Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

L’Italia nella guerra fredda e i missili americani IRBM Jupiter
di  Deborah Sorrenti

Il 4 ottobre del 1957 i Russi mandavano in orbita il loro primo satellite, lo Sputnik, superando così gli americani nella gara tecnologica e dimostrando di potersi dotare di missili intercontinentali in grado di colpire, anche con testate atomiche, oltreoceano.[1] La reazione negli USA fu di grande preoccupazione e nello stesso tempo in Europa i paesi alleati manifestarono forte apprensione per la loro difesa, aspettandosi da Washington una risposta valida ed efficace, infatti la sicurezza europea, contro un eventuale attacco sovietico, era legata completamente al sostegno degli Stati Uniti. [2]

La reazione  immediata del presidente Eisenhower fu quella di rinforzare militarmente la NATO con i mezzi che aveva a disposizione, e cioè con missili di raggio intermedio che soltanto da basi europee avrebbero potuto raggiungere e colpire quelle russe. Nel dicembre del 1957, durante una riunione del Consiglio Atlantico, Eisenhower descrisse il suo nuovo programma di difesa proponendo l'installazione di missili balistici Jupiter, che Italia e Turchia accettarono di ospitare.

Dopo le elezioni del maggio 1958  si formò in Italia un governo centrista con a capo Amintore Fanfani, che intendeva mettere a frutto una politica estera in cui il paese avrebbe potuto svolgere un ruolo più attivo.[3] Uno dei principali fini del nuovo corso aperto da Fanfani era quello di aumentare l’influenza diplomatica italiana nel Medio Oriente favorendone il  ruolo di mediatore nei rapporti fra quest’area e gli Stati Uniti. Per muoversi in tale direzione, tuttavia, era necessario rafforzare i rapporti con l’alleato americano e quindi manifestargli una fedeltà politica indiscussa. [4]

Se si considera questa interpretazione, sembra plausibile ipotizzare che la disponibilità ad ospitare gli Jupiter, non fosse per l’Italia semplicemente una scelta sostenuta da motivi di sicurezza e difesa, ma  il risultato dell’applicazione di uno schema che rispecchiava una logica di tipo più nazionale. Accettando i missili americani l’Italia acquisiva maggiore importanza anche perché, essendo divenuta di conseguenza un bersaglio di eventuali attacchi Sovietici, avrebbe potuto avere dalla NATO una più cospicua assistenza militare.[5] A suffragio delle tesi appena esposte si possono prendere in considerazione le caratteristiche tecniche del tipo d’arma, in postazione fissa e visibile, obsoleta rispetto ai nuovi Polaris installati su sommergibili. In sostanza erano armi che avevano di fatto un valore politico molto più alto di quello militare, perché erano il simbolo di una risposta immediata ad un eventuale attacco dei Sovietici, della costante presenza americana a difesa degli Europei, del prestigio che conferivano al paese che le deteneva;  in quel momento, del resto, non esisteva nessuna alternativa che fosse altrettanto valida dal punto di vista tecnico e militare.

Gli accordi fra Roma e Washington vennero conclusi attraverso uno scambio di note che, a differenza di un  trattato, permise di aggirare le eventuali  difficoltà politiche che l’opposizione avrebbe potuto frapporre in parlamento al momento della ratifica; fu  appunto la volontà di evitare questa possibile reazione negativa ad indurre Fanfani a procedere con cautela,  suggerendo alla White House di condurre a termine la missione con la massima riservatezza, facendola apparire non come un incremento dell’arsenale atomico già presente in Italia, ma come un’attività militare di normale attuazione. All’Italia venne concesso il controllo sul lancio del missile, ma le testate atomiche rimanevano di proprietà americana e mantenute separate dai vettori, per cui non sarebbero state affidate agli Italiani in nessun caso. La legge americana sulla condivisione delle armi nucleari, il McMahon Act, non prevedeva infatti alcuna concessione in proposito.[6]

Per quanto concerne invece il lancio vero e proprio, esso sarebbe stato effettuato da una squadra costituita da militari italiani comandati da un loro ufficiale, il quale avrebbe tenuto sempre appesa al collo, per motivi di sicurezza e prontezza, la chiave che avrebbe permesso l’avvio del conto alla rovescia.  Un’altra chiave sarebbe stata custodita da un ufficiale americano e sarebbe servita invece  per effettuare l’ultimo passaggio del conto alla rovescia.

