Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Numero
25
March 2014
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Pasolini e l'Africa degli anni '60, di Peter Kammerer
Riflessione estetica e lotta politica nell’ultimo Said, di Daniele Balicco
La Russia e la Cina, due BRICS che vengono da lontano, di Pier Paolo Poggio
L’ecologismo italiano: cenni storici , di Pier Paolo Poggio
La lotta al sottosviluppo vista da Occidente. Da Truman a Papa Giovanni (1949-1963), di Antonio Benci
La liberalizzazione dei servizi pubblici: traiettorie storiche e attualità, di Danilo Stentella
Gli impianti idroelettrici del bacino Nera - Velino e la Valle del Salto*, di Roberto Marinelli
Il Cotonificio Olcese di Cogno, di Andrea Richini
Persone
Paolo Berbenni, di Giorgio Nebbia
Placido Cherchi, di Franca Maria Falzari
Tito Perlini, di Alessandro Bellan
Letture
Porti, logistica e sistema Paese. A proposito di un libro importante., di Sergio Bologna
Pietro Redondi (a cura di), La gomma artificiale. Giulio Natta e i laboratori Pirelli. Interventi di Italo Pasquon, Giorgio Nebbia, Pietro Redondi, Marino Ruzzenenti, Guerini e Associati, Milano 2013., di Pier Paolo Poggio
Il capitalismo americano e i suoi critici. A cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book – Fondazione Luigi Micheletti, Milano 2013, pp. XX – 719., di Ferdinando Fasce
Documenti
Vita morte e miracoli della prima rivista ecologica italiana, di Giorgio Nebbia e Paolo Berbenni
Le onde elettromagnetiche, di Giorgio Nebbia
Storia del vapore e dell'elettricità dal calore del sole con specchi piani o quasi piani: possibilità esplorate dagli scienziati italiani sin dall'Ottocento, di Cesare Silvi
Pasolini e l'Africa degli anni '60
di  Peter Kammerer

Questo contributo riprende i  commenti a due antologie di testi pasoliniani, pubblicate in Germania nel 2012, riguardanti l’Africa.[1] La traduzione dal tedesco è di Monica Tombolato.

Identificazioni africane

Nel 1958 Pasolini scrive una serie di epigrammi raccolti sotto il titolo Umiliato e offeso che segnano il drammatico passaggio dalle speranze de’ Le ceneri di Gramsci alla crisi degli anni sessanta raccontata nelle poesie de’ La religione del mio tempo. Uno di questi epigrammi porta il titolo Alla Francia [2] in cui Pasolini esprime “la lieta sorpresa” di una sua somiglianza con Sekou Touré, il primo presidente di una Guinea indipendente. Il poeta vede il proprio naso persino "schiacciato", una caratteristica fisica interpretata normalmente in modo razzista. Come i poeti neri della Resistenza negra anche Pasolini reinterpreta e converte il segno di inferiorità razziale in segno di solidarietà e di rinascita.[3]

Sekou Touré e Pasolini sono nati nello stesso anno 1922. Sekou Touré è figlio di contadini musulmani, pronipote di un martire della resistenza anti-francese, autodidatta espulso dalla scuola, leader sindacalista, co-fondatore di un partito che, come coordinamento di movimenti democratici, perseguiva l'indipendenza della Guinea. Nel 1956 viene eletto nell’Assemblea Nazionale francese e con la proclamazione dell'indipendenza della Guinea nel mese di ottobre 1958 diventa presidente del nuovo Stato. Pasolini scrive il suo epigramma in quell'autunno del 1958 e lo indirizza alla Francia poiché il vecchio potere coloniale si prepara a boicottare il nuovo governo. La Guinea è l'unico paese africano, che sulla base di un referendum organizzato dalla stessa Francia, abbandona la "comunità francese". Ne segue la punizione dell’offeso padre bianco De Gaulle, al quale Sekou Touré ha risposto con orgoglio: "Preferiamo la povertà nella libertà alla ricchezza in schiavitù". Nel periodo immediatamente successivo all’indipendenza la Francia ritira i suoi aiuti economici e amministrativi, ma il nuovo governo cerca e trova sostegno in Unione Sovietica. Insieme a Kwame Nkrumah, Julius Nyerere e Kenneth Kaunda, Sekou Touré diventa la figura simbolica di un socialismo africano indipendente, la cui successiva tragedia nel "grigiore della storia” tra le macine della guerra fredda non è ancora scontata.

