NC 1995-12 — Alluminio

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Nuovo Consumo, xx, (xx), dicembre 1995

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Quando vedete su una “lattina”, di birra o di bevande gassate, un esagono con dentro le due lettere “AL” ricordate che dietro tali lettere (il simbolo, scritto però tutto in lettere maiuscole, Al, dell’elemento alluminio), c’è non solo un materiale straordinario, ma anche un interessante problema ecologico. 

L’alluminio, oggi così diffuso negli imballaggi, nelle strutture  metalliche, nei motori e in  infinite  altre applicazioni, è l’ultimo arrivato nella famiglia dei metalli “importanti”: il rame ha seimila anni, il ferro, lo stagno, il piombo, ne hanno tremila. L’alluminio, uno degli elementi più diffusi in natura, è stato ottenuto allo stato di metallo poco più di un secolo fa, nel 1855, ma divenne un metallo industriale a partire dal 1886, dopo l’avvento dell’elettricità, la forma di energia che riesce a separare l’alluminio dall’ossigeno con cui si trova combinato in natura. 

Oggi l’alluminio si ottiene partendo dalla bauxite, un minerale  abbastanza diffuso in quasi tutte le rocce, con un processo lungo e inquinante e che consuma  molta energia. Per ogni chilogrammo di alluminio metallico si formano circa cinque chilogrammi di residui solidi fangosi, da smaltire nel mare o nel suolo, oltre a vari composti gassosi che inquinano l’atmosfera, e si ha un alto consumo di elettricità. 

Da qui la necessità, ogni volta che è possibile, di raccogliere gli scarti e gli oggetti usati di alluminio separatamente dagli altri rifiuti e di trasformarli, per semplice fusione e con un consumo di energia molto basso, in nuovo alluminio. Si pensi che per ottenere un chilogrammo di  alluminio dalla bauxite occorrono circa 16 kilowattore di elettricità; l’energia necessaria per recuperare un kg di alluminio dai rottami e rifiuti è circa venti volte inferiore e il processo di recupero è anche molto meno inquinante. 

In Italia, come in molti altri paesi, esistono due industrie parallele dell’alluminio: quella dell’alluminio primario, ottenuto dalla bauxite, e quella dell’alluminio secondario, o di recupero, ottenuto da scarti, rottami e rifiuti. 

La produzione mondiale di bauxite è stata nel 1994 di 111 milioni di tonnellate, quella di alluminio primario di 19 milioni di tonnellate. Nel 1994 l’Italia ha consumato 1,3 milioni di tonnellate di alluminio; la produzione italiana di alluminio primario è però in declino mentre aumentano le importazioni: molti paesi arabi hanno investito i soldi guadagnati con il  petrolio in fabbriche che producono e vendono a basso prezzo alluminio in tutto il mondo. Ma l’Italia importa anche alluminio prodotto dai rottami il che dovrebbe  indurci a recuperare con il massimo impegno tutti gli scarti di alluminio, in particolare le “lattine”.

 Tale impegno è dichiarato con fermezza anche nei recenti documenti Coop; per esempio nel “manifesto” sulla politica di uso e riciclo degli imballaggi, presentato nell’ottobre  1995 in un convegno a Roma. Occorre però anche un impegno dei consumatori, che devono aver cura di non miscelare gli imballaggi di alluminio con altri rifiuti e di metterli in appositi contenitori, un’operazione facilitata dall’indicazione del materiale — AL, appunto — sulle confezioni.