Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Numero
6
December 2002
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Le Merci e la Merceologia: passato presente e futuro, di Ottilia De Marco
Carlo Cattaneo e l'Europa, di Sandro Fontana
Turismo e storia della produzione cartografica: la carta d'italia del touring club italiano al 250.000*, di Edgar Meyer
Tecnica e ambiente dalle origini al 2000, di Giorgio Nebbia
I musei del lavoro industriale in Italia, di Pier Paolo Poggio
La storia dei pcb (policlorobifenili). Miracoli e disastri della tecnica nel Novecento, di Marino Ruzzenenti
Eventi
C'era una volta l'austerità, di Giorgio Nebbia
L'industria delle bilance, di Giorgio Nebbia
Luci e ombre del telecommercio, di Giorgio Nebbia
Porto Marghera. dichiarazione comune degli storici italiani dell’ambiente sulla sentenza del processo alla Montedison per i fatti del petrolchimico, di AA.VV.
Tagungsplan 1.-3.11.2002, di S.A
Persone
Giovanni Haussmann (1906-1980), di Ongaro
Justus von Liebig (1803-1873), di Giorgio Nebbia
Alfred Lotka (1889-1949), di Giorgio Nebbia
Guglielmo Marconi (1874-1937), di Giorgio Nebbia
Robert Owen (1771-1858), di Giorgio Nebbia
Franco M.Scudo (1935-1998), di Giuseppe Damiani
Albert Szent-Gyorgyi (1893-1986), di Giorgio Nebbia
Cose
Amianto, di Giorgio Nebbia
Arsenico, di Giorgio Nebbia
Automobile, di Giorgio Nebbia
Avorio, di Giorgio Nebbia
Bicarbonato di sodio, di Giorgio Nebbia
Canapa, di Giorgio Nebbia
Carta, di Giorgio Nebbia
Cemento, di Giorgio Nebbia
Clorofluorocarburi, di Giorgio Nebbia
Cromo, di Giorgio Nebbia
Detersivi, di Giorgio Nebbia
Diamanti, di Giorgio Nebbia
Estratti per brodo, di Giorgio Nebbia
Gomma, di Giorgio Nebbia
Idrogeno, di Giorgio Nebbia
Latte, di Giorgio Nebbia
Lino, di Giorgio Nebbia
Sapone di marsiglia, di Giorgio Nebbia
Selenio, di Giorgio Nebbia
Silicio, di Giorgio Nebbia
Zolfo, di Giorgio Nebbia
Zucchero, di Giorgio Nebbia
Letture
Rubbish! The archeology of garbage, di Giorgio Nebbia
Una sintesi storica dell'industria mineraria in Italia, di Giorgio Nebbia
L’acqua. Nuovo obiettivo strategico mondiale, di Giorgio Nebbia
Documenti
Il 22 maggio, di Gian Domenico Zucca
Appunti per una biografia su Gaetano Bresci a cento anni dalla morte, di Gian Domenico Zucca
Carlo Cattaneo e l'Europa
di  Sandro Fontana

Trent’anni fa, in coincidenza con l’attuazione dell’ordinamento regionale, l’universo politico e culturale italiano venne fortemente influenzato dal pensiero di Carlo Cattaneo: un pensiero che lasciò tracce non effimere soprattutto nel dibattito che veniva sviluppandosi tra le forze politiche e sociali della Lombardia durante la “fase costituente” della elaborazione dello Statuto e in occasione delle prime scelte programmatiche regionali riguardanti i nuovi rapporti con gli enti locali territoriali, il recupero della cultura popolare tradizionale, la riforma del servizio pubblico radio-televisivo, la diffusione delle biblioteche e dei musei, gli interventi nei settori cruciali della sanità, dell’agricoltura, delle attività artigianali e industriali, dell’istruzione professionale e così via.

     Il richiamo a Cattaneo era allora costante e si riferiva non solo ai suoi molteplici interessi scientifici e culturali, ma soprattutto alla sua lezione di metodo, cioè alla sua insuperata capacità di analisi «sperimentale» nei vari settori di attività; e ciò, senza mai perdere di vista l’esigenza «federale» di ricondurre a sintesi unitaria, e quindi a chiaro indirizzo politico, le numerose articolazioni disciplinari e le più svariate competenze tecnico-scientifiche.

     Frutto di quel clima, ed anche dell'amicizia nata allora nel nome del Grande Lombardo tra chi scrive e studiosi come Ettore Rotelli e Carlo Lacaita, è stato il convegno su «L’opera e l’eredità di Carlo Cattaneo» organizzato nel giugno del 1974 dalla Regione Lombardia: convegno che ha visto la partecipazione non solo dei maggiori studiosi del pensatore lombardo, ma anche dei principali protagonisti della cosiddetta «rivoluzione regionalista» come i Presidenti Piero Bassetti della Lombardia e Lelio Lagorio della Toscana1. Io stesso, intervenendo allora a quel convegno, avevo tentato di spiegare le ragioni della ricorrente e perdurante attualità, presso la cultura politica italiana ed europea, del pensiero di Carlo Cattaneo; avevo cioè cercato di affrontare un problema storiografico che continua ad essere al centro della nostra attenzione ed anche del dibattito avviato da questo convegno storico e che non può essere risolto facendo un bilancio più o meno sommario della alterna fortuna che certe intuizioni cattaneane hanno avuto nel tempo e presso determinati ambienti politici e culturali2.

     Quando Ernesto Sestan sostiene che «la mente di Cattaneo era, più propriamente, mente di storico»3, sottolinea forse la ragione principale dell’influenza che l’opera di Cattaneo ebbe al di là del suo tempo e della circoscritta realtà politica e culturale nella quale egli veniva operando.  Solo uno storico di rango riesce infatti a cogliere le tendenze profonde e strutturali, cioè di lungo periodo, che caratterizzano un determinato momento o una determinata area geo-politica e che sono spesso in grado di condizionare gli eventi futuri e possono, quindi, conferire una sorta di lungimiranza profetica a chi le sa scoprire ed evidenziare.

A più riprese lo stesso Cattaneo si dimostra consapevole non solo della «sopravvivenza del passato nel presente»4, ma anche del fatto che «lo studio dell’istoria, ossia del passato dei popoli, è lo studio di quelle disposizioni e preparazioni su le quali deve innestarsi il futuro»5.  A questa sua attitudine a cogliere nel passato le tendenze in grado di anticipare il futuro, va aggiunta anche la concezione che egli aveva dello Stato quale «immensa transazione»6, cioè quale punto di equilibrio e di convergenza tra forze politiche e sociali che si contendono in un determinato momento storico l’egemonia dell’intera società: un equilibrio, quindi, che tende ad incrinarsi non appena si modifica la natura e la consistenza delle forze in campo oppure quando nuove realtà si affacciano nell’agone politico e accampano nuove richieste e nuovi diritti.

       La critica di Cattaneo allo Stato unitario ed alla sua pretesa di perpetuare in una formula rigida ed accentrata una «transazione» momentanea e dichiarata «provvisoria» dagli stessi artefici, non poteva non riemergere con prepotenza ogni qualvolta venivano modificati radicalmente i rapporti di forza e di potere a livello tanto nazionale quanto locale ed il corpo ormai adulto della società si rifiutava di indossare una veste giuridica che si accompagnava alla sua minor età.  Ciò avviene durante la grave crisi di fine secolo dello Stato unitario quando il meridionalista Salvemini scopre Carlo Cattaneo («che sopra tutti com’aquila vola»)7 e pronuncia forse la più radicale ed eversiva professione di fede federalista, scrivendo: «L’intervento negli affari meridionali degli Italiani delle altre province ­–cioè l’unità amministrativa – assicura l’impunità agli oppressori, legalizza l’oppressione, impedisce ogni reazione legale degli oppressi, schiaccia ogni reazione illegale.  Le masse meridionali abbandonate a se stesse – cioè liberate dalla camicia di forza dell’unità e autonome in una costituzione federale – troverebbero legalmente o illegalmente un rimedio»8.

       Lo stesso fenomeno di ripresa e rilancio delle idee di Cattaneo, si verifica durante il primo come durante il secondo Dopoguerra, cioè in seguito all’avvento dei partiti di massa e all’esigenza diffusa di trasformare lo Stato liberale nello Stato democratico.  Ma, come s’è visto, a Cattaneo si ritorna anche all’inizio degli anni Settanta in seguito alle spinte sociali e culturali del 1968 ed alla nascita delle regioni.

Anche oggi il pensiero di Cattaneo s’impone con prepotenza alla nostra attenzione: e ciò non tanto perché dobbiamo commemorare il Bicentenario della sua nascita, quanto perché la nostra sensibilità culturale e politica è aggredita da problemi che – come da un lato l’urgente necessità di integrazione europea e dall’altro la difesa delle identità culturali e territoriali in un contesto crescente di ínternazionalizzazione dei mercati e delle conoscenze – sono stati al centro della lunga meditazione di Cattaneo e che sollecitano una nuova e più esauriente rivisitazione da parte nostra dell’intera sua opera.  Insomma, ancora una volta, dobbiamo fare i conti con le sue idee, le quali ricordano, per usare una metafora a lui cara, certe «sementi secche»9, che non germogliano in ogni luogo ed in ogni stagione ma solo quando riescono a trovare il terreno ed il clima favorevoli alla loro crescita ed alla loro diffusione.

 

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       Naturalmente, a proposito del rapporto tra Carlo Cattaneo ed il disegno di Unione europea, valgono le osservazioni che Bobbio faceva a proposito dell’idea federalista, nel senso che è impossibile trovare negli scritti cattaneani una trattazione organica e sistematica del problema, cioè una vera e propria teoria di cui possa «valersi il giurista o l’uomo di Stato»10.  Infatti non siamo in presenza di una «dottrina», né d’un programma definito e dettagliato, bensì d’una miriade di riferimenti storici, di esempi concreti e significativi, di progetti particolari e persuasivi, i quali tuttavia ci riconducono ad una robusta ispirazione unitaria per cui quasi non esiste scritto, frammento polemico o meditazione scientifica che non contenga un qualche richiamo all’Europa o alla necessità della sua integrazione culturale e politica. «Noi abbiamo per fermo – scriveva nel 1839 – che l’Italia deve tenersi soprattutto all'unisono coll'Europa e non accarezzare altro nazional sentimento che quello di serbare un nobil posto nell’associazione scientifica dell’Europa e del mondo»11.  Non a caso sempre Sestan scriveva che Cattaneo è forse «uno dei pochi grandi italiani dell’800 che ebbero statura veramente europea e moderna»12.  Ma proprio perché nei suoi scritti i riferimenti all’Europa sono continui e di varia natura, si rende necessario raggrupparli almeno in tre grandi filoni o ordini di idee.