A Sekou Touré, “negro proprio come era biondo Rimbaud”, tocca il compito di guidare il suo popolo “da baratri di puro spirito selvaggio” verso una nuova storia: dalla preistoria alla modernità. Nel gioco delle somiglianze per Pasolini si confondono le figure dell’uomo politico africano e di Rimbaud, l’avventuriero malato della civiltà. Un "desperado d’istinto", lo ha chiamato Stefan Zweig. Nella loro contraddittoria unità i due personaggi simbolo diventano le guide sulla strada della nuova storia. Il compito politico e culturale della nuova società emersa dalla resistenza anticoloniale è visto da Pasolini come un salto nella libertà, esemplarmente ritratto da Marx, una liberazione dell'uomo dal suo mero stato di natura, dal dominio e dalla volontà degli dei e delle forze superiori. L’emancipazione richiede perciò anche un modo diverso di vivere: “rinunciare a obbedire al sesso per pensare, / finire d’essere fanciullo per diventare cittadino, / tradire gli Dèi per lottare con Marx!". Sappiamo che Pasolini non rinuncerà mai al suo istinto sessuale, non riuscirà mai a tradire gli dèi. La sua contraddizione espressa per la prima volta nella grande confessione davanti alla tomba di Gramsci, sarà la sua fonte di energia e la prova del fuoco della sua vita e della sua opera. Egli non sarà mai adulto ("Adulto? Mai!"), amerà l’esistenza spontanea e inconsapevole del popolo e serberà la sua vera patria autentica nel mito. Lo dirà in Frammento alla morte, scritto dopo l’epigramma Alla Francia, con il suo famoso finale: “Africa! Unica mia/ alternativa...”.[4] In una lettera a Francesco Leonetti specifica: “è una interiezione decadente, sconfitta, in cui l’Africa non è l’Africa di Lumumba, ma quella di Rimbaud”.[5] La sconfitta Pasolini la descrive così: “La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra; e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue”.[6] Ma l’Africa di Lumumba e quella di Sekou Touré rimangono ancora a lungo un barlume di speranza.


Ricordi friulani in Africa

Nel 1960, sedici paesi africani celebrano la loro indipendenza, tra cui l'ex Congo belga. Il primo ministro eletto dal nuovo stato libero, Patrice Lumumba, sei mesi più tardi viene ucciso in una azione coordinata dal Belgio e dagli Stati Uniti, il suo corpo smembrato e bruciato. Nel film La rabbia (1963), un “poema filmico” di sequenze di cinegiornali dell’epoca accompagnate da un testo poetico-politico, Pasolini mostra immagini di Lumumba prigioniero nelle mani dei suoi assassini. Un Ecce Homo irradiato dalla gioia di una umanità che lottando danza verso la propria indipendenza. “Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore. / Si chiama colore la nuova estensione del mondo”. In La rabbia Pasolini scrive un inno al colore e alla speranza del Terzo Mondo.

Vuole girare un film in Africa: Il padre selvaggio. La ‘storia si svolge sullo sfondo della crisi del Congo. Quando Pasolini scrive il suo soggetto, la tragedia del Congo non può essere ancora prevista in tutta la sua portata. La provincia congolese del Katanga, ricca di risorse minerali, nell’interesse delle imprese europee aveva dichiarato la sua secessione. Lumumba veniva assassinato, il segretario generale dell'ONU, Dag Hamarskjold accorso per mediare perdeva la vita in un attentato contro il suo aereo. Tredici soldati italiani in missione ONU venivano massacrati da ribelli neri a Kindu.

Il film (mai girato) racconta la storia di un insegnante europeo idealista che fa lezione nella scuola di uno dei nuovi stati africani. E' difficile espellere dalle giovani menti della futura classe dirigente i fantasmi del colonialismo come quelli del tribalismo. E la situazione è confusa. Davidson, un studente, torna durante le vacanze alla sua tribù e prende parte ai combattimenti tra mercenari bianchi, truppe nere fedeli e ribelli neri. Le truppe dell’Onu intervengono. Davidson partecipa ad un massacro perpetrato dalla sua tribù contro i soldati bianchi Onu, con i quali solo poche settimane prima aveva stretto amicizia. Ritorna a scuola traumatizzato. Grazie all'impegno del maestro europeo il giovane africano riesce, alla fine, ad uscire dalla sua depressione nevrotica: la poesia lo salva e gli permette di esprimersi.

