Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Numero
25
March 2014
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Pasolini e l'Africa degli anni '60, di Peter Kammerer
Riflessione estetica e lotta politica nell’ultimo Said, di Daniele Balicco
La Russia e la Cina, due BRICS che vengono da lontano, di Pier Paolo Poggio
L’ecologismo italiano: cenni storici , di Pier Paolo Poggio
La lotta al sottosviluppo vista da Occidente. Da Truman a Papa Giovanni (1949-1963), di Antonio Benci
La liberalizzazione dei servizi pubblici: traiettorie storiche e attualità, di Danilo Stentella
Gli impianti idroelettrici del bacino Nera - Velino e la Valle del Salto*, di Roberto Marinelli
Il Cotonificio Olcese di Cogno, di Andrea Richini
Persone
Paolo Berbenni, di Giorgio Nebbia
Placido Cherchi, di Franca Maria Falzari
Tito Perlini, di Alessandro Bellan
Letture
Porti, logistica e sistema Paese. A proposito di un libro importante., di Sergio Bologna
Pietro Redondi (a cura di), La gomma artificiale. Giulio Natta e i laboratori Pirelli. Interventi di Italo Pasquon, Giorgio Nebbia, Pietro Redondi, Marino Ruzzenenti, Guerini e Associati, Milano 2013., di Pier Paolo Poggio
Il capitalismo americano e i suoi critici. A cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book – Fondazione Luigi Micheletti, Milano 2013, pp. XX – 719., di Ferdinando Fasce
Documenti
Vita morte e miracoli della prima rivista ecologica italiana, di Giorgio Nebbia e Paolo Berbenni
Le onde elettromagnetiche, di Giorgio Nebbia
Storia del vapore e dell'elettricità dal calore del sole con specchi piani o quasi piani: possibilità esplorate dagli scienziati italiani sin dall'Ottocento, di Cesare Silvi
La lotta al sottosviluppo vista da Occidente. Da Truman a Papa Giovanni (1949-1963)
di  Antonio Benci

In quarto luogo, dobbiamo lanciare un nuovo programma che sia audace e che metta i vantaggi del nostro progresso scientifico e industriale al servizio del miglioramento e della crescita delle regioni sottosviluppate. Più della metà delle persone di questo mondo vive in condizioni prossime alla miseria. Il loro nutrimento è insoddisfacente. Sono vittime di malattie. La loro vita economica è primitiva e stazionaria. La loro povertà costituisce un handicap e una minaccia, tanto per loro quanto per le regioni più prospere. Per la prima volta nella storia l’umanità è in possesso delle conoscenze tecniche e pratiche in grado di alleviare la sofferenza di queste persone. Gli Stati Uniti occupano tra le nazioni un posto preminente per quel che riguarda lo sviluppo delle tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per l’assistenza ad altri popoli sono limitate. Ma le nostre risorse in conoscenze tecniche – che fisicamente non pesano niente – crescono incessantemente e sono inesauribili. Io credo che noi dovremmo mettere a disposizione dei popoli pacifici i vantaggi della nostra riserva di conoscenze tecniche al fine di aiutarli a realizzare la vita migliore alla quale essi aspirano. E, in collaborazione con altre nazioni, noi dovremmo incoraggiare l’investimento di capitali nelle regioni dove lo sviluppo manca. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo a produrre, con i loro propri sforzi, più cibo, più vestiario, più materiali da costruzione, più energia meccanica al fine di alleggerire il loro fardello[1].

 

È opinione piuttosto diffusa che da questo brano, pronunciato da Harry S. Truman, Presidente degli Stati Uniti d’America, in occasione del suo discorso inaugurale del 20 gennaio 1949, discenda ciò che negli anni si è chiamato aiuto (poi cooperazione) allo sviluppo. Quel meccanismo per cui i paesi ricchi si sono sentiti in dovere di fronte all’opinione pubblica mondiale di dare un sostegno ai paesi poveri o – pur usare il gergo trumaniano - sottosviluppati. Questo intendimento, agli albori nel 1949, sboccia definitivamente attorno al 1960 in ragione di alcuni fattori che proverò a elencare in questo contributo. In ordine sparso essi sono la Decolonizzazione con l’apparire sulla scena internazionale dei paesi di nuova indipendenza, la nascita (fin dal 1955) dell’area geopolitica del Terzo Mondo, la breve e intensa esperienza kennediana, la nascita di contributi teorici che tendono a sfumare l’idea di aiuto in quella di sviluppo e infine il Concilio Vaticano II.  E’ un dibattito che parte dai “grandi” della Terra e giunge in un’Italia in cui sono soprattutto le reti cattoliche a recepire queste sollecitazioni a interrogarsi sul “che fare” a proposito della situazione di estrema povertà di una gran parte del mondo[2].

