnalano una sofferenza importante e manifesta nel rapporto fra tecnica e natura. Manca però un quadro d’insieme che dia il senso della portata qualitativa e quantitativa di quel che è avvenuto nel Bel Paese nell’era dell’industrializzazione diffusa e nel contempo della reattività delle popolazioni che hanno cercato di contrastare il degrado; un quadro d’insieme che la ricerca qui proposta intenderebbe per l’appunto delineare, fornendo altresì un’informazione precisa sugli interventi di recupero effettuati e sul molto che resta da fare in tale ambito.

Per le ragioni già accennate l’arco di tempo che si intende considerare per l’Atlante  è riferibile agli ultimi trent’anni. Ciò significa che verranno censiti e studiati, principalmente, i casi di conflitti ambientali, legati al rapporto industria-territorio, che sono emersi e si sono manifestati in questo periodo, anche quando le cause degli stessi sono remote, rintracciabili nella storia produttiva degli impianti in questione, storia che si cercherà comunque di ricostruire nelle linee essenziali.

È quindi evidente che la storia dell’industria, in particolare di quella a più forte impatto ambientale, andrà ad intersecarsi con la geografia, cioè con i singoli territori in cui si sono manifestati i conflitti e sono collocati i siti produttivi, individuati e raggruppati per Regione.

Si intende quindi operare, anche attraverso ricognizioni in loco, su ogni “caso” di studio con il fine di elaborare, sia pure attraverso successive approssimazioni, una scheda come di seguito articolata:

Inquadramento storico e territoriale

Insediamento produttivo (ragione sociale; storia produttiva; tipologia rischio)

Salute e sicurezza in fabbrica

Strategie d’impresa su salute e sicurezza in fabbrica

Lotte per la salute in fabbrica

L’impresa e la questione ambientale

Conflitti ambientali

Posizione delle istituzioni

Aspetti giudiziari

Caratteristiche dei danni alla salute e all’ambiente

Indagini ambientali ed epidemiologiche

Processi di bonifica

Ipotesi ed esperienze di recupero

Fonti bibliografiche e documentarie

L’obiettivo principale del progetto è di realizzare una mappa dell’industrializzazione diffusa e del suo impatto ambientale, anche con finalità didattiche. I prodotti della ricerca, infatti, potranno essere utilizzati in ogni tipo di scuola, inclusa l’università. Nel contempo saranno fruibili per azioni mirate di educazione e sensibilizzazione ecologica.

La ricerca documentaria sarà condotta sui diversi tipi di fonti realizzando una banca dati multimediale, che potrà ospitare documenti scritti e sonori, immagini, filmati. Dalla banca dati sarà possibile ricavare schede a diversi livelli di approfondimento, ulteriormente espandibili sulla base di ricerche locali.

Lo sbocco principale della ricerca consisterà nella creazione di un archivio informatizzato presso la Fondazione Luigi Micheletti/Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia (www.industriaeambiente.it).

La ricerca potrà fornire i materiali anche per la pubblicazione di un atlante storico su Industrializzazione, territorio e conflitti ambientali, nonché di monografie per Regione o per tipologia produttiva.