#3894 — Seveso quarant’anni dopo — 2016

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 12 luglio 2016

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Era una bella mattina estiva di sabato, quel 10 luglio di quarant’anni fa, quando dal camino di una fabbrichetta di Meda, a nord di Milano, la Icmesa, uscì un getto di polvere bianca che, trascinata dal vento, si diresse lentamente verso sud, e ricadde al suolo nel territorio del vicino Comune di Seveso. Ben presto gli animali domestici morirono e comparvero delle pustolette sulla faccia dei bambini che giocavano all’aria aperta ed erano venuti a contatto con la “nube”.

Ci vollero alcuni giorni per ricostruire l’andamento dell’incidente. La Icmesa — una società di proprietà della Givaudan, a sua volta appartenente alla multinazionale svizzera Hoffmann-La Roche — fabbricava compo­sti chimici organici, intermedi per la produzione di cosmetici ed erbicidi, fra cui il triclorofenolo, per reazione del tetraclorobenzolo con idrato di sodio a caldo dentro un “reattore”.

La sera del venerdì 9 luglio 1976, alla fine della settimana di lavoro, nel reattore era rimasta la miscela che avrebbe dovuto essere trasformata, il lunedì successivo, in triclorofenolo. La massa era raffreddata con una cor­rente di acqua, ma la mattina di sabato 10 luglio il raffreddamento si interruppe e la massa si scaldò a circa 250 gradi, con un  aumento della pressione; si ebbe la fuoriuscita dal reatto­re e la dispersione nell’aria esterna di alcune tonnellate di triclorofenato di sodio, di idrato di sodio e  di “altre cose”, sottoprodotti della reazione fra cui alcuni chili di una sostanza chiamata “diossina”, in real­tà la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-para-diossina (o TCDD), una delle molte “diossine” clorurate che si formano quando molti composti organici contenenti cloro vengono scaldati ad alta temperatura. La “diossina di Seveso” era la più tossica di tutte le diossine ed è responsabile della comparsa di tumori e di clorac­ne.

La formazione di diossina era stata osservata in altre fabbriche di triclorofenolo, una sostanza usata per produrre il disinfettante esaclorofene (di cui erta stato vietato l’uso) e alcuni erbicidi come quelli denominati 2,4-D e 2,4,5-T. Erbicidi contenenti diossina come impurezza di lavorazione, erano stati usati dagli Americani durante la guerra nel Vietnam per distruggere la foresta in cui si nascondevano i partigiani Vietcong. Dal 1970 l’uso agricolo dei due erbicidi era stato vietato in Italia.

L’incidente di Seveso ebbe gravi conseguenze umane e sociali. La popolazione di Seveso rimase sola, spaventa­ta, stordita, fra minimizzazioni e incertezze. Molte famiglie abitanti nella zona contaminata furono fatte sfolla­re; Laura Conti (1921-1993), medico e appassionata ecologista, raccolse la voce dei bambini, delle donne e degli uomini di Seveso e alla loro umana paura dedicò delle pagine bellissime.

Col passare del tempo i dirigenti della Icmesa furono processati, si cercò di accertare le responsa­bilità; una parte del paese di Seveso fu abbandonata per sempre. La zona più contaminata è stata bonificata e trasformata in un’area verde denominata “Bosco delle querce”. Macchinari, muri della fabbrica e altri materiali contenenti diossina in parte sono stati trasferiti all’estero e in parte sono stati sepolti, insieme al terreno asportato dalla zona più contaminata, in due grandi vasche, tenute continuamente sotto controllo, una di 60.000 metri cubi nel Comune di Meda e una di 200.000 metri cubi nel Comune di Seveso.

L’unico sottoprodotto positivo dell’incidente di Seveso, considerato fra i dieci più gravi incidenti industriali della storia, fu un forte progresso nelle conoscenze chimiche sulle diossine, la cui presenza fu scoperta in moltissimi altri materiali, nei fumi degli inceneritori dei rifiu­ti solidi, nei gas che si formano bruciando il cloruro di polivinile, una materia plastica, in molti residui industriali.

Il ricordare, a tanti anni di distanza, questo evento non è banale. Per la prima volta, su una scala senza precedenti, l’opinione pubblica italiana, europea e mondiale si rese conto che il territorio è cosparso di fabbriche e fabbrichette che maneggiano e trattano e trasformano sostanze pericolose, senza che nessuno degli abitanti vicini, e spesso nessuno dei pubblici amministratori, sappia che cosa contengono, che cosa producono, che cosa occorre fare in caso di incidente.

L’Unione Europea decise di emanare delle norme per regolare la presenza delle industrie a rischio. La “direttiva Seveso” del 1982, con varianti nel 1996 e nel 2012,  suddivide le industrie in due classi, a rischio e ad alto rischio, sulla base del tipo e della quanti­tà delle sostanze tossiche e pericolose che ciascuna contiene. Le autorità devono essere informate delle sostanze pericolose presenti in ciascuno stabilimento e devono essere predisposti dei piani di emergenza in caso di incidenti.

Le industrie sono importanti perché producono merci utili per la nostra vita, e assicurano lavoro e reddito per le famiglie, ma possono anche essere fonti di pericoli sia per i lavoratori sia per chi abita nelle vicinanze. E’ possibile avere occupazione, lavoro, beni materiali, con minori rischi e pericoli, con minori inquinamenti, ma soltanto con un salto di cultura merceologica e anche con una migliore conoscenza della storia e della geografia dell’industria.

Ben pochi sanno che cosa si produce in quel capannone, in quello stabilimento, che cosa esce da quel camino, che pure vediamo là, fuori dalla finestra della scuola, della casa, alla periferia delle nostre città. E, altrettanto importante, che cosa si è prodotto in passato, quali scorie sono rimaste depo­sitate, nei decenni, in qualche terreno o discarica di cui si è perfino persa la memoria ?