I paesi occidentali fin dai primi anni ’60 hanno in effetti sposato una filosofia dell’azione piuttosto comoda in cui la donazione (contenuta) è sicuramente preferibile rispetto alla cessione di posizioni di vantaggio geostrategico o commerciale. In questo senso l’approccio “umanitario”, sia pure detto nel senso più largo del termine, ha storicamente fatto premio sul più complesso ambito di promozione dello sviluppo economico, politico sociale dell’altro[3].

Il corollario di questa strategia, comunque di retroguardia, è lo stucchevole balletto delle cifre da destinarsi in aiuto ai paesi poveri[4]. Dalla fine degli anni ’50 all’inizio dei ’70 si registrano delle oscillazioni nella definizione dell’importo di aiuto pubblico allo sviluppo a livello internazionale. Si passa dalla percentuale dell’1% a quella dello 0,70% del Prodotto Nazionale Lordo. E questo avrebbe dovuto accompagnarsi a una crescita economica complessiva assegnata al Terzo Mondo pari al 5% annuo[5]. Questo è l’obiettivo conclamato del Decennio per lo Sviluppo delle Nazioni Unite lanciato dallo stesso Kennedy per «contrastare l’immagine che i sovietici divulgavano degli Stati Uniti quale tipico paese capitalista, interessato solo al proprio tornaconto»[6]. Il che sembra dare ragione a Kissinger[7] che esclude una sorta di moralità nei rapporti tra Stati e dà torto a chi immagina vi sia una qualche forma di assistenza solidale tra le nazioni[8]. Ingenuità, verrebbe da dire. Tuttavia lo Stato non è un ente a sé stante. Non è un moloch insensibile a tutto e a tutti. Le sue scelte sono condizionate da tanti fattori, interni ed esterni. Le relazioni internazionali, gli accordi, i trattati, gli stessi legami con le organizzazioni internazionali e sovranazionali possono nascere tramite influenze di diverso ordine e grado[9].

Verrebbe da rivalutare la proverbiale e stereotipata “ipocrisia” della politica che spinge a camuffare di buone intenzioni i propri interessi. Questo a maggior ragione quando si è parlato e si parla di sostegno ai paesi poveri, in Via di Sviluppo. Centrale in questo è l’idea di sviluppo che, per quanto tecnicamente si possa configurare come uno strumento, è in realtà a pieno titolo una vera e propria filosofia di pensiero e azione, oltre a essere parte dello spazio mentale di riferimento di quel mondo che si attiva dai primi anni ’60 per il Terzo Mondo. E in quest’ambito diventa essenziale compiere una breve ricognizione sulle diverse teorie dello sviluppo sia per quanto hanno comportato a livello istituzionale (e il pensiero corre ai Decenni dello Sviluppo proclamati dalle Nazioni Unite dal 1961 in poi) sia a livello “periferico” all’interno di gruppi e associazioni prevalentemente cattoliche che cominciano a “scoprire” un Terzo Mondo, schiacciato prevalentemente sulla dimensione di sottosviluppo. E questo per il tramite di diversi attori che lo importano in un’Italia in cui lo Stato brilla per assenze e ritardi.

Ma ciò che permette una più rapida coscienza del problema e soprattutto sprigiona tutta una serie di energie vitali convogliandole verso il movimento del volontariato è l’opera della Chiesa cattolica che nel pieno del clima conciliare si materializza in due canali: la campagna contro la fame nel mondo avviata fin dal 1960 e la complessa e ramificata intelaiatura missionaria, formidabile arma di sensibilizzazione e mobilitazione.

1.         L’immaginario del Piano Marshall!

 

Se l’aiuto esterno può dunque essere un fattore determinante per il potenziamento degli sforzi che i paesi sottosviluppati compiono per elevarsi, quale interesse possono avere i paesi progrediti a fornirlo? Vi è ancora una gran confusione su questo argomento. Per alcuni, lo scopo principale degli aiuti all’estero è di carattere umanitario, è un’indispensabile espressione della fratellanza umana. Per altri, è economico: si tratta di assicurarsi l’accesso alle materie prime ed ai nuovi mercati, così importanti per lo sviluppo e la prosperità dei paesi progrediti. Per altri ancora, lo scopo degli aiuti all’estero è politico: influenzare cioè i paesi sottosviluppati ad assumere un atteggiamento favorevole all’Occidente, prevenendo così il dilagare del comunismo. Tutti questi punti di vista sono sbagliati se vogliono fornire l’unica spiegazione dei programmi di aiuto, mentre sono tutti giusti se vogliono esprimerne uno di tali aspetti. Infatti gli aiuti all’estero hanno molti obiettivi, proprio come la politica estera[10].

 

Sono parole del 1964 di Richard N. Gardner che si chiede quale sia il motivo vero dell’aiuto offerto da parte dei paesi ricchi a quelli poveri. La risposta, scrive, non esiste. Ci sono invece “delle” risposte. Tuttavia è abbastanza sorprendente, leggendo le condivisibili riflessioni di Gardner, constatare come le diverse ragioni da lui espresse riecheggino piuttosto esplicitamente le diverse interpretazioni che ha ricevuto negli anni da parte di critici diversi, il primo strumento organico di aiuto internazionale “allo sviluppo”, il Piano Marshall [al secolo ERP, European Recovery Program, nda]. Un’idea, prima ancora che un programma, che, seppure nato in altro contesto e con altri fini, si può pacificamente indicare come una sorta di padre putativo (a livello economico, tecnico-scientifico e di immaginario) del concetto di cooperazione.

