Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Numero
6
December 2002
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Le Merci e la Merceologia: passato presente e futuro, di Ottilia De Marco
Carlo Cattaneo e l'Europa, di Sandro Fontana
Turismo e storia della produzione cartografica: la carta d'italia del touring club italiano al 250.000*, di Edgar Meyer
Tecnica e ambiente dalle origini al 2000, di Giorgio Nebbia
I musei del lavoro industriale in Italia, di Pier Paolo Poggio
La storia dei pcb (policlorobifenili). Miracoli e disastri della tecnica nel Novecento, di Marino Ruzzenenti
Eventi
C'era una volta l'austerità, di Giorgio Nebbia
L'industria delle bilance, di Giorgio Nebbia
Luci e ombre del telecommercio, di Giorgio Nebbia
Porto Marghera. dichiarazione comune degli storici italiani dell’ambiente sulla sentenza del processo alla Montedison per i fatti del petrolchimico, di AA.VV.
Tagungsplan 1.-3.11.2002, di S.A
Persone
Giovanni Haussmann (1906-1980), di Ongaro
Justus von Liebig (1803-1873), di Giorgio Nebbia
Alfred Lotka (1889-1949), di Giorgio Nebbia
Guglielmo Marconi (1874-1937), di Giorgio Nebbia
Robert Owen (1771-1858), di Giorgio Nebbia
Franco M.Scudo (1935-1998), di Giuseppe Damiani
Albert Szent-Gyorgyi (1893-1986), di Giorgio Nebbia
Cose
Amianto, di Giorgio Nebbia
Arsenico, di Giorgio Nebbia
Automobile, di Giorgio Nebbia
Avorio, di Giorgio Nebbia
Bicarbonato di sodio, di Giorgio Nebbia
Canapa, di Giorgio Nebbia
Carta, di Giorgio Nebbia
Cemento, di Giorgio Nebbia
Clorofluorocarburi, di Giorgio Nebbia
Cromo, di Giorgio Nebbia
Detersivi, di Giorgio Nebbia
Diamanti, di Giorgio Nebbia
Estratti per brodo, di Giorgio Nebbia
Gomma, di Giorgio Nebbia
Idrogeno, di Giorgio Nebbia
Latte, di Giorgio Nebbia
Lino, di Giorgio Nebbia
Sapone di marsiglia, di Giorgio Nebbia
Selenio, di Giorgio Nebbia
Silicio, di Giorgio Nebbia
Zolfo, di Giorgio Nebbia
Zucchero, di Giorgio Nebbia
Letture
Rubbish! The archeology of garbage, di Giorgio Nebbia
Una sintesi storica dell'industria mineraria in Italia, di Giorgio Nebbia
L’acqua. Nuovo obiettivo strategico mondiale, di Giorgio Nebbia
Documenti
Il 22 maggio, di Gian Domenico Zucca
Appunti per una biografia su Gaetano Bresci a cento anni dalla morte, di Gian Domenico Zucca
Appunti per una biografia su Gaetano Bresci a cento anni dalla morte
di  Gian Domenico Zucca

Introduzione

 

Scrivere su Gaetano Bresci è cosa nello stesso tempo facile e molto difficile. Facile perché tutto sommato la sua figura appare storicamente ben delineata e molto studiata, e la sua biografia decisamente breve, poco ricca, almeno in rapporto all’abbondanza delle vite d’altri anarchici dell’epoca. Difficile, in quanto restano parecchi punti e particolari oscuri, o non approfonditi, specialmente all’epoca dei fatti per cui Bresci divenne famoso. Inoltre su di lui, come detto, s’è scritto molto, ma molto di quanto s’è scritto è pure poco credibile. Inoltre circolano leggende, o cose, comunque, non verificate a sufficienza, che negli scritti si sono intrecciate con fatti accertati, creando amalgami spesso non più decifrabili, anche per la carenza di fonti documentarie. Anzi, chi affronta il caso, non può far meno di sospettare che la scarsità di materiali originari per particolari e aspetti poco chiari, per tacere dei documenti scomparsi che vedremo, derivi da scarse indagini della polizia, o per le difficoltà di penetrare ambienti anarchici, o per veti dall’alto per limitare i danni che il caso Bresci stava avendo con la sua prorompente forza di propaganda anarchica, ma anche socialista e radicale, pure in area repubblicana e persino liberale di sinistra (per tacere dell’area cattolica più retriva, dove l’assassinio d’un Savoia, naturalmente scomunicato, poteva essere ancora visto come dovuto alla giusta punizione divina). Anzi, si può parlare, e s’è parlato, di pure e semplici affrettate chiusure d’indagini, tanto più che avendo il colpevole in mano reo confesso, per la polizia, e per i governanti, tutto era facile. E resta pure il sospetto che anche in campo anarchico, o tra gli amici e compagni stretti di Bresci, per motivi di difesa, o per salvare il movimento anarchico nella sua immagine, o piuttosto per salvarlo e salvarsi dalla repressione che dopo Monza si scatenò a livello italiano e non solo, non tutto quello che c’era da dire fu detto.

Una prima osservazione. Se Gaetano Bresci ha una corposa scheda sul Dizionario biografico degli italiani, immane opera in corso di pubblicazione in cui il volume con Bresci è del 1972, e una scheda interessante è sull’enciclopedia in CD ROM Rizzoli-Larousse 2001, sull’Enciclopedia Treccani, che pur ha infinite schede su infimi personaggi italiani, come sull’Enciclopedia Britannica, che ha schede per i più sconosciuti pittori e musicisti italiani (ma, lo sappiamo, l’Italia all’estero è pur sempre il paese dei mandolini e degli artisti), manca un cenno a Bresci. Eppure con Bresci, si ritenne e si ritiene l’Italia chiuse l’ ‘800. Su questo ritornerò alla fine di questo scritto.

Inoltre, l’effetto che il regicidio ebbe sull’opinione pubblica fu enorme, e non è facile da comprendere nella sua vastità per noi abituati a digerire per ogni via, radiofonica, televisiva, internettistica, qualsiasi fatto grave dopo averli appiattiti tutti, e triturati nella padella cerebrale in cui la nostra memoria dovrebbe cuocere. Ho avuto ancora la fortuna, domandando, di conoscere le impressioni di persone anziane, all’epoca bambini o ragazzi. Una prima è d’un vecchio anarchico genovese, di cui raccolsi la testimonianza nel 1969 nelle febbrili notti dopo Piazza Fontana alla ricerca di certezze e d’esperienze d’antichi anarchici. All’epoca dei fatti era sedicenne, giovane operaio, e in quella domenica fatale era andato sulle colline sopra Sestri, con compagni e compagne del suo circolo anarchico, per una scampagnata domenicale. Come la notizia si sparse il pomeriggio del giorno dopo, la città ammutolì. Ci fu una caduta di forze, d’energie. Né manifestazioni di dolore, o di gioia. Solo un senso di sbalordimento. Io posso aggiungere che le manifestazioni antisocialiste e anti anarchiche, violente in alcune città, iniziarono non immediatamente.

Una seconda testimonianza è quella d’un vecchio pensionato, all’epoca dei fatti di sei anni, raccolta nel 1977 o 1978. Figlio del proprietario d’una tenuta, o del fattore non ricordo più, in quella fascia di Lombardia verso il Piemonte, seppe di Monza la mattina dopo, al risveglio, all’alba. All’epoca, in queste cascine si radunavano, per dormire sui fienili, viandanti poveri, accattoni, fieranti, vagabondi, gente in cerca di lavoro, sbandati, in sostanza gli emarginati, il quinto stato. In quella cascina la notte in genere erano una quindicina, ma all’alba del giorno dopo Monza erano una quarantina, in quanto alla spicciolata s’erano aggiunti altri che sfuggivano Milano, e le sue vicinanze, timorosi d’essere arrestati. Furono essi che portarono la notizia, allora non esistevano telefoni, radio, e nonostante il cordone sanitario attorno Monza che vedremo, e che avrebbe dovuto impedire il propagarsi della notizia. E il brusio di quei poveracci, attoniti per lo stupore di quel che era successo, svegliò tutta la tenuta, anche quelli che a quell’ora potevano dormire tranquillamente, come il mio informatore bambino. Il vecchio pensionato ricordava soprattutto l’immenso vuoto del bisbigliare di bocca in bocca, e il vuoto che s’era prodotto nei giorni successivi. Non ricordava manifestazioni di dolore, lutto, o altro, solo un senso di vuoto. All’epoca, da sinistra, si scriverà mestamente che l’Italia, anche nelle aree tradizionalmente rivoluzionarie, aveva mostrato il singolare attaccamento al re. A parte considerazioni d’ordine sociologico, potrei dire che allora, e anche per alcuni decenni in seguito, la figura del re aveva ancora un fascino medievale, come un’immanenza sopradivina, e non bisogna dimenticare che in prima elementare, tra le prime cose che s’insegnavano, erano tutti i nomi dei reali, snocciolati per titolo e parentela, per cui, a forza di cose, il re e i reali, diventavano materialmente immateriali. Insomma, prima veniva il re, poi l’Italia, anche perché per gli italiani era più facile capire cos’era un re di quello che fosse l’Italia.

