Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Numero
34
October 2017
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
La resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord: l'irresponsabilità di Pyongyang... e quella di Washington!, di Angelo Baracca
Addio al regime di non proliferazione nucleare?, di Angelo Baracca
Lavoro autonomo e capitalismo delle piattaforme, di Sergio Bologna
Costi e benefici della Nuova Linea Torino Lione. Per chi?, di Angelo Tartaglia
La giovane generazione dei fisici e il rinnovamento delle scienze in Italia negli anni Settanta, di Angelo Baracca, Flavio Del Santo
Sulla vulnerabilità politica dei corpi, di Gian Andrea Franchi
Marx sulla Russia, di Pier Paolo Poggio
Virilità e femminilità nell’Iconografia del movimento operaio: la frattura della Prima guerra mondiale, di Pier Paolo Poggio
Eventi
Piove?, di Giorgio Nebbia
Il verde urbano, di Giorgio Nebbia
Avanti populorum! A cinquant'anni da un'enciclica rivoluzionaria, di Giorgio Barberis
A 50 anni dalla Populorum progressio, di Giorgio Nebbia
Persone
Pavel Florenskij, uno scienziato nei gulag staliniani, di Anselmo Palini
Leonida Rèpaci e il Premio Versilia/Firenze Ecologia, di Giorgio Nebbia
Gli uomini del marmo, di Giorgio Nebbia
Letture
Fordismo. Storia politica della produzione di massa, di Francesco Biagi
Rivoluzione e sviluppo in America Latina, di Oscar Oddi
Giovanni Pirelli intellettuale del Novecento, di Pier Paolo Poggio
La difficile memoria urbana dei disastri industriali: il caso di Broni e di Casale Monferrato, di Bruno Ziglioli
Documenti
Dignità della Docenza Universitaria a Cinque Stelle, ovvero "movimenti" a confronto, di Alessandro Ferretti
Sciopero dei docenti: l'attuale sistema universitario umilia tutti. Intervista a Francesco Biagi, di InfoAut
Il popolo Guaraní resiste, di Christina Pantzis
Anni Settanta. Testimonianza, di Antonio Demuro
Alla ricerca di una società neotecnica, di Giorgio Nebbia
Educazione e scienza: la limitatezza del sapere, gli spazi dell'immaginazione, di Enzo Ferrara
Ernesto Buonaiuti. Un Appello con 374 firme ne chiede la riabilitazione nella Chiesa e nella società, di AA.VV.
Il popolo Guaraní resiste
di  Christina Pantzis

I successivi governi brasiliani non hanno onorato i loro impegni di delimitazione dei territori Guaraní-Kaiowá previsti nella costituzione del 1988, esponendo i nativi Guaraní-Kaiowá a ogni tipo di violenza con l’obiettivo di espellerli da ciò che resta delle loro terre ancestrali.

I Guaraní-Kaiowá vivono nello stato del Mato Grosso do Sul, alla frontiera del Brasile col Paraguay. In realtà, la maggioranza dei Guaraní-Kaiowá che per più di duemila anni hanno stabilito una relazione vitale coi 350mila kmq di foreste e valli della regione, è stata espulsa dalle loro terre ancestrali. Il progetto iniziato dai colonizzatori 500 anni or sono, negli ultimi tempi ha visto crearsi grandi unità agro-industriali e i loro alleati politici e del settore esportazione, impegnati a vendere o concedere terre indigene come se in esse non vivesse alcuno. Di fronte alla minaccia di estinzione totale, i Guaraní-Kaiowá stanno chiedendo alla comunità internazionale di non permettere che questo genocidio si concretizzi. Poiché l’espulsione dai propri territori significa per loro la morte lenta, come pure quella della loro cultura. I successivi governi brasiliani non hanno onorato i loro obblighi contratti con la Costituzione del 1988 e non hanno delimitato il territorio Guaraní-Kaiowá esponendo i suoi componenti a ogni tipo di violenza a cui vari settori della società ricorrono per espellerli.

“L’assenza della demarcazione è una ragione e una motivazione del nostro genocidio. La mancanza delle garanzie da parte dello Stato significa più morti e difficoltà di sopravvivenza del nostro popolo”, ha dichiarato il Gran Consiglio dell’Assemblea dei Guaraní-Kaiowá.



Uccisioni...

Attualmente, questa etnia occupa meno dello 0,2% del Mato Grosso do Sul. Il 65% dei suoi membri vive in ‘ripari’, concentrati in piccole aree dentro i loro territori mentre molte imprese private con piantagioni di canna da zucchero e di soia transgenica si espandono, versando fiumi di veleno e distruggendo le foreste millenarie.

Molti Guaraní-Kaiowá si rifiutano di rifugiarsi negli ‘ripari’, rifugiandosi in accampamenti costruiti ai bordi di strade che attraversano le terre dove vivevano, con la speranza di farvi ritorno. E, nel loro tentativo di ritornare, li attende un’incredibile violenza: minacce, bastonate, attacchi con prodotti chimici, torture, violazioni, omicidi. Secondo il Consiglio Indigenista Missionario (CIMI), nel 2015 sono stati uccisi 137 nativi: 36 nel Mato Grosso do Sul, in maggioranza Guaraní-Kaiowá. A gennaio il governo Temer ha emesso un decreto-legge che modifica le modalità di demarcazione dei territori indigeni e consente al Dipartimento di Giustizia di congelare i procedimenti di demarcazione, al fine di riesaminare la validità delle terre già demarcate.

Contemporaneamente, il Congresso ha promosso una proposta di modifica costituzionale secondo la quale la demarcazione dei territori indigeni passa sotto la competenza del Parlamento, dove è presente una rappresentanza poderosa di proprietari terrieri che tramano contro le terre dei popoli originari. Dei 594 membri del Congresso, 207 rappresentano direttamente la grande agro-industria. Se verrà approvata la proposta i popoli indigeni vedranno i loro territori ridotti dal 13% al 2,6% della superficie del paese. Per i Guaraní-Kaiowá l’espulsione dalle loro terre tradizionali significa angoscia, come afferma l’organizzazione internazionale Survival. Lo spostamento in altri territori significa la distruzione del loro mondo. Essi erano abitanti della foresta (kaiowá significa ‘popolo della foresta’ – ndt) vivevano in essa e di essa. La loro sopravvivenza fisica e spirituale, la loro visione del mondo dipendono dalla loro relazione con le loro terre.”



...e suicidi

Questa angoscia, la marginalizzazione e la violenza si manifestano nel modo più tragico nell’enorme numero di suicidi. Secondo la comunità più di mille uomini, donne e ragazzi si sono suicidati negli ultimi 20 anni. Solo fra il 2000 e il 2008 si sono registrati 410 suicidi, e fra questi molti adolescenti.

“Noi, i popoli indigeni, siamo come le piante. Come possiamo vivere senza le nostre terre?” chiedono al mondo, iniziando una campagna di informazione con la speranza che la comunità internazionale non assista impassibile al genocidio di un altro popolo.



Cristina Pantzis fa parte del comitato greco di sostegno al popolo Guaraní-Kaiowá.