Il piano Marshall è annunciato la prima volta in un discorso all’Università di Harvard il 5 giugno 1947[11], data spartiacque per la storia del dopoguerra e vero avvio della cooperazione governativa tra paesi. Da quel momento il Piano – sue riletture e reinvenzioni incluse – ha goduto di una fama non facilmente attaccabile. Scrive Ennio Di Nolfo come «dal 1947 in poi, ogniqualvolta si volesse indicare la necessità di un intervento pluriennale diretto a risolvere problemi strutturali dell’economia e della società internazionale, invalse l’uso di affermare l’opportunità di “una specie di Piano Marshall” come formula ottimale di tale intervento» (Di Nolfo)[12].

Un’indicazione che esprime un sostegno pubblico in grado di avviare un circolo virtuoso in cui si investe, si risparmia, ci si industrializza e si aggiustano le crisi con adeguate politiche sociali[13]. Un modello che appare come riproponibile in quei paesi che Truman chiama sottosviluppati anche e soprattutto perché, nell’atmosfera della Guerra Fredda, è una carta vincente per attrarre questi paesi nell’area occidentale. I piani di lettura sono a questo punto due: il primo che identifica il Piano in un cardine della sola politica statunitense e in cui la globalità dell’egemonia americana è il fine e l’attenzione al mercato il mezzo. Il secondo più legato a dinamiche contingenti di relazioni internazionali. Il Piano, in altri termini, discenderebbe da un afflato collaborativo da parte delle nazioni come scrive David W. Ellwood: «La rivolta contro il nazionalismo e a favore di una collaborazione internazionale istituzionalizzata come chiave della pace era straordinariamente uniforme in tutto lo spettro politico e tra tutte le nazioni»[14]. Da qui nasce quella dimensione dell’immaginario del Piano Marshall come un pio e “disinteressato” omaggio di una generosa e libera nazione per aiutare un consorzio di Stati derelitti come l’allora Europa. Il che ha portato a una rilettura, ininterrotta per 70 anni, che lo vede come un generoso sostegno di tutti i poveri e sventurati bisognosi[15]. Da qui deriva l’immagine di un Piano che non è solo uno strumento di politica economica ma è anche – sottolinea Brandt - uno straordinario elemento di consenso[16].

È, difatti, dall’ERP che discendono numerose altre iniziative che, ammantate di sacri ideali e pubbliche virtù, hanno nei fatti continuato a far sopravvivere nella memoria la potenza salvifica del nostro intervento, perpetuandone l’impianto emotivo e culturale. Le due principali realtà di questo tipo sono in ambito internazionale la Banca Mondiale e in ambito europeo l’OECE [Organizzazione Europea di Cooperazione Economica, nda] che poi diventerà nel 1961 l’OCSE [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nda][17].

La Banca Mondiale è il frutto di una delle non molte “riunioni tecniche” che finiscono per risultare decisive regalando notorietà pressoché eterna anche alla località che ne ha ospitato le sessioni: Bretton Woods[18]. È in questo consesso, presieduto dallo stesso John Maynard Keynes, che si avviano le basi del sistema economico internazionale istituendo da un lato il Fondo Monetario Internazionale[19] con compiti di stabilizzazione monetaria e dall’altro la stessa Banca Mondiale[20] che, nonostante lo scetticismo dell’economista inglese, nasce come ente in grado di operare la ricostruzione. Non è un caso che si chiamasse Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (IBRD). Ricostruzione precede Sviluppo e non per uno spagnolismo alfabetico. E certamente nei primi anni l’attività dell’Istituto a questo servirà: al finanziamento della ricostruzione dopo la guerra soprattutto per garantire il flusso di importazioni proveniente dagli Stati Uniti[21] (sia pure con volumi nettamente inferiori a quelli del Piano[22]), quindi della ripresa e poi dello sviluppo, incontrastato riferimento e orizzonte ideologico a partire dalla metà degli anni ’60[23].