Infine, come curiosità, una mia informatrice di Novi Ligure per miei studi sul bandito Pollastro, nata intorno al 1930, seppe dai vecchi che Bresci soggiornò brevemente pure a Novi nei giorni precedenti il regicidio. Lasceremo a lei questa convinzione leggendaria.

 

 

Alcuni cenni su Umberto I e la sua epoca.

           

Umberto I era nato nel 1844 e salì al trono nel 1878. Del padre aveva ben poco, e direi che l’unica cosa in comune era la galanteria e la passione per le belle donne. Alcune sue relazioni femminili datavano da prima del matrimonio, e durante il matrimonio alcune continuarono mentre altre se n’aggiunsero. La sua antica amante, la duchessa Eugenia Bolognini Litta Visconti Arena, detta duchessa Litta (era vedova Litta), più anziana di lui, che incontrava quotidianamente e con cui si faceva pure vedere in giro, era diventata un’istituzione di corte. A differenza del padre, fu politicamente un monarca scialbo, decisamente mediocre. Se il padre aveva sollevato entusiasmi tra le folle di tutta Italia, ma anche all’estero, Umberto I ebbe un distacco, possiamo dire a ragione regale, verso il paese, amando più che altro la vita di corte. Se Vittorio Emanale II s’era dimostrato abile e coraggioso tanto da fare l’Italia, ovvero da conquistarla, e s’aveva utilizzato varie alleanze estere, seguendo l’antica linea dei Savoia ora con la Francia, o con la Spagna, o con l’Austria, il figlio Umberto era per gli Imperi Centrali e triplicista convinto. Questo, a mio facile giudizio retrospettivo, all’epoca era un suicidio, dati gli stretti rapporti d’ogni tipo con la Francia, non ultimo le centinaia di migliaia d’immigrati, molti stagionali, che in Francia andavano a lavorare. E con la Francia si fece pure una disastrosa guerra dei dazi.

Se Vittorio Emanuele II aveva cercato e trovato alleanze anche nella sinistra liberale, il figlio politicamente fu un conservatore quasi monotono, per di più facilmente dominato dalla moglie, la regina Margherita, ultra conservatrice su cui convergevano circoli reazionari. Tendeva a governare il paese come un re d’altri tempi, coi primi ministri quasi alle sue dipendenze. La sua mediocre politica vide la fine del governo delle sinistre, il trasformismo di Depretis, la reazione di Crispi, vide il governo che tentava d’uscire dalla norme costituzionali di Di Rudinì e, infine, quello quasi militare del generale Pelloux.

Durante il suo regno ci furono le scelte coloniali, che lo stato, sempre sull’orlo della bancarotta, non poteva permettersi. Con lui ci furono Dogali, e, soprattutto, Adua, dove si mandò all’attacco, e al massacro, un esercito piccolo e mal armato, che non avrebbe potuto far altro se non ritirarsi su posizioni di difesa, come chi conosceva la situazione aveva proposto. Con lui ci fu lo scandalo della banca romana, con 64 milioni di lire in circolazione abusive, false, una parte consistente del circolante. E nello scandalo, il coinvolgimento d’altissimi personaggi, una tangentopoli cent’anni prima.

Durante il suo regno l’Italia iniziò, in ritardo rispetto a Francia, Germania, Inghilterra e altri stati europei, il processo d’industrializzazione, a dire il vero abbastanza lento. Però l’Italia era un paese pressoché agricolo, con un’agricoltura arretrata salvo alcune aree padane, con una massa di contadini senza terra in buona parte analfabeta.

Il suo regno vide crisi economiche generali e settoriali, e l’esplodere della questione meridionale che, tutto sommato, è un leit motif italiano. Durante il suo regno, per salvare lo stato dalla bancarotta, in luogo di distribuire gli oneri sulle varie classi sociali, s’imposero tasse sui generi di prima necessità vitale, con una scelta fiscale diretta a colpire le classi più povere, cioè buona parte della nazione e il meridione in particolare. Di conseguenza, durante il suo regno la condizione dei contadini, e dei proletari e sottoproletari, divenne insostenibile, da cui l’inizio della tumultuosa emigrazione verso l’America, ma anche tutta una serie d’attentati, pure alla sua persona, da cui i moti del 1894 di Sicilia, dovuti alle spaventose condizioni di miseria, seguiti a ruota da quelli della Garfagnana e carrarese, questi del tutto spontanei. La feroce repressione che ne seguì, scrisse un giornale liberale, non la fece nemmeno l’Austria! In essa Crispi inventò i coatti e la coazione, per colpire gli anarchici, e apprestò su due piedi colonie penali in Italia dove le condizioni materiali erano abbruttenti. Durante il suo regno, nel 1898, ci furono i moti e le insurrezioni del pane per tutta la penisola, stavolta causati dalla rarefazione del grano per la guerra ispano-americana, che, però, s’insediava sul caro pane precedente. E per la repressione ci furono numerosi morti sparsi per la penisola, coi massacri di Milano, con lo stesso re a premiare il generale Bava Beccaris che aveva sfamato, come dice una celebre canzone popolare anarchica, a cannonate la folla milanese dei manifestanti. Il numero esatto dei morti mai s’è saputo, un centinaio facendo calcoli all’anagrafe mortuaria del comune di Milano, più probabilmente 118. Per rendere il clima e l’entità della repressione, 110 giornali furono chiusi!

Durante il suo regno, le vittorie militari furono solo su braccianti, operai, disoccupati, gente del popolo. Per il resto sconfitte. Il suo regno è complessivamente quello d’una crisi economica che solo verso la fine tenderà a sollevarsi, anche se le masse non avvertiranno il miglioramento se non in piccolissima parte, tanto che l’emigrazione non solo non s’interruppe, ma aumentò. Ed è in questo contesto, e nel contesto d’un anarchismo italiano con una frazione secondaria, ma non meno importante, tutta tesa a macchinare attentati a regnai e governanti, la cui esistenza è storicamente più che giustificata come controreazione alla feroce (re)azione statale, anche se poi gli attentatori compivano gesti individuali, che si deve collocare il regicidio di Gaetano Bresci.

 

 

 

Gaetano Bresci

 

            Gaetano Bresci nacque a Coiano in provincia di Prato il 10 novembre 1869. La madre era Maddalena Godi, il padre Gaspare, un contadino proprietario d’un podere e d’una casa a tre piani. La famiglia all’epoca si poteva dire benestante, tanto che un fratello maggiore di Gaetano, frequentò le scuole tecniche e poi fece carriera militare. All’epoca dei fatti di Monza era tenente. L’altro fratello, il primogenito, rimase contadino. Anche lui era anarchico. Però, con la crisi degli anni Ottanta indotta dalla politica di tassazioni a tappeto sui generi di prima necessità, la famiglia Bresci s’impoverì sfiorando la miseria. Intanto l’industriale tessile Hosler stava impiantando una fabbrica, il “Fabbricone”, in zona, e Gaspare Bresci gli vendette metà della proprietà, su cui vennero realizzate dieci case per dirigenti e impiegati dello stabilimento. Nel frattempo divenne fabbricante di spole, o commerciante di trecce di paglia, secondo le versioni. Sul contratto di vendita del podere c’era la clausola dell’assunzione del figlio Gaetano nella fabbrica. Così il Nostro, undicenne, iniziò come apprendista, a quattordici, quindici ore al giorno, come lui stesso dirà al processo. Però la domenica frequentava le scuole comunali di Prato d’arti e mestieri, nei corsi di tessitura, dove si specializzò come decoratore di seta. A quindici anni è già operaio qualificato, e frequenta il circolo anarchico di Prato, dove la concentrazione anarchica era una della maggiori, e più interessanti, d’Italia.

