Altronovecento

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La Guerra Totale del secolo XX
di  Gabriele Ranzato

Il secolo XX è stato il secolo della Guerra Totale come indicava già nel 1954 il titolo inglese di un libro di Raymond Aron[1]? Per quanto distruttive possano essere state alcune guerre dei secoli precedenti solo quella del Novecento può essere considerata, per le sue specificità, la "vera" Guerra Totale? In una recente riflessione sul tema Claudio Pavone ha scritto: «Le guerre totali della nostra epoca hanno questo carattere specifico: sono il frutto dell'incontro mortifero e programmato della tecnica, che ha alla sua base i progressi scientifici, con la violenza esistente nel cuore della società di massa»[2]. Per contro in uno dei saggi introduttivi di un libro collettaneo sulle origini della guerra totale contemporanea, lo studioso americano Roger Chickering, denunciando l'abuso dell'espressione "guerra totale", nega proprio che ci sia una specificità che consenta alla guerra del XX secolo di essere designata come tale in esclusiva. Se per Guerra Totale si deve intendere innanzi tutto, come è generalmente riconosciuto, quella guerra che cancella i confini tra militari e civili, che coinvolge e colpisce le popolazioni quanto gli eserciti, numerosi sono i casi da quando la guerra esiste, e non soltanto nell'età contemporanea, in cui questo è accaduto. Inoltre Chickering indica che neppure l'estrema distruttività o la sua ispirazione ideologica sono caratteri della Guerra Totale del XX secolo, in quanto, scrive che, ad esempio, «se l’estensione delle distruzioni e la forza motivazionale delle ostilità ideologiche sono gli indizi della guerra totale, [la Guerra dei Trent’Anni] sostiene il confronto con ognuna delle guerre totali del ventesimo secolo»[3].

Occorre tuttavia tener conto, da un lato, che quello della guerra del secolo XX è uno dei casi in cui quantità fa qualità. Nel senso che l'entità delle distruzioni e delle stragi di popolazione civile provocate dalla guerra del Novecento, in seguito soprattutto alla crescita enorme della potenza sterminatrice degli strumenti bellici – si pensi solo a quelle causate dalle atomiche di Hiroshima e Nagasaki –, costituisce un unicum che potrebbe conferire a quella guerra il monopolio del titolo di Guerra Totale. Così pure il rafforzativo distruttivo costituito dal movente ideologico ha raggiunto in talune guerre del XX secolo una tale intensità da delineare una figura di nemico totale che in nessuna guerra del passato ha potuto sommare in sé tante ragioni di annientamento. Come è noto il vertice di questa ideologizzazione del nemico totale, da sterminare senza risparmio, si raggiunge nella pratica della guerra hitleriana nell'Est europeo, dove il popolo nemico è triplicemente connotato come nemico nazionale che soffoca i bisogni vitali della nazione tedesca, nemico politico/ideologico, in primo luogo il comunismo internazionalista e livellatore, e nemico razziale, le razze inferiori, tra le quali l'ebraica, più nociva di tutte, che andava assolutamente annientata. La differenza della guerra hitleriana con la Guerra dei Trent'Anni e altre guerre di religione non attiene quindi solo alla quantità di vittime provocate, ma anche al criterio totalizzante della prima, che non consentiva abiure, scappatoie o eccezioni.

Non è comunque tanto interessante stabilire se la guerra del Novecento sia l'unica a potersi fregiare del titolo di Guerra Totale quanto individuarne il carattere che la singolarizza nel quadro delle guerre totali. Anche perché quel carattere non le dà solo rilevanza nella storia della guerra, ma ha contribuito largamente a configurare la complessiva storia del Novecento. La specificità infatti della Guerra Totale nel secolo appena trascorso – ma ormai anche in futuro – è che essa si caratterizza, non tanto per il crescente coinvolgimento e la crescente mortalità della popolazione civile, quanto soprattutto per il fatto che quel coinvolgimento e quella mortalità non sono semplici appendici di un ampliamento e una maggiore penetrazione del teatro di guerra nella società civile, ma sono il frutto di una visione strategica nella quale la popolazione civile è equiparata a un obiettivo militare o addirittura diventa un bersaglio privilegiato per il conseguimento della vittoria.