Non stupisce perciò che appena si materializza la “realtà” del povero Terzo Mondo, quella di “rifare il Piano Marshall” appaia non una, ma la soluzione rivelando tutta l’incapacità di rapportarsi con la modernità[24] e il debito persistente con un immaginario comunque ben presente e solido. E anche in questo il punto di contatto con Truman è ben chiaro a partire dall’“invenzione” delle aree sottosviluppate. Un’area che troverà poi un recinto contabile in ambito ONU nel 1951 da parte di un gruppo di esperti che pubblicano un documento che mette in relazione il sottosviluppo al reddito medio[25], paventando catastrofi in caso di mancati investimenti correttivi provenienti dall’interno come dall’esterno[26]. Dal gennaio 1949 il mondo ha cominciato a vivere una nuova bipartizione oltre a quella generata dalla neonata Guerra Fredda. In questo senso, prima dell’apparizione di termini più politically correct – che comunque presuppongono una gerarchia - come Paesi in Via di Sviluppo [PVS] o Paesi Meno Avanzati [PMA], il vocabolo sottosviluppo (e conseguentemente paese sottosviluppato) entra a far parte del lessico delle relazioni internazionali, come autorevolmente confermato un quindicennio più tardi da Carl Schmitt[27] e non solo. Diventa insomma, utilizzando la sintesi che ne trae Wolfgang Sachs, un «concetto cerniera»[28], che stabilisce, oltre che una divisione, anche una graduatoria in cui gli Stati Uniti occupano «un posto preminente». Si rafforza in questo senso quella leadership ideale o egemonia avviata con il Piano Marshall e che potrebbe vivere una seconda stagione con i paesi altri rispetto a noi, poiché la condizione di sottosviluppo può/deve essere transitoria. Il duplicato del piano ERP sarà concretamente avviato oltre un decennio dopo, eppure l’impalcatura ideologica è chiaramente ben riassunta da Truman fin dal discorso del 1949 mediante l’utilizzo di alcune frasi piuttosto rilevatrici dello spirito di fondo del testo («mettere a disposizione dei popoli pacifici», «aiutare i popoli liberi del mondo»), che annuncia la salvezza, ma solo per gli appartenenti alla “mia chiesa”[29]. Una scelta imperniata su alcuni aspetti che rimangono all’interno dell’agenda politica internazionale e dentro le parole chiave della modernità. Innanzi tutto la sfida della maggior produzione estrinsecata in quel richiamo a produrre più cibo, vestiario, materiali. Un’esortazione che riflette l’impostazione di fondo – che accomuna i primi anni del dopoguerra, gli anni ’50 – che vede lo sviluppo coincidere con la crescita, chiave necessaria per innescare un circolo virtuoso in cui l’espansione economica generi incremento del reddito in grado di portare a catena aumenti di consumi e risparmio. La crescita sarà considerata aprioristicamente la base imprescindibile di partenza[30] se non l’obiettivo principale, com’è rimasta a lungo (in non pochi ambiti lo è tuttora[31]). L’altra chiave d’accesso alla «prosperità e alla pace» per tutti è la fiducia nel progresso. Le risorse in conoscenze tecniche sono definite come inesauribili e conseguentemente la cessione di aliquote di sapere scientifico occidentale ai “sottosviluppati”, è in grado di aumentare la produzione, i commerci, il benessere (o per utilizzare il lessico del presidente americano portare «alla libertà e alla felicità personali»[32]). Il discorso di Truman è importante anche per un altro aspetto. Realizzando una nuova bipartizione gerarchica del mondo tra paesi sviluppati e non, sembra conferire, implicitamente, agli stessi Stati Uniti che “si preoccupano” delle condizioni dei paesi poveri, una sorta di missione civilizzatrice di nuovo tipo in luogo di quella classica coloniale ormai in via di esaurimento. Pertanto fino a tutti gli anni ’50 le operazioni di soccorso ai paesi sottosviluppati rimangono, dato il loro essere in gran parte ancora delle colonie, a livello di intenzioni. È perciò contestualmente alla Decolonizzazione che il problema di come rendere “moderni” i paesi del Terzo Mondo e di come farli sviluppare finisce per assumere una rilevanza mondiale, soprattutto dal punto di vista della “comunità” di Stati, per cui comincia a prendere piede l’estensione aiuto allo sviluppo o politiche dello sviluppo.

Il problema in agenda è perciò come riuscire a emancipare questi paesi dalla condanna del sottosviluppo. Una posizione che trova una risposta nella difficile mediazione tra azione individuale e politiche collettive. Due spiriti-guida incarnati da due iniziative di John Fitzgerald Kennedy: i peace corps e il Decennio dello Sviluppo, ideali sintesi che racchiudono e rappresentano l’idea volontaristica e l’espressione governativa con l’assistenza tecnica a fare da raccordo[33].

Quella dei peace corps[34] è un’iniziativa tra le più contraddittorie[35], dato il difficile equilibrio tra l’essere un movimento a base volontaria e l’avere una direzione chiaramente orientata da parte governativa[36]. I soldati di pace di JFK sono, ancora oggi, giovani che decidono di svolgere un servizio alternativo alla leva per una durata di tre anni. Un biglietto da visita più gentile dell’America della Nuova Frontiera, ma anche una necessità determinata dalla complessa e ramificata rete di organizzazioni per il servizio civile esistenti negli Stati Uniti degli anni ‘60[37]. Al di là di questo e delle innegabili connessioni con la realtà interna americana per i giovani “impegnati” dell’epoca[38], i peace corps assumono un’importanza e un rilievo importantissimo a livello di immaginario della figura del volontario nei paesi del Terzo Mondo[39], oltre a essere seppure indirettamente esempio e strumento di secolarizzazione del volontariato. In uno scritto del 1968 alcuni giovani cattolici trentini impegnati per la costruzione di centri di assistenza in Brasile scrivono: «Cittadini del mondo, come ci disse Papa Giovanni; “giovani senza frontiere” riecheggiando lo slogan del Presidente Kennedy: ecco cosa volevamo diventare»[40].