1 -        Un primo filone riguarda l’Europa intesa come luogo fisico e geografico dove, da millenni, vivono e convergono popoli diversi ben caratterizzati sul piano civile e culturale e ricchi non solo di storia ma anche di futuro.  L’insieme di questi popoli, di queste storie, di queste identità costituisce per Cattaneo «la grande famiglia europea», cioè un fattore permanente e vivente di progresso e di civiltà, alla cui crescita ogni popolo ha sempre contribuito in maniera originale e determinante. «Ogni anno noi dobbiamo domandarci, scriveva nel 1845, qual luogo è il nostro in quella grande famiglia europea che sembra più sollecita d’una grandezza futura che d’una presente felicità»13.

       L’universo cui Cattaneo si riferisce coincide con l’intero territorio del Continente dove operano poderose forze economiche e civili, le quali, mentre esprimono in ogni luogo e settore di attività produzioni specializzate ed irripetibili come se fossero regolate da una forma superiore di divisione e organizzazione del lavoro, si sentono al tempo stesso tra di loro complementari o quantomeno convergenti in una comune prospettiva di sviluppo sociale ed economico. «Non si fabbrica – scriveva nel 1862 sul Politecnico un’auna di merletti a Malines, che Bergamo non tessa nello stesso tempo un’auna di cotone, Aleppo una di mussolina.  Una verga di ferro esce dalle miniere di Upland e nello stesso istante Brescia estrae un fucile dalla fornace, Birmingham un’àncora marina, Bristol una pioggia di fili metallici.  Così ogni uomo risponde all’altro uomo; ogni colpo di martello ha la sua riscossa lontana»14.

       L’Europa è per Cattaneo il luogo fisico dove viene esaltata l’emulazione e l’interdipendenza e dove ogni diversità rappresenta una ricchezza che, quindi, non solo va tutelata ma anche promossa e diffusa. «Come sarebbe assurdo – annotava fin dal 1834 – far crescere le palme del deserto accanto agli abeti delle Alpi, così è assurdo trasformare il Lionese in orologiaio e il Ginevrino in tessitore di seta»15.

       Ma proprio perché l’Europa, che il suo maestro Romagnosi amava definire «la regione più amata dal Cielo»16, veniva riguardata come un insieme di storie, di culture, di attitudini diverse ma potenzialmente convergenti, sul suo territorio andava incentivata nella forma più completa e moderna ogni sorta di scambio, di collegamento, di osmosi tra le varie nazioni e fra i vari popoli.  Di qui la sua battaglia assillante e ostinata per le ferrovie, per i trafori e per l’abbattimento delle dogane.  Quando, fin dall’inizio degli anni ‘50, si pronunciava a favore della galleria del Gottardo, egli mirava a costruire «l’unica via alpina che serviva agli interessi di tutte le nazioni coinvolte, quella tedesca, francese e italiana e che quindi poteva attendersi il più grande aumento del traffico»17.  E non a caso nella nuova ferrovia Milano-Venezia, Cattaneo vedeva uno strumento poderoso di collegamento tra città che erano «più antiche della geometria». le quali tuttavia venivano chiamate a formare «una sola continuata metropoli... senza perdere in un uniforme concentramento la originale e svariata loro vitalità»18.

       Anche la sua polemica contro l’ «economia nazionale» di Federico List, cioè contro la «crisalide daziaria» che a suo avviso si traduceva nel «sepolcro» di ogni industria, veniva condotta non in difesa di questa o quella nazione ma dal punto di vista dell’intero Continente, del quale egli descriveva le incalcolabili potenzialità di sviluppo economico e tecnologico e nel quale aveva messo le radici «una pianta-umana» di straordinario vigore e vitalità: la pianta dei «manifattori» che «non sono come le tribù rustiche, relegate in condizioni immutabili»; ma «vivono nel traffico, nel conflitto, nell’associazione, agitando assidua varietà d’intraprese, esplorando le volubili dimande dei vicini e lontani avventori, facendo complessivo calcolo dei viveri, dei salari, delle materie, delle manifatture, del denaro ...»19. Ed anche quando era costretto a stabilire un confronto specifico e «bilaterale» fra lontane realtà economiche e sociali come nel saggio «L’agricoltura inglese paragonata alla nostra», Cattaneo riusciva a spaziare sull’intera Europa ed a stabilire confronti ora con la Francia (che «ad uguaglianza di clima e di civiltà» mantiene sulla terra una popolazione che è«meno della metà della nostra»), ora con l'Irlanda (di cui ricordava la «sterminata emigrazione» dovuta alla fame), ora con la Germania, con la Polonia e con la Russia, tutte nazioni dove i proprietari terrieri, pur vivendo in campagna, non avevano saputo dare vita a «fittuari danarosi, calcolatori e indipendenti» ma ad una povera agricoltura «di umili servi della gleba»20.  D’altro canto se rileggiamo il suo saggio più famoso e «patriottico», cioè le «Notizie naturali e civili sulla Lombardia», che si concludono con l’orgogliosa affermazione: «Aspettiamo che un’altra nazione ci mostri, se può, in pari spazio di terra le vestigia di maggiori e più perseveranti fatiche»21, se rileggiamo quelle pagine restiamo colpiti dai continui richiami all’Europa e dal confronto incessante con la storia e con la viva realtà economica e sociale di tutte le altre nazioni del Continente.

   Secondo Cattaneo, nel 1700, mentre la Francia annunciava un’ “era nuova” che sfociò nel «più sanguinoso sovvertimento», l’ «umile Milano» dava vita ad una quarta fase di progresso, distaccandosi dal «cadavere spagnolo» e ricongiungendosi all’ «Europa vivente»22.  La Lombardia era anche l’unica regione europea che, nonostante la sua collocazione mediterranea, si avvicinasse all’Olanda per la diffusione dei canali di navigazione, in quanto poteva contare, all’inizio del 1800, su 56 metri di canale per ogni chilometro, contro i 48 del Belgio ed i 27 della Francia.  Per ogni chilometro quadrato la nostra regione contava allora 176 abitanti, che superavano quelli del Belgio (143 abitanti) per non parlare della Francia che ne annoverava solo 64; e ciò, mentre la Germania aveva sullo stesso territorio metà della popolazione lombarda; il Portogallo e la Danimarca arrivavano solo ad un terzo e la Spagna ad un quarto.  Il confronto puntiglioso di Cattaneo proseguiva anche sul versante delle opere pubbliche e dell’assistenza sanitaria per sostenere, da un lato, come la sola Milano possedesse un corpo di 450 ingegneri, mentre l’intera Francia ne contava 568 e, dall’altro, come la città di Londra riuscisse ad assistere solo la decima parte degli infermi ricoverati negli ospedali di Milano.

     Ma se la mentalità “positiva” di Cattaneo appariva, come sempre, dominata da preoccupazioni statistiche e da analisi quantitative, essa non perdeva mai di vista la visione complessiva dei problemi sociali ed economici e non disdegnava di sottolineare anche le differenze qualitative: come quando, sempre a proposito dell’assistenza sanitaria, osservava che in Lombardia «la metà incirca dei medici e dei chirurghi, e tre quarti delle levatrici, hanno stipendio dai communi a sollievo delle famiglie povere».

     Non deve, perciò, sorprendere se per sottolineare la forza espressiva della poesia di Carlo Porta, egli veniva invocando modelli artistici e letterari europei, scrivendo come questo poeta «d’altissimo ingegno» avesse saputo congiungere «alla naturalezza del dipinto fiammingo, la forza comica di Molière, il frizzo di Giovenale, l’efficacia contemporanea di Beranger»23.

       Insomma, non esiste scritto o argomento affrontato da Cattaneo dove non si avverta il suo inesausto desiderio di seguire e studiare con grande attenzione ed impegno tutto ciò che si manifestava al di là delle «inutili Alpi»24 e dove la sua appartenenza all’Europa non appaia viva, concreta, solidale.

 

2 -       Un secondo ordine di riflessioni cattaneane riguarda l’Europa intesa non tanto come luogo fisico o geografico, quanto come «luogo dello spirito», cioè come un insieme di valori etici e di tradizioni civili che caratterizzano la sua storia e la differenziano da quella di altri continenti ed in particolare dall’Asia.  Per Cattaneo non sono le condizioni favorevoli della natura, né il benessere materiale o il progresso scientifico e quantitativo di un popolo o di una nazione a segnare la differenza tra civiltà e barbarie.

In una pagina famosa del saggio su «La città considerata come principio ideale delle istorie italiane» egli sostiene che se in Asia si respira una certa «aura di barbarie» tutto ciò non si deve alla mancanza di «sontuose città» o perché non vi prosperi l’agricoltura e il commercio o una certa «squisita industria» e nemmeno perché in Asia non esistano tradizioni «d’antiche scienze, e amore di poesia e di musica, e fasto di palazzi e giardini e bagni e profumi e gioie e vesti ed armature e generosi cavalli e ogni altra eleganza»: la barbarie deriva dal fatto che le «sontuose Babilonie» asiatiche sono città «senz’ordine municipale, senza diritto, senza dignità»25.

     A ben vedere si tratta dei tre elementi o valori – l’autogoverno della polis, la dignità della persona umana e la sovranità della legge – che Federico Chabod, nel suo saggio ormai classico dedicato alla «Storia dell’Idea di Europa»26, pone all’origine della civiltà europea e che collegano direttamente Cattaneo con il pensiero dei grandi spiriti occidentali che fin dall’antichità hanno contribuito a caratterizzare l’identità del nostro continente: da Aristotele secondo il quale i soldati ateniesi erano più valorosi di quelli persiani perché sotto le loro armature stava non un suddito ma un “cittadino”, ad Orazio che definiva l’Oriente una terra dominata da «eunuchi proni al volere di un despota»27; da Machiavelli che esaltava le lotte municipali romane sostenendo che «la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica»28 a Montesquieu secondo il quale solo l’Europa ha saputo dare vita ed impulso a forme repubblicane di governo29.