Nel 1892 ebbe una prima condanna a quindici giorni di reclusione. Per far evitare una multa a un garzone fornaio che teneva aperta la bottega oltre l’orario, aveva insultato delle guardie. In conseguenza di scioperi, per le leggi crispine repressive, nel 1895 finì confinato a Lampedusa, e ritornò graziato dall’amnistia susseguita ai fatti d’Adua con l’ascesa del ministero Di Rudinì. Al confino, nel lungo ozio, aveva migliorato, con letture e studio, la sua istruzione. Al ritorno stenta a trovare lavoro, per cui si trasferisce nell’Alta Lucchesia, a Ponte all’Ania, in uno stabilimento laniero dove, abile e stimato, divenne in pochi mesi capo operaio.  Infatti, e lo diranno pure i testi contro di lui al processo, era sia abile operaio, sia anche persona posata, equilibrata, con un fortissimo senso della precisione e un amore per il diritto personale anche nei minimi dettagli.

Che Bresci fosse attraente è un luogo comune. Era alto centosettantatre centimetri, circa un metro e ottanta per le medie odierne. Era sempre elegantissimo e ricercato. Inutile dire il fascino sulle donne e le sue numerose avventure amorose. A Ponte dell’Ania, nel 1897 ebbe un figlio da una certa Maria. Si fece lasciare danaro da un fratello per pagare il baliatico, dunque il figlio venne messo, come s’usava diffusamente allora, a balia, ma solo per quelli che potevano permetterselo. Verso la fine di quell’anno, non sappiamo se a causa della situazione in cui s’era cacciato, o per gli inviti d’amici e compagni che stavano partendo per l’America o già là, decise di partire pure lui.  Il 29 gennaio 1898 sbarcò a New York con regolare passaporto.

Negli USA, in fortissima espansione economica, s’era creata la più importante area industriale tessile a Paterson, una città d’un centinaio di migliaia d’abitanti ad alcune decine di chilometri a ovest di New York. In essa, dagli anni ‘80, era confluita, e stava confluendo, mano d’opera italiana specializzata, buona parte del nord Italia. In particolare proveniva dalle aree tessili italiane, Como, Biella, Vercelli e Prato, costituendo una parte cospicua della popolazione. Un terzo di questi immigrati italiani erano anarchici. M’ha sempre colpito che una parte consistente degli immigrati fossero donne, ragazze, anch’esse in parte anarchiche, e molto emancipate. E’ controverso se questa concentrazione d’anarchici fosse una conseguenza delle fonti di partenza, o se invece le operaie e gli operai italiani divennero prevalentemente anarchici in loco. Resta il fatto che le paghe erano molto elevate, per cui dovevano aver attratto operai specializzati italiani, com’è ovvio che da alcune zone di partenza, Prato soprattutto, il movimento anarchico era forte. Questo a Paterson, oltre essere prioritario, era molto articolato, e assai vivace. Infatti esisteva la “Società vita e pensiero”, anarchica, alle cui regolari riunioni pubbliche partecipavano centinaia, sino a un migliaio d’anarchiche e anarchici. C’erano poi la “Biblioteca libertaria” e la casa editrice “Era nuova”, che spediva libri anarchici anche in Italia. Gli anarchici italiani pubblicavano il giornale la “Questione sociale” che veniva spedito anche in altre aree industriali limitrofe. Era stato fondato da Pietro Gori nel 1895. In quel periodo a Paterson c’era Errico Malatesta, uno degli esponenti anarchici più noti sul pianeta, fortemente considerato pure dai socialisti. Nel maggio 1899 era fuggito dal confino di Lampedusa, e, dopo tortuoso e avventuroso viaggio, con varie tappe, era approdato negli USA dove non era ancora stato. Dopo il dibattito tra Malatesta e Giuseppe Ciancabilla, che vedremo subito, Malatesta divenne direttore della “Questione sociale” mentre Ciancabilla si distaccò fondando a Paterson “L’aurora”, di tendenza anti organizzatrice e individualista.

All’epoca era fortissima la polemica tra anarchici per l’organizzazione e contro l’organizzazione che, tutto sommato, non s’è mai spenta. Per forme organizzative era Errico Malatesta. Egli vedeva in realtà la lotta basata su propaganda organizzata, su scioperi e manifestazioni di piazza popolari, che andavano, in ogni caso, organizzati per evitare i fallimenti e i falsi scopi dell’eccitazione momentanea. Sua preoccupazione di fondo era restare legati alle masse. Negli Usa, sul versante opposto l’esponente di spicco era diventato Giuseppe Ciancabilla. Gli anarchici individualisti americani di matrice italiana erano per l’assoluta mancanza d’organizzazione, erano per circoli e gruppi slegati, erano per la propaganda individuale, ma anche per attentati e gesti terroristici individuali. Per certuni, come Pietro Borghi [1954], Gaetano Bresci si situava nell’area malatestiana, per altri, la maggioranza, in quella individualista. Arrigo Petacco [1970 : 14], che ha avuto modo di controllare alcune fonti orali e che ha spulciato la stampa anarchica dell’epoca, non mette in discussione che fosse d’area individualista. Pier Carlo Masini [1981 : 145] da un lato propende per l’area malatestiana, fa venire il dubbio che non lo fosse più, e infine riporta un giudizio di Ciancabilla in cui in controluce lo si vede individualista. Al di là di queste posizioni, il suo gesto è esclusivo degli anti organizzatori.

La sera del 12 novembre 1899 a West-Hoboken, una cittadina di circa 20.000 abitanti presso Paterson, a forte concentrazione operaia, si teneva un dibattito tra Malatesta e Giuseppe Ciancabilla[1], cui parteciparono anche gruppi d’immigrati d’altre nazioni accorsi per ascoltare soprattutto Malatesta. Fu assai acceso e molto lungo, con vivaci battibecchi tra fazioni opposte di pubblico, che sconfinarono in qualche zuffa. Successe che un anarchico individualista, Domenico Pazzaglia, sparò un colpo di rivoltella a Malatesta, ferendolo a una gamba. A bloccarlo e disarmarlo fu Gaetano Bresci, almeno questa è la tesi più accreditata.

            A differenza della maggioranza degli immigrati italiani, che difficilmente imparava l’inglese e non amava americanizzarsi, restando chiusa nell’ambiente italiano, Gaetano Bresci s’era messo a parlare e capire l’inglese, frequentava anche operai americani, si dava a un piccolo lusso tipicamente americano, girava sempre con una macchina fotografica, piuttosto costosa, a tracolla, com’era di moda tra i giovani americani all’epoca, e scattava fotografie. In genere gli immigrati italiani ritornavano in patria dove si sposavano, arricchitisi d’un bel gruzzolo. Viceversa Bresci nell’estate del 1898 sposò civilmente Sophie Knieland, un’irlandese di Boston, operaia nella sua stessa fabbrica. Erano andati a abitare in un cottage a West-Hoboken, e questo cottage è un altro segnale di quanto Bresci amasse americanizzarsi. Lì la moglie rapidamente gli diede una figlia, Maddalena, nel marzo 1899. Però Bresci continuava a abitare nell’albergo di Paterson come quand’era scapolo ritornando a casa solo per il sabato, mentre la moglie aveva smesso di lavorare. Ciò dice già molto sullo stato di benessere degli operai italiani a Paterson, anche se qualcuno vi vede, senza prove, danari forniti da qualche gruppo cospirativo locale.[2] Bresci percepiva, per otto ore lavorative, 20 dollari la settimana, quando in Italia grosso modo si guadagnava, per le stesse mansioni, 20-22 lire la settimana, mentre un’operaia specializzata prendeva la metà, mentre un bracciante agricolo guadagnava una lira al giorno. Il cambio, effettuato da Bresci per il rimpatrio, fu di 5,66 lire per dollaro. Certo, la vita costava più negli USA, ma la grande differenza di salario è lampante, e ciò giustifica più che ampiamente sia la forte corrente migratoria delle maestranze tessili specializzate, come certi agi che Bresci si permetteva, tanto più che già in Italia amava distinguersi e un certo lusso.