Un punto centrale degli accordi restava l’aspetto finanziario, in quanto il governo italiano precisò che il proprio sostegno allo schieramento degli Jupiter non corrispondeva ad un altrettanto ampia  disponibilità ad assumersi i costi dell’operazione. Infatti gli oneri economici assunti da parte italiana si limitarono sostanzialmente alla fornitura dei terreni e al finanziamento per la costruzione delle strutture.[7]

Si decise che il sito strategicamente ottimale in cui impiantare le rampe fosse l’Italia meridionale ed in particolare le zone della Puglia e della Basilicata: infatti fra queste due regioni vennero individuate dieci località, nelle quali sarebbero sorte le postazioni di lancio ognuna ospitante tre missili.[8]

Le basi rimasero attive per tre anni, dal gennaio 1960 all’aprile 1963, quando iniziò lo smantellamento in seguito agli accordi intervenuti fra Stati Uniti e Unione Sovietica dopo la crisi di Cuba. Quei missili vennero sostituiti con sistemi d’arma più moderni ed efficaci montati su sommergibili, i Polaris, un obiettivo molto più difficile da colpire e quindi più sicuro. Inoltre a differenza degli Jupiter, i nuovi missili non erano soggetti al controllo congiunto dei governi, ma rimanevano sotto la custodia esclusiva degli USA.[9]

 

Quando nell’ottobre del 1962 gli Stati Uniti vennero a conoscenza del fatto che i Sovietici stavano costruendo rampe d’appoggio per missili balistici sull’isola di Cuba, ebbe inizio uno dei momenti culminanti della guerra fredda.

Probabilmente Chruscev aveva deciso di installare missili a media portata nell’isola caraibica, a solo novanta miglia dagli Stati Uniti, perché avrebbero avuto lo stesso effetto strategico di quelli intercontinentali. Con questa mossa ciò che il leader sovietico voleva ottenere era non soltanto un  equilibrio più stabile tra le forze nucleari dei due stati (gli Stati Uniti possedevano già da tempo anche loro missili ICBM) ma anche un elemento di pressione che si riflettesse sulla questione ancora aperta di Berlino.[10]

Attraverso numerosi e difficili passaggi e negoziazioni, la crisi si chiuse con l’accordo informale fra Kennedy e Chruscev che i missili Jupiter sarebbero stati ritirati dalla Turchia, e di conseguenza dall’Italia, e che i Russi avrebbero chiuso le loro basi missilistiche a Cuba.[11]

L’intesa  reale fra le due superpotenze non fu resa nota, per cui ufficialmente la conclusione della crisi ebbe tutt’altra natura: pubblicamente si affermò soltanto che all’impegno statunitense di non invadere l’isola sarebbe seguito quello da parte russa di ritirare i  missili dall’isola.

La realtà fu resa nota con la pubblicazione, a metà degli anni Ottanta, delle discussioni registrate fra Kennedy e i suoi collaboratori durante la crisi. [12]

 

a) I militari della 36ª  Aerobrigata Interdizione Strategica (AB-IS)

I missili vennero affidati all’Aeronautica Italiana, per cui i militari scelti per la missione intrapresero un periodo di addestramento negli Stati Uniti, dopo il quale, tornati in Italia, furono assegnati alle rispettive basi, per ognuna delle quali erano disponibili circa centotrenta uomini, venne così costituita la 36a Aerobrigata Interdizione Strategica.

Per conoscere quale fu l’attività militare nelle basi sono stati contattati alcuni militari che vi parteciparono e dalle interviste è emerso come sia esistita una differenza sostanziale fra gli intenti diplomatici della missione e lo spirito di chi la portò concretamente a compimento, senza conoscere a fondo e chiaramente gli avvenimenti politici che l’avevano determinata. Tutti i militari percepirono l’importanza del loro contributo alla difesa della nazione ma erano privi di una visione globale del quadro politico internazionale. Soltanto in seguito, vennero a conoscenza dei risvolti della vicenda, facendo i dovuti collegamenti anche con la crisi cubana.

Ai militari italiani è stato sottoposto un questionario riguardante la loro esperienza nelle basi, al quale, in riferimento alle sensazioni generate in loro dal fatto di lavorare con ordigni nucleari la maggior parte ha risposto che non c’era differenza con le armi convenzionali perché era importante soprattutto rimanere fedeli al loro incarico, fra l’altro alcuni hanno sottolineato che in sé e per sé le bombe atomiche, finché non vengono innescate, non  rappresentano alcun pericolo.

I militari intervistati  a proposito della crisi di Cuba hanno risposto che la loro unità doveva essere sempre all'erta, per cui anche in quella occasione non si verificò nulla di diverso rispetto al servizio così come era organizzato normalmente: le basi erano in piena efficienza e pronte a lanciare i missili in quindici minuti, in ogni momento.

Era prevedibile che i Sovietici sorvegliassero l’attività della 36a e di questo si  ebbe conferma quando nel gennaio del 1962 un MiG bulgaro precipitò nella zona di Acquaviva.