Pasolini pubblica questo soggetto nel 1962 con il titolo E' bello uccidere il leone.[7] Il testo è di un insolito, quasi ingenuo ottimismo. E' la passione dell’educatore che determina il tono. Senza parlarne direttamente, Pasolini ricorda il proprio passato, gli anni più felici della sua vita: la piccola scuola privata nella casa della madre a Casarsa, il laboratorio del poeta e gli amici dell’Accademiuta, il suo lavoro di insegnante a Valvasone. Allora, in mezzo ai giovani amici del villaggio, Pasolini si sentiva intimamente legato al popolo. Conduceva ancora con forze fresche la sua lotta contro la nevrosi che più tardi diventerà lacerazione cronica. Era la primavera del suo eros pedagogico e del suo empirismo erotico. Con il titolo programmatico Il sogno di una cosa Pasolini pubblicava nel 1962 il suo primo romanzo scritto nel 1949/1950 sui giovani che lottano per il loro futuro nel Friuli dei lavoratori agricoli e dell’emigrazione nei primi anni del dopoguerra. Il titolo allude ad una lettera del giovane Marx in cui si legge:[8] "si vedrà allora che il mondo possiede da tempo il sogno di una cosa, di cui deve solo possedere coscienza per possederla realmente”. Ma la lotta dei giovani contadini friulani finirà in una sconfitta. Ora, dieci anni dopo, alla fine degli anni ‘50, per Pasolini il sogno rinasce in Africa. Infatti, Pasolini intitola l’ultimo paragrafo del suo soggetto africano "Il sogno di una cosa". E in questo racconto il futuro rimane aperto. L'insegnante progressista ha le caratteristiche di Pasolini. Ma anche il ragazzo nero Davidson porta i suoi tratti, un giovane che supera la sua crisi, la "contraddizione di storia e preistoria, di natura e cultura" attraverso la poesia.


La negritudine italiana

Pasolini esalta la visione di un legame che accomuna la storia italiana con quella africana e sostiene (nell’estate 1961 come risposta a un lettore della rivista comunista Vie Nuove): "Bandung è la capitale di mezza Italia".[9] A Bandung si tenne nel 1955 la conferenza dei paesi poveri, non allineati oppositori alla guerra fredda (con la partecipazione di uomini di stato come Nehru, Tito, Zhou Enlai, Sukarno) per proporre una coesistenza pacifica che apra al Terzo Mondo[10] la possibilità politica ed economica di trovare una propria strada di sviluppo. Ma ben presto il pacifico "spirito di Bandung" diventa vittima della guerra fredda che non ammette nessuna "terza via”. L'ultimo atto è stato il colpo di stato di Suharto nel 1965 con l'assassinio di un milione di comunisti indonesiani. Solo Vietnam e Cuba con Ho Chi Minh e Che Guevara resisteranno ancora come centri delle lotte del Terzo Mondo e negli anni ‘80 l’Africa sprofonderà in una indipendenza segnata da guerre civili e pesanti condizionamenti neocoloniali.

Ma quando Pasolini scrive il suo articolo "Bandung è la capitale di mezza Italia" i giochi sono ancora aperti. E anche in Italia, paese alleato del blocco occidentale e già in pieno miracolo economico, il superamento della “scissione neo-capitalistica fra Nord e Sud, aggravata dall’ignoranza reciproca dei lavoratori settentrionali e meridionali” rimane per Pasolini “l’atto politico più importante di questo momento storico”. Tuttavia una battaglia perduta, perché la società italiana sta già chiamando "sottosviluppo" la sua millenaria preistoria e vuole sbarazzarsene. Il miracolo economico toglie la terra da sotto i piedi al tipo di transizione dalla preistoria alla storia sperato da Pasolini. La vecchia Italia, sacra agli dèi (Diis sacra) si riduce a resti, a residui fastidiosi o museali in un mondo nuovo e moderno. La "preistoria" viene cancellata, non superata. Pasolini reagisce in due modi. Tiene fermo in modo anche provocatorio il rapporto Casarsa-Africa (con tutto quello che “Casarsa” significa per il poeta). Lo esprime chiudendo una sua “poesia visiva” con due foto che si contrappongono e integrano: la chiesa di Casarsa e un villaggio in Kenya.[11] Come spiegherà in Poeta delle Ceneri[12] si celano in questa contrapposizione il suo dramma familiare, la storia della sua nevrosi, la voglia di regressione e di fuga, ma anche una particolare visione della poesia, del linguaggio e del suo rapporto con la storia. Proprio per la complessità di questo nodo l'idea dell'Africa può diventare per Pasolini il terreno di una conciliazione con il padre. L’altro modo di reagire è la reazione elegiaca espressa nella poesia La Guinea.[13]

