Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Numero
34
October 2017
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
La resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord: l'irresponsabilità di Pyongyang... e quella di Washington!, di Angelo Baracca
Addio al regime di non proliferazione nucleare?, di Angelo Baracca
Lavoro autonomo e capitalismo delle piattaforme, di Sergio Bologna
Costi e benefici della Nuova Linea Torino Lione. Per chi?, di Angelo Tartaglia
La giovane generazione dei fisici e il rinnovamento delle scienze in Italia negli anni Settanta, di Angelo Baracca, Flavio Del Santo
Sulla vulnerabilità politica dei corpi, di Gian Andrea Franchi
Marx sulla Russia, di Pier Paolo Poggio
Virilità e femminilità nell’Iconografia del movimento operaio: la frattura della Prima guerra mondiale, di Pier Paolo Poggio
Eventi
Piove?, di Giorgio Nebbia
Il verde urbano, di Giorgio Nebbia
Avanti populorum! A cinquant'anni da un'enciclica rivoluzionaria, di Giorgio Barberis
A 50 anni dalla Populorum progressio, di Giorgio Nebbia
Persone
Pavel Florenskij, uno scienziato nei gulag staliniani, di Anselmo Palini
Leonida Rèpaci e il Premio Versilia/Firenze Ecologia, di Giorgio Nebbia
Gli uomini del marmo, di Giorgio Nebbia
Letture
Fordismo. Storia politica della produzione di massa, di Francesco Biagi
Rivoluzione e sviluppo in America Latina, di Oscar Oddi
Giovanni Pirelli intellettuale del Novecento, di Pier Paolo Poggio
La difficile memoria urbana dei disastri industriali: il caso di Broni e di Casale Monferrato, di Bruno Ziglioli
Documenti
Dignità della Docenza Universitaria a Cinque Stelle, ovvero "movimenti" a confronto, di Alessandro Ferretti
Sciopero dei docenti: l'attuale sistema universitario umilia tutti. Intervista a Francesco Biagi, di InfoAut
Il popolo Guaraní resiste, di Christina Pantzis
Anni Settanta. Testimonianza, di Antonio Demuro
Alla ricerca di una società neotecnica, di Giorgio Nebbia
Educazione e scienza: la limitatezza del sapere, gli spazi dell'immaginazione, di Enzo Ferrara
Ernesto Buonaiuti. Un Appello con 374 firme ne chiede la riabilitazione nella Chiesa e nella società, di AA.VV.
Virilità e femminilità nell’Iconografia del movimento operaio: la frattura della Prima guerra mondiale
di  Pier Paolo Poggio

Premessa

In questo intervento intendo sostenere una tesi che andrebbe verificata e approfondita con ulteriori ricerche e verifiche, e che però, anche solo sulla base del materiale che utilizzerò, spero susciti qualche interesse. La tesi è che la Prima guerra mondiale, contrariamente a una rappresentazione molto diffusa e ben presente anche nella storiografia, oltre che nella pubblicistica di vario orientamento, non rappresentò un momento o tappa nel processo, tutt’altro che lineare, di emancipazione femminile, bensì un arresto di tale processo; ciò in polemica esplicita con le posizioni diffuse che considerano il coinvolgimento diretto delle donne negli eventi bellici novecenteschi e attuali una forma di valorizzazione e affermazione della loro identità, non più bloccata nella femminilità ma resa virile attraverso la guerra, divenendo per tale via pari agli uomini. Sostengo invece, sulla base dell’iconografia del movimento operaio, che la guerra mondiale, per la prima volta effettivamente totale, segnando la più radicale e generalizzata affermazione dei valori incarnati dal maschio in armi, costituì una svolta regressiva e de-emancipativa, una crisi acuta nel processo di civilizzazione, non a caso sfociata nei totalitarismi e nella politica del terrore, con la radicale marginalizzazione delle donne e la loro riduzione ad un ruolo subalterno, variamente articolato a seconda delle culture politiche, ma sicuramente contrario e estraneo ad ogni istanza di affermazione e emancipazione.