E’ probabile che il pilota stesse scattando delle fotografie, e in proposito ci sono varie interpretazioni, un ufficiale di lancio della 36a  ritiene che probabilmente la missione del velivolo fosse quella di effettuare una prova per capire fino a che quota sarebbe stato intercettato dai radar, i quali in effetti ricevettero due segnali della sua presenza finché l’aereo volava ad alta quota  ma che poi lo persero di vista quando si abbassò a pelo d’acqua.[13]

Un altro ufficiale fra quelli intervistati indica un’ulteriore spiegazione dell’episodio, quella secondo la quale sulla vicenda si riuscì a mantenere un certo riserbo perché a giungere sul posto, anche prima dei Carabinieri, furono alcuni ufficiali di lancio americani che sarebbero appartenuti alla CIA; questi ultimi avrebbero avuto modo di verificare subito i motivi dell’atterraggio e prelevare il rullino dalla macchina fotografica. Comunque, la conseguenza più immediata dell’accaduto fu che da quel momento due caccia  dell’Aeronautica Italiana tennero le basi sempre sotto stretta sorveglianza.[14]

Nessuno dei militari ricorda che l’episodio avesse causato un particolare scompiglio: sapevano di essere osservati e il fatto di averne avuta prova tangibile non cambiò nulla nel loro stato d’animo.

Dai colloqui avuti con i militari che hanno vissuto l’esperienza di custodire i missili atomici, si può desumere quanto per loro fu una missione particolarmente importante per poter attingere alle conoscenze tecniche americane e rappresentò per molti una crescita professionale non indifferente.

L’impatto con le popolazioni pugliesi e lucane fu quasi per tutti privo di  particolari problemi, mentre  furono maggiormente avvertite le difficoltà  relative all’isolamento da parte dei più giovani che  nelle basi si sentirono spesso tagliati fuori dal mondo. E’ anche vero che alcuni di loro si ambientarono benissimo e decisero di stabilirsi in quelle regioni, ma altri scelsero di lasciare l’Aeronautica accettando le proposte di lavoro di aziende e industrie.

E’ certo comunque che, tranne rare eccezioni, il personale della 36a fu accolto molto bene dalle popolazioni;  nessuno degli intervistati ha ricordato che si manifestasse ostilità nei loro confronti o che ci fossero delle ritrosie insormontabili a socializzare.

Le armi nucleari non rappresentarono per nessuno di loro un pericolo maggiore  delle armi convenzionali, il personale dell’Aerobrigata, formatosi nel clima della guerra fredda, si riteneva preparato all’eventualità di un conflitto e non mostrava particolare preoccupazione al pensiero di costituire un potenziale bersaglio.

Nessuno si è lamentato del rischio che quell’attività implicava, quanto piuttosto della durezza in sé del servizio, che implicava, fra l’altro, l’impossibilità di godere liberamente delle licenze per mancanza di personale che potesse coprire i turni continuativi.

 Nell’insieme dalle interviste e dai questionari emerge un grande spirito di corpo e un forte senso del dovere, forse caratteristiche tipiche di tutti i militari che potrebbero essere causa, a volte, di qualche correzione forzata nell’espressione delle proprie opinioni ma  che d’altro canto hanno sorretto quegli uomini durante i tre anni dedicati al servizio dei missili Jupiter. Di certo si riscontra la mancanza di qualsivoglia notazione negativa nei confronti di quell’esperienza o anche di uno soltanto dei suoi aspetti più caratterizzanti, soprattutto per tutto ciò che riguardava  le decisioni prese dai superiori.

La coscienza di essere stati parte integrante di un momento storico di importanza fondamentale come è stata la crisi di Cuba è nata in loro successivamente, come pure la consapevolezza di aver svolto un’attività irripetibile, legata ai progressi tecnici e scientifici dei lanci spaziali. Ciò ha determinato in queste persone una notevole disponibilità a collaborare  a questa ricerca per rimettere in ordine i dettagli della vicenda in merito agli aspetti che li riguardavano più direttamente.

 

 

b) I dibattiti parlamentari e le reazioni della stampa nazionale alla installazione dei missili Jupiter.

Il 25 settembre del 1958 “L’Unità” diede la notizia che l’Italia avrebbe ricevuto dagli Stati Uniti due squadroni di missili IRBM con testate nucleari, la fonte da cui era stata tratta la notizia era l’Associated Press di New York.[15] In seguito a ciò nella seduta alla Camera del 30 settembre furono indirizzate diverse interrogazioni al ministro della Difesa, Antonio Segni, il quale, fedele al segreto che copriva la vicenda, rispose affermando che l’acquisizione dei missili IRBM rappresentava una fase di aggiornamento dell’arsenale italiano rispetto alle moderne innovazioni tecnologiche, per cui non si trattava di una questione dai risvolti politici. Segni concluse il suo intervento sottolineando come il potere deterrente di quelle armi sarebbe stato esso stesso garanzia di pace e che il misurarsi con l’avversario sul medesimo piano di forze avrebbe al contrario consentito migliori prospettive per il raggiungimento degli accordi sul disarmo. [16]

La questione dei missili tornò in discussione alla Camera alcuni mesi dopo, nel marzo del 1959, alla vigilia della firma per gli accordi con gli Stati Uniti; anche stavolta  ci furono interrogazioni ed interpellanze rivolte da esponenti della sinistra al governo circa la veridicità delle notizie secondo le quali in Italia erano già  arrivati i missili e su quale fosse il luogo della loro esatta collocazione. In quell’occasione,  furono chiesti lumi al ministro della Difesa, Giulio Andreotti, a proposito dei collegamenti internazionali fra i missili in Italia e la questione di Berlino.[17] Andreotti rispose che ciò non corrispondeva a verità in quanto le dichiarazioni di Segni in merito alla questione, risalenti al 30 settembre del 1958, furono fatte in un periodo antecedente a quello delle dichiarazioni di Chruscev  in merito alla sorte della Germania orientale.[18]