All'origine di questo tipo di guerra totale vi è stato, come è noto, il fatto che nel corso della Prima Guerra Mondiale, la guerra di logoramento ha reso decisiva ai fini della vittoria la tenuta del "fronte interno", la capacità di resistenza della società civile. Perché il blocco economico, le privazioni a cui le popolazioni erano state sottoposte e la conseguente demoralizzazione e rivolta sociale avevano determinato il crollo degli Imperi Centrali molto più delle operazioni militari e dell'enorme quantità di caduti che erano costate. Non solo le sofferenze provocate dalla guerra non erano mai state così a lungo e intensamente estese alla società civile, ma mai il suo esito era stato così decisivamente determinato da quelle sofferenze. Per questo i contraccolpi di quel tipo di guerra nell'età della società di massa non sono stati solo la vittoria e la sconfitta e la conseguente gerarchia delle potenze, ma anche degli sconvolgimenti nei rapporti sociali, in particolare in alcuni dei paesi in cui questi erano già fortemente tesi, di portata tale che nessuna altra guerra del passato aveva provocato. La rivoluzione bolscevica, il fascismo, il nazismo hanno come fondamentale presupposto quel tipo di guerra. Per questo la Guerra Totale del Novecento così come si configura già dalla Prima Guerra Mondiale, non è solo un punto di svolta nella storia della guerra, ma ha contribuito largamente a tratteggiare l'intera storia  dell'umanità nel secolo XX.

Potrebbe sembrare un puro formalismo distinguere tra storia dell'umanità e storia della guerra visto l'intimo intreccio dell'una e dell'altra. Eppure la storia della guerra ha per certi versi mostrato un tale grado di autonomia dalla più complessiva storia dell'umanità da spiazzare gli stessi teorici della guerra. Vediamo ad esempio ciò che è seguito alla Prima Guerra Mondiale. Il suo esito, determinato fondamentalmente dal crollo del fronte interno tedesco, ha prodotto quel fondamentale riorientamento delle strategie militari che ben esprimeva Michael Howard quando scriveva che «se il centro di gravità dello sforzo bellico si era spostato dagli eserciti alle popolazioni civili e se l'obiettivo della lotta era diventato quello di imporre alle popolazioni civili uno sforzo insopportabile, sarebbe stato molto più conveniente attaccare direttamente questo centro di gravità piuttosto che seguire un processo di logoramento da cui gli stessi vincitori sarebbero usciti esausti»[4].

Ne è allora derivato che all'arma aerea, che si mostrava lo strumento più efficace per realizzare l'attacco diretto a quel "centro di gravità", è stato assegnato un ruolo fondamentale nella guerra futura. Come è stato infatti nella Seconda Guerra Mondiale; tanto che i bombardamenti aerei ne sono divenuti la sintesi simbolica così come la trincea lo è stata della Prima Guerra Mondiale. Alcuni dei primi teorici dei bombardamenti aerei detti strategici - in realtà terroristici visto che erano esplicitamente pensati come diretti a colpire la popolazione civile – li ritennero risolutivi ai fini della vittoria perché, come scrisse il primo tra essi, il generale italiano Giulio Douhet, nel suo libro Il dominio dell'aria, «[in seguito a essi] non può mancare di giungere rapidamente il momento in cui, per sfuggire all'angoscia, le popolazioni, sospinte unicamente dall'istinto della conservazione, richiederanno, a qualunque condizione, la cessazione della lotta. Forse prima che l'esercito abbia potuto mobilitarsi e la flotta uscire dai porti».[5]

Ora, benché gli scritti di Douhet siano caratterizzati da un assoluto cinismo militaresco, c'è un presupposto in questa sua previsione che sopravaluta il peso della società civile e la sua capacità di condizionamento delle condotte militari. E' come se Douhet e i teorici come lui dei bombardamenti strategici pensassero che a differenza che nelle guerre del passato, quando nessun massacro di civili per quanto grande poteva decidere delle sorti della guerra se il corpo dei guerrieri e il loro armamento fossero restati integri, ora la società civile, la società di massa, avesse un peso emozionale e morale tale da poter condizionare le scelte dei comandi militari e politici della guerra. Ma si sbagliavano. Perché dai primi bombardamenti di Rotterdam, di Coventry e delle città tedesche, fino alla fine della guerra, quando in Germania e Giappone si fecero altamente distruttivi, non si è visto alcun paese capitolare in seguito al panico e la rivolta delle popolazioni provocati dai bombardamenti. Questo è stato generalmente attribuito al forte spirito di resistenza delle popolazioni; ma occorre tener conto anche del fatto che la disperazione e l'abbattimento delle popolazioni colpite dai bombardamenti non hanno grandi possibilità di esprimersi, almeno fino al punto di tradursi – specialmente in paesi a regime duramente dittatoriale - in iniziative di massa così eversive come il pretendere dalle autorità la fine delle ostilità ad ogni costo. Si pensi che in Giappone questo non accadde neppure dopo le esplosioni atomiche e fu solo l'imperatore che riuscì a vincere la forte resistenza delle autorità militari alla resa.