La scelta dell’iconografia del movimento operaio è legittimata dal fatto che nei decenni dell’8 e ‘900 presi in considerazione fu molto significativa per molteplici motivi che ne spiegano anche l’abbondanza e l’efficacia: il movimento operaio, nelle sue variegate articolazioni, era il contenitore principale, anche se non unico, delle istanze di miglioramento sociale e il luogo politico più importante in cui poté manifestarsi il protagonismo femminile. Nell’ambito poi di tale iconografia un posto eccezionale è occupato dalla vicenda del Primo Maggio il cui successo sorprendente fu contrassegnato dalla diffusione nello spazio e dalla durata nel tempo, consentendo di cogliere le trasformazioni nella mentalità e nella cultura politica, mettendo a disposizione un corpus di immagini molto consistente e qui utilizzato solo in minima parte per indagare il tema della virilità e femminilità alla luce della frattura segnata dalla Prima guerra mondiale. Il Primo Maggio è un banco di prova importante per alcune sue caratteristiche salienti che ne fanno un unicum nella storia delle classi lavoratrici tra ‘8 e ‘900; considerato nella sua ampiezza spazio-temporale e nella molteplicità delle sue manifestazioni il Primo Maggio è una sorta di epitome delle forme di lotta e di espressione del movimento dei lavoratori e lavoratrici, da quelle più dure alle più pacifiche, in ogni luogo e continente. Il suo successo immediato e contagioso, ben al di là di ciò che potevano ottenere l’organizzazione e la propaganda, rimanda ad una rottura profonda del tempo storico, per un giorno l’utopia prende forma e segna uno scarto nella continuità del lavoro come subordinazione e imposizione. E’ la ripresa, dentro le società industriali, delle forme di sovvertimento rituale dell’ordine gerarchico tipico di alcune feste popolari come il carnevale.

D’altro canto la tradizione del primo maggio è molto antica e sostanzialmente rimanda ad un rito di fertilità legato al ritorno della primavera, con al centro le donne, come regine di maggio; per i suoi evidenti connotati pagani venne in vario modo contrastata dalla Chiesa, anche perché nella festa popolare del Calendimaggio si sovrapponevano riti di fertilità e viaggio nel mondo dei morti, non senza sospetti di slittamenti verso il Sabba stregonesco (notte di Santa Valpurga). La complessa e plurisecolare operazione di contrasto e assimilazione condotta dalla Chiesa cattolica è sfociata nella dedicazione del fiorito mese di maggio alla Madonna, mentre a San Giuseppe è dedicata la festa del lavoro. Per parte loro gli operai nordamericani, di più o meno recente immigrazione, quando decisero di scegliere la giornata del primo maggio per porre le loro rivendicazioni, in particolare della giornata lavorativa di otto ore, avevano presente in modo consapevole o meno il legame di tale data coi riti di rinnovamento ciclico della vita, diffusi in particolare nelle culture nordiche.



Le origini del Primo Maggio

La scelta ufficiale del Primo Maggio per celebrare il movimento dei lavoratori e lavoratrici ebbe luogo al Congresso operaio internazionale di Parigi del 1899. Veniva così accolta la proposta dell’American Federation of Labor (Usa) di fissare al primo maggio del 1890 la data dello sciopero mondiale per la rivendicazione delle otte ore. Sin dal primo momento la giornata assunse la doppia fisionomia che mantenne a lungo, l’essere ad un tempo una giornata di festa e di lotta. Una giornata che in molti casi non poté essere celebrata esattamente il primo di maggio, dato che non c’era la possibilità di interrompere il lavoro e che quindi venne spostata alla prima festività del mese; in altri casi, e ancora sino a noi, il Primo Maggio era illegale e perseguito dalle autorità. Senza approfondirne la complessa genealogia, riteniamo indispensabile richiamare l’antefatto più vicino e concreto, da collocare all’origine del giornata internazionale del Primo Maggio. Il 1 maggio 1886 a Chicago, epicentro principale dell’industrializzazione nordamericana, si svolse una grande manifestazione operaia pacifica. Nei giorni successivi ci furono degli incidenti e il 4 maggio duri scontri a Haymarket con l’uccisione di un poliziotto e di tredici manifestanti. I leader della lotta, tra cui Albert e Lucy Parsons, vengono arrestati e cinque di loro condannati all’impiccagione. Sono ricordati come “I martiri di Chicago”. La violenza della repressione è ben esemplificata dall’arringa dell’accusa: “Questi uomini sono stati selezionati, scelti dal gran giurì e incriminati perché sono i capi. Non sono più colpevoli delle migliaia che li seguono. Signori della giuria, incarcerate questi uomini, fatene degli esempi, impiccateli e salverete le nostre istituzioni, la nostra società” (cit. da Bruno Cartosio, “May Day e Labor Day”, in “Uniti sotto le rosse bandiere”, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano s.d., p.27). A distanza di tempo tutti gli imputati furono riconosciuti innocenti. Anche in ragione di questi antecedenti drammatici, il primo maggio non sarà la festa del lavoro negli Usa, ufficializzata nel 1894 e collocata il primo lunedì di settembre con il nome di Labor Day, cercando di togliergli ogni connotazione politica. Il significato politico e simbolico di quanto era successo venne invece colto e sottolineato dal movimento operaio internazionale che per ricordare i fatti di Chicago scelse la data del Primo Maggio come giorno in cui celebrare la sua festa, in nome dell’emancipazione del lavoro, con una iconografia che assegnava un posto centrale alla figura femminile esaltata in termini allegorici.