In Senato, nell’aprile del ‘59, il problema fu discusso per quattro sedute consecutive a causa del fatto che un numero consistente di esponenti della sinistra vollero rivolgere al presidente del Consiglio molte domande sugli accordi conclusi con gli Stati Uniti  il 26 marzo per le nuove forniture militari di cui il governo non aveva messo a conoscenza il parlamento. La sinistra chiese allora che il documento dell’intesa venisse mostrato ai senatori e discusso pubblicamente.

I numerosi interventi furono tutti incentrati pressappoco sulle stesse argomentazioni da una parte politica e dall’altra. Nessuno dei deputati, qualunque fosse lo schieramento di appartenenza, fece cenno alle  aspirazioni della politica estera italiana e al contributo che poteva essere arrecato al suo prestigio dalla decisione di installare i missili. La loro presenza in Italia veniva considerata un’iniziativa del governo Segni e ricondotta in genere alla questione di Berlino; la sinistra giudicò perciò particolarmente gravi i risvolti politici dell’installazione, verificatasi in un momento di tensione internazionale in cui gli Stati Uniti sembravano riarmarsi pesantemente contro il blocco orientale e minacciavano immediate ritorsioni se l’Unione Sovietica avesse preso iniziative militari offensive verso Berlino ovest. In tal senso anche la stampa forniva interpretazioni analoghe degli avvenimenti, sottolineando le stesse connessioni. [19]

Dall’esame degli interventi, si può appurare come non si conoscessero effettivamente i termini dettagliati degli accordi e le località italiane dove sarebbero state allestite le basi. D’altra parte gli esponenti del governo riuscirono facilmente a difendersi dalle accuse di voler celare la dislocazione dei siti, sostenendo di essere vincolati dal segreto militare. Il presidente Segni più volte  tenne a rimarcare l’assenza assoluta di pericolo per le popolazioni in prossimità delle basi, in quanto il loro carattere deterrente sarebbe bastato a scoraggiare qualsivoglia attacco nemico. Segni sottolineò inoltre che l’Italia rimaneva attivamente impegnata nel raggiungimento di una effettiva politica di disarmo, infine fu ripetuto più volte, e da più parti dello schieramento di centro, che l’operazione non avrebbe avuto costi gravosi per il bilancio dello Stato.[20]

Da parte della sinistra invece non solo si sollevarono forti dubbi sulla sicurezza di queste armi ma si sottolineò che l’Italia si sarebbe messa in una posizione di aperta sfida nei confronti del mondo socialista. Il fatto che le basi avrebbero ospitato armi nucleari, se fu oggetto di qualche apprensione,  passò comunque in secondo piano rispetto al valore politico che la sinistra attribuì alle decisioni del governo e alle loro ripercussioni sulla politica estera se l’Italia fosse divenuta succube di interessi a lei dannosi.

La seduta si chiuse con la votazione sulla richiesta al governo di presentare alle Camere il testo degli accordi sui missili, ma la proposta della sinistra fu bocciata con 133 voti contrari.[21]

All’indomani della chiusura del dibattito parlamentare “L’Unità” puntava  il dito sul rifiuto ostinato del governo Segni di mettere in discussione pubblicamente l’intesa sui missili, criticando, altresì, tutta la sua politica estera, e mettendo in rilievo il tenace impegno dell’opposizione affinché si potesse vagliare e quindi giudicare democraticamente quello che veniva considerato un patto segreto con gli Stati Uniti a prescindere dagli impegni atlantici della nazione ed anzi a suo rischio e pericolo. [22]

La stampa nazionale seguì il dibattito parlamentare dedicando molto spazio allo scontro tra le forze politiche. In proposito “L’Unità” pubblicò una dichiarazione  di Togliatti che, partendo dall’errato presupposto che la destinazione dei nuovi armamenti sarebbero state le regioni del Veneto e della Sardegna,  metteva in rilievo le condizioni economiche disagiate di queste regioni a cui il governo continuava a non porre rimedio.[23] La dichiarazione di Togliatti continuava affrontando le implicazioni che la vicenda dei missili poteva avere sulla politica estera di Palazzo Chigi:

“Il governo italiano compie un atto che è un aperto atto di ostilità, di concreta preparazione alla guerra, contro i Paesi socialisti e contro l’Unione Sovietica in particolare.... A questo paese pacifico che ci offre amicizia, si risponde piazzando in due regioni italiane strumenti di sterminio esclusivamente diretti contro di esso. Questo è il modo come intendono contribuire alla pace gli uomini politici cattolici e il partito cattolico!”[24]

