SM 3217 — Luci e ombre del PIL — 2011

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La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 6 gennaio 2011

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La misura del Prodotto Interno Lordo (PIL) come indicatore della ricchezza di ciascun paese è il più grande regalo che la scienza economica abbia fatto all’umanità. Una forte spinta verso questo successo si è avuto quando Lenin, nell’Unione Sovietica appena nata, nel 1920, ha chiesto ai suoi uffici economici di stabilire quanto carbone occorreva per produrre l’acciaio e quanto acciaio occorreva per produrre i trattori e quanti trattori occorrevano per produrre grano e patate. Gli uffici scrissero delle tabella in cui veniva indicata quanta materia e quanto denaro occorreva trasferire da un settore all’altro dell’economia per soddisfare le richieste di pane e patate per un paese stremato dalla guerra. A questo lavoro statistico economico collaborò un giovanotto diciannovenne, Vassily Leontief (1906-1999), che qualche anno dopo si trasferì negli Stati Uniti e fece lo stesso lavoro per il suo nuovo paese, stremato, questa volta, dalla grande crisi economica del 1929. Furono così elaborate delle “tavole” intersettoriale che indicavano quanti soldi erano trasferiti ogni anno dai settori dell’agricoltura a quelli dell’industria e da ciascuno di questi al settore delle famiglie che “vendono” agli altri settori, il lavoro, misurato anche questo come entità dei salari. Per definizione i soldi in entrata in ciascun settore dovevano essere uguali a quelli che ciascun settore cedeva agli altri (salvo alcuni dettagli).

Con questi dati in mano negli Stati Uniti l’economista Simon Kutnets (1901-1985), anche lui immigrato russo, e Colin Clark (1905-1989) in Inghilterra proposero, negli anni trenta del Novecento, di indicare la ricchezza di un paese come la somma del denaro trasferito dai settori economici alle famiglie e ai servizi, tenendo conto delle importazioni, esportazioni e di altri fattori, un numero che fu chiamato PIL, in inglese Gross National (o Domestic) Product.

L’affermazione che il Prodotto Interno Lordo, PIL, è il più grande regalo che la scienza economica abbia fatto all’umanità richiede qualche riserva; ne ha parlato di recente in una intervista il presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, Istat, quello preposto proprio a misurare il PIL italiano e i suoi cambiamenti. L’economia di un paese è basata sulla circolazione dei soldi ma non è detto che quanto maggiore è la quantità di soldi tanto maggiore sia la felicità (qualunque cosa questo significhi) individuale e collettiva.

Col passare degli anni alcuni economisti, soprattutto americani, “radicali”, hanno cominciato ad esprimere dubbi sul reale significato del PIL. Molte attività illegali fanno aumentare il PIL, ma non certo il benessere; le attività militari, dalla produzione di armi al loro impiego in guerra (e lo si vide durante la II guerra mondiale) fanno aumentare il PIL di alcuni paesi ma a spese di morti e distruzioni e devastazioni senza fine. Ma anche la ricostruzione seguita alle distruzioni provocate dalla guerra, fece aumentare il PIL in tutti i paesi; tale successo si poteva forse considerare ottenuto ”grazie” alla guerra ?

Le prime energiche spallate alla credibilità delle virtù del PIL come indicatore del benessere vennero dalla contestazione “ecologica”; alcuni economisti, fra cui Kenneth Boulding (1910-1993), scrissero degli ironici articoli per mostrare che i disastri ecologici, la produzione di rifiuti, gli inquinamenti e le frane, sono “utili” al fine del PIL perché costringono a costruire depuratori e a ricostruire le strade e le case distrutte. Nel marzo 1968, pochi mesi prima di essere anche lui assassinato come il fratello John, Robert Kennedy (1925-1968) parlando agli studenti dell’Università del Kansas disse: “Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. http://www.jfklibrary.org/Research/Ready-Reference/RFK-Speeches/Remarks-of-Robert-F-Kennedy-at-the-University-of-Kansas-March-18-1968.aspx

Nel 1965 il paese con più alto PIL per persona era la piccola repubblica di Nauru nell’Oceano Pacifico grazie allo sfruttamento selvaggio delle miniere di fosfati, che dopo poco si esaurirono portandosi via l’effimera ricchezza. Le stesse alterazioni dell’ambiente, come la produzione di rifiuti o l’effetto serra dovuto alle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, sono l’inevitabile conseguenza della produzione e del consumo delle merci necessarie proprio per far aumentare il PIL.

Senza contare che dal calcolo del PIL sfuggono gli scambi di denaro dovuti a corruzioni, attività illegali e abusi, evasione fiscale. Alcuni economisti hanno proposto di correggere il puro e semplice dato monetario del PIL con qualche altro indicatore capace, per esempio, di individuare lo stato di salute della popolazione, o dell’ambiente, o il livello di istruzione o di occupazione, o le condizioni dell’assistenza sanitaria e dell’onestà della pubblica amministrazione, da tradurre in numeri da affiancare al PIL.

Alcuni studiosi dell’Università di Bari hanno proposto un indicatore, chiamato “Prodotto Interno Materiale Lordo”, PIML, che descrive quanti chili di materia sono associati al movimento del denaro da un settore all’altro dell’economia. Un articolo pubblicato nella rivista “Statistica” ha messo in evidenza che il flusso dei circa 1400 miliardi di euro del PIL italiano annuo comportano la circolazione attraverso il paese, dall’agricoltura, all’industria, ai consumi finali, di circa 2.000 milioni di tonnellate di materiali tratti dalla natura, molti dei quali senza pagare niente, ma essenziali ai fini economici. 600 milioni di tonnellate restano immobilizzati sotto forma di edifici, macchinari, merci a vita lunga. I restanti circa 1400 milioni di tonnellate finiscono ogni anno nell’ambiente come rifiuti solidi, gassosi e liquidi che vanno a contaminare il suolo, i fiumi e il mare, spesso senza figurare nei conti monetari pur comportando costi e danni per la collettività.

Con le tavole intersettoriali in unità fisiche è possibile vedere come modificare produzione e consumi in modo da far aumentare il benessere della popolazione con un minore flusso di materiali e, quindi con una minore produzione di scorie e rifiuti e danni ambientali. Poiché, inoltre, il peso di tutta la materia che entra in tutti i settori dell’economia deve essere uguale a quello della materia in uscita, con adatti accorgimenti di calcolo, è possibile identificare anche i materiali e le merci associati ad attività illegali e abusive e all’evasione fiscale. Interesse per queste ricerche è stato dimostrato da una recente pubblicazione proprio dell’Istat, intitolata “Contabilità ambientale e pressioni sull’ambiente naturale”, la quale contiene una rassegna degli indicatori in grado di correggere i limiti del PIL di cui ha parlato il presidente dello stesso Istituto.