Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Numero
4
November 2000
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Ristrutturazione e trasformazioni del lavoro nelle campagne lombarde, di Eugenio Camerlenghi
Industrial Museums in the New Millennium, di Neil Cossons
Il secolo XX: per una rilettura ecologica, di Giorgio Nebbia
Dove troveremo tutto il pane per sfamare tanta gente?, di Giorgio Nebbia
Le radici dell'ambientalismo in Tentino, di Franco Pedrotti
Eventi
Un’opportuna iniziativa dell’Accademia dei Lincei, di Giorgio Nebbia
Un nuovo corso, di Giorgio Nebbia
Il manifesto dell’acqua, di Giorgio Nebbia
Millennium Parks - I Parchi del terzo millennio: un convegno internazionale fa il punto sulla situazione mondiale delle aree protette , di Edgar Meyer
Un appello per la salvaguardia dei siti geologici delle Alpi Apuane, di
Passaggio a Nordest, di Giorgio Nebbia
Persone
Girolamo Azzi (1885-1969), di Giorgio Nebbia
Anders Celsius (1701-1744), di Giorgio Nebbia
Giorgio Errera (1860-1933), di Vincenzo Riganti
Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994), di Giorgio Nebbia
Charles Goodyear (1800-1860), di Giorgio Nebbia
Joseph Whitworth (1803-1887), di Giorgio Nebbia
Cose
Anidride carbonica, di Giorgio Nebbia
Arsenico, di Giorgio Nebbia
Bicicletta, di Giorgio Nebbia
Bioetanolo, di Giorgio Nebbia
Grafite, di Giorgio Nebbia
Paste alimentari, di Giorgio Nebbia
Patate, di Giorgio Nebbia
Letture
Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, di Pier Paolo Poggio
Anche il cielo è di Dio, di Giorgio Nebbia
Il pane attossicato, di Giorgio Nebbia
Documenti
Uno dei nostri problemi più angoscianti, di Laura Conti
“La canna”. Alle origini della canna da fuoco fra società e tecnica nei scoli XIV-XVIII , di Giancarlo Zinoni
Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet
di  Pier Paolo Poggio

            Il bel libro di Carlo Formenti (Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, Cortina, Milano, 2000) rappresenta la migliore introduzione all’analisi culturale della rete delle reti e un contributo prezioso alla sua contestualizzazione storica, un percorso di lettura oggi fuori moda ma indispensabile per affrontare un grande mito, come rapidamente è diventato Internet, senza oscurarne affatto portata e potenza non solo mitologica.

            Trattandosi di una innovazione tecnologica davvero epocale, frutto come sempre di molteplici apporti, Formenti è costantemente alle prese con posizioni e interpretazioni opposte e speculari (terrore e speranza, apocalissi e paradiso ecc.) rispetto a cui riesce a mantenersi ironicamente distaccato, senza sacrificare in nulla la partecipazione ad una grande avventura intellettuale. Piuttosto che sintetizzare un racconto che merita di essere letto, tenteremo di evocare alcuni filoni tematici a vari livelli presenti nel libro.

            Il primo e storiograficamente forse il più impegnativo e ricco è quello della “privatizzazione” di cui Internet rappresenta l’apogeo e il compimento, assieme all’incerto rovesciamento tramite il proliferare di comunità virtuali pronte all’uso. Qui per privatizzazione è da intendersi il trend sociale dominante nelle società industriali avanzate, manifestatosi in modo esplicito dopo il 1968, e che segna un rovesciamento di paradigma rispetto all’assetto novecentesco che faceva perno sullo Stato di massa. Proprio lo Stato è il bersaglio principale di un individualismo che va oltre la modernità, oltre l’istituzionalizzazione e il contratto sociale, storicamente realizzatosi nella forma dello Stato nazione.

            Secondo i suoi ideologi, le figure cruciali della società informatica sono gli “individui sovrani”, i lavoratori della conoscenza, la cui “attività appare sempre più sganciata dal contesto politico-territoriale” e che esprimono “fedeltà nei confronti della comunità internazionale dei (loro) pari piuttosto che ad appartenenze nazionali”. Sociologicamente la loro concentrazione è massima in America fra i quattordici milioni di lavoratori autonomi, gli oltre otto milioni di imprenditori indipendenti, gli oltre due milioni e mezzo di lavoratori a tempo determinato. Il lavoro principale di questi campioni dell’individualismo – spesso svolto in casa, dentro “città private”, con una retribuzione individualizzata, a cui si prospetta di essere pagati con “denaro privato” – consiste precisamente nel produrre socialità, senso di appartenenza, ovvero produzione continua di soggettività e comunità che incessantemente si disgregano e ricompongono. Il vero grande affare non è fabbricare e vendere prodotti “bensì produrre comunità, e assicurarsi le rendite industriali che nascono dalla possibilità di fare rete”, inducendo “i clienti catturati in questo modo a fare comunità, per poi metterli al lavoro incoraggiandoli a migliorare il prodotto”.