Un’ ulteriore pista di ricerca che meriterebbe di essere perseguita e intrecciata alla ricostruzione del Primo Maggio riguarda l’Otto Marzo, la cui origine è ugualmente complessa e controversa. Di sicuro negli Usa si celebra come Woman’s Day l’ultima domenica di febbraio a partire dal 1909. La Conferenza internazionale delle donne socialiste, nel 1910, a Copenaghen ufficializza l’ultima domenica di febbraio come giornata internazionale di lotta per il suffragio femminile. Nondimeno in Germania nel 1911 la giornata della donna si celebra il 19 marzo in ricordo del 19 marzo 1848, mentre in Francia il 18 marzo 1911 viene celebrato come 40° anniversario della Comune. Le donne con il nuovo secolo si erano impegnate a fondo per ottenere la parità, se non sul terreno economico, almeno su quello del diritto di voto. D’altro canto il Primo Maggio, anche per la sua progressiva maschilizzazione, non riusciva più ad essere il contenitore dell’insieme delle istanze di emancipazione. La svolta e la definizione della data si ha in piena guerra mondiale quando il 23 febbraio 1917 (8 marzo secondo il nostro calendario) le donne, specie lavoratrici, di San Pietroburgo manifestarono per la pace e il diritto di voto: era l’inizio della rivoluzione russa.



La centralità allegorica e storica della donna

L’iconografia del movimento operaio dell’800 attinge abbondantemente alle immagini dedicate agli eventi rivoluzionari: la Comune, la rivoluzione del 48, sino a risalire alla Grande rivoluzione dell’89, concepita come matrice e fucina simbolica dei movimenti politici di sinistra e dell’intero movimento operaio. Una genealogia che risulta evidente nel celebre quadro di Eugène Delacroix, “La Libertà guida il Popolo” (figura n. 1). Ispirato all’insurrezione del 1830, è “il primo quadro politico della pittura moderna”, secondo la definizione di Giulio Carlo Argan. La figura femminile che chiaramente rimanda alla rivoluzione dell’89, è collocata in un contesto realistico, volto a restituire gli scontri sanguinosi avvenuti nelle strade di Parigi. Il berretto frigio, che poi tornerà sistematicamente, al di là delle sue antiche origini, rimanda ai berretti dei galeotti di Marsiglia e alla loro rivolta nel 1792. Il dipinto di Delacroix rimane a lungo un riferimento obbligato dell’iconografia socialista repubblicana (si vedano ad esempio le figure n.6 e n.13 ma la stessa figura n. 5 si rifà a tale tradizione e così anche la figura n.16, sino alla figura n.23, dove il richiamo è ormai molto attenuato). La funzione allegorica della donna è indubbia, tanto più nelle numerose riprese successive, ma ciò avviene attraverso una rottura nel linguaggio artistico: la donna a seno scoperto che guida la rivolta è una popolana, l’esatto contrario della donna borghese o piccolo borghese, il che pone contemporaneamente una questione di classe e di genere. Come scrive Hobsbawm: “la novità della Liberté di Delacroix sta dunque nell’identificazione del nudo femminile con una autentica donna del popolo, una donna emancipata, con un ruolo attivo, anzi di primo piano, nel movimento degli uomini” (Eric Hobsbawm, “Uomo e donna nell’iconografia socialista”, in Studi storici, n. 4 1979, p. 707)

Gli studi più recenti, prendendo atto della ampia circolazione delle immagini figurative di natura politica che si verifica nel corso dell’800 , avendo come referente la Rivoluzione francese, hanno individuato “la genesi di un lessico visivo transnazionale della politica nella circolazione su scala europea di prodotti di largo consumo quali incisioni, litografie e stampa illustrata” (cfr. Gian Luca Fruci e Alessio Petrizzo, “Culture visuali e forme di politicizzazione nel lungo ‘800 europeo”, in Passato e presente, n.100, 2017, p 27). Come sottolinea uno specialista in questo tipo di ricerche, Rolf Reichardt, “l’iconografia della Rivoluzione costituì fino alla Comune di Parigi, e oltre, un linguaggio democratico di opposizione ai regimi autoritari al potere, e al contempo un linguaggio cosmopolita, progressivamente obliterato dall’ascesa degli Stati nazionali” (Ivi, p. 29). L’iconografia del Primo Maggio non si sottrae a tale parabola non senza una tenace resistenza e la proposta di un linguaggio comune, internazionale, almeno sino alla Prima guerra mondiale.