La Guinea, la patria di Sekou Touré, un paese che Pasolini avrebbe sempre voluto visitare, ma in cui non è mai stato, rappresenta il futuro dell'Africa.[14] Casarola, un piccolo villaggio ("quattro case di pietra di montagna") sulle alture dell'Appennino nelle vicinanze di Parma, incarna l’"umile" Italia. Il poeta Attilio Bertolucci (1911 - 2000) ha qui una casa piena di storie di famiglia e ricordi nella quale ha trascorso gli ultimi anni della guerra. E’ il suo luogo di ritiro. Per anni i due poeti intrattengono un dialogo. Già prima di La Guinea, scritta nel 1961, Pasolini ha indirizzato a Bertolucci l’epigramma A Bertolucci.[15] I suoi primi versi ricordano il rifugio di Casarola:

“Sopravvivenza: anch’essa. Essa, la vecchia campagna,

 ritrovata, quassú, dove, per noi, è più eterna.”

Cosa fare con il passato che sopravvive, ancora sopravvive nei paesaggi e nei corpi delle persone? A questa domanda Pasolini risponde:

"Un nuovo tempo ridurrà a non essere tutto questo:

e perciò possiamo piangerlo ...”.

“Il tutto questo” è il paesaggio di Casarola scalfito appena come in un disegno leggero dalla cultura umana. Ancora una volta il mondo di Casarola viene descritto nei suoi dettagli, la bellezza della natura, che qui domina e dispone i “corpi sublimi dei castagni” sulle chine. Rifugio di un poeta che qui aspetta "mille sere" e anche l’ultima sera. Ma poi lo sguardo svolta improvvisamente verso l’Africa. Una terra diversa, piena di colori intensi. Altri corpi, un’altra sensualità. Anche qui la bellezza è interamente modellata dalla natura. Il canone estetico di questo mondo si estende dalla preistoria ai tempi moderni. Pasolini cita Col cuore in Africa del poeta Francisco José Tenreiro, nato a Sao Tomé: "Tinte forti / da tavolozza cubista».[16] Il riferimento si spiega. Con Les Demoiselles d'Avignon (1907) di Picasso, l'arte ha scoperto e reclamato il significato della preistoria per la modernità. Una rivoluzione nella continuità, un preservare che è diventato per Pasolini obiettivo politico nel senso più ampio. In questa rivoluzione vede la possibilità di una nuova sintesi per l’umile Italia e la nuova Africa.

La Guinea riflette le immagini del viaggio compiuto da Pasolini in Kenya nel 1961 (con Moravia al ritorno dall’India), risente la sua gioia commossa per la vitalità e l’irruenza sessuale incontrata. Ma all'improvviso il poeta interrompe la sua descrizione e si rivolge con un "Ah" direttamente all'amico Bertolucci: "il patto industriale". I media (“la più vile cronaca”) gli danno la caccia, l’opinione pubblica condanna la sua vita omosessuale e minaccia in una operazione ricattatoria “che non ha uguale” le radici della sua esistenza. I versi richiamano la fuga come via d’uscita, il gesto di Rimbaud, la sua “ansia romantica” che “occupa continenti, isole immani ....”. Un mondo in cui il popolo partorisce “con voce famigliare, e, in realtà tremenda” la libertà. L’evocazione del nero dei villaggi e dei porti coloniali viene interrotta: “Alba pratalia ... I prati bianchi!/ Così mi risveglio, il mattino, in Italia”. Alba pratalia, l’indovinello di una lingua che non è più latino e non ancora italiano, scherzosa metafora in un codice dell’ottavo secolo per indicare fogli bianchi solcate dalla penna scura.[17] Nel risveglio vede l'Italia sorta dal crollo dell'Impero Romano, “con questa idea dei millenni stanchi/ bollata nel cervello”. Con il sole del tramonto muore l'amore di questo mondo antico, ma Pasolini percepisce i segni della sua rinascita “nel patrimonio/ dei grandi stili - della nostra storia./ La Negritudine, dico, che sarà ragione”.