La componente soggettiva e volontaristica dell’aiuto allo sviluppo kennediano è peraltro ben riassunta in un brano del discorso in cui lui stesso propone il Decennio dello Sviluppo nel settembre del 1961. Un’orazione che meriterebbe quasi un capitolo a sé per il suo essere specchio di un particolare clima, ma di cui è fondamentale proporre almeno un piccolo stralcio:

 

La sovranità politica è una beffa senza i mezzi per combattere la povertà, l’analfabetismo e la malattia. L’autodeterminazione si riduce a uno slogan se il futuro è senza speranza. Ecco perché il mio paese, che ha liberamente diviso i suoi capitali e la sua esperienza tecnica per aiutare gli altri ad aiutarsi, propone ora ufficialmente di designare gli anni ’60 come il Decennio di sviluppo dell’ONU[41].

 

Per Kennedy la sovranità e l’indipendenza non prescindono dal benessere e da un’idea di aspettativa nel futuro. Quindi il nemico, incarnato da povertà, analfabetismo e malattia, va debellato e per farlo si devono aiutare i paesi ad aiutarsi (ancora un riferimento al quarto punto di Truman[42]) attraverso cessione di capitali ma soprattutto di tecnologia.

Ritorna la fiducia quasi assoluta nella scienza che, nel quadro delle politiche di aiuto allo sviluppo, è fondamentale. È in questo filone teorico che s’innesta la religione laica dell’assistenza tecnica che regnerà abbastanza incontrastata all’interno delle filosofie d’intervento a favore dei paesi sottosviluppati per tutti gli anni ’60. E non solo per i “grandi”. Anche nei piccoli gruppi di appoggio missionari, negli organismi di volontariato, nei comitati e nelle associazioni la presenza dell’assistenza tecnica come prassi di aiuto allo sviluppo è ben viva e presente e risponde a una suggestione tutto sommato comprensibile, pur nel suo essere di fondo etnocentrica: ciò che funziona qui può andare bene anche . Non secondario in questa visione d’insieme è poi quel clima generale che si respira nei paesi occidentali che stanno vivendo una fase di grande trasformazione determinata da piccole e grandi innovazioni tecnologiche. Un’atmosfera di grande entusiasmo e fiducia nelle macchine che permette di immaginare un concreto salto dal sottosviluppo allo sviluppo in pochi decenni[43]. Siamo evidentemente all’interno di un’impostazione che tradisce un certo schematismo cattedratico nonché un palese richiamo all’Occidente come un modello. Ecco che modernizzazione, produzione di manufatti, aumento del consumo interno e avvio di un circolo virtuoso sono gli agenti in grado di portare, usando le parole dell’allora Segretario Generale dell’ONU U Thant, a quella crescita unita al cambiamento che si sintetizza nel termine sviluppo[44]. Che tuttavia la prima (crescita) – nella sua accezione pienamente quantitativa - rimanesse la stella polare per gli studiosi dell’epoca nei primi anni ’60 è piuttosto pacifico, pur con alcune limitate eccezioni, tra cui è d’obbligo inserire l’africano Mamadou Dia[45].

L’idea di un aiuto non più delimitato al solo intervento umanitario o emergenziale ma oggettivamente ancorato a una visione che esorta l’aiuto all’auto-aiuto (che altro non è che l’aiuto allo sviluppo, in ottica internazionale) è una formula vincente che inizia a farsi largo, deriva ancora una volta da Truman, ed è stata utilizzata da allora in un’infinità di citazioni e riletture. E perciò in questo contesto inizia una partita politica di ampio profilo di cui riepilogo le fila per sommi capi al cui centro sta ciò che prenderà il nome di aiuto pubblico allo sviluppo[46]. Un’idea, più che una semplice parola che poi avrà letture e interpretazioni inesauribili e che sarà premessa, giustificazione e pretesto di una vera e propria grandinata di conferenze, incontri, meeting, dibattiti, che riuniscono paesi occidentali, non allineati, in Via di Sviluppo, sottosviluppati, Meno Avanzati, secondo le correnti interpretazioni dell’epoca[47]. Possiamo tuttavia, per non riproporre lunghe sequele di luoghi e date, indicarne le prime esponendo in sintesi risultanze (poche) e delusioni (molte) alla luce soprattutto delle ripercussioni delle stesse all’interno del dibattito pubblico sulla solidarietà internazionale. La Conferenza di Bandung[48] è un punto di partenza per lo sdoganamento popolare del termine Terzo Mondo. Se il copyright del nome è di un sociologo francese[49], la prima dimostrazione d’esistenza di qualcosa che poteva definirsi come tale a livello dei “grandi” e precorrendo l’ondata della Decolonizzazione è riconducibile difatti a questa località turistica dell’isola di Giava, in Indonesia, in cui si tiene la celebre Conferenza nel 1955 che preconizza e soprattutto auspica la fine del colonialismo[50] proponendo il neutralismo, o per usare le parole del leader indiano Nehru “un’area di pace”[51] come via di fuga dalla guerra fredda e da cui prenderà l’avvio il movimento dei non allineati. In questi primi anni il Terzo Mondo è ancora diviso tra punta avanzata del neutralismo e contenitore del sottosviluppo[52], salvo poi ammarare in quest’ultimo approdo piuttosto rapidamente a partire dai primi anni ‘60.