Emblematica del protagonismo femminile alle origini del Primo Maggio è la fotografia del corteo di donne a Zurigo in un Primo Maggio degli anni 90 (figura n. 2, ma si veda anche la figura n. 12). Ci consente di cogliere la presenza forte, talvolta preponderante, delle donne in carne e ossa, oltre che come figure simboliche al centro dell’iconografia del Primo Maggio. Sono probanti in tal senso le fotografie di cortei popolati da donne specie nei paesi nord-europei reperibili nei repertori sul Primo Maggio (si veda ad es. Fondazione Giacomo Brodolini, “The Memory of May Day. An Iconographic History of the Origins and Implantation of Workers’ Holiday”, ed. by Andrea Panaccione, Marsilio, Venezia 1989) La spiegazione in un certo senso è facile: sono anni in cui la presenza delle donne in fabbrica è molto forte, avendo il suo epicentro nel comparto tessile. A fronte di ciò la disuguaglianza di genere, a partire dai livelli salariali, è nettissima: “il massimo di salario della donna è più basso del minimo salario dell’uomo” (E. Majno). Il movimento operaio, denotando una debolezza culturale che ne avrebbe minato le prospettive, non si dimostrò all’altezza della sfida della parità di genere finendo con il convergere sulle posizioni conservatrici, condividendone la prospettiva di riportare le donne a casa, come voleva il modello maschilista di famiglia. Nell’ottica di questo contributo è importante segnalare subito che con la guerra mondiale il processo di espulsione delle donne dalle fabbriche subì una brusca inversione (eccetto che in Germania dove le barriere culturali erano troppo forti, situazione replicatasi nella Seconda guerra mondiale) eppure ciò non influì in alcun modo sulla virilizzazione del linguaggio iconografico che il conflitto bellico avrebbe sancito. Il massiccio impiego di manodopera femminile nell’industria (e nelle campagne) non si tradusse in un ritorno al protagonismo delle origini ma in una subordinazione strutturale che fu propria delle esperienze totalitarie novecentesche, a cui concorse l’involuzione del movimento operaio, in definitiva favorevole a tenere “legate la maggioranza delle donne sposate e senza salario della classe operaia al loro ruolo sociale subordinato” (Eric Hobsbawm, “Uomo e donna nell’iconografia socialista”, cit., p.719).

Si può convenire con la tesi di Hobsbawm sulla “progressiva maschilizzazione dell’iconografia del movimento operaio” ma questa prevalenza della virilità sulla femminilità ci pare abbia tempi diversi e che solo con la guerra mondiale si affermi in modo definitivo. L’avanzata dell’industria pesante, con la centralità della metallurgia e meccanica, è certamente un dato da tener presente ma non può essere interpretato in modo univoco dato che proprio in Inghilterra, in esplicita opposizione alla marcia inarrestabile dell’industrialismo, si afferma il movimento “arts and craft” che esprime artisti e illustratori come William Morris e Walter Crane, i quali operano una saldatura tra l’iconografia rivoluzionaria francese e la valorizzazione di elementi naturalistici, agresti, se non bucolici, in un ideale di riconciliazione e redenzione in cui è fondamentale la figura femminile, sia pure rappresentata in termini allegorici. Si veda la figura n. 10 dovuta a Walter Crane (ma anche le figure n. 3, 4, 7, 9), diffusa in molti paesi compresa l’Italia, forse l’immagine maggiormente rappresentativa del centralità dell’immagine femminile nell’iconografia del movimento operaio tra ‘8 e ‘900; si noti che nell’immagine e nelle scritte di rivendicazione non c’è alcun riferimento al lavoro industriale.