            Il neomarxismo italiano, secondo la definizione di Formenti, ha analizzato a fondo la galassia dei lavoratori autonomi di seconda generazione, mettendo in luce il carattere illusorio della pretesa autonomia di questi “individui proprietari” (del loro strumento di lavoro), ma l’illusione ideologica, supportata dalla tecnologia della rete, è un ostacolo potente alla presa d’atto della propria condizione materiale, mentre rischia di essere paralizzante la consapevolezza e l’esperienza della “progressiva e irreversibile perdita di comprensione/controllo sull’ambiente artificiale”, la seconda natura in cui è esplosa la “bomba informatica” (P. Virilio).

            L’angolo visuale scelto da Formenti per la sua ricerca che privilegia la riflessione culturale su Internet, con ricche implicazioni dal punto di vista antropologico, filosofico, o addirittura teologico, rischia di tenere ai margini, o dare per risolta, una problematica non priva di implicazioni ideologiche e che rimanda al rapporto tra reale e virtuale, così come a quello tra economia tradizionale e new economy, o più in generale alla fisionomia del nuovo paradigma produttivo. Senza entrare nei dettagli, ci sembra che si possa e si debba confutare la tesi di una crescente e ormai avvenuta dematerializzazione dell’economia. Il fatto che, come afferma Kevin Kelly, i prodotti maggiormente esportati dagli Stati Uniti abbiano perso in sei anni il 50% del loro peso fisico per ogni dollaro di valore, è certamente il segnale di una formidabile trasformazione tecnologica, ma questo su scala mondiale non indica affatto una diminuzione dei flussi materiali, un minore utilizzo delle risorse naturali e un alleggerimento dell’impronta ecologica, nemmeno delle società economicamente più evolute.

            È significativo che gli USA, paradiso dell’informatica, siano i più ostili ad ogni politica di effettiva diminuzione dell’impatto ambientale. Quel che è in gioco è piuttosto un cambiamento drastico e rapido nella divisione internazionale del lavoro governata da una catena del valore di tipo postfordista. Il che ci consente un riferimento all’incidenza che il nuovo modo di produrre ricchezza ha sull’organizzazione aziendale della “old economy” – che può sopravvivere in uno scenario competitivo solo integrandosi nel nuovo paradigma tecnologico – mentre è fittizia, se non sul piano finanziario, la separazione tra le due economie.

            Solo poche aziende leader di dimensioni mondiali nei rispettivi settori, ovvero in posizioni privilegiate di nicchia, riescono a trattenere all’interno i fattori strategici per il successo tecnico ed economico. In generale si sta determinando una situazione che porta a trasferire in modo irreversibile una parte di fattori essenziali per il processo di comando e decisionale delle aziende a soggetti terzi, nei quali si concentrano posizioni sempre più rilevanti del sapere dell’azienda.

            Dall’informatica avanzata alle nanotecnologie, dai nuovi materiali all’ingegneria genetica, in generale il peso della tecno-scienza comporta una elevatissima concentrazione di conoscenza, indispensabile alla progettazione, gestione ed aggiornamento dei sistemi complessi per cui i centri di sapere esterni detengono un potere crescente su ogni tipo di azienda competitiva, manifatturiera o meno, nello scenario della nuova economia. Sono questi “i sistemi cognitivi che organizzano la conoscenza” (E. Rullani) nel postfordismo.

            Con riferimento al caso italiano, contrassegnato dalle PMI, più o meno organizzate in forma distrettuale, solo se ci sarà la capacità di infrastrutturare il territorio con sistemi tecnologici e telematici avanzati nonché di dotare le reti di imprese – costrette a cooperare – dei servizi e dei centri di sapere a cui si rivolgono le grandi imprese che operano sul mercato globale, esse potranno continuare a competere con successo. Quel che sta avvenendo non solo nel nord-est sembra andare in tale direzione, senza che si intraveda una politica industriale nazionale, e senza che passaggi cruciali quali la diffusione dei PC direttamente nei processi produttivi manifatturieri suscitino adeguata attenzione e riflessione.

            Ma l’integrazione delle economie locali informatizzate e inserite nella rete delle reti non è solo, come sempre, una questione tecnica. Essa rimanda a problemi d’ordine culturale e sociale oggetto dell’indagine di Formenti nella seconda parte del suo libro. In particolare nelle pagine conclusive egli si sofferma su una questione che meriterebbe i dovuti approfondimenti, visto che anche attraverso di essa si manifesta quella opposizione tra mondo reale e “mondo spettrale del capitale virtuale”, evocata attraverso le tesi di Hakim Bey. Precisato che, a nostro avviso, una contrapposizione statica, di principio, del “locale” all’ipermodernità telematica è comunque destinata alla sconfitta e che la nascita di un “populismo progressista” capace di sintetizzare le molteplici resistenze al capitalismo è di là da venire, pur volendo scorgerne un prologo nella rivolta di Seattle, crediamo che sarebbe utile far interagire l’impianto analitico e le aperture visionarie contenute nel libro di Formenti con le tesi espresse da Alberto Magnaghi ne Il progetto locale (Bollati Boringhieri, 2000), di sicuro il miglior contributo, e il meno ideologico, della corrente neocomunitaria di sinistra che si propone l’obiettivo di uno “sviluppo locale autosostenibile”.