   Le assonanze tra il pensiero di Cattaneo e la ricostruzione storica di Chabod appaiono tante e tali che sorprende notare come quest’ultimo citi quasi di sfuggita lo scrittore lombardo; il quale viene cioè ricordato solo perché nelle «Considerazioni delle cose d’Italia nel 1948» affermava che «l’io degli ideologi si accorge di sé nell'urto con il non io»30.  Con ogni probabilità anche l’opera d’uno storico di rango come Chabod ha finito col  subire le conseguenze del lungo ostracismo che la cultura idealistica del secolo scorso ha sempre riservato a Carlo Cattaneo, il quale, come ha documentato Norberto Bobbio, non meritava agli occhi di Giovanni Gentile o di Benedetto Croce una adeguata attenzione in quanto, pur trattandosi d’ «un diligente studioso di scienze sociali», non possedeva un «vero carattere speculativo»31. È, quindi, sulla base di questo pregiudizio che una sedicente cultura idealistica ha continuato a svalutare la notevole carica ideale presente nella concezione cattaneana dell’Europa intesa non solo e non tanto come luogo fisico o geografico quanto come «luogo dello spirito». 

Eppure, anche al di là di ogni specifico riferimento all’Europa, non esiste forse scritto scientifico o letterario di Cattaneo dove, pur nella più scrupolosa osservanza dei criteri di indagine empirica e “positiva” della realtà, non venga esaltato il primato dello spirito sulla materia, dell’intelligenza e della volontà sugli elementi fisici, della cultura sulla natura.  Non a caso Ernesto Sestan ha osservato come tutti i saggi cattaneani dedicati a grandi come a piccole nazioni o regioni siano «costruiti secondo uno schema comune: una descrizione fisico-geografica, dalla quale si trapassa quasi insensibilmente alla storia degli uomini...»: e ciò perché la natura fisica offriva a Cattaneo «l’occasione di mostrare come la volontà e l’intelligenza degli uomini sappia, nella forma più varia, reagire a quei dati naturali, costruendo su di essi, o favoriti o contrastati, una propria civiltà»32.

       Pare quasi che l’insistenza, spesso ossessiva, con cui Cattaneo amava soffermarsi sulle indagini statistiche e sui dati quantitativi, mirasse a mettere maggiormente in risalto l’intervento creativo e risolutivo dell’uomo e della sua intelligenza pratica.  Per lo scrittore lombardo il capitale necessario per avviare e realizzare qualsiasi forma di impresa si identifica soprattutto con il lavoro che, a sua volta, deriva dall’intelligenza e dalla volontà dell’uomo. «Nelle nostre basse – egli ha scritto – il valore massimo del suolo si deve al capitale, ossia al lavoro, applicato sotto forma di prato ad acqua corrente, ossia di marcita.  Nelle nostre colline e su le riviere dei laghi, il valore massimo si deve al capitale, ossia al lavoro, applicato sotto forma di ronchi, d’oliveti e di limoniere.  Nel primo caso il capitale, ossia il lavoro, procaccia ad una superficie piana ed arsiccia l’acqua; nel secondo procaccia ad una superficie sassosa e scoscesa la terra.  Ma sempre il principio della fecondità è il lavoro: e le acque e le terre sono meri strumenti33».  Ma non solo le terre e le acque andavano considerati meri strumenti: lo erano anche le tecniche di irrigazione alle quali Cattaneo pure attribuiva una importanza decisiva nel favorire lo sviluppo dell’ «alta cultura», cioè dell’economia agraria.  Insomma, più di tutto dovevano contare, per lo scrittore lombardo, «i principi legali che fomentano la fiducia del colono e del capitalista, e promuovono in generale il lavoro sotto qualunque forma, lasciando che poi l’intelligenza liberamente lo adatti alle terre, ai climi, e alle variabili dimande del mercato»34. 

       Come si vede non si può certo sostenere che Cattaneo abbia in una qualche maniera sottovalutato l’intervento decisivo dello spirito umano nel determinare il progresso dei popoli e delle nazioni. Alludendo alla terra della Lombardia, egli giungeva a sostenere che essa «per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani; è una patria artificiale»35. E riteneva quindi «scortese e sleale» l’opinione di chi attribuiva «ogni cosa fra noi al favore della natura e all’amenità del cielo». Certo, egli sapeva di vivere in un paese «ubertoso e bello, e, nella regione dei laghi, il più bello di tutti», ma sapeva anche che nessun popolo aveva saputo svolgere «con tanta perseveranza d’arte i doni che gli confidò la cortese natura»36.  Ecco perché alla pari di Voltaire, che concepiva l’Europa come una «repubblica dell’intelligenza e della cultura»37, anche Cattaneo, nella convinzione che non potesse esistere «lavoro né capitale che non cominci con un atto di intelligenza»38, auspicava l’avvento della «nazione delle intelligenze, che abita tutti i climi e parla tutte le lingue»39.

       Come si può notare, tutta l’opera di Cattaneo appariva posseduta dall’obiettivo di assegnare alla unificazione dell’Europa una dimensione spirituale, cioè eminentemente politica e culturale, pur tenendo sempre conto degli elementi fisici e geografici che la caratterizzavano: in concreto egli intendeva applicare all’Europa il modello di crescita eonomica e civile che il popolo lombardo aveva saputo riservare alla propria regione avvalendosi «dei favori della sua terra e del suo cielo, per costruire una speciale e propria varietà d’incivilimento»40.

       Tra i fattori d’incivilimento che andavano estesi a tutta Europa, Cattaneo metteva al primo posto l’autogoverno locale quale espressione capillare e universale dei valori inscindibili di autonomia e di libertà.  E ciò non solo perché egli intravvedeva nella polis greca, nella repubblica romana o nelle città-Stato rinascimentali i momenti più alti della civiltà umana, ma soprattutto perché, come s’è visto, solo l’«ordine municipale» poteva rappresentare l’antidoto più radicale ed efficace ad ogni forma di barbarie e di dispotismo. 

       In questa ottica la storia di Roma antica acquistava ai suoi occhi un valore paradigmatico: una storia che egli assimilava spesso a quella più vicina della Svizzera e degli Stati Uniti d’America. Infatti anche la repubblica romana nacque «al confine di tre lingue, la latina, la sabina e l’etrusca» e «dalla vicinanza di tre colonie» fortificate: essa cioè «fin dall’origine ebbe a unificare in sé tre sistemi: ebbe a darsi una civiltà triplice, ad esercitare un triplice ordine di idee.  Colla combinazione di queste, ella si pose a capo delle tre nazioni e, quindi, mano mano di tutta la penisola, assimilando, appropriando, assorbendo ... ». Secondo Cattaneo la decadenza di Roma ha inizio quando, al culmine della sua potenza, essa abbandona l’ordine comunale e repubblicano, vale a dire quando venne deciso che «l’Italia non fosse più amministrata per municipii da curie composte di maggiorenti e di eletti del popolo, ma per vaste prefetture affidate a favoriti (comites) a modo delle satrapie persiane», quando cioè vennero, provincia per provincia, concentrati «in una sola mano armi, giudizi, tributi, opere pubbliche; non soffrir norma o misura; non dare sicurtà alle cose o alle persone, al diritto o all’onore». «Con Diocleziano, concludeva Cattaneo, ebbero principio sette secoli di barbarie, fino al risurgimento dei municipi verso l’anno mille»41. 

       L’avvento della barbarie coincide dunque con il sovvertimento dell’ordine municipale, quando cioè alla libera determinazione dell’intelligenza e della volontà dei singoli e delle comunità locali si sostituisce l’arbitrio di una burocrazia «vana, molesta, vagabonda»42. A questo criterio Cattaneo sottopone anche la storia di tutte le altre regioni e nazioni: da quelle più vicine come la Sardegna, la quale, mentre rimane «annodata.... alla vasta associazione dell’impero romano», fa parte della “civiltà europea”, precipita invece nella barbarie quando la sua amministrazione degenera «verso la forma orientale, che si riassumeva in una assoluta e noncurante fiscalità»43; a quelle più lontane come l’India nella quale la sola «istituzione dei municipi basterebbe a infondere...   un principio di nuova vita»44 e dove «l’individuo è sempre assorbito nel vasto vortice di un’esistenza che non gli appartiene»45.

       E poiché l’ «ordine municipale» era soprattutto un «luogo dello spirito» in ogni tempo e presso ogni nazione, esso appariva legato alle alterne vicende delle umane sorti e riusciva, nei momenti favorevoli, a conseguire livelli insuperati di civiltà ed a dispiegare in ogni direzione tutte le proprie inesauribili potenzialità. A proposito delle città rinascimentali, Cattaneo scriveva che «l’artigiano fiorentino fu in Europa il primo che partecipasse alla cultura scientifica».  E aggiungeva: «Le arti meccaniche vennero a connettersi intimamente colle arti belle; e queste colla geometria, coll’ottica, colla fisica.  L’artista toscano non circoscrisse il suo genio in un’arte sola.  Leonardo e Michelangelo furono pittori, scultori, architetti, geometri, fisici, anche poeti, anche filosofi».  Non solo, ma «la vita municipale più intera, più popolare, più culta... » condusse «un dialetto a tale proprietà ed eleganza che ogni altro popolo della penisola e delle isole lo preferse al suo; e ne fece il pegno della vita comune e del comune pensiero»46.

       Ma l’ordine municipale, nonostante certi prodigiosi risultati, non sempre appariva garantito una volta per tutte: in ogni tempo ed in ogni luogo v’erano minacce interne ed esterne che ne rendevano precaria l’esistenza anche perché, come scriveva Cattaneo, “tutti i popoli hanno i loro barbari”47, portano cioè dentro di sé i germi della corruzione e della decadenza.  Tuttavia, presso le città e le nazioni che l’hanno sperimentato e compiutamente realizzato, il desiderio di ripristinarlo una volta depotenziato o distrutto è sempre stato vivo ed irriducibile.  Esso – ­scriveva sempre Cattaneo – costituisce una «persona politica», uno «Stato elementare, permanente ed indissolubile.  Può venir dominato da estranee attrazioni, compresso dalla forza di altro simile Stato, aggregato ora ad una ora ad altra signoria, denudato da ogni facoltà legislativa o amministrativa.  Ma quando quell’attrazione o compressione per qualsiasi vicenda vien meno, la nativa elasticità risorge, e il tessuto municipale ripiglia l’antica vitalità»48.  Tutta la fierezza dimostrata nei secoli da una città come Milano traeva, secondo Cattaneo, forza e vigore dalla originaria consapevolezza di una «preminenza che era innata alla città: era la tradizione d’una grandezza anteriore alla chiesa ambrosiana, anteriore al passato, all'imperio, alla conquista romana...»49.