All’improvviso per tutti, avvisò solo un fratello primogenito in Italia e la moglie prima di partire, Bresci decide di rimpatriare. Certamente non sapeva che la moglie era incinta d’un mese, ma non so se sapendolo avrebbe mutato idea. Sarà una figlia, coraggiosamente chiamata Gaetanina. Prima di partire tronca i ponti con la società anarchica di cui era socio, si fa rendere le dieci azioni della casa editrice “Era nuova”, si dice per non compromettere il movimento anarchico. Sul momento fu considerato un rinnegato o quasi. Con circa 200 dollari in tasca, la macchina fotografica da tempo acquistata, la pistola calibro 9 a cinque colpi, presa da alcuni mesi, e con cui s’era a lungo addestrato, senza salutare nessuno il 17 maggio da New York salpa per la Francia. Infatti aveva approfittato dello sconto del 50% per l’esposizione universale di Parigi. Viaggia con due compagni, due tessili anarchici individualisti. Non si sa se li abbia conosciuti alla partenza o già da prima, il barbiere Nicola Quintavalle dell’isola d’Elba, e il tessile Antonio Laner, trentino. Sulla nave incontra la ventenne tessitrice di Mosso Biellese Emma Quazza, proveniente da Paterson, e diretta a casa.[3] Anche lei era anarchica e, inutile dirlo, diviene la sua amante. In seguito dirà che s’era fortemente innamorata. Il gruppetto dei quattro amici sbarca a Bordeaux e andrà a Parigi dove soggiorna otto giorni. Diretti in Italia, a Modane si separeranno. Il 6 giugno Bresci è a Genova, dove riscuote 500 lire accreditate in una banca genovese e spedite da New York. Al processo, su domanda dell’avvocato difensore Saverio Merlino, Bresci spiegherà che erano soldi suoi che, tramite una banca di New York, s’era fatto accreditare a Genova nel timore d’un furto durante il viaggio.

Bresci si fermerà una quarantina di giorni a Coiano, mostrandosi allegro, festoso, sempre elegante, partecipando a feste e divertimenti. Scriverà varie volte a Emma Quazza e scatterà moltissime fotografie. Poi invierà le stampe ai fotografati e alle fotografate, un lungo elenco, che gli sarà trovato in tasca all’arresto. Va da se che saranno tutti arrestati, mentre frettolosamente s’era creduto d’aver trovato la chiave della cospirazione con tutti i nominativi dei complici! Intanto s’allena con la pistola e al processo si saprà che sparerà dietro casa sua una quarantina di colpi.  Il 18 luglio, per accompagnare una nipotina dalla sorella, va a Castel S. Pietro, dove fa una facile conquista, un’operaia d’un ombrellificio, pare la quinta della breve serie delle innamorate al suo ritorno, una certa Teresa Brugnoli. I due vanno a Bologna dove stano insieme due giorni, alloggiando all’albergo Milano. Lì Bresci il 21 luglio riceve un telegramma, su cui molto si congetturerà, essendo ritenuto un segnale, un ordine, per il complotto. Quello era anche il giorno il cui il re giungeva a Monza, chiuso per le ferie estive il parlamento, per l’usuale vacanza a Villa Reale, dove, tramite un vialetto interno illuminato e un cancello, accedeva all’adiacente dimora della duchessa Litta. Bresci la sera stessa parte per Piacenza dove sosta due giorni, e non sappiamo assolutamente il perché e cosa fece, e nessuno al processo glielo domandò. Giunge a Milano la mattina del 24 luglio. Nella pensione dove alloggiò, ricevette le visite d’un biondino, e anche su questo giovane si fecero le più incontrollate illazioni.

L’unica cosa certa, è che non si sa nulla dei perché di questi vari spostamenti, e di quello che fece come doveva fare Bresci. C’è un vuoto quasi pneumatico, per quei giorni. In realtà la polizia arresterà centinaia di persone anche solo occasionalmente incontrate da Bresci in quei giorni, assieme a loro parenti, amici. Inutile dire che tra gli arrestati, e indagati, ci furono Lener, Quintavalle, Quazza, le altre neo amanti o innamorate del breve periodo del ritorno italiano. Le delazioni, anche le più sciocche, furono una valanga. Ma non si scoprì nulla, né complici, né relazioni con gli USA, né complotto o aiuti di qualsiasi tipo. Si suppone che la polizia, ma anche i giudici del processo, avevano avuto l’ordine di chiudere il caso il più rapidamente e discretamente possibile. Però l’esistenza d’un complotto sarebbe stata oltremodo utile per giustificare, e favorire, l’ondata d’arresti, migliaia di persone, la chiusura di centinaia d’organizzazioni operaie o socialiste, sequestri di giornali, anche loro chiusura, ecc. Per esempio, si sequestrò un giornale reo solamente d’aver pubblicato una fotografia di Bresci. Le leggi contro la diffusione di fotografie di banditi o ricercati, sono mussoliniane, risalgono al 1926. Bresci era stato dipinto da molti giornali sul cliché del bandito lombrosiano, volto asimmetrico, brutale, sguardo torvo, ecc. Per cui certamente si volle evitare che la gente scoprisse in un “criminale” un uomo “normale”. En passant, molti lombrosiani videro in Bresci il classico anarchico degenerato, ma Lombroso, che non rinnegò le sue idee, continuò a considerare degenerati i vari attentatori anarchici, ma non Bresci, di cui riconobbe il motivo politico. Anzi scrisse all’epoca del regicidio: “La causa impellente sta nelle gravissime condizioni del nostro Paese», indicando la colpa «massima delle classi dirigenti [la quale è] non di guarire i mali che ci guastano ma di colpire inesorabilmente coloro che li rivelano. Strano rimedio invero, che mostrerebbe da solo a mostrare fin dove siamo discesi” [29 luglio 1900 : 18-19].[4]

La politica italiana, proprio in quei giorni aveva avuto una svolta significativa. Il governo aveva cercato di far passare in parlamento disposizioni repressive contrarie alle leggi e allo statuto. Per la plateale opposizione dei socialisti, alla fine cadde e s’andò a nuove elezioni. Alle elezioni di giugno c’era stato un rafforzamento delle sinistre, dove erano anche riemersi liberali aperti come Zanardelli e Giolitti. Il governo uscito dalle elezioni era presieduto da Saracco, un liberale tra i fondatori del “3° partito”, intermedio tra destra e sinistra storica. Dopo il regicidio, la temuta svolta a destra non avvenne, anche per più ampie vedute del nuovo monarca, politico decisamente più abile del padre. Però non credo che, se fossero emerse prove per un complotto, sarebbero state soffocate per chiudere rapidamente il processo e impedire che diventasse una tribuna per la propaganda anarchica, ma anche socialista e radicale. Tanto più che lo stesso Giolitti darà, l’anno dopo come ministro degli interni, moltissima importanza all’immaginario complotto per liberare Bresci dall’ergastolo, basato su supposte macchinazioni dell’ex regina del regno delle due Sicilie, Maria Sofia di Baviera, vedova di Francesco I, diventata d’estrema sinistra nel suo esilio parigino, e d’Errico Malatesta, complotto che possiamo del tutto dimenticare per la sua assurdità.

Pure l’inchiesta americana su Bresci viene giudicata affrettata, svolta col desiderio di chiudere anche là il caso, si suppone, per evitare attriti in una comunità laboriosa, e redditizia per l’industria americana, quale la colonia italiana di Paterson. In realtà, per quel che se ne sa, non si trovò nulla di significativo. Per di più tra gli inquirenti americani c’era un certo Petrosino, il cui assassinio mafioso in Sicilia lo renderà celebre, e questo deve essere un sigillo di garanzia. Inoltre, tutte le varie piste americane per il complotto, come per il sorteggio (questo era un altro cliché) di Bresci quale attentatore, si rivelarono subito del tutto inconsistenti, anche se ogni tanto, qualche giornalista in cerca di sensazionalismi scialbi come lui, ci ritorna sopra, li riprende e li da per veri a lettori più scialbi ancora.

Però, tutti i vuoti sui giorni avanti Monza di Bresci, e i perché delle sue peregrinazioni, fanno immaginare che non tutto quello che si poteva fare fu fatto. E questi vuoti sono pâture per i nugoli di leggende sul complotto, spesso date come verità, nonostante che tutto quello che c’è da sapere su Bresci proviene esclusivamente dalle indagini della polizia, dalla sentenza di rinvio a giudizio, e poi dall’atto d’accusa di Bresci, salvo particolari secondari ritrovati, o aggiunti, in seguito.[5]

 

 

 

Il regicidio

 

 

All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1901, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 20, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.

Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.

La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco [1970 : 49], che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.

Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, direi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.

            Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, se effettivamente venne disarmato. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a se la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.

Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali. A Paterson la mattina dopo, ma ci sono alcune ore di vantaggio per la diversità dei fusi orari, parte degli italiani, saputa la notizia, non andò al lavoro e, quando si seppe che era uno di Paterson, ci furono manifestazioni di giubilo.

Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati!  Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma suppongo che al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.

Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiunge il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave.  L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte. 

Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.

Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.

Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, veniva buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. E, posso aggiungere, Oberdan era repubblicano e lo stesso Mazzini era per l’assassinio di Carlo Alberto, il re tentenna o re travicello. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governati di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.

La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.

L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.

I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!

 

 

 

Nell’ergastolo.

 

 

Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.

A Santo Stefano Bresci arriva con nutrita scorta, sempre incatenato, il 23 gennaio 1901. D’ora in poi tutto quello che sapremo di lui è di fonte poliziesca, perché più nessuno lo vedrà, almeno vivo, salvo il prete dell’ergastolo, una volta, e le guardie carcerarie a lui addette. Stando a quando disse il direttore del carcere, il cavalier Cecinelli, si dimostrava assai tranquillo, s’era dato regole per fare movimento, per quel che i ferri ai piedi gli consentissero, e aveva chiesto da leggere, come suo diritto, i libri della biblioteca. Particolare non secondario per descrivere il clima di quel sistema carcerario, la biblioteca si componeva di quattro volumi in tutto! Uno era la bibbia, uno “La vita dei santi padri”, uno il “Bollettino di disciplina carceraria”, l’ultimo un dizionario di francese. Direi una paurosa presa in giro per chi voleva leggere, avendo tempo per tutto il resto della vita, per di più dovendo, caso mai succedesse, entrare in competizione con gli altri quasi trecento ergastolani per le letture. La bibbia gli fu data d’ufficio dal prete. Dopo pochi giorni la rese e prese il dizionario. Si mise a studiare il francese, asserendo che così avrebbe imparato un’altra lingua oltre l’inglese.

Bresci parlava spesso con le due guardie che lo sorvegliavano, faceva discorsi sociali, pure di politica, raccontava la sua vita, ecc., anche se nessuno poteva parlare con lui. Il pasto, una brodaglia magra e una pagnotta, erano serviti per le undici. Spesso ne conservava una parte per la, diciamo, cena. Date le fonti, non sappiamo di percosse, che venivano spesso ammannite nelle carceri e ergastoli. C’era la possibilità, per chi aveva danaro, di farsi inviare cibo dallo speciale spaccio per i detenuti. Bresci aveva ricevuto 60 lire dalla moglie. Ogni tanto acquistava qualcosa. Nei quasi quattro mesi in cui restò in vita, spese solo 10 lire. Non diede mai segni di squilibrio mentale, o alterazioni, o solo scoppi d’ira. Ai carcerieri diceva che era sempre certo della prossima rivoluzione, che l’avrebbe liberato. Unica preoccupazione, la famiglia, di cui non sapeva più nulla, in quanto le numerose lettere, molte della moglie, non poteva riceverle durante la segregazione. Pare che in quel breve periodo ammontassero a varie centinaia. Aveva diritto al periodo d’aria. Ma durante l’aria gli altri ergastolani venivano ritirati, per cui la sua solitudine era totale.

In definitiva il quadro che viene fatto di Bresci dalla direzione è decisamente idilliaco, troppo idilliaco. Tuttavia esso, vista la fonte, fa escludere squilibri mentali.

Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio [29 luglio 1900 :  39 nota 9]. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.

Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco [1970 : 143] dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi. Sulla sepoltura ritorneremo nel prossimo paragrafo.

Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.[6]

 

 

I più che legittimi dubbi

 

Va da se che solo chi voleva crederlo, credette in un suicidio. A che pro avanzare il formaggio ordinato, e del pane, per la cena e poi impiccarsi? Certo, un lampo di follia. Ma Bresci, per ammissione della direzione del carcere, non ne diede mai nessun segnale, nemmeno nelle ore precedenti la sua morte, perfino negli ultimi minuti. Come mai diede segni di sconforto. Poi perché lui, sempre così convinto nell’imminenza della rivoluzione, come la stessa direzione attestava, tanto da fare predicozzi, se non minacce, alle sue guardie, doveva suicidarsi dopo soli quattro mesi di cella? E’ possibile che tutto avvenne nei due o tre minuti in cui la guardia, guarda caso, s’era allontanata? E allora, perché non fu punita? Anzi, perché, nessuno fu punito? Del fazzoletto-asciugamano abbiamo già detto. Però c’è un altro particolare che aggiunge esca al dubbio, e che non mi pare sia stato sottolineato da altri, almeno e me noti. Il collegio medico necroscopico peritale parlò di sintomi e lesioni da soffocamento, e non da rottura delle seconda vertebra cervicale, come dovrebbe essere in un’impiccagione fatta a regola d’arte, specie dal boia e suo tirapiedi. Ora la morte per frattura della seconda cervicale è pressoché immediata, mentre quella da soffocamento decisamente più lenta, qualche minuto. E’ possibile che Bresci in tre minuti fosse riuscito a far tutto e morire persino per soffocamento? Ma si può fare un’altra singolare congettura, anche questa credo nuova. Pochi sanno che il nuovo re, per propria decisione, lasciò una pensione alla vedova di Bresci e alle sue due bambine. Perché una simile generosità? La bizzarria d’un sovrano? Un atto di regale magnanimità? O il rimorso dato dalla conoscenza che Bresci era stato assassinato?

Giuseppe Mariani [1954 : 173-178], l’anarchico attentatore del Diana a Milano, entrato una ventina d’anni dopo nello stesso ergastolo, raccolse le confessioni d’un vecchio ergastolano, Croce, graziato nel 1926 dopo quarant’anni di detenzione. Quando giunse Bresci, dunque Croce era già a Santo Stefano, dove si portavano ancora le catene ai piedi anche se ufficialmente erano state abolite. Gli ergastolani seppero della morte di Bresci prima che la notizia fosse diffusa, per il semplice motivo che un giorno non li ritirarono quando Bresci aveva il suo momento d’aria. Croce riteneva impossibile impiccarsi all’inferriata portando i ferri ai piedi «pur concedendo che il sottocapo, il capoposto e la guardia incaricati della sorveglianza, si fossero addormentati». Il motivo ultimo, implicito, era lo sferragliamento che li avrebbe destati. Croce disse che «dove lo abbiano seppellito e chi lo abbia seppellito nessuno di noi l’ha mai saputo. Più tardi sentii dire che la direzione, per farlo seppellire, aveva fatto venire due condannati da altro carcere, ma nessuno li aveva visti». In effetti non si sa dove sia la salma di Bresci. Quando Maurizio Arena, l’attore precocemente scomparso, s’era messo a fare il mago, dichiarò d’aver scoperto con le sue ricerche paranormali dove fosse la tomba.

Sante Pollastro, bandito e anarchico, entrò nel 1929 a Santo Stefano a scontare i suoi tre ergastoli, e lì apprese le vecchie storie del penitenziario. Luigi Brignoli [1995 : 49] è un suo, diciamo, biografo, e da Pollastro raccolse le uniche confessioni che fece, naturalmente dopo la scarcerazione. Brignoli narra della visita fatta a Ventotene con Pollastro. Pollastro scomparve e non sapeva più dove fosse. Era andato al cimitero. Brignoli voleva vedere la tomba di Bresci, “ma di essa non c’è più nulla”. Ecco, secondo Brignoli, la narrazione di Pollastro: “Dopo che il Bresci era stato impiccato, il suo cadavere fu sepolto appena fuori del cimitero. Qualche detenuto che lavorava sull’isola ne venne a conoscenza e qualcuno posò dei fiori in quel po’ di terra senza nome. Il direttore – Cavalier Cecinelli – saputo del fatto, incaricò due fidati carcerieri di portare di notte i resti nelle cave di tufo che si trovano quasi a picco sul mare, in una parte terminale dell’isola. Ma quei resti non dovevano avere pace: in seguito furono riportati alla luce, messi in un sacco e gettati in mare”. E questa scomparsa dei resti, come della tomba senza nome, è, forse, l’ultimo mistero su Bresci.

