M.G.Rossi, recensione di “La piaga delle locuste”:

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Maria Grazia Rossi (recensione di): Elina Gugliuzzo e Giuseppe Restifo, “ La piaga delle locuste. Ambiente e società nel Mediterraneo d’età moderna”, Napoli, Giapeto, 2014

Uno sciame di domande segue gli sciami delle locuste, che di tempo in tempo – fra la metà del Trecento e la metà dell’Ottocento – si son o abbattuti su tante regioni del Mediterraneo. A farsi infestare e a infestare con gli interrogativi sono i due storici Elina Gugliuzzo e Giuseppe Restifo, e non tanto per procedere sulla strada della sola rappresentazione culturale di questi animaletti, così piccoli, così nocivi. Avrebbero potuto farsi catturare dall’enfasi della loro prima apparizione alle luci della ribalta: le cavallette furono l’ottava piaga biblica, descritta nel libro dell’Esodo. Colpirono duramente l’Egitto del faraone, cui si contrapponeva Mosè alla guida del popolo ebraico: avvenimento indelebile nella memoria delle genti mediterranee, castigo meritato per le colpe e i peccati, cavallette vere e in metafora.

Lo scopo del volume è quello di esaminare l’impatto reale ed effettivo delle invasioni delle locuste, il posto che esse ebbero nelle vicende delle comunità umane, laddove le due storie s’intreccino, sull’arco del mezzo secolo dall’età medievale all’inizio dell’epoca contemporanea. Si compone così un convincente contributo alla inclusione della storia di quegli insetti nella storiografia riguardante il rapporto fra gli uomini e gli animali. Il Mediterraneo dovette affrontare ripetutamente le “piaghe” delle locuste: si può risalire alla rappresentazione che ne fece Plinio il Vecchio e alle osservazioni dei cronisti medievali assolutamente impressionati dalle distruzioni dei campi e delle coltivazioni.

La scelta cronologica del mezzo millennio compreso fra la metà del Trecento e la metà dell’Ottocento è dovuta alla coincidenza temporale con il fenomeno climatico della Little Ice Age, con la connessa ricerca dell’eventuale collegamento delle due realtà.

Ma non soltanto di questo si tratta; nel suo complesso il volume si presenta come un ponte lanciato sopra campi diversi e articolati di ricerca, intendendo proporsi come un saggio di storia ambientale dal forte taglio multidisciplinare.

La contestualizzazione del fenomeno delle invasioni di cavallette porta con sé domande sulla storia dell’economia delle regioni colpite, sulle relazioni tra gruppi sociali e tra questi e le autorità politiche, sulle dinamiche delle mentalità delle genti mediterranee. Le locuste aprono una vantaggiosa finestra sul complicato rapporto coevolutivo fra società degli umani, altre specie animali, terre produttive e terre incolte, ricorsi al naturale e al soprannaturale, reazioni alle sfide ambientali. I due autori lo fanno in un modo al contempo accessibile e sofisticato, intrigante per gli storici dell’età moderna e per quelli della scienza , per i cultori della storia ambientale e per i lettori di più vasta area d’interessi, compresi quelli incuriositi dagli studi sugli altri esseri viventi e con gli uomini conviventi.

Nel libro, a questo proposito, si riprendono alcune suggestioni lanciate già nel 1984 da Robert Delort e da lui stesso poi riprese e inserite nel quadro più ampio della storia dell’ambiente europeo1. Per la verità quei suggerimenti non hanno avuto una grande eco nella cultura accademica italiana: se si trova un cavallo nella recente storiografia, lo si vede sospeso tra mito, arte e letteratura2.

Ma oggi, in definitiva, ci si chiede se non sia il caso di porre fine alla lunga guerra agita dagli esseri umani contro gli altri esseri viventi e una parte significativa dei propri simili per riconoscere la rete della vita di cui tutti facciamo parte. L’uomo è quindi parte della natura e da ciò deriva la consapevolezza che il mondo naturale non è un semplice oggetto. E si potrebbe aggiungere: la interconnessione e la coevoluzione hanno una storia, che tocca agli storici odierni rinvenire.