Anche nella grande opera di Pelizza da Volpedo “Il Quarto Stato” (1901) la posizione della donna è assolutamente centrale (figura n. 11). Il quadro di Pelizza, frutto di una lunga elaborazione, pur non essendo dedicato in modo esplicito al Primo Maggio, ne costituisce forse l’interpretazione più suggestiva e profonda restituendone il significato originario e fondamentale; in esso il proletariato rappresentato in termini epici e colto in modo unitario, senza separazione tra operai e lavoratori della terra, afferma il suo protagonismo, riscatto, redenzione. La donna, lavoratrice e madre, con il bambino neonato in braccio è il fulcro principale dell’opera (quasi una Madonna laica). Ma la tavolozza del Primo Maggio delle origini è molto variegata e al di là di temi ricorrenti si affacciano novità che indicano l’avvio di processi che arrivano sino a noi. Il sole nascente e l’aurora sono simboli tipici di questa iconografia che campeggiano nel numero unico realizzato a Milano per il Primo Maggio del 1904 (figura n. 14), però il disegnatore, Aleardo Villa, cartellonista di successo, introduce un nuovo tipo di linguaggio, quello della pubblicità commerciale, qui in stile liberty, che da allora, spinta dalla modernizzazione, farà leva sempre più sull’immagine del corpo femminile, ancor prima dell’affermarsi di una società dei consumi. Molto più tradizionale è l’immagine che “Il Garofano Rosso” (figura. n. 15) dedica al Primo Maggio del 1905, il corteo dei lavoratori alla luce del sole, mentre le forze della reazione sono in ombra, è guidato dal giovane lavoratore a torso nudo affiancato dalla donna con in braccio il bambino, ripresa evidente, anche se più tradizionale, del quadro di Pellizza. Il tema dell’unità tra contadini e operai, senza presenze femminili, almeno sino al 1914-17, è relativamente raro (per un esempio si veda figura n. 8).



Il pacifismo

Intrecciato, anche se non coincidente, con il tema della presenza femminile è quello della pace, che rimarrà a lungo una caratteristica del Primo Maggio, oltre l’epoca d’oro delle origini e sino a tempi recenti. Anche in questo caso la spiegazione è lineare e discende dal carattere internazionale della giornata del lavoro, dall’obiettivo di superare le divisioni nazionali, matrice prima della guerra. Il nodo pacifismo violenza si presenta subito nelle manifestazioni del Primo Maggio, il carattere accentuatamente pacifico delle immagini del Primo Maggio delle origini contrasta con la dura repressione subita dai manifestanti, ad esempio nel 1891 a Fourmies in Francia Nella produzione di Walter Crane, il più celebre e affermato cartellonista di fine ‘800, a cui si devono raffigurazioni diffuse in molto paesi, il “Trionfo del lavoro” è sempre anche un trionfo della pace. Al Congresso di Bruxelles della Seconda internazionale nell’agosto del 1891 si indica come obiettivo “il mantenimento, con tutti i mezzi, della pace mondiale”. Al Congresso di Zurigo del 1893 nella risoluzione sul Primo Maggio la lotta per la pace viene indicata come contenuto permanente della festa del lavoro.

Il pacifismo del Primo Maggio ha assunto più o meno evidenza a seconda delle fasi. Anche su questo versante la guerra mondiale segna uno spartiacque. E’ vero che giunse in gran parte inaspettata, ma segni premonitori erano ben visibili negli ultimi anni della Belle Epoque, ciò non mancò di influenzare il linguaggio iconografico accentuando, in un primo periodo, il carattere non violento della manifestazione operaia. Si veda il manifesto “In ricordo del Primo Maggio a Lipsia, 1909” (figura n. 20), al cui centro campeggia la figura femminile in veste bianca, impersonificazione della pace. Un’ impronta nettamente pacifista caratterizza i manifesti prodotti a ridosso della guerra, come nel caso dell’illustrazione sulla copertina de “L’Asino” del 27 aprile 1913 (figura n. 25). In altri casi si denuncia apertamente il militarismo come nella figura n. 21, risalente al 1910, dove si inneggia alla pace mentre le sciabole degli ufficiali prussiani, simbolo della guerra e del dispotismo, sono trasformate in aratro dalla giovane e robusta donna a seno nudo e con l’immancabile berretto frigio. Nel supplemento dell’”Arbeiter Jugend” (Berlino) sempre del 1910 (figura n.22), gli effetti distruttori della guerra, desolazione del mondo, sono già evidenti e ci si affida alla Dea di Maggio per le speranze di rinascita.