La stampa di centro-destra rispondeva a queste prese di posizione con toni altrettanto decisi, confutando quelle che erano considerate solo pure illazioni ed esagerazioni nell’intento di strumentalizzare gli avvenimenti contro l’attività del governo,  giudicata invece positivamente. Il “Corriere della Sera” in un editoriale attaccò infatti le tesi comuniste contro i missili e sottolineò l’ambiguo atteggiamento mantenuto dai socialisti, i quali venivano accusati di neutralismo e dipendenza ideologica dai cugini comunisti. [25]

Anche la reazione della stampa democristiana fu determinata nel respingere le critiche dei comunisti contro l’installazione delle basi e in un articolo significativamente intitolato “La pace del lupo”, “Il Popolo” contrappose la decisione del potenziamento degli armamenti atlantici al continuo riarmarsi e potenziarsi minaccioso della Russia, definendo indispensabili e irrinunciabili le precauzioni occidentali in campo di sicurezza e difesa. In particolare nell’editoriale si rispondeva   ad un intervento che Togliatti aveva fatto a Venezia qualche giorno prima.[26]

Il fatto che il governo rifiutasse di rendere pubblica l’intesa con gli Stati Uniti era spiegato in modo diverso dalla stampa, per cui se nel “Corriere” il governo era pronto “ad affrontare qualsiasi dibattito sui missili”, e “Il Popolo” sottolineava l’assurdità delle accuse mosse dai comunisti,[27] “L’Unità”  metteva in risalto l’impegno della lotta intrapresa dalla sinistra affinché gli accordi divenissero oggetto di discussione in parlamento. [28]

Il centro-destra si difese tenacemente contro gli attacchi dell’opposizione durante il dibattito a Palazzo Madama e la stampa democristiana mise in risalto in più occasioni l’infondatezza delle preoccupazioni dei socialcomunisti e l’assurdità della loro presa di posizione contro le scelte di politica estera del governo.

Dal confronto fra le diverse posizioni espresse dalle forze politiche si può concludere che l’acquisizione dei missili IRBM da parte dell’Italia fu interpretata in modo molto diverso. Infatti se le sinistre misero in rilievo la situazione di pericolo  in cui l’Italia si sarebbe venuta a trovare in caso di ritorsione nemica, gli esponenti del centro-destra al contrario individuarono il vero pericolo nell’inaffidabilità dell’Unione Sovietica dalla quale era meglio difendersi in tempo, in quanto la situazione politica internazionale, e in particolare quella relativa a Berlino, era in continuo divenire.

Il fatto che si trattasse di armi atomiche non fu oggetto di specifiche confutazioni  o, al contrario, di approvazioni palesi da parte dei parlamentari, in quanto si dette maggiore importanza al fatto che installando delle armi puntate verso la Russia, nucleari o convenzionali che fossero, si attuava una minaccia inopportuna verso un paese che i comunisti giudicavano assolutamente pacifico.

 

c)Le popolazioni civili e l’attività del Partito Comunista pugliese

 

È sembrato opportuno vagliare quale fu localmente l’attività di protesta dell’opposizione verso il dispiegamento degli Jupiter, indagando sul  PCI pugliese, il quale, come è noto, durante gli anni Cinquanta, fu molto impegnato nelle lotte per la divisione dei latifondi ai braccianti e a questo scopo cercò di coinvolgere quanto più possibile gli stessi contadini in manifestazioni di protesta anche  molto eclatanti  come l’occupazione delle terre.[29] Queste iniziative furono spesso accompagnate  dal tema  della pace, che nella propaganda del PCI aveva un’importanza centrale. Ritenendo infatti  che l’Unione Sovietica anelasse al conseguimento di un clima politico più disteso per poter effettuare la propria ricostruzione dopo le distruzioni causate dalla guerra, i comunisti pugliesi sostenevano fortemente gli argomenti pacifisti, come risulta dal documento conclusivo di un loro congresso, svoltosi a Gravina in Puglia, ma è probabile che il riferimento ai missili fosse generico e non specifico, visto che la riunione avvenne prima che la notizia fosse conosciuta.[30] Sulla  effettiva consapevolezza che i politici locali potevano avere delle intenzioni del governo  di installare i missili  in Puglia o,  in seguito, della loro effettiva presenza nel territorio, i pareri raccolti attraverso le interviste rivolte ai politici dell’epoca, restano discordanti. Il senatore Calìa e il signor Scialpi, che è stato sindaco di Irsina dal 1960 al 1972, affermano che la realtà dei fatti fosse nota; invece  il senatore Petrara sostiene che la mancanza di una reazione decisa da parte del PCI alla creazione delle basi missilistiche fu determinata anche dal fatto di non aver compreso appieno l’effettiva portata degli avvenimenti, in quanto neanche gli organi direttivi nazionali del loro partito li misero al corrente  di quanto stava effettivamente accadendo.[31] Che la Puglia ospitasse missili con testate atomiche divenne noto a tutti soltanto dopo l’episodio del MiG spia bulgaro; questa presa di coscienza determinò un’ulteriore forte presa di posizione all’interno del PCI di Gravina, per cui nella relazione conclusiva del 13° congresso sezionale, del 1962, si affermò con più vigore l’importanza di lottare per la pace. [32]