“Negritudine” gettata là come un’ancora di salvezza. L'espressione era allora comune nel dibattito europeo: L’autodeterminazione nera, che rifiuta l'offerta bianca dell’integrazione cercando la sua propria strada in una affermazione della "ragione intuitiva dell’Africa" che va oltre la "razionalità europea". “La Negritudine, dico, che sarà ragione”. Provocatorio è l'uso che Pasolini fa del termine, trapiantando il concetto in Italia. La negritudine "è in questi prati bianchi, tra i covoni/ dei mezzadri, nella solitudine/ delle piazzette, nel patrimonio/ dei grandi stili - della nostra storia”. La memoria negra vive nel ricordo dell’Italia “del Comune ... della Diocesi... dei Banchi”. Anche in Europa, almeno nel suo cuore, nell’Italia della tradizione millenaria, la luce è il frutto di un buio seme.

La negritudine trapiantata in Italia corrisponde alla tragedia greca trapiantata in Africa. Il “panmeridionalismo” di Pasolini[18] si muove in ambedue le direzioni “italianizzando” l’Africa e “africanizzando” l’Italia. Nel film Appunti per un’Orestiade africana si raggiunge l’apice estetico del coinvolgimento di Pasolini con l'Africa. L'Africa diventa nel vero senso della parola la “scena”, su cui Pasolini fa comparire tutte le sue identificazioni, analogie, trapianti e innesti: una sperimentazione appassionata con la sintesi di contraddizioni inconciliabili. Loro formano un magma nel petto di Pasolini che respinge la forma rigida. Per questo Pasolini trova un nuovo genere, gli "appunti" filmici. Immagini e parole vengono messe a disposizione di un film ancora da girare. Così consegna il materiale e le istruzioni per l'uso. E’ lo spettatore che deve mettere in opera il film. Si propone l’incontro con l’autocoscienza nera attraverso l'esperienza di un testo greco, un testo iscritto nei corpi e paesaggi dell'Africa. Protagonista è il popolo, che inconsciamente già possiede questa storia nel suo modo di vivere e ora la ritrova nel testo. Con l’offerta di cittadinanza alle Erinni la cultura tribale arcaica non viene cacciata via o eliminata, ma conservata e superata. Nell’Orestiade Pasolini vede il modello in cui "i vecchi dèi primordiali" possono continuare a vivere nel nuovo "mondo della ragione e della libertà".

Tutte le guerre di liberazione finiscono così?

Il 5 luglio 1969 a Nairobi il sindacalista e politico Tom Mboya viene assassinato. E’ il numero due del governo e considerato il successore del presidente Kenyatta (1889 – 1978). Al suo funerale nella cattedrale di Nairobi esplodono gravi disordini tra il popolo dei Luo, a cui la vittima appartiene, e quello dei Kikuyu, che egemonizza la vita politica del paese. L'assassino è un Kikuyu e viene giustiziato mediante impiccagione. Se c'erano sostenitori e quali ragioni stavano dietro l'atto, rivalità tribali, conflitti ideologici (Tom Mboya manteneva stretti legami con gli Stati Uniti) o concreti conflitti politici (la sua critica al governo sempre più autoritario di Kenyatta) rimane tuttora ignoto. Ma da quel momento in poi la stabilità del Kenya, fino ad allora ovunque lodata, è scossa.

Pasolini scrive direttamente sotto l'effetto degli eventi un articolo e ricorda le prime visite in Kenya del gennaio 1961 e dell'anno successivo.[19] Si tratta di una testimonianza vivace della sensibilità, con cui percepisce il clima sociale di un paese, e del coraggio che fa parte del suo modo di esplorarlo. In un tono quasi biblico attesta, parlando di un comizio tenuto da Mboya: "L'ho visto con i miei occhi". A quei tempi la politica era ancora direttamente visibile nella realtà e non ridotta alla dimensione irreale e astratta propria dei mass-media.

Pasolini ricorda una piccola scena di fratellanza mescolandosi con la folla del comizio di Tom Mboya: “Quando poi seppero che ero italiano furono tutti felici. Perché? Perché anche gli italiani avevano combattuto contro i tedeschi una lotta partigiana come loro. Chi mi disse questo era un umile operaio.” Forse è stato solo un caso fortuito, ma reso possibile comunque dall'incontro fisico di un bianco con degli africani in uno di quei “grandi spiazzi africani, che sono per me i luoghi più belli del mondo”. Per Pasolini è una conferma della sua concezione politico-antropologica delle comunanze del sottoproletariato in Italia e in Africa.