La guerra

Di particolare interesse e rivelatrice di cambiamenti profondi, soprattutto nelle culture politiche, è l’evoluzione della figura maschile nell’iconografia del Prima Maggio, con particolare riferimento alla comparsa e poi decisa affermazione del nudo maschile, specie del nudo integrale. Si possono trovare antecedenti numerosi già nei primi anni con lavoratori a torso nudo che brandiscono un martello o altro attrezzo di lavoro, più raro è il nudo integrale, specie di giovanetti, che impersonificano l’irrompere sulla scena della storia di una nuova classe sociale. Notevole è il nudo maschile, con in testa il berretto frigio, che campeggia in un manifesto della socialdemocrazia tedesca per il Primo Maggio 1905 (si veda in “Uniti sotto le rosse bandiere”, cit. p. 49). E però la guerra, anche in questo caso, segna una frattura con il venire in primo piano di figure maschili che incarnano l’immagine muscolare della virilità e della lotta (cfr. figure n. 31,32,44), mentre la figura femminile anche quando ha un evidente ruolo simbolico viene rappresentata vestita, subendo un processo di banalizzazione (figure n. 13 e 17) che precede la sua eclisse o riproposta in ruolo decisamente ancillare. Nel linguaggio delle immagini la forza e la potenza assumono un rilievo crescente, esemplare è la figura del Prometeo liberato che il popolare “Wahre Jacob” propone ai suoi lettori per celebrare, alla vigilia della guerra, il Primo Maggio 1913 (figura n. 26). Si tratta evidentemente della promessa di Progresso che si realizzerà con la vittoria del movimento operaio, ma l’immagine del gigante erculeo simbolo dello sviluppo delle forze produttive trova altre incarnazioni in contesti tra loro diversissimi eppure accomunati da concetti di fondo analoghi, al di là delle differenze politiche. Il canale di Panama inaugurato il 3 agosto 1914, nei giorni in cui iniziava la guerra mondiale, è la prima grande opera del ‘900; mentre è in pieno svolgimento la guerra, a san Francisco, dal 20 febbraio al 4 dicembre 1915, si tiene l’esposizione internazionale “Panama Pacific”. L’Ercole che apre le montagne (figura n. 29), mettendo in collegamento i due Oceani, è omologo ad altre incarnazioni ed esaltazioni della natura prometeica dell’uomo che si moltiplicano sempre mettendo al centro la potenza e forza virile. Si veda a titolo esemplificativo il manifesto sovietico dedicato al Primo Maggio del 1920 (figura n. 35). Anche l’estremo e vano tentativo della Seconda Internazionale di fermare la guerra convocando per l’agosto 1914 un Congresso straordinario a Vienna si traduce in un manifesto che appartiene allo stesso linguaggio iconografico: un gigantesco operaio con martello e bandiera rossa sovrasta la capitale austriaca (figura n. 27) ma il 28 luglio scoppia la guerra tra l’Austria e la Serbia dando il via alla guerra mondiale. Il Congresso venne annullato. Il movimento operaio si divide lungo linee nazionali, con molto sbandamenti e divisioni. “L’Asino” del Primo Maggio 1915 (figura n. 30) invoca il disarmo generale ma di lì a poco Podrecca e Galantara appoggeranno la “guerra di giustizia e rinascita umana”. L’eclisse delle donne è totale se non per raffigurare la morte, stanca del sovrappiù di lavoro impostole dagli uomini (figure n. 24 e 28). La guerra e la rivoluzione russa che nella prima affonda le sue radici segnano una discontinuità anche su un altro versante non meno significativo e che qui può essere solo accennato. Preziosa anche in questo caso una veloce notazione di Hobsbawm che trova pieno riscontro nelle immagini in appendice a questo testo: “l’immagine dell’utopia si è progressivamente spostata da quella basata sulla fertilità naturale a quella basata sul progresso scientifico e tecnico” (op. cit., p. 720 n.). Sino al 1917 il binomio natura/fertilità prevaleva sulla tecnologia, successivamente succede il contrario. I manifesti russi sovietici confermano tale passaggio ma, anche in questo caso, penso che la frattura sia dovuta in primo luogo alla guerra mondiale; in tal senso è sufficiente una comparazione tra la serie di manifesti antecedenti al 1914 e quelli successivi. La natura viene cancellata perché ogni investimento si indirizza verso la potenza industriale, base della forza bellica. Si verifica una industrializzazione della guerra che ha il suo correspettivo nella militarizzazione dell’azione politica. D’altro canto sui teatri di guerra, per la prima volta nella storia, la quantità e potenza degli esplosivi impiegati sconvolgono letteralmente l’ambiente. E’ su questi scenari che l’iconografia del Primo Maggio rivela la scomparsa della natura accanto all’eclisse della donna. Il cambiamento si riflette sia sui contenuti che sul linguaggio con cui vengono espressi (si vedano le figure n. 33, 43, 44).