Un’interessante testimonianza riguardante la storia degli Jupiter viene dal senatore Giorgio Nebbia,  che al tempo dei missili era docente di Merceologia presso l’Università di Bari. Egli ricorda infatti che proprio nel laboratorio di chimica della sua facoltà un giorno si presentò un militare americano che veniva dalla base di Gioia del Colle per chiedere che fossero effettuate delle analisi sull’efficacia di un solvente, per poterlo utilizzare come sgrassante per tubi metallici attraverso i quali doveva passare dell’ossigeno liquido, che, se avesse trovato materiale organico all’interno delle condutture, si sarebbe facilmente incendiato. Essendo il professor Nebbia particolarmente interessato agli studi sulla missilistica e sui lanci spaziali, collegò la specifica richiesta del militare con l’ipotesi che nelle vicinanze si stesse svolgendo proprio un’attività di tal genere di cui però egli non era a conoscenza; infatti sapeva bene che l’ossigeno liquido è uno dei carburanti utilizzati per i missili balistici.[33]

Il militare americano non si fece più vivo e di conseguenza il professore non poté chiedergli  ulteriori chiarimenti. Qualche anno dopo, durante un’escursione  nei boschi della Murgia, il professor Nebbia si imbatté per caso nei resti della base di Gravina e osservandoli comprese che doveva trattarsi di una postazione per missili.

In seguito, durante la sua attività politica nelle file del PCI  pugliese, cercò di indagare sulla questione fra i suoi compagni di partito, ma nessuno seppe offrirgli informazioni, tranne qualche notizia relativa al fatto che si era svolta una manifestazione contro la base di Altamura. Il signor Vasco, che all’epoca era un esponente molto impegnato della sezione del PCI di Gioia del Colle, ricorda che il partito riuscì a radunare circa un migliaio di persone, nei pressi del sito missilistico. Egli racconta tra l’altro che dal luogo dove i manifestanti si erano raccolti i missili erano ben visibili, per cui tutti i partecipanti si fermarono sulla strada statale e quando cercarono di avvicinarsi all’ingresso della base furono bloccati dai Carabinieri.[34]

Da quello che rammenta il signor Scialpi, la manifestazione fu organizzata dal Partito Comunista con l’aiuto delle sezioni di Bari e di Roma per l’intermediazione di un attivista locale molto conosciuto e stimato, Tommaso Fiore. Gli intervistati considerano quella di Altamura la più significativa manifestazione pacifista di quegli anni. Riguardo ad altre iniziative, i militari intervistati attraverso il questionario ricordano  un corteo a Gioia del Colle e uno a Spinazzola, ma anche per questi eventi non è stato possibile accertare una data; nella “Gazzetta del Mezzogiorno” si dà notizia di una manifestazione a Gioia, che dai particolari sembra la stessa che viene ricordata dal signor Vasco ma che egli colloca nel 1958.

In quell’occasione i pacifisti costruirono un missile di cartone e manifestarono per la pace, ma da ciò che racconta il signor Vasco la costruzione del missile di cartone aveva solo un significato simbolico e non si riferiva in modo specifico agli Jupiter; era un simbolo generico di protesta contro il continuo incremento degli armamenti americani, senza alcun riferimento specifico alle vicine basi. Quella protesta intendeva dunque invitare il governo italiano a non alimentare le spese militari ma a migliorare le condizioni di vita della gente più povera. Inoltre la manifestazione si svolse forse nel 1958, prima, che le basi stesse fossero state installate. In sostanza datare con precisione le iniziative pacifiste è stato impossibile avendo a disposizione soltanto i ricordi personali dei testimoni e non fonti documentarie.

Per conoscere le reazioni dei civili alla presenza dei siti missilistici è stato sottoposto all’attenzione di 55 persone un questionario attraverso il quale si rileva che  solo un numero esiguo ricorda  qualche manifestazione pacifista.

Questo dato, se collegato ai precedenti, dimostra ancora una volta che se ci fu una qualche opposizione verso la presenza delle basi, non fu comunque di rilievo.

Il fatto che ad essere custodite fossero armi atomiche e non convenzionali non era noto a tutti, e comunque anche chi, fra quanti sono stati intervistati personalmente, sostiene di esserne stato sempre a conoscenza afferma di non aver mai mostrato particolare apprensione per i pericoli che la situazione avrebbe potuto determinare. Il signor Vasco non ricorda che si conoscesse con esattezza quale attività svolgessero i militari nell’aeroporto di Gioia, per cui sottolinea la mancanza di una coscienza civile soprattutto in merito al pericolo che poteva venire agli abitanti del luogo, e accusa per questo di negligenza le autorità  civili e militari, che a suo giudizio avrebbero dovuto mettere la popolazione al corrente di ciò che avveniva anche per permettere eventuali evacuazioni in caso di pericolo.[35]

Il signor Scialpi, da parte sua, sostiene che anche allora si conosceva la verità sul fatto che i missili fossero armati con testate atomiche, ma che non furono prese iniziative concrete contro le basi perché la popolazione si aspettava di ricavare vantaggi economici dalla presenza dei militari.