       Il fatto è che in Italia e in Europa è sempre stato forte, anche per l’influsso decisivo del cristianesimo, il senso della famiglia nella quale l’individuo si sentiva realizzato e protetto e sulla quale era stato costruito il comune quale «vicinato» di capi-famiglia. «Dopo la famiglia ­– scriveva Cattaneo – viene il vicinato; due famiglie accasate in una selva d’un’isola deserta sono un vicinato, per impulso di natura l’una accorre alle grida di soccorso dell’altra. È un fatto di natura come la nazione»50.  Ecco perché, a suo dire, «tutte le istituzioni in Italia hanno da tremila anni una radice di repubblica; le corone non vi ebbero mai gloria.  Roma, l’Etruria, la Magna Grecia, la Lega di Pontida, Venezia, Genova, Amalfi, Pisa, Firenze ebbero dal principio repubblicano gloria e potenza.  Mentre in Francia il vocabolo di repubblica suona tuttavia straniero, nella istoria d’Italia risplende ad ogni pagina; s’intreccia alle memorie del patriziato e della chiesa; sta nelle tradizioni delle genti più appartate.  Gridar la repubblica nelle valli di Bergamo e del Cadore è così naturale come gridare in Vandea viva il re!»51.

       Ma la pianta della libertà che l’ordine municipale aveva disseminato e coltivato in quasi tutta Europa appariva assediata e minacciata non solo dalla barbarie proveniente dall’Oriente, soggiogato tanto dalla «immobile ed  impietrita intelligenza dei bramini»52 quanto dall’ «uniformità dei mandarini»53, ma anche, nel cuore dell’Europa, da certe «immani unità viventi» (dove «la libertà o non può nascere o non può vivere, o risuscitata il mattino, ripiomba nella fossa la sera»)54 rappresentate dalla Russia, dalla Spagna e soprattutto dalla Francia: la quale ultima dopo aver sovvertito, attraverso la grande rivoluzione e le guerre napoleoniche, l’intera storia europea, veniva imponendo a tutte le nazioni del continente le proprie mode politiche e culturali.  Non si contano, perciò, le critiche e le invettive di Cattaneo, che erroneamente Antonio Gramsci definiva «giacobino»55, contro tutti i rischi di barbarie presenti nel modello di organizzazione prefettizia dello Stato da tempo in vigore in Francia e importato in Italia dalle classi dirigenti risorgimentali.  Egli paventava la prospettiva di vedere «nella futura Italia una Francia, anzi una China, ove ogni cosa ragionevole debba piovere sull’armento dei popoli da un unico Olimpo, giù giù fino alla nomina del sindaco dei villaggi di cento anime»56.

La sua indignazione aumentava via via che si concretizzava il processo di unificazione legislativa e amministrativa del nuovo Stato: per il fatto, cioè, di dover assistere impotente alla imposizione d’un sistema nel quale il comune, che egli considerava «la nazione nel più intimo asilo della sua libertà»57, veniva degradato ad «ultima appendice ed infimo strascico della prefettura e della vice-prefettura»58.  Non deve perciò sorprendere se con l’avvento dello Stato unitario, Cattaneo tende, per un verso, ad identificare sempre più il napoleonismo col maomettismo e col «modello cinese», cioè col «principio dell’onnipotenza e omniscienza ministeriale, che per una scala infinita di incaricati discende a regolare le faccende dell’ultimo casale del regno e dell’ultima capanna delle colonie»59, e, per l’altro, a scorgere nella diffusione in Italia ed in Europa della cultura centralistica francese una grave minaccia contro ogni prospettiva di unificazione europea: e ciò non solo perché vedeva nell’esercizio diffuso dell’autogoverno l’unico vero baluardo della libertà, ma soprattutto perché ogni forma di incremento burocratico e militare dello Stato era destinato a suscitare irrefrenabili istinti di conquista e di aggressione nei confronti degli Stati vicini.  V’era cioè il pericolo incombente che «i popoli civili, traviati da tradizioni barbare, divisi da superstizioni cieche e da più cieche ambizioni» si consumassero «in guerre interminabili per usurpare un palmo di terra alle nazioni vicine», dimenticando che «alla vera gloria dei popoli pensanti non è mestieri di vasta superficie, e più valgono i pochi campi occupati dalle mura della libera Atene e della libera Firenze, che non l’imperio d’Attila e Carlo Magno»60.  Non a caso, sempre a proposito della Francia, Cattaneo scriveva che «gloriosi pregiudizi spingono quella nazione a conquistare più volentieri con molto sangue e denaro moltissimo le capraie dei Cabili, che non a prosperare pacificamente il suolo della patria»61.

Il fatto è che nella promozione di ogni forma di autonomia lo scrittore lombardo vedeva l’affermazione irreversibile e capillare anche degli altri valori – le libertà politiche, la certezza del diritto, la dignità della persona umana – che Federico Chabod nella sua ricostruzione storica ha posto alla base dello «spirito europeo». «Nel 1814 - scriveva Cattaneo -, i podestà e i consigli comunali nominati dal re non mossero un dito a salvare il regno.  Alcuni di essi accolsero gli austriaci, facendo suonar le campane a festa.  Tale è la solidità delle istituzioni burocratiche.  Chi semina la servilità, raccoglie il tradimento»62. E di contro, in altra occasione, osservava: «Ciò che contraddistingue le città toscane e soprattutto Fiorenza, è l’aver diffuso sino all'ultima plebe il senso del diritto e della dignità civile»63.  Egli era inoltre convinto che «l’idea della piena proprietà privata», cioè la certezza giuridica del possesso della terra e della casa, nacque «entro le piccole città»64, così come si doveva ai liberi comuni ed alle loro regole l’affrancamento definitivo dei servi della gleba65.

       Alla straordinaria sensibilità storica di Cattaneo non sfuggiva anche il contributo specifico che le varie culture e correnti di pensiero, a cominciare da Roma antica per finire all’illuminismo attraverso il cristianesimo e l’umanesimo, avevano via via apportato all’affermazione piena e universale delle idee nate in Atene nel sesto secolo prima di Cristo e caratterizzanti l’identità spirituale dell’Europa.

     Egli infatti non mancava di sottolineare il ruolo innovativo esercitato da Roma non solo nel valorizzare al massimo «il principio di municipalità», con il quale «presso l’interesse al bene, stava l’immediata facultà d’operarlo»66, ma anche nell’accelerare il processo di emancipazione della donna, col risultato di definire sul piano giuridico e culturale e di diffondere in tutto l’occidente il modello di «famiglia europea». «Ma più intima e più durevole – scriveva Cattaneo con la consueta chiarezza sintetica – fu la mutazione che la legge romana introdusse nella vita domestica, annunciando alle barbare stirpi i sacri diritti delle spose e della prole, i doveri dell’educazione, la providenza delle tutele, la libertà dei testamenti, limitata dalle aspettative delle legittime eredità».  E per sottolineare il salto qualitativo nei confronti delle società barbariche e persino nei confronti dell’antica Grecia, così concludeva: «L’ideale della matrona romana non uscì dai serragli dell’Oriente, né dai ginecei della Grecia, né dalla camera servile... dei Celti e dei Goti; per esso la donna di Virgilio si eleva ad immensa altezza sulle ancelle degli eroi d'Omero; in esso sta il principio che distingue il contubernio dei barbari dalla famiglia europea: è una vasta emancipazione che comprende d’un tratto la metà degli esseri viventi»67.  Naturalmente anche per Cattaneo, come per Voltaire, la differenza sostanziale fra lo spirito europeo e quello orientale stava anche «nella libertà della donna, in contrasto con il costume asiatico di schiavitù»68. Egli perciò, nel suo saggio sull’ «India antica e moderna», indugiava a descrivere la condizione di «perpetua minorità» in cui ancora veniva tenuta la donna indiana, osservando: «Il padre è il suo signore nell’infanzia, il marito nella gioventù, il figlio nella vecchiezza: ella non può leggere i libri sacri; non ha parte nella paterna eredità; non può sedere a mensa col marito; è soggetta al divorzio, soggetta alla poligamia; e nelle tribù militari talvolta moriva abbruciata sul rogo del marito»69.

Ma la svolta decisiva nella definizione dello «spirito europeo» col superamento dei limiti della stessa cultura greca e romana, si verificherà con l’avvento del Cristianesimo: e ciò non solo perché la Chiesa cattolica, per dirla con Cattanco, «preparò quell’unità europea dell’evo moderno, alla quale le conquiste dei Celti e dei romani avevano posto le prime fondamenta»70, ma soprattutto perché, senza la rivoluzione spirituale di Cristo, la cittadinanza della polis greca e romana avrebbe continuato a mantenere, secondo lo scrittore lombardo, «il barbaro sottostrato della schiavitù»71.  Solo con il cristianesimo, infatti, anche lo schiavo cominciò a sentirsi, in quanto figlio di Dio, una persona unica e irripetibile. 

Dalla conquista della cittadinanza alla liberazione degli schiavi, dalla emancipazione della donna a quella del servi della gleba, il processo faticoso ma irreversibile dello «spirito europeo» acquisiva così una dimensione finalmente universale e trascendente, identificandosi soprattutto con l’esaltazione, attraverso l’umanesimo europeo, della dignità e sacralità della persona umana: la cui definizione più alta e completa si deve forse ad un filosofo contemporaneo di Carlo Cattaneo, cioè ad Antonio Rosmini (con il quale il nostro amava polemizzare su altri versanti72), laddove scriveva che la persona umana è «attività suprema» da cui deriva «il dovere morale di non lederla, di non fare pure un pensiero, un tentativo volto ad offenderla, spogliandola della sua naturale supremazia» perché essa «ha nella sua natura stessa tutti i costitutivi del diritto: essa è, dunque, il diritto sussistente»73.

Naturalmente con il cristianesimo anche la “famiglia europea” già radicata nella cultura romana veniva ulteriormente “sacralizzata” e quindi rafforzata nel suo ruolo di supporto stabile ed organico della comunità locale. Cattaneo faceva addirittura risalire il diritto comunale al dettato evangelico di «amare il prossimo», cioè i vicini, e così scriveva: «Come vi è un diritto di famiglia così v'è un diritto di vicinato; come la famiglia ha diritto di provvedere di suo genio ai domestici bisogni, salvo l’ordine pubblico, così più famiglie hanno diritto a provvedere ai bisogni interdomestici, alle vie che uniscono le loro case, ai ponti, alle fontane, al maestro dei poveri, alla maestra, alla levatrice, ai morti insepolti»74.