Rivoluzione russa

In epoca zarista il Primo Maggio era vietato ma già a partire dal 1891 vennero organizzate delle manifestazioni e incontri clandestini che per ragioni di sicurezza si svolgevano prevalentemente in campagna (le “maevka”). Una svolta venne segnata dalla rivoluzione del 1905 con lotte e manifestazioni a viso aperto che si prolungarono anche l’anno successivo, ne è una esemplificazione lo sciopero delle officine Putilov per il Primo Maggio del 1906 immortalato nel dipinto di Boris Kustodiev (figura n. 18) che restituisce bene la forte presenza femminile in una delle fabbriche “mitiche” del movimento rivoluzionario russo. In quegli anni oltre un terzo della manodopera di fabbrica era costituita da donne; percentuale che aumenta fortemente nel corso della guerra mondiale, quando le donne, come del resto in Italia, sono impiegate in tutti i settori produttivi, incluse le industrie di guerra. La rivoluzione del 1917 e la guerra civile causano una estrema radicalizzazione del conflitto politico. La Russia rivoluzionaria a guida bolscevica adotta prontamente il Primo Maggio imprimendogli, nei primi anni, una curvatura ultrarivoluzionaria.

Nel manifesto del Comintern per il Primo Maggio 1919 si proclama: “Viva la guerra civile, l’unica guerra giusta, in cui la classe oppressa combatte contro i propri oppressori”. E’ il momento culminante dell’ondata rivoluzionaria in cui si considera possibile e imminente la rivoluzione mondiale. In tutta questa fase il nesso guerra – guerra civile -rivoluzione è fortissimo. La tesi di Martov, critico acuto del leninismo al potere, è che la guerra “avrebbe dato vita ad una forma di bolscevismo mondiale, coinvolgendo grandi masse di uomini nell’esercizio della violenza e fornendo la materia prima su cui costruire movimenti politici disposti a tutto per conseguire i loro fini. La guerra era stata causa di un enorme arretramento nella coscienza sociale del proletariato e dell’affermarsi della propensione a risolvere tutti i problemi con l’uso immediato della forza delle armi, persino nei rapporti interni al proletariato stesso” (cfr. Pier Paolo Poggio, “La rivoluzione russa, il bolscevismo e lo stalinismo” in ID, a cura di, “L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, Fondazione Micheletti – Jaca Book, Milano 2010, p. 24). Gli scontri all’interno del movimento operaio e la rottura tra la componente socialista e quella comunista non riguardarono solo lo scenario diretto della rivoluzione russa ma tutti i paesi e continenti (un caso saliente fu quello tedesco, figura n. 40)

La necessità della guerra di classe è ben rappresentata dal doppio manifesto (figura n. 36) dedicato alla festa del Primo Maggio del 1920 in cui a sinistra c’è l’immagine, fortemente militante, del sabato comunista nella Russia sovietica mentre a destra il proletariato in armi sconfigge le forze reazionarie. A partire dalla primavera del 1918 il regime bolscevico adotta come suoi emblemi la falce e il martello, a significare l’unità tra contadini e operai, e i manifesti politici diventano uno strumento fondamentale di propaganda con una notevole produzione, che specie nei primi anni presenta una grande forza espressiva. La figura maschile è nettamente dominante sia in veste di fabbro (figura n. 41), immagine ben presente nell’iconografia tradizionale della festa, sia come soldato della rivoluzione. Si vedano in tal senso il gigantesco marinaio sovietico (figura n. 34) e il non meno imponente operaio soldato (figura n. 37), entrambi del Primo Maggio 1920, ad indicazione della militarizzazione della giornata che verrà completata negli anni e decenni successivi (un esempio con armi ancora modeste nella figura n. 51). In un tale contesto le donne sono poco presenti ovvero sono virilizzate e marciano a fianco di operai e contadini travolgendo le forze della reazione (figura n. 38), al più appaiono accanto al compagno maschio, rivoluzionario e marinaio (figura n. 42). In effetti sino alla piena affermazione dello stalinismo il linguaggio iconografico sovietico, all’interno delle coordinate generali suddette, è molto vario come stile e scelte tematiche (figure n. 45,46,48,50). Il colore rosso campeggia su tutto a indicare il comunismo, ma non bisogna dimenticare che in Russia il rosso era sinonimo non solo di bello ma di sacro nella religione e arte ortodossa.