            Da un lato Magnaghi propugna una rottura esplicita e radicale con la forma-metropoli, luogo dell’innovazione continua che sotto la spinta della tecnologia elettrica, elettronica, informatica, telematica ha fatto esplodere la città disseminandola in una cosmopoli informe “ripetuta, pervasiva, omologante, iterata nel territorio mondiale”: lo scenario dell’economia globale che sempre più ha nei nodi della rete i gangli del suo sistema nervoso.

            D’altro canto nella pars construens del suo discorso Magnaghi propone di dare forma alle reti del “localismo cosmopolita”, attraverso l’“incessante crescita della tela di ragno di reti civiche fra i soggetti insorgenti più disparati”, riconnettendo in sistemi relazionali complessi, aperti, non gerarchici, i frammenti puntiformi esplosi nel territorio ostile della globalizzazione.

            Nel conflitto tra comunità locali ed economia globale l’infrastruttura elettronico-informatica svolge in ogni caso un ruolo cruciale, apparentemente neutrale, ovvero definisce la nuova oggettività. E però sembra di essere di fronte ad una disimmetria non oltrepassabile tra i due poli del conflitto, perché mentre l’economia capitalistica, in ultimo con il grimaldello della new economy, riesce agevolmente a penetrare e infine a colonizzare le comunità locali e a metterle al lavoro, resta interstiziale l’azione dei soggetti che producono valori ambientali, beni pubblici, commerci solidali realizzando una fuoriuscita dolce dal dominio del denaro e dell’economia globale. In ogni caso la storia che abbiamo alle spalle non meno dei problemi che ci stanno di fronte, in primis quello di uno sviluppo sostenibile, ovvero di un orizzonte di progresso, impediscono le liquidazioni sbrigative; per cui si può convenire con Formenti quando sottolinea l’importanza delle strategie di resistenza del corpo, delle comunità locali e del territorio, senza illusioni naturalistiche e pretese élitarie affidate ad una ennesima avanguardia cultural-politica.

            Nel più recente tentativo di tracciare la fisionomia della forma politica della globalizzazione, l’ordine politico globale sembra essere consustanziale con la rete delle reti, anche senza evocare lo scenario incombente di un controllo totale che canalizza la libertà nell’attività di consumo. Come ultima forma di dominio esso è “decentrato e deterritorializzante”, in grado di incorporare “l’intero globo nelle sue frontiere aperte, in continua espansione”. “Gestisce identità ibride, gerarchie flessibili e scambi plurimi attraverso reti di controllo variabili (e) contribuisce a creare il mondo stesso in cui opera”, in vista di un ordine “che sospende completamente la storia e quindi fissa lo status quo per l’eternità” (cfr. M. Hardt, in “Il manifesto”, 28.09.2000).

            L’impero governa una moltitudine globale che però non solo è relativamente indipendente dai suoi poteri ma ne è anzi essa stessa artefice e sostegno – esattamente come i “prosumer” di Internet – , di qui la possibilità immanente di un rovesciamento (dialettico?). È un fatto che il pensiero critico dovrà sempre più misurarsi con il passaggio di civiltà che prende forma attraverso la rete delle reti, a partire dalla mutazione del lavoro tra sussunzione reale e “general intellect” marxiano.

            Attraverso Internet il grande artificio si trasforma in organismo e infine, in termini hegeliani, si spiritualizza – in esso è concentrata tutta quanta la potenza intellettuale del mondo. Si appropria dell’essenza del lavoro e autonomizzandosi si manifesta come autoproduzione e autocreazione, dispiegando le sue potenzialità nella produzione di un “mondo spirituale”. Al cui interno vige però la regola dell’enorme concentrazione della ricchezza, dell’esclusione assoluta e della servitù volontaria del lavoro vivo. Integrate le istanze libertarie, democratiche, emancipative della fase utopica della Computer Liberation, se non ci si ferma all’apparenza del “mercato perfetto” in versione informatica, quel che emerge è esattamente l’opposto del superamento della scissione tra lavoro manuale e lavoro mentale, attività spirituale e fatica fisica. La scissione viene piuttosto fissata in termini ontologici, e chi è dentro, il lavoro vivo cognitivo, i nuovi lavoratori della conoscenza, gli “individui sovrani”, tralasciata ogni utopia di emancipazione umana universale si autorappresentano come una nuova razza di signori, pronta a sfruttare ogni opportunità del business informatico.

            Non sono queste le conclusioni a cui approda Formenti, il quale però critica apertamente le teorizzazioni avanguardistiche più che élitarie sul nuovo soggetto antagonista annidato tra i lavoratori autonomi del sapere, per privilegiare chi sta ai margini, chi è contemporaneamente dentro e fuori, e con la sua attività e resistenza impedisce che si perpetui, sino a naturalizzarsi, il meccanismo dell’esclusione-inclusione. A questo fine è indispensabile demistificare il mito, uscire dall’incantamento, e il libro di Formenti è in tal senso un vero strumento di lavoro sulla frontiera socialmente più importante se non più avanzata della tecnologia odierna.