Nella lunga storia del rapporto tra l’uomo e la natura un interessante capitolo viene scritto dalle locuste, causa di disastrose carestie e di fame. Come siano fatti e come agiscano questi insetti lo si conosceva grazie agli studi degli entomologi, fra cui va ricordato l’”apripista” Boris Uvarov, con i suoi studi su comportamento, ecologia e biogeografia degli acridi iniziati negli anni ’20 del ‘900. Da allora e fino ad oggi le indagini scientifiche non si sono mai arrestate, fino agli ultimi esiti del primo quindicennio del XXI secolo, di cui si tiene ben conto nella parte iniziale del libro di Gugliuzzo e Restifo. Si è persino ipotizzato che le locuste della Bibbia si possano riconoscere nella Schistocerca gregaria o Locusta del deserto; e come esse si riproducano nelle fasce territoriali ai margini dei deserti, quindi nell’Africa settentrionale. Proprio in quest’area si esercita ancora oggi un deciso controllo da parte delle agenzie dell’Onu, per cercare di prevenire il flagello delle locuste, un rischio attualissimo e non relegato al lontano passato o addirittura confinato nel Libro dell’Esodo.

L’Italia, nel periodo considerato dai due autori, fu colpita a ripetizione con effetti significativi sulle colture e sulle popolazioni. Malgrado il considerevole impatto sulla storia del Paese, tuttavia il fenomeno non ha ricevuto adeguata attenzione da parte dei ricercatori, ad eccezione di Dario Camuffo e Silvia Enzi, che vi dedicarono un saggio nel 1991 (poi ripreso anche in alcuni studi successivi). La loro ricerca però si era limitata all’Italia settentrionale, lasciando fuori tutto il resto della penisola e le isole.

E proprio da qui, facendo perno sulla Sicilia, prendono le mosse allora Gugliuzzo e Restifo, muovendosi poi a Occidente verso la Spagna, il Marocco e il Maghreb e ad Oriente verso Cipro, la Turchia e la Siria. Grazie a copiose ricerche d’archivio, alla consultazione di fonti primarie a stampa, di cronache e annali, vien fuori un nutrito catalogo degli eventi calamitosi dovuti alle invasioni delle locuste.

Robert Delort, Les Animaux ont une histoire, Seuil, Paris 1984, e Robert Delort – François Walter, Storia dell’ambiente europeo , prefazione di Jacques Le Goff, Dedalo, Bari 2002.

 2  Gavina Cherchi, Equus in fabula. Immagini del cavallo tra mito, arte, letteratura, Edizioni ETS, Pisa 2012.

L’episodio forse più interessante è quello che dà vita al capitolo “I grilli di Caccamo”, in cui si ricorda come nel 1689 la comuni tà siciliana della provincia di Palermo rispose alla sfida portata dalle cavallette (che la gente del luogo chiamava appunto “grilli”). La reazione venne giocata su un doppio piano: da una parte collettivamente ci si autotassa – nessuno escluso – per dar vita a una costosa campagna di lotta agli insetti, dall’altra si ricorre all’acqua benedetta di S. Rosalia e alla protezione di S. Trifone (santo poco noto ai più ai nostri giorni, ma a cui porta ancora oggi una fervida devozione la comunità di Adelfia in Puglia).

Quest’episodio in certo qual modo introduce alla parte del libro dedicata alle mentalità. Il grande sviluppo del lavoro di ricerca in questo ambito, negli ultimi decenni, porta il segno di un punto di vista dal basso che apre nuove prospettive alla storiografia. In questo varco si introduce l’indagine di Gugliuzzo e Restifo, i quali si sforzano di ri-attraversare questa particolare storia delle invasioni delle cavallette, evidenziando come la scomparsa degli animali dai nostri sistemi di riferimento, ovvero come soggetti, e la loro comparsa come oggetti di consumo, siano legate a una visione antropocentrica, da superare decisamente. Si ripercorre quindi la storia degli animali in Occidente, badando a come l’abbia condizionata la precettistica della Chiesa, che si spinge fino alla scomunica delle cavallette, le quali invero hanno come compagni nelle maledizioni i topi, i bruchi, gli scarafaggi e altri animali nocivi3.