Con il che si determina una situazione del tutto in contrasto con il trionfalismo determinato dall’illusione della facile ripetizione del Piano Marshall, quasi in un contesto di felicità universale. Un’idilliaca convinzione che, seppure riproposta sovente, ha ricevuto smentite piuttosto palesi soprattutto nell’ambito delle conferenze che cominciano a vedere la presenza dei paesi del Terzo Mondo non più in ordine sparso e frammentario. Questo a cominciare dalla prima Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo tenutasi a Ginevra, una delle case Onu (anche la dislocazione geografica non è poi così secondaria), tra il 23 marzo e il 15 giugno 1964. In piccolo una sorta di vedetta di un dibattito che è continuato da allora. Sarà una riunione importante quanto lunga e per varie ragioni: viene convocata su pressione dei paesi del Terzo Mondo, vi partecipano 2.000 delegati totali per 121 Stati che sono in buona sostanza tutti paesi allora indipendenti[53]. È la prima volta che paesi poveri e ricchi siedono allo stesso tavolo per discutere vari temi quali l’estensione e riconsiderazione del GATT, i problemi monetari, i trasporti marittimi, i trasferimenti tecnologici e soprattutto le condizioni del commercio internazionale. Infine nasce ufficialmente il “Gruppo dei 77”, sommatoria degli stati decolonizzatisi oltre che l’unica forma di rappresentanza politica unitaria di tutto il Terzo Mondo, che rimarrà con questo nome (al di là della sua componente numerica)[54] a impegnare singolari e pluriennali tenzoni con i propri “benefattori”, ovverosia i paesi occidentali impegnati da più di un decennio a farli “sviluppare”.

Il vero vulnus e motivo del contendere a Ginevra come nelle successive occasioni rimarrà il commercio internazionale, arena di libero scambio per gli uni, strumento di condizionamento quando non di sfruttamento per gli altri, come finirà per adombrare lo stesso Paolo VI nella sua Enciclica Populorum Progressio di tre anni dopo[55]. Già nel 1964 gli Stati Uniti si oppongono a ben 9 dei 15 principi approvati contestando «ogni frase che potesse suonare come legittimazione a politiche di nazionalizzazione e controllo statale delle risorse naturali, alle raccomandazioni a rimuovere le barriere doganali e altre restrizioni alle esportazioni dei paesi sottosviluppati»[56]. La richiesta dei paesi del Terzo Mondo rimarrà per un oltre un decennio trade, not aid[57], cioè commercio e non aiuto, proprio a simboleggiare come lo scambio a pari condizioni fosse l’unica forma di aiuto dignitosa e perciò accettabile. A questo i paesi industrializzati rispondono quasi sempre con vaghe dichiarazioni di principio, impegni generici e semantiche dichiarazioni, spesso allungate con una buona dose di vaghezza, pur di non perdere posizioni di vantaggio strategico ed economico[58]. Non stupisce quindi che, per tutto il decennio, i paesi ricchi insistano in piani e iniziative che da un lato ricordano il Piano Marshall, dall’altra s’intrecciano alla parola sviluppo, anche in considerazione di un dibattito culturale soprattutto interno agli economisti di diverse scuole di pensiero e che adesso mi appresto a ripercorrere.

 

 

2.                     La Nuova Frontiera dello Sviluppo

 

Diffusa idea era che le condizioni di sottosviluppo avessero più o meno ovunque caratteristiche simili, tralasciando di prendere in considerazione le differenze pur sensibili che esistevano tra, ad esempio, l’America Latina, l’Africa, l’Asia, il Mezzogiorno italiano. Ovunque si trovavano le stesse caratteristiche di società “tradizionali”, come saranno definite dalle teorie della modernizzazione: generale arretratezza delle tecniche produttive, comportamenti irrazionali da un punto di vista economico, mancanza di spirito imprenditoriale, atteggiamenti verso la vita e il lavoro non favorevoli allo sviluppo ecc. Di conseguenza le “ricette” potevano essere le stesse, dando implicitamente per scontato che le regole dell’economia e quindi della politica economica fossero le stesse ovunque. Su questa opinione agiva sicuramente anche la diffusa credenza secondo la quale la via per lo sviluppo sarebbe passata in ogni paese per una successione di fasi ben definite, simili a quelle che i paesi di più antico sviluppo avevano sperimentato nel loro cammino, secondo il modello degli stadi successivamente proposto da Rostow[59].