Il bombardamento intensivo sui centri abitati e le popolazioni civili, che è la massima espressione della GT del Novecento, non fu dunque un'inevitabile ricaduta di un'azione di guerra, ma fu pensato fin dall'origine come il cuore dell'azione di guerra stessa. Esso ha avuto alla radice una pura logica militare disposta a tutto pur di ottenere la vittoria non solo contro un nemico totale, politico-ideologico, etno-razziale o quant'altro, ma contro qualsiasi nemico, anche quello avversato per le più tradizionali contrapposizioni di interessi nazionali. L'uso terroristico del bombardamento, il massacro estensivo dei civili come forma di ricatto per vincere eludendo l'esclusivo confronto militare tra eserciti, è entrato nella strategia e nella pratica militare del XX secolo non come soluzione emergenziale di fronte a un nemico assoluto che mettesse in giuoco, in imminente pericolo, la civiltà, la libertà, l'esistenza stessa di un paese e della sua popolazione, ma come arma risolutiva di una guerra ordinaria.

E ciò che è più impressionante è che quei bombardamenti aerei sono continuati anche quando fu chiaro – e lo fu molto presto – che essi non avevano affatto il carattere risolutivo che gli avevano attribuito Douhet o il Bomber Command della RAF. E infatti i bombardamenti non sono stati determinanti per vincere nessuna guerra; gli stessi bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki sono serviti solo ad accelerare una vittoria già irreversibilmente conseguita. Svanita però la sua qualità di arma decisiva, il bombardamento divenne e restò un'arma d'offesa ordinaria e quasi di routine, uno strumento di semplice menomazione del nemico e soprattutto di ritorsione nei suoi confronti. Ritorsione incapace di costituire un elemento di deterrenza di fronte a un nemico assolutamente indifferente a sacrificare anche la propria popolazione civile, ma utile, come ha scritto l'ammiraglio britannico Gerald Dickens, «se il morale della nazione o delle Forze Armate è stato debilitato e la rappresaglia possa avere un effetto rincuorante»[6]. Nell'età della guerra di massa, dove lo spettacolo dell'offesa del nemico è sotto gli occhi del pubblico e la mancanza di risposta può deprimere il "fronte interno" e infiacchire le capacità di resistenza della nazione, il bombardamento è dunque diventato anche una contromisura inevitabile, un modo di dare sfogo al desiderio di vendetta della popolazione, altrimenti soggetta a un debilitante senso di impotenza.

Questo carattere "ordinario" dell'azione militare sulla popolazione civile così come si esplica soprattutto nei bombardamenti è forse il tratto più singolare della Guerra Totale del XX secolo. Esso tuttavia non ha ricevuto molta attenzione dagli storici italiani. E' come se avessimo talmente assorbito la sua ordinarietà, da farne un quadro permanente della guerra, senza cogliere nella Seconda Guerra Mondiale questo tratto di rovinosa novità che solo da allora è diventato una costante, successivamente sempre più enfatizzata, della guerra stessa. Bisogna ammettere che in Italia abbiamo avuto una particolare disattenzione per questo fenomeno, se non si è andati al di là di varie monografie su questo o quel bombardamento, opera per lo più di storici locali, e se l'unica opera d'insieme sui bombardamenti subiti dall'Italia nel corso della Seconda Guerra Mondiale è rimasta quella del giornalista Giorgio Bonacina[7]. Eppure l'Italia è stata teatro soprattutto di questo bombardamento "ordinario", non ha subito massicci bombardamenti terroristici; come mostra il numero delle sue vittime civili, circa 40.000, che, per quanto elevatissimo, è poca cosa rispetto a Germania e Giappone, dove solo a Dresda e Tokyo in una sola notte quel numero è stato raggiunto o di gran lunga superato. L'Italia è stata però particolarmente oggetto, a partire dal 1943, di una miriade di azioni microterroristiche in quanto, come ha scritto Bonacina, i comandi alleati, accanto ai massicci bombardamenti che interessarono i centri abitati, diedero via libera a «piccole, saettanti formazioni di cacciabombardieri che s'avventavano in picchiata su tutto ciò che i piloti stimavano utile spezzonare o mitragliare»[8].