Come si può notare, per Cattaneo un nesso indissolubile legava il valore intangibile della persona umana a quello della famiglia e quest’ultima alla comunità locale e, quindi, alla certezza e sovranità della legge: ed il tutto finiva col rappresentare il patrimonio indivisibile e universale della civiltà europea elaborato attraverso secoli di vicende politiche e istituzionali e attraverso i contributi culturali e religiosi più originali e disparati.  Purtroppo si trattava d’un patrimonio che Cattaneo vedeva allora sminuito o addirittura negato nella prassi quotidiana di molti stati europei che, a cominciare dalla Francia e dall’Italia, avevano imboccato scorciatoie di tipo centralistico ed “orientale” nell’organizzazione complessiva dello Stato e che venivano perciò contrastando in maniera pericolosa ogni prospettiva di unione e di integrazione europea.  Di qui l’amarezza e lo sconforto di Carlo Cattaneo, ma di qui anche la coerenza e l’intransigenza della sua battaglia politica e culturale condotta fino alla fine nella speranza che «l’Europa potesse un giorno farsi tutta simile alla Svizzera, tutta simile all’America, quel giorno ch’ella si iscrivesse in fronte: Stati Uniti d’Europa»75.

 

3 -       Un terzo ordine di riflessioni riguarda le proposte politiche e istituzionali che Cattaneo suggeriva per far coincidere il più possibile l’Europa intesa come «luogo dello spirito» con l’Europa intesa come «luogo fisico e geografico».

            Come s’è visto nelle pagine precedenti, Cattaneo era consapevole del fatto che l’Europa non s’è mai totalmente sentita al riparo da regressioni barbariche perché certe conquiste dello “spirito europeo” avevano messo radici stabili e profonde solo presso alcuni popoli e nazioni o solo in determinati momenti della sua storia o addirittura presso nazioni che, come gli Stati Uniti, appartenevano ad altri continenti. Federico Chabod ha  dimostrato come l’idea di Europa abbia subito, nella sua storia millenaria, una metamorfosi singolare che ha visto, da un lato, popoli e nazioni abbandonarla o addirittura rinnegarla dopo averla creata e a lungo coltivata e, dall’altro, altri popoli e altre nazioni che se ne sono impadroniti dopo averla a lungo respinta e combattuta.

            Non a caso, in determinate fasi della storia, sentirsi europei per gli abitanti del nostro continente voleva dire porsi in antitesi al mondo e ai popoli asiatici, in altre fasi voleva dire sentirsi romani in alternativa ai barbari, in altre ancora sentirsi cristiani in alternativa ai pagani: infatti la patria dell’idea di Europa, cioè la Grecia, verrà per lunghi secoli considerata  dagli europei una realtà orientale in quanto caduta sotto il dominio dei turchi, mentre toccherà ai popoli germanici, ai barbari e ai pagani d’un tempo, diventare, a loro volta, custodi e paladini dello «spirito europeo».

Il fatto è che l’intera storia europea appare attraversata e pesantemente condizionata da due spinte poderose e fortemente contrapposte: l’una dominata dall’ossessione di ricondurre ad unità politica e militare l’intero continente, l’altra posseduta dalla volontà di difendere ed esaltare la diversità e la sovranità di ogni singola nazione e di ogni singolo popolo.

In realtà la spinta unitaria non era solo il frutto di volontà di conquista territoriale o di incontrollati istinti di dominio imperiale. Essa, attraverso i secoli, scaturiva anche dall’esigenza insopprimibile e diffusa di rendere sempre più estesa ed universale l’influenza del modo di essere e di pensare che caratterizzava in maniera peculiare la  civiltà europea. Si trattava, cioè, di un sentimento di appartenenza ad una comune sensibilità civile e culturale che nel 1796 faceva scrivere a Burke che l’Europa era l’unico continente nel quale gli abitanti di ogni paese non si sentissero in esilio quando vivevano presso le altre nazioni perché «il sistema di vita e di educazione» aveva generato una «somiglianza di consuetudini sociali»76. È lo stesso spirito unitario che un contemporaneo di Cattaneo, il Guizot, sottolineava con forza quando osservava come i vari popoli europei, malgrado la diversità delle loro storie e dei loro sistemi politici, mantenessero tutti «una certa somiglianza, una certa aria di famiglia che è impossibile misconoscere»77. Anche Cattaneo avvertiva la presenza nella storia europea di questa poderosa tendenza unitaria e la faceva risalire non solo allo sforzo di amalgama culturale esercitato per lunghi secoli dall’impero romano e dal papato medioevale, ma anche e soprattutto all’intensa rete di scambi culturali e commerciali, di vie di comunicazione terrestri e navali, di rapporti economici e politico-militari che ha caratterizzato fin dall’antichità la storia del nostro Continente. Egli infatti era, da un lato, convinto che l’Europa avesse in sé un elemento di unità storico-culturale, cioè «l’idea di una comune e suprema ragione imperiale e romana» per cui «le novelle nazioni d’Europa non poterono più divenire tanti corpi separati con una esistenza tutta propria e nazionale»78 ed era, dall’altro, persuaso che lo sviluppo scientifico ed economico in atto in Europa rendesse ormai ineluttabile il processo di unificazione, scrivendo con forza: «No, quando le nazioni tendono d’ogni parte verso la comunanza dei viaggi, dei commerci, delle scienze, delle leggi, delle umanità; quando il vapore trae sulle terre e sui mari le moltitudini peregrinanti nel nome della pace e della fratellanza; quando la parola vibra veloce nei fili elettrici da un capo all’altro dei continenti, non è più tempo d’architettare una giustizia e una libertà che sia privilegio d’Americani o d’Europei, di papisti o di protestanti. È tempo che le discordi tradizioni delle genti si costringano ad un patto di mutua tolleranza e di rispetto e d’amistà, si sottomettano tutte al codice d’una unica giustizia e alla luce d’una dottrina veramente universale»79.

            La tendenza unitaria metteva, secondo Cattaneo, tutti i popoli e tutte le nazioni europee di fronte ad una alternativa senza scampo: o «soggiogare alla potenza dei progressivi, od inclinarsi con fervoroso sentimento ad imitarli»80. La sua fede nel progresso e nei processi di integrazione economica e culturale era tale che riusciva, con una punta di darwinismo, ad affermare che «i serpenti, i rettili e i popoli barbari devono sparire, come sono già spariti i megalosauri e i mastodonti»: ed il tutto perché la «scienza è una» e perché «una sola è la verità»81.

            D’altro canto, tutte le sue ricerche sulle lingue e sui dialetti sono la dimostrazione più convincente e documentata del processo, graduale ma irreversibile di unificazione da sempre in atto tra le popolazioni europee: le quali, come “banchi d’aringhe terrestri”82, non hanno mai cessato di migrare, di conquistare, di apprendere, di commerciare e di progredire fino a “scolorare” i loro rozzi e molteplici dialetti in lingue comuni e dominanti, col risultato di trasformare via via le originarie «tribù in popoli, e i popoli in nazioni»83.

            Ma allo sguardo attento di Cattaneo non era sfuggito come, accanto alla spinta unitaria, operasse nel profondo della storia europea un’altra tendenza altrettanto poderosa ed irriducibile: l’esaltazione della diversità e dell’autonomia. Non si contano nelle sue opere le pagine a sostegno dell’identità e della storia originale delle singole nazioni o regioni ed in polemica feroce con coloro che pensavano di tagliare le popolazioni «a pezzi come i mattoni»84 o che volevano importare «improvvisamente da Stato a Stato intere legislazioni, in gran parte antiquate e difettose, e intere gerarchie di uomini incogniti e inesperti delle persone e dei precedenti85». Egli, per rendere più efficace la polemica, amava ricavare le proprie immagini dal mondo vegetale e animale e se la prendeva con certi «cervelli imperativi» che ignoravano l’esistenza d’ «una vita sociale» che, come quella «vegetabile, non si può interrompere senza danno». E scriveva indignato: «È come staccare un ramo da una pianta e attaccarlo ad un’altra… Tutta la tradizione non si può spezzare ad un tratto, far vivere all’improvviso un pesce nell’aria e un pollo nell’acqua»86. Alle stesse metafore Cattaneo ricorreva anche per ribadire come la forza della nazione italiana risiedesse soprattutto «nel popolo delle sue città, che è più forte degli eserciti de’ suoi monarchi», ché «la monarchia in Italia è una pianta esotica e debole, è una cosa contro natura»87.

            Il fatto è che Cattaneo, come ha dimostrato Rotelli88, aveva ricavato dai suoi studi sulla storia europea la convinzione che il progresso raggiunto dal nostro continente, pur nei suoi esiti omogenei ed universali, non derivava da un solo centro ma dall’apporto differenziato e originale di tutte le nazioni e di tutte le culture: così pure era consapevole del fatto che a certi livelli di civiltà ogni popolo era pervenuto per strade proprie, cioè rispondendo agli stessi stimoli ed alle stesse esigenze, ma sulla base della propria indole e della propria tradizione.

            Non va infine dimenticato che Cattaneo visse e operò in un secolo che, sull’onda di poderose correnti filosofiche e letterarie di segno romantico, veniva esaltando, da De Maistre a Mazzini, da Schiller a Gioberti, la «missione» o addirittura il «primato» cui le singole nazioni europee si sentivano chiamate dalla storia dell’umanità o, addirittura, dalla Provvidenza divina89.

            Ma se è vero che l’intera storia europea appare caratterizzata dal rapporto dialettico tra le tendenze irriducibili dell’unità e della diversità, è altrettanto vero che solo in rari momenti queste spinte contrapposte sono riuscite a trovare una composizione armoniosa e feconda. Sono le fasi che gli storici amano definire dell’equilibrio europeo, nelle quali, per dirla con Voltaire, l’Europa appare «come una specie di grande repubblica divisa in vari Stati, gli uni monarchici, gli altri misti, gli uni aristocratici, gli altri popolari, ma tutti collegati gli uni con gli altri, tutti con ugual fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti nelle altre parti del mondo»90.

            Ma, al di là di queste parentesi effimere, nelle altre fasi della storia europea il bisogno diffuso di unificazione politica e culturale ha dato vita a tendenze imperialistiche che da Roma antica fino al secolo scorso hanno attraversato e insanguinato l’intero continente cercando ovunque di conculcare la libertà e l’identità dei singoli popoli. Così pure l’esigenza, diffusa in ogni popolo europeo, di conservare la propria autonomia e la propria diversità si è spesso trasformata in quella che Vico chiamava «la boria delle nazioni» e ha generato terribili guerre fratricide e distruzioni incalcolabili in ogni luogo e in ogni direzione.