 

Il punto della situazione, ancorato al 1960, lo offre il sociologo Gianfranco Bottazzi che a cinquant’anni di distanza coglie in pieno le contraddizioni di un’impostazione chiaramente etnocentrica che adatta lo sviluppo alla nostra idea e alle nostre esperienze. Il dibattito su questo termine franco è da allora incessante e ha dato origine a una sterminata bibliografia. In questa sede preme fare una veloce ricognizione sugli snodi principali degli anni ’60 soprattutto alla luce delle ricadute sulle percezioni e letture sia dei “grandi” sia dello stesso movimento italiano. E il punto di partenza non può che essere Walter W. Rostow, che nel 1960 pubblica Gli stadi dello sviluppo economico, un testo molto discusso che delinea le fasi di crescita economica[60] e in cui lo sviluppo risulta essere il prodotto dinamico di un motore a cinque tempi: situazione tradizionale, precondizioni allo sviluppo, decollo, maturità e infine il gioioso consumo di massa. Rostow in questo avvalora a grandi linee l’assunto di Truman con la proposta di avviare e ottenere per l’area del sottosviluppo il bis del processo di sviluppo occidentale in generale e americano in particolare. Del resto che l’ideologia non fosse avulsa dai teoremi dell’economista americano è chiaramente indicato nel sottotitolo dell’opera in lingua originale pubblicata nel 1960 A non communist manifesto. Rostow contrappone «la sua spiegazione storica a quella del marxismo e intendeva spiegare lo stato e lo sviluppo di tutte le possibili società, del passato e del presente, come un certo stadio o fase di un processo di sviluppo unico e uniforme»[61].

Possiamo ad ogni modo inquadrare lo studioso americano come il punto di sintesi di un’impostazione culturale che è strettamente incardinata allo schema quantitativo occidentale per cui ciò che conta è, dicendolo con Ragnar Nurske, “rompere il circolo vizioso”[62]. In un sol colpo si determina il problema e la soluzione al sottosviluppo. Tutto dipende da un corto circuito economico livellante verso il basso e sanabile con l’afflusso di capitali economici, tecnologici, umani nelle più diverse forme (a fondo perduto, crediti, agevolazioni) in grado di “far partire” la macchina.

Rostow è perciò uno snodo fondamentale poiché sintetizza due aspetti fieramente avversati eppure non di rado sommessamente reiterati da allora. Il primo, colto da Myrdal, è l’essenza fatalistica dello sviluppo, come fase di un processo inarrestabile e inevitabile con un ruolo quasi positivistico[63]. L’altra critica è che la teoria di Rostow finisce per tracciare un paradigma universalista dello sviluppo che, peccando di etnocentrismo, non riflette adeguatamente sulle realtà e strutture dei diversi paesi[64].

Si incarica di confermare queste critiche il già intravisto Decennio dello Sviluppo, avviato nel 1961 come piattaforma programmatica che si basa su una filosofia imperniata sull’assistenza tecnica e sugli innesti di capitale, fondamentali per innescare il famigerato circolo virtuoso in grado di rilanciare l’economia dei paesi arretrati. E da questo momento che s’introduce il dibattito tuttora aperto sul fatto se gli aiuti stanziati per i paesi sottosviluppati siano il risultato di una genuina pressione dell’opinione pubblica alla ricerca di una giustizia sociale, della necessità di innervare futuri mercati in sintonia con lo stesso Piano Marshall, di trasmettere il proprio modello di sviluppo, finanche di avviare progetti vagamente neocoloniali come paventato fin dagli inizi della Decolonizzazione dalla sinistra marxista[65] per poter mantenere il più a lungo possibile lo status quo. Oggetto e soggetto di quella che potrebbe essere un’opera a parte e che ha dato il là a una sterminata bibliografia che parte ad ogni modo dal 19 dicembre del 1961, giorno della proclamazione formale e solenne del Decennio dello Sviluppo con cui si prevede per i paesi sottosviluppati un aumento annuale del 5% del proprio reddito nazionale attraverso un programma piuttosto articolato[66] e demandato a una complessa e ramificata catena di programmi, enti, fondi e accordi - in sede ONU soprattutto: a partire dall’EPTA [Programma Allargato di Assistenza Tecnica, nda] e dal Fondo speciale ONU che verranno accorpati nel 1966 nell’UNDP [Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nda][67]; dall’UNCTAD [Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, nda]; dal GATT [Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio, nda][68] e da altri ancora[69].