E' possibile che a distogliere l'interesse della gran parte degli storici  italiani su un tema pur così rilevante come quello della portata e gli effetti dei bombardamenti sulla popolazione civile abbia contribuito il timore di offuscare l'immagine degli Alleati e della causa antifascista che ad essi era associata. Ma a parte il fatto che oggi occorre ovviamente prescindere da un tale tipo di remore, in realtà lo studio dei bombardamenti in Italia concorre ancor più a definire in tutta la sua obiettiva negatività il Regime fascista, non solo per aver condotto il paese a una guerra sciagurata esponendolo naturalmente ai colpi del nemico, ma perché per di più lo ha fatto con criminale imprevidenza e disprezzo dell'incolumità pubblica. Anche ad un primo e superficiale approccio al tema dei bombardamenti si vede infatti che l'Italia fascista, il paese di Douhet, che per la sua politica da tempo avrebbe dovuto prepararsi alle conseguenze della guerra aerea, non aveva predisposto alcuna difesa, o difese largamente insufficienti o a volte risibili, contro i bombardamenti. Ad esempio, recenti lavori su La Spezia nel periodo bellico, mostrano chiaramente che neppure in quella città, insieme a Taranto principale porto militare, sede di cantieri navali e di industrie di guerra, era stato approntato alcunché contro i bombardamenti aerei, salvo alcuni rifugi per la popolazione costituiti da trincee di scarsa profondità coperte da tetti di legno[9].

Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi il bombardamento è comunque diventato il cuore della Guerra Totale del Novecento. Tutte le più importanti guerre della seconda metà del secolo, dalla Corea al Vietnam al Golfo, hanno dato ai bombardamenti, benché con diverso esito, la massima rilevanza strategica. Tanto più perché, via via, non più la sola aeronautica, ma qualsiasi tipo di basi missilistiche, fisse o dislocabili, hanno reso vulnerabile qualunque parte del territorio nemico da qualsiasi distanza. E' questa l'eredità che il secolo XX lascia al XXI. Ogni guerra futura sarà totale, e se la fine del bipolarismo lascia ai popoli occidentali, come in molti periodi di pace del passato, l'illusione  di un'interminabile età di tranquillità e sicurezza, gli stessi progressi della scienza e della tecnica ne stanno erodendo velocemente i presupposti. Come ha scritto recentemente uno studioso di strategia militare: «La lista degli Stati capaci di mettere in campo e persino di produrre armi nucleari, termonucleari, chimiche e biologiche, in una parola, armi di distruzione di massa, e i veicoli capaci di proiettare questi ordigni letali su bersagli situati a migliaia di chilometri dal punto di lancio, cioè missili a lunga gittata, non fa altro che allungarsi(…)I tempi e le distanze si restringono. Gli oceani, le steppe, i deserti, proteggeranno sempre meno, e saranno sempre meno i fossati dietro i quali potranno difendersi le mura dei castelli del futuro»[10].



[1] R. Aron, The century of total war, Beacon Press, Boston 1954, traduzione di Idem, Les guerres en chaine, Gallimard, Paris 1951.

[2] C. Pavone, Apuntes para una investigación sobre la guerra total en el siglo XX, in AA VV, La guerra en la Historia, Ediciones Universidad de Salamanca, Salamanca 1999, p. 255.

[3] R. Chickering,Total War. The  Use and Abuse of a Concept, in M.F. Boemeke, R. Chickering e S. Förster, Anticipating Total War.( The German and American Experiences. 1871-1914, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 23.

[4] M. Howard, La guerra e le armi nella storia d'Europa, Laterza 1978 (ed. or. 1976), pp. 248-49.

[5] G. Douhet, Il dominio dell'aria: saggio sull'arte della guerra aerea, Stabilimento poligrafico per l'amministrazione della guerra, Roma 1921, p. 57.

[6] G. Dickens, Bombing and strategy. The Fallacy of Total War, Sampson Low, Marston & Co., London 1946, p. 79.

[7] G. Bonacina, Le bombe dell'Apocalisse, Fabbri, Milano 1972.

[8] Ivi, p. 251.

[9] Su questo si vedano F. Martinelli, Città italiana in tempo di guerra : La Spezia 1940-1945, Liguori, Napoli 1999, e M. Fiorillo, La Spezia tra guerra e dopoguerra. 1940-1948, tesi di laurea discussa presso l'Università di Pisa, sessione estiva 2000.

[10] L. Murawiec, La guerre au XXIe siècle, Odile Jacob, Paris 2000, pp. 10-11.