            In sostanza, le due spinte contrapposte, una volta abbandonate a se stesse, hanno sempre rivelato una intrinseca e pericolosa ambiguità: hanno cioè sempre rappresentato, in ogni tempo e in ogni luogo, un fattore tanto di crescita civile e spirituale quanto di regressione barbarica.

            Per un verso, e in nome dell’unità, è stata in più occasioni imposta ai popoli europei una «misera e servile e sterile uniformità»91 che Cattaneo vedeva presente non solo nelle fasi imperialistiche della storia europea, ma anche, come s’è visto, all’interno delle «immani unità viventi» della Francia, della Spagna e della Russia. Egli teneva sotto osservazione soprattutto l’involuzione in senso burocratico e poliziesco dell’impero asburgico: e mentre non mancava di elogiare Maria Teresa che seppe trasformare in un solo Stato «i domini austriaci, vari di lingua e dissociati di civiltà» al punto da riuscire a «governare le Fiandre col consiglio di vescovi intolleranti, e Milano con quello di audaci pensatori»92, faceva coincidere la decadenza irreversibile dell’Austria con la decisione sciagurata di «preferire una lingua fra dieci e di elevare a dominio una minoranza»93.

            Per l’altro verso, in nome della diversità, è stata via via esaltata la “missione” ed esasperato il “primato” di ogni nazione europea col risultato, per dirla ancora con Chabod, di «lasciare sussistere soltanto la nuova divinità, il singolo Stato lanciato sulla via della conquista»94. L’Europa entrava così in una fase storica, gravida di tragedie e di catastrofi, che Cattaneo aveva saputo prefigurare, quando la paragonava a quella vissuta dagli stati americani prima della scelta unitaria federale, una fase, cioè, dominata da «piccole colonie sbracate, invidiose, nemiche, costrette a vivere coll’armi alla mano perpetuamente, come gli europei, e a litigare a ogni istante per qualche spanna di selvaggia frontiera a guisa di barbari aborigeni»95.

            Il fatto è che, a forza di esaltare la propria diversità ed autosufficienza, nei singoli stati europei i sentimenti di avversione e sopraffazione nei confronti dei “vicini” hanno finito col prevalere su quelli della solidarietà e dell’unità ed hanno preparato il terreno di coltura alla crescita ed alla incontenibile diffusione dei bacilli nazionalistici e razzistici che nel secolo successivo condurranno l’Europa nel baratro rovinoso di due guerre mondiali.

            Si trattava allora per Cattaneo di intervenire subito per esorcizzare l’ambiguità delle spinte latenti nella storia del nostro continente e per far emergere e prevalere gli elementi costruttivi e positivi su quelli negativi ed autodistruttivi. Ma come raggiungere il massimo di unità e di solidarietà tra i popoli europei e riuscire al tempo stesso a valorizzare il bene prezioso ed insopprimibile della loro diversità ed autonomia? Cattaneo non aveva dubbi al proposito: esisteva una sola ed unica strada, quella del federalismo che egli aveva seguito e studiato nella sua concreta realizzazione tanto in un piccolo paese come la Svizzera dove aveva deciso di vivere per sempre, quanto in un grande e «nuovo» continente come l’America del Nord.

            Solo la scelta federale infatti poteva consentire ai popoli europei, da un lato, di difendere, promuovere ed esaltare la propria identità storica, culturale e linguistica e, dall’altro, di avviare, attraverso la rinuncia ad una piccola quota di sovranità, un processo irreversibile di pace e di collaborazione, nonché di risolvere problemi che nessun popolo da solo sarebbe stato in grado di affrontare. Per Cattaneo era questa la strada più semplice e più limpida per conseguire l’unità nella diversità: una strada che andava applicata tanto in Italia quanto in Europa, ma a condizione che venisse scartata la scorciatoia ingannevole e disastrosa delle annessioni e delle fusioni. Per quanto riguardava l’Europa, fin dal 1851 scriveva: «Unità vogliamo noi pure, ma non smembramento e decapitazione. Vogliamo l’unità degli Stati Uniti d’America, non quella dell’Inghilterra che opprime la Scozia e l’Irlanda, non quella della Russia che schiaccia la Polonia. Noi facciamo voto per gli Stati Uniti d’Italia, non solo, ma per gli Stati Uniti d’Europa»96. E a proposito dell’Italia, nel 1856: «Quando i mazziniani fanno evviva all’unità bisogna rispondere facendo evviva alli Stati Uniti d’Italia. In questa formula, la sola che sia compatibile con la libertà e con l’Italia, vi è la teoria e la pratica: tutte le questioni possibili vi stanno sciolte con un gigantesco esempio, di cui la Svizzera offre il compendio ad uso interno di qualsiasi provincia italiana che voglia avere in seno la pace e la libertà»97.

            In sostanza, Cattaneo, mentre perorava con forza l’unificazione dell’Italia e dell’Europa, non voleva una unità qualsiasi, né una unità ad ogni costo, ma era dell’avviso che, «mentre la fusione fomenta l’odio e la ripugnanza», solo la federazione «procura una unità sempre più libera e spontanea»98.

            Il fatto è che l’opzione federalistica di Cattaneo non scaturiva solo e tanto da un atto di fede o da una astratta visione filosofica quanto da una continua e ripetuta verifica «sperimentale» dei fenomeni economici e sociali ed era sorretta da profonde convinzioni etiche e culturali. Sul piano economico e sociale la scelta della federazione voleva dire abbattere le barriere doganali, allargare il mercato, raddoppiare i consumi. «Avete – scriveva Cattaneo – un recinto doganale di un milione d’abitanti? Ebbene, molte industrie sono impossibili: senza esportazioni all’estero non potete avere una fabbrica di specchi, non potete stipendiare un disegnatore di pendole o broccati. Avete un recinto di dieci milioni? La forza vitale dell’industria cresce più di dieci volte; ne crescerà forse cento; crescerà col numero di chi compra, e col numero di chi vende, ossia con la suddivisione delle opere e la viva emulazione»99.

Ma l’allargamento del mercato era solo un aspetto della “rivoluzione federalista”, le cui conseguenze benefiche Cattaneo era riuscito concretamente a verificare presso la Svizzera, presso gli Stati Uniti d’America e presso la Lega daziaria germanica100. L’altro aspetto, già adombrato nel passo sopra citato, stava nello stimolo incessante che la competizione e la concorrenza riuscivano a provocare in ogni settore di attività col risultato di incrementare le specializzazioni tecniche e le scoperte scientifiche, di incrementare la ricerca di sempre nuovi mercati e nuovi consumatori, di elevare i livelli di benessere e di conoscenza delle popolazioni. Insomma per Cattaneo la scelta federale era destinata a rivitalizzare l’intera società europea, cioè ad agire come un poderoso «soffio di vapore che caccia da un turbo l’aria fredda e stagnante». Proseguire invece nell’isolamento tradizionale avrebbe significato, per gli Stati europei, riprodurre al loro interno non il benessere né l’infinita varietà delle arti e dei mestieri, ma l’«omogeneità di tanti giardini botanici», cioè «un complesso di Stati ciascuno dei quali replica, con poca variazione, l’altro»101. In tal modo l’Europa avrebbe finito alla lunga col distruggere la fonte principale della propria ricchezza: la pluralità delle storie e delle culture.

Di qui, ancora una volta, il significato altamente spirituale e non meramente economico e materiale della battaglia condotta da Cattaneo: un significato che emergeva con forza soprattutto quando egli cercava di applicare la «formula federale» nel settore delle attività culturali e della ricerca scientifica come nel caso dell’elaborazione di un progetto di università per la Svizzera. Per questa istituzione Cattaneo rifiutava l’idea del «giardino botanico», dove sono presenti tutte le piante ma dove tutte sono  ripetitive e stentate, e puntava con decisione all’eccellenza del prodotto: incitava cioè i legislatori a costruire un «modello ideale» dopo avere perlustrato «con avido sguardo tutte le più belle istituzioni del mondo scientifico» e dopo avere preso nota di «tutto ciò che la Svizzera ancora non ha». E aggiungeva che quest’ultima «dovrebbe riunire nel suo seno quanto di più splendido vantano le grandi nazioni che guidano con l’intelletto i destini del mondo»102.

Come si vede, la «formula federale» imponeva innanzitutto la necessità di un confronto severo e continuo con le altre nazioni, non per rinunciare alla propria identità ma per arricchirla e ulteriormente confermarla. In secondo luogo essa implicava una osmosi ed una convergenza incessante tra le varie componenti politiche, sociali e religiose interne al singolo Stato. «Molti suggeriscono alla Svizzera – così continuava Cattaneo – di essere soprattutto neutrale, cioè né tedesca, né francese, né italiana. L’espressione è impropria e odiosa. Io credo al contrario che la Svizzera debba sforzarsi di essere ad un tempo e tedesca e francese e italiana, cioè il focolaio commune in cui le tre nazioni continentali che fecero le più grandi scoperte scientifiche e si resero più illustri nelle lettere e nelle arti dovrebbero far quasi un’Esposizione perpetua del loro sapere, sul libero terreno svizzero dove le tre lingue hanno una patria comune e le due grandi forme del cristianesimo hanno imparato non solo a tollerarsi ma a rispettarsi e a proteggersi mutuamente, dove l’intelligenza delle tre nazioni si raccoglie nel culto del vero e del bello»103. Una istituzione, quindi, che, lungi dall’ignorare le varie componenti della società, le sapesse valorizzare per ricavare dalla loro viva partecipazione un progetto generale nel quale tutti alla fine potessero riconoscersi. Per meglio sottolineare la validità della soluzione federale, Cattaneo la paragonava, con grande efficacia, alla pila di Volta, dove «i diversi metalli ravvicinansi per concepire dall’opposizione stessa della loro natura una potenza elettrica vitale»104.

Ma, come si diceva, la libera competizione, derivante dal superamento dei confini tradizionali, produceva conseguenze durevoli e benefiche non solo sul piano economico e culturale, ma anche sul piano etico-politico e, quindi, sulla affermazione di un nuovo diritto. Infatti, scriveva Cattaneo, «solo in seno alla libera concorrenza crediamo potersi pareggiare le sorti delle minori nazioni e delle maggiori»105. In concreto anche il più piccolo Stato poteva, forte soltanto delle proprie specifiche attività produttive e delle proprie merci, partecipare con pari dignità al mercato comune sulla base di regole imparziali e condivise da parte di  tutti. Nasceva così, per usare le parole di Cattaneo, l’«idea di una giustizia federale», l’idea, cioè, «della parità del diritto nella disparità delle forze»106.