L’Africa costituisce per Pasolini un’enorme schermo di proiezione di tutte le tensioni che lo percorrono e che caratterizzano la sua opera. Durante uno dei suoi ultimi viaggi nell’Africa subsahariana i suoi occhi si riempiono di lacrime vedendo nei musei di Niamey e di Bamako “stupendi idoli di legno, rivestiti di fibre; d’una bellezza che dà una profonda commozione pensando che tali idoli contadini dovevano essere identici, per esempio, a quelli del Lazio prima dell’arrivo di Enea”.[20] E’ finita un’epoca, un mondo intero. Le guerre di liberazione non hanno saputo tramandare la preistoria se non come oggetti museali. Ma nonostante il suo caos e le sue sconfitte l’Africa rimane per Pasolini una promessa e un “vuoto” nel quale la speranza rimane viva. Un invito ad “essere fedeli, disperatamente e magari ottusamente, alla prima e rozza idea di libertà che ci spinge da giovani ad agire".



[1] Peter Kammerer (a cura di): Pier Paolo Pasolini. Reisen in 1001 Nacht, Hamburg, Corso Verlag 2011;

Peter Kammerer (a cura di): Pier Paolo Pasolini. Afrika, letzte Hoffnung, Hamburg, Corso Verlag 2012. In Italia è uscito già nel 2010 il volume fondamentale di Giovanna Trento, Pasolini e l’Africa. L’Africa di Pasolini, Mimesis Edizioni, Milano 2010.

[2] In: La religione del mio tempo, in: Meridiani, Poesie I pag. 1007

[3] Si veda La Resistenza Negra, introduzione all’antologia Letteratura negra. I poeti, prefazione di Pier Paolo Pasolini, a cura di Mario De Andrade, Editori Riuniti, Roma 1961, in: Meridiani, Saggi sulla Letteratura e sull’Arte II, pagg. 2344 – 2355.

[4] Da: La religione del mio tempo, in: I Meridiani, Poesie I, pag.1049

[5] Nico Naldini (a cura di): Pier Paolo Pasolini: Lettere, vol. II, Einaudi, Torino 1988, p. 494

[6] Pier Paolo Pasolini: Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965, Editori Riuniti, Roma 1978, pag. 164 (del 16 novembre 1961)

[7] In: I Meridiani, Per il Cinema I, pagg. 317 – 325.

[8] Karl Marx, lettera a Kugelmann, settembre 1843

[9] In: Pier Paolo Pasolini: I dialoghi, (a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma, 1992, p. 157 (del 29 luglio 1961)

[10] Il concetto di “Terzo Mondo” viene proposto la prima volta nel 1952 dal demografo Alfred Sauvy e fatto proprio dalla conferenza di Bandung.

[11] Pier Paolo Pasolini, Iconografia ingiallita, in: La Divina Mimesis, Einaudi, 1975

[12] Poeta delle Ceneri in: I Meridiani, Tutte le poesie II, pag. 1261 ss.

[13] Pubblicata in: Poesia in forma di rosa in: I Meridiani, Tutte le poesie I, pag. 1085 ss.

[14] Pier Paolo Pasolini: Nell'Africa nera resta un vuoto fra i millenni, 1970, in: I Meridiani, Politica e Società, pag. 207 ss.

[15] Pier Paolo Pasolini: La religione del mio tempo, in: I Meridiani, Tutte le poesie I, pag. 1016.

[16] Letteratura negra. I poeti, prefazione di Pier Paolo Pasolini, a cura di Mario De Andrade, Editori Riuniti, Roma 1961, pag. 165

[17] Per una esauriente e bella interpretazione di La Guinea si veda Gian Luca Picconi: Poesia in forma di rosa di Pasolini: saggio di commento, dottorato di ricerca in Filologia, Interpretazione e Storia dei Testi Italiani e Romanzi, Università di Genova, anno 2010

[18] Giovanna Trento, Pasolini e l’Africa. L’Africa di Pasolini, Mimesis Edizioni, Milano 2010.

[19] Pier Paolo Pasolini, L’altra libertà, che uccide, da IL CAOS, 19 luglio 1969, in: I dialoghi, (a cura di Gian Carlo Ferretti), Editori Riuniti, Roma, 1992, pag. 657.

[20] Pier Paolo Pasolini, Nell’Africa nera resta un vuoto fra i millenni, apparso in “Il Giorno” del 20 marzo 1970, ora in: I Meridiani, Politica e Società, pag.212