Il senatore Petrara, infine, non solo sottolinea  la sua mancanza di conoscenza approfondita riguardo alla questione, ma si rammarica di non aver agito con la determinazione necessaria al fine di allontanare un possibile pericolo  dalla sua città. Egli ritiene infatti che se le notizie fossero state più precise il PCI di Gravina sarebbe stato in grado di disturbare l’attività della Brigata o di ottenerne perfino il trasferimento. Riguardo ai risultati ottenuti attraverso il questionario, su 37 interpellati sulle sensazioni e i ricordi che la presenza di armi atomiche avesse determinato in loro, 14 hanno provato preoccupazione e 7 vera e propria paura, altre 7 indifferenza, 5 senso di protezione e solo 3 orgoglio. Alla domanda su cosa avesse fatto dopo essere venuto a conoscenza della presenza di armi nucleari vicino al luogo in cui viveva, la maggioranza  ha dichiarato di essersi sentita  turbata ma di non aver pensato di trasferirsi,  9 hanno mostrato indifferenza e solo 5 hanno dichiarato di aver beneficiato di un senso di protezione.

In conclusione si deduce che la presenza delle armi nucleari, provocò solo in qualche caso una certa apprensione, mentre in generale non suscitò alcuna reazione forte, socialmente condivisa e finalizzata alla loro rimozione: in questo l’atteggiamento fu comune da parte sia dei politici locali sia delle popolazioni civili. Si può affermare che gli intervistati non hanno mostrato particolari contrarietà nell’aver vissuto in luoghi nei quali si stava svolgendo una attività militare  intensa e finalizzata all’impiego di armi atomiche.

Difficile da spiegare rimane l’incoerenza nell’atteggiamento del PCI pugliese, che nell’insieme si è mostrato decisamente accondiscendente alla presenza delle armi nucleari. La discrepanza sta nel fatto che lo stesso partito e le stesse persone  appena pochi anni prima avevano intrapreso una lotta serratissima contro il governo per l’assegnazione delle terre ai braccianti e che da Irsina, sperduto paesino della Basilicata, si era presa l’iniziativa di arrivare fino a Napoli per protestare contro la CED nel 1954.

Che cosa abbia determinato invece una certa acquiescenza politica rispetto alla presenza sul territorio di armi nucleari non è stato possibile stabilirlo con certezza; è probabile che a prevalere siano stati due elementi, e cioè  sia i benefici finanziari determinati dalla presenza di numerosi militari sia la disinformazione sulla natura nucleare dei missili. Nel primo caso in particolare i comunisti non avrebbero trovato facilmente l’appoggio popolare perché la gente sperava di poter migliorare le proprie condizioni economiche, e quindi insistere per allontanare i militari avrebbe prodotto un irreparabile scollamento con gli interessi sociali più diffusi. Nel secondo caso non è stato possibile definire con esattezza quanto il PCI pugliese fosse effettivamente a conoscenza dell’attività dell’AB-IS,  per cui non è stato possibile arrivare a conclusioni precise: la scarsa conoscenza dei fatti non può perciò considerarsi con certezza come la causa dell’immobilità politica del partito.

In ogni caso il governo riuscì a mantenere il riserbo sulla vicenda, limitandone le ripercussioni nelle sedi istituzionali, nella stampa ma anche, e soprattutto, a livello locale.



[1] Questo articolo è tratto dal mio libro “L’Italia nella guerra fredda – La storia dei missili Jupiter 1957/1963”, Roma, Edizioni Associate, 2003, al quale mi permetto di rimandare per una trattazione più approfondita e completa dell’argomento.

[2]Philip Nash, “The Other Missiles of October. Eisenhower, Kennedy, and the Jupiters 1957/196”, North Carolina University Press, Chapel Hill & London, 1997 , pag.13.

[3]Per ulteriori informazioni sulle elezioni politiche in Italia del maggio 1958 cfr. Leopoldo Nuti, “Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra. Importanza e limiti della presenza americana in Italia”, Roma-Bari, Laterza 1999, pag.128 e Pietro Craveri, “La Repubblica dal 1958 al 1992”, Milano, TEA, 1995.

[4] Sulla politica estera del governo Fanfani del 1958 cfr. L. Nuti, “Gli Stati Uniti...”, op. cit., pp.130 e sgg..

[5] L. Nuti, “Dall’operazione “Deep Rock” all’operazione “Pot Pie”: una storia documentata sui missili SM 78 Jupiter in Italia”, in “Storia delle Relazioni Internazionali”, vol. 11/12, n° 1 (1996/1997) e vol. 2 (1996/1997), cit. pag.107, nota 51.

[6] In realtà le testate furono sempre mantenute montate sui missili, sarebbe stato impossibile, infatti, effettuare un lancio nel tempo determinato di quindici minuti dovendo prima collocare la bomba (del peso di quattrocento chili) sul vettore.