Arrigo Petacco [1970 : 145-147] ha fatto una sua ricostruzione interessante della morte di Bresci. Dai giornali dell’epoca si viene a sapere che l’ispettore Alessandro Doria, su incarico del ministro dell’Interno Giolitti, “partì da Roma per Santo Stefano alla mezzanotte del 22 maggio 1901, ossia poche ore dopo avere ricevuto la notizia della morte del regicida”. Però nell’archivio generale dello stato all’EUR di Roma, nella rubrica “carte segrete” di Giolitti, che registra gli argomenti con le indicazioni di come rintracciare i fascicoli, vi è la segnalazione d’una “relazione personale del direttore di polizia Doria circa l’ergastolo di Santo Stefano e la detenzione del regicida Gaetano Bresci” in data 18 maggio 1901. Poi, di seguito, in data 22 maggio 1901: “Notificazione del suicidio del Bresci”. I fascicoli relativi, naturalmente, mancano. Di conseguenza Petacco, suppone o ritiene, a torto o a ragione, sia che Giolitti sapesse tutto, sia che Doria il 18 fosse a Santo Stefano, e che proprio in quel giorno avvenne l’assassinio di Bresci. E questo fatto spiegherebbe l’avanzato stato di decomposizione alla visita dei medici del 24 maggio. Petacco così conclude: “Tutte supposizioni, certo. Ma indipendentemente da esse, ci sembra difficile non pensare che fra il 18 e il 22 maggio 1901, nella Regia Casa di Pena di Santo Stefano, sia accaduto qualcosa che nessuno doveva sapere”.

Ora se Petacco avesse saputo altre vicende del Doria, la sua sarebbe stata quasi una certezza. Infatti, Pier Carlo Masini [1981 :  112] ricorda come, pochissimo tempo prima, tra la fine del 1897 e gli inizi del 1898, il direttore generale delle carceri Giuseppe Canevelli e Alessandro Doria, ispettore presso il ministero di Grazia e Giustizia, dopo l’attentato al re di Pietro Acciarito nel 1897, avevano ordito una losca trama per dimostrare il complotto e permettere la repressione statale. L’Acciarito, un artigiano originario d’Artena immigrato a Roma, fabbro clavario senza lavoro, tanto che aveva venduto gli attrezzi, era un poveraccio, un semianalfabeta, ridotto alla fame assoluta, alla disperazione totale. Aveva frequentato qualche volta circoli anarchici, senza peraltro essere anarchico o riconosciuto come tale, e aveva deciso d’assassinare un pezzo grosso. Scelse il re in quanto, per il derby di Roma alle Capannelle, aveva stanziato di tasca sua 24.000 per il vincitore premio, cioè per un cavallo, quando lui, un uomo, moriva letteralmente di fame. Come arma scelse il coltello, da lui stesso fabbricato. Fu talmente maldestro che non solo non riuscì a mettere piede sulla predella della carrozza reale, ma fu addirittura investito da essa e facilmente catturato. Fu condannato all’ergastolo e vari anni di reclusione cellulare, nonostante di fatto non avesse ammazzato o ferito nessuno. Vessato e tormentato, spaventato, adescato, circuito e ingannato anche con raffinati sistemi, il Doria e riuscì a avere sue false confessioni e incriminare tutta una serie di persone. Il processo per il complotto gli si ritorse contro. Infatti i testi, a carico e non, dimostrarono che non ci fu complotto, l’Acciarito ritrattò, un giudice popolare, nauseato, abbandonerà l’aula. Va da sé che i responsabili della macchinazione, a loro volta incriminati, la passeranno liscia. Ora se il Doria aveva provato con Acciarito, può essere che abbia riprovato con Bresci, stavolta nel senso d’eliminarlo. Purtroppo di questo non ne saremo mai certi.

Da quanto appare, la vicenda è precorritrice del malcostume tipicamente italiano dei grandi misteri statali, dalle bombe alla fiera di Milano nell’aprile del 1969, e relativa repressione, a quelle di Piazza Fontana che aprì la strategia della tensione, dalla serie degli stragismi che mai hanno avuto un nome, ai vari golpismi degli anni ’60 e inizi degli anni ’70, dall’aereo precipitato a Ustica, ai misteri di Tangentopoli in gran parte restati tali, e a tutte le oscure vicende italiane dagli anni ’60 agli anni ’80 del ‘900.

 

 

 

Per alcune considerazioni finali

 

S’è detto che col regicidio s’è chiuso un’epoca, e questo lo dicono persino “I gruppi anarchici riuniti” (GAP) di Carrara, concludendo a p. 7 la prefazione a “29 luglio 1900”, di cui in bibliografia. In realtà, segnali di svolte c’erano già stati, e qualcuno l’abbiamo visto. Si dice che il regicidio diede una svolta alla politica italiana, e gli stessi GAP, Masini, Petacco, già visti, come molti altri, sono di questo avviso. Avevamo già visto delle svolte e aperture, dunque il treno della storia italiana aveva già imboccato un certo binario. Le sinistre troveranno sempre più spazio, le organizzazioni e le lotte operaie diverranno sempre più organizzate e incisive. Ma questo fu merito loro e del flusso della storia che andava in questo senso. Certo, il periodo sino alla prima guerra mondiale fu di continua espansione economica, salvo una pausa tra il 1906 e 1907, con uno sviluppo industriale sostanzioso. Ma ciò fu merito d’una congiuntura internazionale favorevole, e degli industriali e maestranze d’alcune aree del nord Italia, oltre a decisioni fiscali più liberali. Inoltre l’espansione, non risolse la miseria delle masse contadine, mentre creò un ceto prospero d’industriali, e una classe operaia concentrata nel triangolo economico in formazione. Certo, il nuovo re fu dapprima aperto alle sinistre, tanto che alla caduta del governo Saracco il 6 febbraio 1901, causa fortissimi scioperi in reazione alla chiusura di stampo umbertino della Camera del lavoro di Genova, invece d’un governo militare, come avrebbe scelto il padre, scelse primo ministro Zanardelli, di centro sinistra ma che, nel periodo, s’era spostato a sinistra. E il ministro degli interni era diventato Giolitti che aveva seguito Zanardelli, se non preceduto, nello spostamento a sinistra. Inoltre, segnale sia reale quanto simbolico, si liberalizzò già nel 1901 la festa del Primo Maggio, prima vietata.

 Insomma, il nuovo re modificò la politica paterna visti i fallimenti dei vecchi sistemi, ma anche per la sua usuale sfiducia negli uomini, e negli uomini di governo, tanto che licenziò il nutrito stuolo di consiglieri paterni. E questa conversione, diciamo a sinistra, causa Bresci, è anche il giudizio di Luigi Galleani, uno degli esponenti di spicco dell’anarchismo italiano e internazionale, fatto con notevole perspicacia già nel 1902 con un’analisi assai dettagliata [Masini 1981 : 163-164].

Ma non posso essere d’accordo con questo visione. A mio giudizio, Vittorio Emanuele III fu comunque un conservatore, e non bisogna dimenticare che i primi anni di regno furono costellati da una nebulosa di manifestazioni e scioperi, con almeno trentun vittime causate dalle forze dell’ordine tra giugno 1901 e settembre 1904, e solo per ricordare i fatti più vistosi, che, non so per quale amnesia, legata alla glorificazione della svolta a sinistra, in genere sono un po’ da tutti ignorati. E astuto e abile com’era, poi, per conservare lo status quo e la sicurezza della corona, come personale, giocò a dadi col fascismo che, s’andò al potere e vi restò per vent’anni, fu merito non tanto suo quanto del re. Non bisogna dimenticare che Mussolini, il quale a noi pare fosse il padreterno, e tale faceva sembrare essere, ogni giovedì mattina andava umilmente a rapporto dal re, per due ore, per presentargli fatti, scelte e programmi, e questo accadde senza interruzioni per vent’anni. A controprova, come si trovò imbarazzato, il re, direi piuttosto tardivamente, il 26 luglio 1943 fece arrestare Mussolini. E tutto ciò non mi fa vedere un cambiamento di fondo col regime precedente, e, se lo vedo, è in peggio: da un regime oscillante tra il conservatorismo e il reazionarismo ottocenteschi, s’andò al fascismo novecentesco! E non bisogna nemmeno dimenticare, cosa assai facile allora come ora, per via di certi revisionismi, che il re firmò la massima vergogna nella storia dello stato italiano, le leggi razziali del 1938, più severe ancora di quelle naziste! E infine non bisogna dimenticare che, se tra i giochi del re non ci furono più belle donne o quelli di corte, che aborriva, oltre ai giochi con le monete italiche, di cui fu il massimo collezionista e studioso, c’erano i giochi militari, che portarono l’Italia in Libia, poi nella prima guerra mondiale, in Etiopia, in Spagna, in Francia, Albania, Grecia, Ucraina, che portarono allo sfascio del paese, a alcune centinaia di migliaia di morti, alle città, servizi, fabbriche, distrutte, alla sua fuga vergognosa quanto tempestiva a Ancona e poi Puglia, nel 1943, e alla disastrosa dichiarazione di Badoglio dell’8 settembre con l’esercito abbandonato e agli ottocentomila prigionieri italiani nel Reich. Infine alla guerra civile. Se tutto ciò è una svolta, o un progresso, non sarò certamente io a dirlo.