Tra le conseguenze più importanti della rivoluzione russa del 1917 ci fu la proiezione sui continenti extraeuropei delle lotte dei lavoratori, con un peso rilevante, sino a tempo recenti, della giornata del Primo Maggio, occasione di manifestazioni imponenti in Paesi tra loro diversissimi come il Messico o la Turchia. Nell’ottica di questo contributo segnaliamo la figura n. 39, dedicata ad un Primo Maggio degli anni Venti in Giappone. Qui la prima celebrazione del Primo Maggio si tenne nel 1920 e nel 1922 il IV Congresso del Comintern decise che per il Primo Maggio veniva indetto uno sciopero generale. In Indonesia la prima celebrazione si ebbe già nel 1918. La figura n. 47 è particolarmente interessante perché vede il ritorno in primo piano della figura femminile, ma si tratta di una donna indigena martirizzata dal dominio olandese. In un’iconografia che dalla esaltazione della forza liberatrice della donna immortalata da Delacroix precipita nel “cuore di tenebra” del dominio maschile, bianco, coloniale. In Europa il fascismo e il nazismo assunsero due posizioni differenziate sul Primo Maggio: i nazisti se ne appropriarono in nome della loro ideologia del lavoro su basi razziali, i fascisti ne fecero un bersaglio nella lotta contra la sinistra e lo abolirono, sostituendolo con il 21 aprile, Natale di Roma e Festa del Lavoro (cfr. figura n.49).



Epilogo

Le ultime immagini di questa rassegna riguardano l’Italia e il Sud Africa, nel primo caso è Albe Steiner che disegna il manifesto del Primo Maggio della Liberazione, alla fine della Seconda guerra mondiale, nel secondo il sindacato che organizza i lavoratori neri incita alla lotta mentre siamo alla vigilia della fine dell’apartheid (figure n. 52 e 53). In entrambi i casi il simbolo che campeggia è quello del pugno chiuso, identificativo della sinistra politica, specie comunista, nel ‘900. Esso vuole simboleggiare la forza e l’unità. La sua genealogia è al solito piuttosto complessa. Divenuto popolare nel primo dopoguerra, specie in ambito comunista tedesco (KPD), un antecedente diretto si può rinvenire negli Usa, tra gli IWW, in occasione del grande sciopero di Lawrence (Mass.) nel 1912. Ma è possibile risalire oltre e arrivare agli inizi del Primo Maggio in Italia. E’ del 1890 il dipinto di Emilio Longoni “L’oratore dello sciopero” realizzato per celebrare il Primo Maggio 1890 (figura n. 54), in esso sia l’agitatore in primo piano che la folla dei manifestanti brandiscono il pugno chiuso della mano sinistra, per sottolineare la lotta di classe contro la violenta repressione che stavano subendo da parte delle forze dell’ordine, a conferma della complessità e del carattere molteplice del Primo Maggio.

Anche per tale motivo riteniamo che la Prima guerra mondiale segni una frattura, dato che l’unità nella diversità che caratterizza la storia precedente non sarà più riconquistata. Sin dall’inizio il Primo Maggio è percorso da divisioni e contrapposizioni ma il dato saliente è costituito dall’unità di tutti i lavoratori e lavoratrici, e questa unità, assieme all’ideale utopico di un nuovo mondo, è demandato alla figura femminile come simbolo della verità, giustizia, pace, libertà, ideali calati nella storia, a partire dalla rivendicazione iniziale delle otto ore di lavoro per tutti. La centralità della figura femminile viene meno quando il movimento operaio si scinde in modo irreversibile lungo due prospettive antitetiche: da un lato un riformismo sempre più esclusivamente economico, dall’altro la conquista violenta del potere. Il luogo originario di questa divisione è la Prima guerra mondiale. La frattura, nonostante la distanza temporale, risulterà incolmabile. Essendo ormai del tutto minoritaria la tradizione anarchica, la divisione tra socialismo e comunismo permarrà sino al crollo del 1989, quando entrambi entrano in una crisi irreversibile e il lavoro si trova in una condizione di grande debolezza di fronte al capitale, mentre nuove e vecchie questioni di genere si sviluppano su terreni che, apparentemente, non hanno più nulla in comune con le aspirazioni tanto pragmatiche quanto utopiche del movimento operaio e, d’altro canto, i processi di unificazione materiale della forza-lavoro non trovano una sintesi ideale, piuttosto diffusi arroccamenti identitari. Allo stesso modo l’affermazione della differenza femminile, lontana dall’orizzonte del movimento operaio dell’8 e ‘900, non sembra andare oltre la riproduzione della separazione contrapposizione tra virilità e femminilità, come dato naturale insuperabile, guerra dei sessi, imposizione con la forza di un predominio maschile in pieno disfacimento ma non meno pericoloso sia nella quotidianità che nella politica.





Contributo presentato al Convegno Donne@Uomini.it. La storia di genere nell’era digitale, Isrec, Piacenza 9-11 marzo 2017.