[7] Cfr. sulla questione L. Nuti, “Dall’Operazione “Deep Rock”...”, op. cit. pp.111/112.

[8] Le località erano: Acquaviva delle Fonti, Altamura (due siti), Gioia del Colle, Gravina in Puglia, Laterza, Mottola, Spinazzola, Irsina e Matera.

[9] Sull’argomento cfr. P. Nash, ” The other missiles...”, op. cit., L. Nuti, “Dall’operazione…”, op. cit., pp. 124/125.

[10] Sulla connessione fra la questione di Berlino e la crisi di Cuba cfr. Marc Trachtenberg, “L’apertura degli archivi americani: verso nuove prospettive”, in Leopoldo Nuti, “I missili di ottobre: la storiografia americana e la crisi cubana dell’ottobre 1962”, Milano, LED, 1994.

[11] Sull’argomento cfr. l’introduzione a L. Nuti, “I missili di ottobre...”, op. cit..

[12] L. Nuti, “I missili di ottobre...”, op. cit., pp. 34-35 e P. Nash,The Other...”, op. cit., pp. 88, 95, 96 e 125.

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[13] Intervista personale con il capitano Renato Cecchetti, Roma, aprile 1999.

[14] Intervista personale con il capitano Enzo Tatoni, Roma, maggio 1999.

[15] Cfr. L. Nuti, “Dall’operazione “Deep Rock”... “op. cit. pp. 105/106.

[16] Atti Parlamentari, III Legislatura, discussioni, 30 settembre 1958, pag. 1863.

[17] Come è noto esisteva fra le due superpotenze una divergenza di vedute insanabile per ciò che concerneva il destino della Germania Orientale, proprio nel novembre del 1958 vi era stata la seconda crisi di Berlino che contribuì a mantenere in bilico i rapporti fra USA e URSS.

[18] Atti Parlamentari, discussioni, III Legislatura, 17 marzo 1959, pag. 4346.

[19] “L’Unità”, “Mc Elroy vuole usare per Berlino i missili USA piazzati in Italia”, 5 aprile 1959, pag. 1.

[20] Atti parlamentari..., 16 aprile 1959, op. cit..

[21] “Il Popolo”, “Il Senato respinge la speculazione tentata dalle sinistre sui missili e approva la politica del Governo”, 17 aprile 1959, pag.1. In merito vedi anche cap. quarto.

[22] “L’Unità” “Il governo Segni rifiuta di sottoporre l’accordo sui missili al Parlamento”, 17 aprile 1959, pag. 1.

[23] Si può osservare che lo stesso discorso sarebbe calzato a pennello anche per la Lucania e la Puglia e che comunque la mancata visione degli accordi, che rimanevano celati dal massimo riserbo, non poteva non essere causa di inesattezze.

[24] “L’Unità”, “Appello di Togliatti alla lotta contro le basi di missili in Italia”, 1 aprile 1959, pag. 1.

[25] “Il Corriere della Sera”, “Assurda protesta”, 2 aprile 1959, pag. 1.

[26] “Il Popolo”, “La pace del lupo”, 7 aprile 1959, pag. 1

[27] “Corriere della Sera” “Il governo pronto ad affrontare qualsiasi dibattito sui missili”, 4 aprile 1959, pag. 1, “Il Popolo”, “Assurda accusa di incostituzionalità dell’accordo sui missili”, 4 aprile 1959, pag. 1.

[28] “L’Unità”, “I senatori comunisti chiedono che il governo presenti al parlamento l’accordo sui missili”, 15 aprile 1959, pag. 1.

[29]Per avere maggiori informazioni sull’attività del PCI pugliese negli anni Cinquanta cfr. Tommaso Fiore, “Un popolo di formiche”  Bari, Laterza, 1952 e sulla storia del PCI nella prima metà degli anni Cinquanta cfr. anche Giovanni Gozzini e Renato Martinelli, “Storia del Partito comunista italiano - Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso” - Torino, Einaudi 1998, Silvio Lanaro, “Storia dell’Italia repubblicana”, Marsilio, Venezia, 1992, Paul Gisborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica”, Torino, Einaudi, 1984 e L. Nuti, “Gli Stati Uniti...”, op. cit. pag. 292 e sgg..

[30]Relazione conclusiva del congresso della sezione del PCI di Gravina in Puglia, 1958, cit. pag. 2.

[31]Interviste personali con i senatori Michele Calìa e Onofrio Petrara,Gravina in Puglia, marzo 1999 e con il sig. Rocco Libero Scialpi, Bari, marzo 1999.

[32]Relazione conclusiva del XIII congresso del PCI di Gravina in Puglia, 8/9 novembre 1962, cit. pag. 2.

[33]Intervista personale con il professor Giorgio Nebbia, Roma, luglio 1998.

[34] Non vi è traccia di questi fatti, né nella stampa locale, né negli archivi del comune di Altamura.

[35] Intervista personale con il signor Peppino Vasco, Gioia del Colle, marzo 1999.