Quale sarebbe stata l’Italia se il vecchio re fosse scampato? Non saprei se qualcuno s’è mai posto la domanda. Il vecchio re era triplicista convinto, amante della Germania, amico e personale ammiratore del Kaiser e dei suoi metodi, aborritore delle democrazie occidentali. Per cui mai sarebbe entrato in guerra a fianco degli alleati. Siccome l’Italia aveva un esercito inconsistente, solo 500 cannoni contro i 2.500 austriaci all’entrata in guerra nel 1915, inizialmente senza una mitragliatrice per una guerra di posizione, e una flotta di cui era bene tacere quando il mediterraneo era in mano inglese, quindi con tutte le città costiere esposte a bombardamenti marini, probabilmente si sarebbe attestato su posizioni di neutralità. Le quali, poi, erano quelle della realtà tra 1914 e maggio 1915, magari accettando per la neutralità le offerte dell’Austria d’alcuni territori che, com’è noto, furono rifiutate per quelle più corpose, ma ipotetiche attuabili alla fine guerra se vittoriosa, degli alleati. E se ciò fosse successo, non avremmo avuto né l’entrata in guerra, né Mussolini e tutto il resto. Ma infine, siamo giunti alla fantastoria, per cui è bene abbandonare la partita.

Il regicidio chiuse davvero un’epoca, quella degli attentati anarchici che s’era aperta nella seconda metà degli anni ’70 dell’ ‘800, e che aveva presso sviluppo negli ultimi due decenni, anche se nel 1921 avremo l’attentato di Giuseppe Mariani contro il questore di Milano Villa che causò la strage del Diana.[7] Poi, negli anni a seguire, alcuni attentati contro Mussolini i quali, visto il contesto, sono altra cosa. E col regicidio vi fu una svolta in seno all’anarchismo internazionale, e specie italiano, che nella sua maggioranza si spostò su posizioni malatestiana, anzi, del tutto non violente, come verso un sindacalismo anarchico ancora da organizzare.

Il periodo degli attentati, chiuso da Bresci, fu funesto per il movimento anarchico, soprattutto in seguito. Infatti all’epoca, e ancora sino agli inizi del fascismo, il movimento anarchico italiano era talmente forte e legato alle masse, come variegato e ricco di tendenze e iniziative, per cui solo dei reazionari convinti si sognarono di spacciarlo, nella sua globalità, per il movimento di folli attentatori. Però, nel secondo dopoguerra, e all’estero già negli anni ’30, rarefattosi il movimento anarchico e slegatosi in gran parte dalle masse, fu assai facile per i partiti che sentivano la minaccia da sinistra degli anarchici, come il comunista e il socialista, spacciarli per visionari, persone inconcludenti, sovversivi puri e semplici, dinamitardi di vocazione, o, al massimo, patetiche figure d’altri tempi. E questa è l’immagine che degli anarchici e dell’anarchismo s’ha ancora ora, sfruttata egregiamente quanto maldestramente da polizia, e non so da chi sopra di lei, per dare un nome alle bombe di Piazza Fontana e prima ancora della fiera di Milano dell’aprile 1969, con cui s’aprì la strategia della tensione.

In conclusione, il gesto di Gaetano Bresci, se chiuse un’epoca, chiuse quella degli attentati anarchici e dei governi reazionari ottocenteschi, ma aprì quella dei governi reazionari novecenteschi. Esso ha enorme valore simbolico, e giustamente Bresci dichiarò d’aver ucciso un’idea. Tuttavia per chi scrive è comunque da condannare, trattandosi di violenza e omicidio. Se un merito lo può avere, fu quello d’aver esaurito, per la sua grandezza, e fatta terra bruciata attorno ai simboli del potere da eliminare violentemente, le cartucce degli attentatori anarchici.

 

 

 

 

Bibliografia minima

 

In passato già avevano scritto di Bresci Errico Malatesta, come Armando Borghi, anarco sindacalista fondatore dell’USI, il secondo sindacato negli anni ’10 e inizio degli anni ’20. Di Borghi ricordo: Cinquant’anni di anarchia, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1954, e ristampe nel 1978 e 1989. Di Bresci parlarono moltissimi altri d’ogni tendenza e giornali a non finire. Ma salterei a fonti più recenti.

 La ricostruzione moderna di Bresci e della sua vicenda, è stata fatta da Arrigo Petacco, L’anarchico che venne dall’America, 2a ed., Mondadori, Milano, 1970. Prima edizione 1969, e altre successive. Per quanto accurata, e equilibrata, è opera divulgativa, dal taglio giornalistico e difatti Petacco era un giornalista che raccolse materiale per una trasmissione  televisiva su Bresci nel 1968, da cui il libro. 80 delle 230 pagine sono documenti in appendice.

Interessanti i due capitoli dedicati a Bresci da Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati, Rizzoli, Milano, 1981, pp. 141-172, migliori come taglio ma senza ancora quello coerente del lavoro dello storico. Masini, prima anarchico e poi socialista, resta, comunque, lo storico italiano dell’anarchismo italiano. Come pure interessante è:

20 luglio 1900 un fatto, G.A.R Carrara, La cooperativa litotipografica, Carrara, 1981. La sigla è l’acronimo di Gruppi Anarchici Riuniti. Anche da consultare:

Giuseppe Calzeranno, Gaetano Bresci: la vita, l’attentato, il processo e la morte del regicida anarchico, Casalvelino Scalo, 1988.

Recentemente abbiamo avuto il lavoro di Roberto Gremmo, Gli anarchici che uccisero Umberto I°, Storia Ribelle, Biella, 2000. E’ libro accattivante, però poco lineare, dal taglio giornalistico sebbene la documentazione e le fonti siano corpose. Labili sono le tesi, già datate, del complotto, dovute a vari collegamenti congetturati o sforzati. Per una biografia, ricca di bibliografia, su Umberto I, non recente ma sempre interessante:

Ugoberto Alfassio Grimaldi, Il re “buono”, Feltrinelli, Milano, 1970. Per la conoscenza del pensiero e biografia d’Errico Malatesta, tra i vari:

Luigi Fabbri, Malatesta l’uomo e il pensiero, Edizioni RL, Napoli, 1951;  Vernon Richards (a cura di), Errico Malatesta Vita e idee, Edizione “Collana Porro”, Edigraf, Catania, 1968. Per una biografia e il pensiero di Giuseppe Ciancabilla:

Ugo Fedeli  [1965], Giuseppe Ciancabilla, Edizioni antistato - Cesena, Editrice Galeati, Imola, 1965. Per uno studio sul pensiero di Saverio Merlino:

Aldo Venturi, Pier Carlo Masini (a cura di), Concezione critica del socialismo libertario di Saverio Merlino, Ed. De Silva, La nuova Italia, Bologna-Parma, 1957. Il libro di Giuseppe Mariani, di  cui nel testo per la sparizione della salma di Bresci, è:

Giuseppe Mariani, Nel mondo degli ergastoli, Edizioni arti grafiche fratelli Garino, Torino, 1954. Nelle stesse pagine abbiamo anche la dettagliata descrizione della cella e sua topografia nel penitenziario. Il riferimento a Brignoli è:

Luigi Brignoli, Le confessioni di Pollastro. L’ultimo bandito gentiluomo, Bergamo, Casa Editrice Vulcano, 1995. La principale opera di Cesare Lombroso sulla classificazione, secondo lui, scientifica, degli anarchici, è:

Cesare Lombroso, Gli anarchici, Bocca, Torino, 1894. Tra i tanti lombrosiani, uno per tutti, che vede in Bresci il classico “delinquente pazzo”:

Giuseppe Sergi, Fatti e pensieri di coltura e politica sociale, Casa editrice moderna, Milano, 1906, pp. 95-99.