Attraverso la ricerca dell’unità nella diversità e della parità nella disparità, veniva così prefigurata a livello europeo una nuova entità statuale, cioè una nuova «transazione giuridica» che sapesse raccogliere e valorizzare il meglio delle forze nazionali, grandi o piccole che fossero, al fine di costruire una comune civiltà basata sulla piena libertà e sul progresso civile ed economico. Giustamente è stato scritto che Cattaneo ha lottato per tutta la vita per raggiungere «questo equilibrio, questo annullamento dei contrasti in un ordine superiore, questa perenne transazione, questa ricerca dell’unità nella diversità e dell’unità nella molteplicità107.

A ben vedere la sua fede federalista appariva tanto più granitica e convinta quanto più cercava di promuovere la diffusione della «più sublime di tutte le arti», quella di «aggregare tutte le nazioni al progresso commune, dell’intelligenza, della civiltà, dell’umanità col minor dispendio di tempo, di tesoro, di fatica e di sangue». Egli giungeva a sostenere come quest’arte – che doveva consistere soprattutto nel combattere la tendenza a scorgere dilemmi e incompatibilità laddove esistevano le condizioni per raggiungere la convergenza e l’unità – riflettesse, pur essendo un frutto dell’«umana saggezza», l’immagine «d’una sovrumana provvidenza»108. All’attività politica, cioè alla ragione dell’uomo al potere, andava, pertanto, affidato il compito di privilegiare il momento della sintesi su quello dell’analisi e di favorire la convivenza dialettica tra posizioni che, abbandonate a se stesse, potevano provocare divaricazioni insanabili e alternative radicali.

Di qui la necessità di costruire, ad ogni livello di responsabilità, istituzioni in grado di trasformare in «binomi inscindibili» le spinte contrapposte operanti nella viva realtà sociale, fare cioè in modo che l’affermazione della diversità non fosse mai disgiunta dalla ricerca dell’unità, che l’autonomia non fosse mai separata dalla responsabilità dei singoli e delle comunità e che la libertà non si sentisse mai estranea ai processi reali di liberazione dell’uomo, vale ai dire ai suoi sforzi di emancipazione sociale e spirituale.

Naturalmente, mentre Cattaneo manifestava queste idee e queste preoccupazioni, le classi dirigenti italiane del tempo procedevano in maniera spedita e spregiudicata nella direzione opposta. Dalla Francia importarono una organizzazione statuale centralistica che negava ogni forma di autonomia e che, tra prefetti mandamenti circondari e deputazioni, veniva creando, a tutti i livelli, un tale «intreccio» burocratico nel quale, scriveva Cattaneo, «nessuno è più responsabile»109. Il parlamento centrale che, secondo il Grande Lombardo, avrebbe dovuto svolgere solo «un alto diritto di cassazione»110, perché la vera attività legislativa andava delegata a livello regionale, cioè a contatto con le esigenze reali e irriducibili di un paese articolato e differenziato come il nostro, divenne l’unico ricettacolo dei problemi aperti e diffusi sull’intero territorio nazionale dalle Alpi alla Sicilia: il risultato fu che ogni cosa, piccola o grande che fosse, venne consegnata nelle mani di uno Stato che – scriveva allora Gioacchino Ventura – domina di fatto «la religione come la politica, dispone del clero come della polizia; amministra le province e i comuni come i collegi; dispensa l’insegnamento come le pensioni; mette a tariffa le dottrine come gli oggetti di consumo, regola le coscienze come le dogane»111. In tal modo veniva creato un sistema di governo di tipo «orientale» che, alla iniziale  disparità delle forze e dei poteri tra centro e periferia, aggiungeva anche la disparità del diritto, legittimava cioè ogni sorta di arbitrio da parte dello Stato centrale e costringeva il ceto politico ad oscillare continuamente e pericolosamente tra tentazioni autoritarie e prassi trasformistica. D’altro canto, nel momento in cui, per dirla con Cattaneo, «l’universale diluvio degli affari» del Paese finiva sulle «scrivanie della capitale»112 al “rappresentante del popolo” non restava altro che adeguarsi in maniera trasformistica al credo politico di chi si trovava «pro tempore» alla guida del governo centrale ed aveva quindi la possibilità di risolvere dall’alto tutti i problemi del proprio collegio elettorale.

Anche per quanto riguardava il binomio «libertà – emancipazione», mentre appariva lucida e determinata la posizione di Cattaneo nel voler salvaguardare al tempo stesso la dignità della persona umana e la sua elevazione sociale, presso la cultura politica del tempo le sue proposte non ottennero che scarsa attenzione. «Il vero progresso – sottolineava Cattaneo – non mira a precipitare nel fango le sommità sociali, ma bensì a redimere dal fango, e sollevare ai godimenti della proprietà, dell’intelligenza, dell’onore quelle condizioni che n’erano ancora diseredate113. Egli, perciò, avversava ogni forma di comunismo che di fatto si risolveva nel demolire «la ricchezza senza riparare alla povertà e, sopprimendo fra gli uomini l’eredità e per conseguenza la famiglia, ricaccerebbe il lavorante nell’abiezione degli antichi schiavi, senza natali, senza onore»114.

Con la negazione della proprietà egli temeva infatti il declino della famiglia e, quindi, della comunità locale, cioè la distruzione alle radici della libertà e della dignità dell’uomo. In ultima analisi, poiché col comunismo l’umanità ancora una volta rischiava di precipitare nella barbarie, egli voleva che i proletari si trasformassero in proprietari e non questi in proletari.

Tuttavia anche in questa sua battaglia, egli finì col trovarsi isolato di fronte al prevalere delle mode politiche e delle nuove filosofie che, da Hegel a Marx, puntavano con forza, non già sul superamento dei contrasti sociali ed economici, ma sulla loro esasperazione e tendevano a dividere l’universo politico europeo nei contrapposti schieramenti di destra e di sinistra: da un lato il passato, l’ordine, la religione e la conservazione, dall’altro il futuro, la libertà, l’uguaglianza ed il progresso. All’interno di questa visione manichea e riduttiva, Cattaneo appariva troppo borghese e liberale agli occhi della sinistra e troppo moderno e progressista agli occhi della destra e finì, quindi, col trovarsi «spiacente a Dio ed ai nemici sui».

A ben vedere egli subì una sorte che fu comune ad altri grandi uomini del passato, i quali, nonostante la validità e lungimiranza delle loro posizioni, vennero travolti ed emarginati dalla demagogia imperante. Non a caso uno storico di fede marxista come Alberto Caracciolo s’è sentito in dovere, a proposito di un altro grande riformatore lombardo dell’800, cioè di Stefano Jacini, di puntualizzare: «Il passar del tempo mi fa apparire sempre meno decisivo, per stabilire la modernità di un personaggio, il semplice maggior o minor grado di affezione alle grandi masse lavoratrici e credo che dobbiamo andar decisamente cauti nell’accettare espressioni, talvolta molto autentiche ma tal’altra decisamente demagogiche, che si vogliono progressiste solo perché esaltano lavoro e lavoratori»115. Eppure, al di là della momentanea sfortuna, lo sforzo incessante di Cattaneo teso a «federare» le posizioni tendenzialmente contrapposte, non solo si dimostrerà l’unica strada percorribile ed efficace per realizzare l’unione europea, ma si muoveva fin d’allora in perfetta sintonia col pensiero degli spiriti più illuminati e lungimiranti del tempo. Valga per tutti l’esempio di Alexis de Tocqueville, il quale scriveva, nel 1836, ad un amico: «Sono sorpreso nel vedere schierati da una parte gli uomini che apprezzano la moralità, la religione e l’ordine e dall’altra quelli che amano la libertà e l’uguaglianza degli uomini davanti alla legge. Questo spettacolo mi ha colpito  come la cosa più straordinaria e deplorevole che potesse mai offrirsi agli sguardi di un uomo. Perché tutte queste cose che separiamo in questo mondo sono invece, e ne ho la certezza, indissolubilmente unite agli occhi di Dio. Sono tutte cose sante, se posso esprimermi così, perché la grandezza e la felicità dell’uomo in questo mondo non può che risultare dalla riunione di tali cose. Da allora ho creduto di capire che una delle più belle imprese di questo nostro tempo fosse quella di mostrare come tutte queste cose non fossero incompatibili. Che al contrario esse si tengono insieme per un legame necessario, e che ciascuna di esse si indebolisce separandosi dalle altre»116.

Come si può vedere, il disegno ambizioso di Cattaneo di far coincidere l’Europa dello spirito con l’Europa geografica, implicava una iniziativa “federativa”, coerente e simultanea, in ogni direzione ed in ogni settore di attività, dall’organizzazione dello Stato all’istruzione, dall’economia alla cultura, dal commercio all’industria, dall’agricoltura alle grandi infrastrutture: il tutto perché alla fine potesse prevalere il momento del dialogo costruttivo sulle divaricazioni auto-distruttive ed il momento della sintesi creativa sulle contrapposizioni classistiche o nazionalistiche. Si trattava d’una iniziativa la cui interruzione ha comportato per il nostro continente oltre un secolo di sofferenze e di tragedie inenarrabili. Da Cattaneo essa, fin dal 1848, era stata, con rara potenza sintetica, condensata in tre punti essenziali nell’ultima pagina dell’opera famosa «Dell’insurrezione di Milano nel 1848», la quale, come è noto, si concludeva con l’esclamazione profetica: «Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa».

Un primo punto riguardava l’orgogliosa proclamazione del “principio di municipalità” quale elemento costitutivo originario dell’identità europea. Cattaneo prendeva lo spunto dalla difesa di Venezia contro certi ricorrenti tentativi di annessione, per scrivere: «Venezia non fu mai nemmeno città dell’impero d’occidente; poiché al declino di quello non era peranco nota; e al suo risurgimento era già libera e forte». E così concludeva: «Ella traeva la sua vita dai mari d’oriente; era come nave ancorata al lito dell’Adriatico. Il suo popolo conservò sempre le tradizioni di quella origine che doveva a sé solo: e i suoi naviganti ne fecero quel glorioso cantico: Venezia la xe nostra / l’avemo fatta nu».

