G.Nebbia, “Ecologia e economia. Tre tesi per il futuro”, Manfredonia, Buenaventura, 2018

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Le merci, le cose utili per la vita umana, si producono non per mezzo di soldi, e neanche per mezzo di merci, ma per mezzo di Natura. E’ questa la tesi sostenuta nel libro “Ecologia ed economia. Tre tesi per il futuro” (Manfredonia, Buenaventura di Andrea Pacilli Editore, 2017, 129 pp.) da Giorgio Nebbia, laureato in chimica, professore emerito di Merceologia, la disciplina che si occupa della produzione e dei caratteri delle merci.

Il libro analizzai l’evoluzione del pensiero economico nei confronti del ruolo della materia e dell’energia nella tecnosfera, l’universo delle cose fabbricate, cominciando dalle analogie e differenze fra i processi biologici e i cicli produttivi.

La vita consiste in una circolazione, tenuta in moto dall’energia solare, della materia dalla biosfera, il grande ma non infinito mondo delle acque, delle terre, dell’atmosfera, ai vegetali, agli animali e nella trasformazione delle scorie e spoglie di vegetali e animali, ad opera degli organismi decompositori che restituiscono alla biosfera gli atomi e le molecole che sono “servite” alla vita, il tutto con cicli sostanzialmente chiusi.

Con la comparsa degli esseri umani e con i progressi tecnici tale circolazione si è fatta più complicata. Ai cicli biologici si sono affiancati altri cicli nei quali vengono tratte, sempre dalla biosfera, dalle cave, dal sottosuolo, dai boschi, le materie necessarie alla vita economica: materiali da costruzione, combustibili fossili, legname, eccetera.

Queste materie sono trasformate con processi tecnici in oggetti utili, scambiati fra le diverse persone che li “usano”; dopo l’uso gli oggetti, le merci, si ritrovano sotto forma di residui e rottami e rifiuti, gassosi, liquidi e solidi, ormai inutili, nella biosfera.

Una parte di questi residui è biodegradabile (la carta, le scorie del cibo) e può essere riutilizzata dalla Natura; una parte può essere trasformata in altri oggetti utili, mediante operazioni di riciclo; una parte resta immobilizzata per tempi lunghi o lunghissimi: edifici, strade, ponti, ma anche i rifiuti non biodegradabili come macchinati, metalli, plastica, spesso sotto forma di gigantesche discariche.

A differenza dei cicli naturali chiusi, i cicli “merceologici” provocano un impoverimento e un inquinamento (cioè un peggioramento della “qualità”) della biosfera, e provocano un rigonfiamento della tecnosfera quale appare dalle città e dalle zone produttive.

Anche i più “biologici” dei cicli produttivi economici, quelli dell’agricoltura, nelle società industriali con le coltivazioni e gli allevamenti intensivi provocano una diminuzione della fertilità dei suoli e inquinamenti dell’aria e delle acque.

Nel libro Nebbia mostra colme di questa circolazione Natura-Merci-Natura possa essere redatta una contabilità simile a quella aziendale ed economica, a livello locale, nazionale o planetario, al punto da poter valutare, per ogni anno, la massa di materia e di energia che attraversa un territorio, una specie di Prodotto Interno materiale formalmente simile al PIL dello stesso territori.

In questo modo si può valutare non solo il benessere di una società, assicurato dalla massa dei beni fisici in circolazione, ma anche il “malessere” provocato ai singoli abitanti, umani e no, dalle scorie e dai rifiuti.

Un esempio è offerto dai mutamenti climatici; nella produzione e nell’uso di crescenti quantità di merci e di benessere, aumenta la quantità di anidride carbonica e di altri gas immessi e persistenti nell’atmosfera, la cui presenza altera il flusso dell’energia solare e provoca un inarrestabile riscaldamento del pianeta con conseguenti piogge e tempeste e alluvioni in alcune zone della Terra, siccità e desertificazione in altre, fusione dei ghiacciai permanenti, il malessere di cui si parlava prima che si traduce in perdita di vite umane, di raccolti, di benessere.

La soluzione, conclude Nebbia nel suo libro, può essere cercata in un cambiamento delle definizioni di benessere, nel cambiamento dei cicli produttivi e della qualità e quantità delle merci, nel passare, insomma, ad una “economia biologica” preconizzata un secolo fa dall’economista Marshall.