Per una recente diffusione in rete, e da tutte le parti, d’una petizione per una lapide dedicata a Bresci a Milano, l’indirizzo e-mail è: puntorosso@tiscali.it.



[1] Ma un accreditato e assai critico storico dell’anarchismo, lui stesso anarchico, Vernon Richards [1968 : 295-296] nell’ “Appendice III Fatti e fantasie su una sparatoria a un comizio di Malatesta a West Hoboken nel 1889”, sostiene che Ciancabilla non era al comizio della sparatoria, e, inoltre, dubita fosse diventato “l’avvocato della sezione individualista del movimento anarchico italo americano”, con argomentazioni non trascurabili. L’errore di data è nel testo, ma si deve trattare d’un refuso tipografico. Mi pare che la versione di Richards non sia nota agli studiosi della vita di Bresci, mentre sarebbe stato interessante una verifica della sua posizione. In realtà è pressoché dimostrato che Ciancabilla nel 1897 era passato dal socialismo a posizioni anarchiche malatestiane e successivamente era giunto a posizioni individualiste. Per una non disprezzabile sua biografia, vedi Ugo Fedeli [1965], ma anche quanto detto da Pier Carlo Masini [1981 : 98-99].

[2] Lo stesso Pier Carlo Masini [1981 : 148-149], in genere assai equilibrato e molto critico, non esclude aiuti di compagni di Paterson, in quanto “C’era dunque volontà degli anarchici italiani d’America di aiutare alcune azioni rivoluzionarie in Italia e questa volontà può essersi tradotta in un aiuto all’impresa di Bresci”. Ma un conto è la volontà, un conto la realtà. E poi per certezze occorrono prove e non supposizioni.

[3] Sulla Quazza mi riferisco a Roberto Gremmo [2000 : 17], che è della zona e che ha certamente svolto appropriate ricerche. Egli la fa nascere il 3 ottobre 1880, per cui aveva vent’anni, mentre in tutte le altre fonti da me consultate, l’età è 23 anni, e il nome Maria. Secondo Gremmo viaggiava in compagnia dello zio Piana che, con la moglie Maria e la figlia Carmelina, rincasavano. Gremmo afferma che era stata riportata in Italia “per allontanarla da un fidanzato a loro sgradito, il giornalista Camillo Cianfarra”. Ma, come si vedrà, era notevolmente autonoma. Ricordo ancora che in altre fonti il suo cognome diventa Coazzi o Coazze. Ma preferisco fidarmi di Gremmo in quanto è, appunto, della zona.

[4] Per comprendere la posizione di Lombroso occorre ricordare ch’era d’area repubblicana e socialista, e faceva parte di quella sinistra intellettuale positivista torinese che nel secondo Ottocento era all’avanguardia in Italia e non solo. Inoltre la sua apertura mentale era decisamente ampia, la sua conoscenza della base sociale del fenomeno criminale spesso emergente, e ciò nonostante le sue tesi criminologiche davvero ristrette, che oggi direi maniacali. Tuttavia il suo metodo scientifico all’epoca era all’avanguardia, almeno se non si voleva conoscere il primo Freud che, rapidamente, e senza entrare in competizione, lo travolse assieme alla psichiatria ottocentesca. Inoltre la sua posizione fu coerente e coraggiosa, in quanto pressoché la totalità degli intellettuali socialisti condannò acriticamente il gesto di Bresci, o ne prese le distanze, proprio come Edmondo De Amicis che apparteneva alla stessa sinistra torinese di Lombroso. Aggiungerei, per pienezza, che Lombroso collaborò, nonostante la sua posizione criminologia sugli anarchici, alla rivista “Criminologìa moderna” fondata e diretta dall’anarchico Pietro Gori a Buenos Aires, su cui comparivano altre belle firme della cultura europea.

[5] Recentemente Roberto Gremmo, Condannato all’ergastolo “ ‘l Biondin” di Sagliano, complice di Gaetano Bresci, in “Armanach bieleis dël 2001, Centro tipografico biellese, Biella, 2001, pp. 40-43, (è un periodico annuale curato da Roberto Gremmo), annuncia che  “Il 12 novembre 1901, la Corte d’Assise di Milano condannò all’ergastolo l’anarchico Luigi Granotti, tessitore di Sagliano” presso Biella, in quanto “accusato di essere complice di Gaetano Bresci”. La condanna avvenne in contumacia essendo Granotti espatriato tramite la Svizzera, aiutato dal cugino Giacomo Bussetti, in America. L’accusa era in base alla delazione del Bussetti, che disse “d’aver sentito il cugino vantarsi d’aver avuto parte diretta del gesto di Bresci”. Però Bussetti non testimoniò al processo, espatriato pure lui, in Argentina. Gremmo segnala come al processo, l’avvocato difensore di Granotti inutilmente domandò il rinvio del dibattito per sentire “alcuni individui di Sagliano Micca, i quali avrebbero deposto che il Bussetti, prima di partire, aveva smentito le sue affermazioni a carico del Granotti”. Non v’è altro, e a questo punto, come fare a sostenere la tesi del complotto, tanto più che Gremmo, il quale certamente deve aver colto almeno qualche fonte giornalistica, non cita fonti. Però è un fatto che andrebbe approfondito, almeno rintracciando la sentenza e i fascicoli processuali.

[6] Su “29 luglio 1900”, a p. 35, si riporta, senza la fonte, il telegramma della direzione del carcere con cui annunziava la morte di Bresci per impiccagione con un asciugamano. Però altri, come Petacco, assicurano che la direzione dichiarò essere un tovagliolo. E’ assai probabile che la direzione, in un secondo momento, abbia cambiato l’asciugamano in tovagliolo. Ma è un punto che sarebbe bene approfondire.

[7] In realtà, ci saranno ancora due attentati. Il 15 settembre 1901 il polacco Leon Czolgoz, un immigrato come Bresci, ucciderà a colpi di pistola il presidente degli Stati Uniti William Mc Kinley, responsabile d’una politica militare e imperialistica che portò all’occupazione di Panama, alla guerra contro la Spagna e a Cuba, come alle Filippine e alle sue stragi, ma anche a una politica quasi militare contro le manifestazioni operaie. Tuttavia, per quanto l’attentatore dichiarasse d’essere anarchico, sia dal suo pensiero espresso alla polizia e al processo, sia perché nessuno lo conosceva come anarchico, il suo anarchismo è assai dubbio. Comunque suscitò un caso, in quanto alcuni anarchici, tra cui Malatesta, accetteranno il suo gesto considerandolo un atto di guerra. Il 15 novembre 1902 a Bruxelles un certo Gennaro Rubino, immigrato da Bitonto, attentò senza far danni al re del Belgio Leopoldo I. Per quanto si dichiarasse anarchico, non era altro che un ambiguo figuro al soldo della polizia italiana, come già da due settimane alcuni giornali anarchici avevano annunciato per prenderne le distanze. Su questi casi, per brevità, vedi quanto detto da Pier Carlo Masini [1981 : 180-183]. Il caso del Diana è più complesso, e non posso affrontarlo in questa sede. Secondo il mio giudizio, e d’altri prima di me, in base alla valutazione dei fatti, si trattò probabilmente d’una macchinazione della polizia, certamente in combutta con alcune squadracce fasciste, che armò la mano di Giuseppe Mariani, ancora ragazzo, e del suo ristretto gruppo anarchico. Chi sapeva, il questore Villa, un mio compaesano, morì portandosi dietro il segreto. Ho provato a indagare in proposito nel 1970, senza risultati. Posso solo dire che il professore Giovanni Poggio, un ex comandante e organizzatore partigiano giellista, aveva fatto ricerche in proposito subito dopo la liberazione, senza risultati. Allora nella casa dei Villa, esisteva un baule di documenti, in seguito sparito assieme ai discendenti andati a abitare altrove.