Un secondo punto riguardava la necessità di demolire, all’interno di ogni Stato europeo, ogni forma di accentramento prefettizio e militare prodotto dalla rivoluzione francese, nella quale, aveva scritto in altra occasione, «il popolo ebbe la terra, ma non ebbe il comune»117. Naturalmente Cattaneo se la prendeva soprattutto con la Francia contemporanea scrivendo: «Poco importa che il telegrafo ingiunga ai docili e silenziosi dipartimenti il comando d’un imperatore o di un re o di un presidente: il destino della multitudine dei francesi, fuori dalla cerchia di Parigi, fu sempre l’obbedienza».

Un terzo punto programmatico riguardava l’urgente necessità per le nazioni europee di «congiungersi», non con «l’unità materiale del dominio ma col principio morale dell’uguaglianza e della libertà», cioè attraverso la scelta federale.

Per Cattaneo questi tre elementi programmatici andavano sostenuti e realizzati in maniera simultanea e congiunta; erano cioè talmente interdipendenti che la mancata attuazione di uno solo di essi avrebbe potuto comportare il crollo dell’intero edificio. Infatti, se da un lato le strutture centralistiche all’interno dei singoli stati rappresentavano una grave minaccia per l’unione dell’Europa, dall’altro la realizzazione contestuale di quest’ultima poteva agevolare la loro progressiva dissoluzione. Scriveva infatti Cattaneo sempre in quella pagina finale: «Solamente quando la Francia avrà intorno a sé cento milioni di uomini liberi, non sarà più costretta a tenere in armi seicentomila soldati, né ad affamare il popolo per disfamare l’esercito, i cui capitani conculcheranno sempre la sua libertà». E così concludeva: «Ma in mezzo a una Europa tutta libera e tutta amica, l’unità soldatesca potrà far luogo alla popolare libertà; e l’edificio costruito dai re e dalli imperatori potrà rifarsi sul puro modello americano»118. Come è noto a tutti, questi tre punti essenziali sono ancora all’ordine del giorno della coscienza politica e culturale europea. Ma se Cattaneo aveva visto giusto nel sostenere che «avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa», noi, con altrettanta convinzione, possiamo concludere che non avremo un’Europa unita finché non verrà realizzato per intero il programma enunciato oltre 150 anni or sono dal grande scrittore lombardo.

 

 


Note

 

1  Gli atti di quel convegno sono in: aa.vv., L’opera e l’eredità di Carlo Cattaneo (a cura di Carlo G. Lacaita), 2 voll., Bologna, 1975. Per un quadro esauriente dell’azione politica e culturale di Cattaneo, si rinvia, anche per i riferimenti bibliografici, alla recente ricerca di F. Della Peruta, Carlo Cattaneo politico, Milano, 2001.

2  Cfr. S. Fontana, Origine e sviluppo del sistema politico italiano: dalla polemica di Cattaneo alla situazione attuale, in aa.vv., L’opera e l’eredità…, op. cit., pp. 119-143.

3 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, 1979, vol. 22, p. 437.

4 Cfr. C. Moss, L’«altro» Risorgimento. L’ultimo Cattaneo tra Italia e Svizzera, Milano, 1992,  p. 147.

5 Cfr. E. Sestan (a cura di), Opere di Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Milano-Napoli, 1957, p. XXIX.

6 Cfr. N. Bobbio, Una filosofia militante: studi su Carlo Cattaneo, Torino, 1971, p. 187.

7 Cfr. G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale (1896-1955), Torino, 1955, p. XVI.

8 Ivi, p. 93.

9 Cfr. T. Raffaelli, Carlo Cattaneo precursore di un’«Europa delle regioni», «internodo» aperto verso l’umanità, in aa.vv., Quale mercato per quale Europa (a cura di P. Roggi), Milano, 1994, p. 235.

10 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 30.

11 Cfr. E. Sestan (a cura di), Opere di…, op. cit., p. XXVII.

12 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico…, op. cit., p. 437.

13 Cfr. G. Cattaneo, Opere scelte (a cura di Delia Castelnuovo Frigessi), vol. II, Torino, 1972, p. 471.

14 Cfr. C. Berneri, Carlo Cattaneo federalista, Pistoia, 1970, p. 16.

15 Ivi, p. 17.

16 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 232.

17 Cfr. C. Moss, op. cit., p. 431.

18 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 237.

19 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 294.

20 Cfr. C. Cattaneo, Scritti economici (a cura di Alberto Bertolino), vol. III, Firenze, 1956, pp. 276, 283, 298.

21 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 470.

22 Ivi, p. 454.

23  Ivi, p. 460.

24 Cfr. F. Momigliano, Carlo Cattaneo e gli Stati Uniti d’Europa, Milano, 1919, p. 55.

25 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 89.

26 Cfr. F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, Bari, 1964.

27 Ivi, p. 28.

28 Ivi, pp. 50-51.

29 Ivi, pp. 87-88.

30 Ivi, p. 23.

31 Cfr. N. Bobbio, op. cit., pp. 183-4.

32 E. Sestan, Opere di…, op. cit., p. XXX.

33 Ivi, pp. 568-9.

34 Ivi, p. 570.

35 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 472.

36 Ivi, p. 470.

37 Cfr. F. Chabod, op. cit., p. 44.

38 Cfr. E.A. Albertoni (a cura di), Carlo Cattaneo: intonare le nostre idee a quelle d’Europa, Provincia di Milano, s.d., p. XXXIX.

39 Cfr. P. Bagnoli, Sul federalismo di Carlo Cattaneo, in «Il pensiero politico», a. XXVI, 1996, n. 1, p. 16.

40 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 242.

41 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 85 e p. 89.

42 Cfr. C.G. Lacaita (a cura di), I problemi dello Stato italiano di Carlo Cattaneo, Milano, 1966, p. 326.

43 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., pp. 112-3.

44 Ivi, p. 90.

45 Ivi, p. 542.

46 Ivi, p. 123.

47 G.A. Belloni, Carlo Cattaneo e la sua idea federale, Pisa, 1974, p. 152.

48 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 82.

49 Ivi, p. 107.

50 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 317.

51 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 18.

52 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 124.

53 Cfr. C. Moss, op. cit., p. 3.

54 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico…, op. cit., p. 436.

55 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 194. Nel 1862 Cattaneo in una lettera a Bertani scriveva: «Voi organizzate l’Italia per dipartimenti, alla francese. Voi l’organizzate per clubs come i Giacobini. I Giacobini hanno creato Napoleone. Anche in Italia abbiamo il napoleonismo, il quale ha tanto in mano da avere il monopolio dell’unità (cfr. C. Moss, op. cit., p. 349).

56 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 69.

57 Ivi, p. 230.

58 Ivi, p. 227.

59 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico…, op. cit., p. 436.

60 N. Bobbio, op. cit., p. 22.

61 Ivi, p. 23.

62 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 227.

63 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 123.

64 Cfr. C. Cattaneo, Scritti economici, op. cit., p. 300.

65 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 106.

66 Ivi, p. 404.

67 Ivi, pp. 403-4.

68 Cfr. F. Chabod, op. cit., p. 118.

69 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 507.

70 Cfr. E. Sestan, Opere di…, op. cit., p. 577.

71 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 123.

72 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 56 e sg.

73 Cfr. A. Rosmini, Filosofia del diritto (1841-1843), cap. III, art. 1 (a cura di R. Orecchia), Padova, 1967-69, vol. V, pp. 48-52.

74 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 314.

75 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico…, op. cit., p. 436.

76 Cfr. F. Chabod, op. cit., p. 19.

77 Ivi, p. 140.

78 T. Raffaelli, op. cit., p. 239.

79 Cfr. F. Momigliano, op. cit., p. 54.

80 Ivi, p. 57.

81 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 233.

82 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 175.

83 Ivi, p. 201.

84  Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 328.

85 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 42.

86  Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 331.

87 Cfr. P. Bagnoli, op. cit., pp. 20-21.

88 Cfr. E. Rotelli, Il federalismo di Carlo Cattaneo: pensiero e azione, in «Storia Amministrazione Costituzione» (Annali dell’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica), Il Mulino, Bologna, n. 9, 2001, pp. 29 e sg.

89 Cfr. F. Chabod, op. cit., pp. 134 e 145.

90 Ivi, p. 56.

91 Cfr. C. Moss, op. cit., p. 157.

92 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 238.

93 Cfr. T. Berneri, op. cit., p. 20.

94 Cfr. F. Chabod, op. cit., p. 165.

95 Cfr. G.A. Belloni, op. cit., p. 144.

96 Cfr. N. Bobbio, op. cit., p. 32.

97 Ibidem.

98 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 246.

99 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., pp. 317-8.

100 Ivi, p. 321.

101 Cfr. T. Raffaelli, op. cit., p. 242.

102 Cfr. C. Cattaneo, Per un’università federale svizzera, in Tutte le opere di Carlo Cattaneo (a cura di L. Ambrosoli), vol. IV, Milano, 1967, p. 790.

103Ivi, p. 785.

104 Ivi, p. 786. Notizie sul progetto di Cattaneo per l’Università federale anche in C. Moss, op. cit., p. 436.

105 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 343.

106 Ivi, p. 114.

107 Cfr. C. Moss, op. cit., p. 160.

108 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 54.

109  Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 321.

110 Cfr. C. Berneri, op. cit., p. 33.

111 Cfr. S. Fontana, L’opera di Gioacchino Ventura e la sua influenza sul pensiero politico italiano, in «Regnum Dei», Roma, 1994, n. 120, p. 56.

112 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 248. Sulle cause perduranti del fenomeno trasformistico italiano, derivanti soprattutto dall’accentramento amministrativo, si rinvia a S. Fontana, Per una storia del trasformismo (1883-1983), in «Il Politico» (Università di Pavia), 1984, a. XLIX, n. 2, pp. 303-320.

113 Cfr. C. Cattaneo, Opere scelte, op. cit., p. 479.

114 Cfr. E. Sestan, Dizionario biografico…, op. cit., p. 435.

115 Cfr. A. Caracciolo, in aa.vv., Tra Manzoni e Jacini, Milano, 1985, pp. 33-34.

116 Cfr. A. De Tocqueville, L’amicizia e la democrazia, lettere scelte (1824-1859), a cura di M. Terni, Roma, 1987, p. 119.

117 Cfr. C.G. Lacaita, op. cit., p. 226.

118 Cfr. E. Sestan, Opere di…, op. cit., pp. 994-5.