Su suggestione di Emmanuel Le Roy Ladurie, proposta attraverso la rilettura di Padre padrone di Gavino Ledda, allora i due autori si chiedono come sia stata vissuta la religiosità in occasione delle irruzioni delle locuste, e non solo in Sardegna.

Emerge così un forte intreccio tra misure di lotta alle cavallette molto pragmatiche e misure di natura religiosa, che comprendono anche confidenze con magia, esorcismi e maledizioni. Insolita apparirà al lettore di ques to libro la notizia della pratica dei processi agli animali, con tanto di pubblico ministero e di avvocato difensore di fronte a un tribunale. Importanti erano invece, nella mentalità corrente fra la fine del medioevo e gli inizi dell’età moderna, la funzione simbolica del processo e l’esecuzione pubblica della pena. Tutte queste operazioni erano perfettamente ortodosse, in quanto previste nel Rituale romano del 1576 e ribadite in quello del 1614.

I due autori infine concordano con le tesi di Giuseppe Galasso, a proposito della scelta dei santi patroni, che vengono “confermati” o cambiati al momento del pericolo di una catastrofe minacciata dalle invadenti cavallette. Tutti questi elementi sussistono e persistono nel corpus sociale secondo linee che non sono puramente né di classe (popolo-borghesia, aristocrazia), né di ruolo (laici-clero), perché il “popolare”, il superstizioso, ecc., attraversano largamente la società anche in senso verticale, oltre che in senso orizzontale.

3 Adalberto Pazzini, La medicina popolare in Italia. Storia tradizioni leggende, Del Bianco, Udine 2015.

Nelle conclusioni del lavoro di Gugliuzzo e Restifo non si tirano solo le fila delle narrazioni del passato e si getta uno sguardo preoccupato sul presente: il global warming inciderà anche sul ciclo biologico e sui voli delle locuste? Un paragrafo, peraltro di grande attualità, viene dedicato al futuro “alimentare”. Il libro era stato già pubblicato dall’editore Giapeto di Napoli e già un anno dopo se ne discuteva all’Expò di Milano: e se gli insetti diventassero l’avvenire della nostra alimentazione?

In effetti già sono stati eseguiti studi sugli Ortotteri e messi a punto allevamenti su larga scala di differenti specie di cavallette. È stato dimostrato che esse presentano un elevato valore nutrizionale che, insieme agli elevati tassi di fecondità e fertilità, rendono questi insetti adatti alla produzione di mangimi4. E se da materia alimentare per gli animali le cavallette divenissero cibo per gli uomini? Se ne discute e si sta procedendo in tale direzione nell’Unione europea, ma ecco tornare in gioco la “mentalità”: la barriera a questo tipo di nutrimento è per lo più di tipo culturale, eppure mentre insetti come bruchi e cavallette si cibano prevalentemente di vegetali freschi, i crostacei (comunemente ritenuti di pregiato valore, si pensi alle aragoste) molto spesso si cibano di organismi in decomposizione5.

In definitiva il lavoro di Gugliuzzo e Restifo va incontro al “bisogno di storia” emergente nella società, bisogno a cui una rinnovata storiografia ritiene necessario rispondere.

4 Morena Casartelli – Gianluca Tettamanti, Utilizzo di insetti come biotrasformatori: dallo scarto alimentare alla produzione di proteine animali per la mangimistica, in Gli insetti: una risorsa sostenibile per l’alimentazione , in “Atti della Accademia italiana di entomologia” , anno LXIII, 2015.

 5   Valentina C. Materia – Carla Cavallo, Insetti per l’alimentazione umana: barriere e drivers per l’accettazione da parte dei consumatori , in “Rivista di Economia Agraria”, anno LXX, n. 2, 2015.