Il fatto che sia previsto un modus operandi non molto dissimile dal Piano Marshall, significativamente rievocato in quello «spezzare l’attuale circolo vizioso»[70], utilizzato dallo stesso Generale nel celebre discorso del giugno 1947, non toglie nulla all’importanza dell’iniziativa kennediana su un piano – che è quello che più interessa – di comunicazione politica. Questo perché il primo Decennio dello Sviluppo è la scoperta del Terzo Mondo in un momento storico, la Decolonizzazione, che la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite sintetizza nella “Dichiarazione sull’indipendenza ai paesi e popoli coloniali” [Risoluzione 1514-XV] ed è perciò importante al di là delle sue mancanze, degli obiettivi irrealistici, perfino dei propri fallimenti. Segna l’ingresso nel dibattito mondiale della necessità dello sviluppo, che è ancora sprovvisto di aggettivazione, introduce nell’agenda internazionale l’esigenza di un riequilibrio tra le nazioni, sia pur anch’essa con modalità vaghe e sfuggenti. Infine ribadisce con forza il dovere di sostenere un Terzo Mondo che è qualcosa di più di una semplice espressione geografica di uso “comune” all’interno dell’Occidente. L’ultimo mezzo secolo ha indubbiamente visto un impegno e una partecipazione attiva delle nazioni intorno ai problemi dello “sviluppo”. Tuttavia al di là del significato intrinseco del termine, ciò che preme sottolineare è come la visione di aiuto e sostegno più articolato e meno estemporaneo ai paesi poveri e alle loro popolazioni si fanno strada nella sensibilità collettiva creando un circolo virtuoso in cui le stesse politiche statali sono agevolate dal clima culturale che a partire dagli anni ‘60 vede generalmente come un dovere aiutare un Terzo Mondo sovrapposto al sottosviluppo[71].

Al primo Decennio ne seguirà un secondo, ricco anch’esso di buone intenzioni[72], poi un terzo, un quarto, un quinto, che, se da un lato riflettono un deficit di fantasia programmatica, dall’altro dimostrano le carenze di realizzazione degli obiettivi proposti. Non è secondario ricordare come il 1961 si proponeva di essere “il” Decennio dello Sviluppo, poi trasformato/ridimensionato con l’aggiunta di “primo”[73].

E inoltre va sottolineato come lo stesso dibattito internazionale arriva “a caduta” su quello nazionale, anche in considerazione del fatto che i risultati si dimostrano fin dall’inizio deludenti se considerati nell’insieme e se si tiene nel debito conto l’incremento demografico, che di fatto traduce la crescita totale del PIL in decremento pro-capite dello stesso[74] avviando in tal senso un non sviluppo.

In questo ambito è bene perciò aprire una breve parentesi sul tragitto che vede l’inserimento dell’Occidente all’interno dei dante causa del fenomeno. A partire dall’inizio del decennio le interpretazioni correnti non risparmiano il passato coloniale, ma non lo mettono neppure al centro.

Da un lato le solite letture imperniate sugli aspetti meramente economici. Ecco chi sottolinea la carenza di capitali, ed è il caso di Rosenstein-Rodan, chi come Hirschman lamenta la mancanza di una classe imprenditoriale autoctona, chi come Myrdal riflette sui problemi strutturali che allontanano l’avvio del circolo virtuoso dello sviluppo.

Dall’altro la scuola “francese” - composta da demografi, sociologi e geografi – introduce altri aspetti oltre a quelli rigidamente “numerici” come il reddito pro-capite o il prodotto nazionale lordo. Investiga sulle caratteristiche culturali, sulle tendenze della popolazione, sulle strutture produttive. Oltre all’inventore del termine Terzo Mondo, Alfred Sauvy, troviamo l’antropologo Georges Balandier, l’economista François Perroux e infine il geografo Yves Lacoste, il cui studio Geografia del sottosviluppo mi sembra utile per riepilogare i cardini di questa scuola che mette in relazione il non sviluppo di questi paesi a quattro fattori critici: il forte aumento demografico, gli effetti nefasti del colonialismo, l’assenza di una borghesia, la creazione artificiale in loco di una minoranza privilegiata[75], che poi a lungo andare cronicizzerà una situazione di grandissima sperequazione all’interno degli stessi paesi del Terzo Mondo, con piccole enclaves ricche circondate da straripanti sacche di miseria[76]. Gli esponenti della scuola francese hanno determinato un salto di qualità innegabile nello studio del sottosviluppo anche attraverso un’opera di sensibilizzazione portata avanti dalle colonne di “Faim et soif”, la rivista pubblicata in Francia dall’Abbé Pierre[77]. Altro aspetto da sottolineare è come questi studiosi iniziano a vedere le cose non solo da un punto di vista teorico, ma anche pratico, attraverso missioni nei diversi paesi freschi di indipendenza[78]. Viaggi in cui cominciano a incontrare non solo i peace corps kennediani, non solo gli operatori sul campo (i vari volontari), ma anche il loro e nostro prossimo lontano.

Con questa scuola s’intravedono i primi accenni di superamento di un’ottica etnocentrica, che rivestiva ancora l’approccio sociologico “tradizionale” e quello strutturale-funzionale[79], ma soprattutto si inserisce tra le priorità quella di reperire maggiori informazioni empiriche sui paesi del Terzo Mondo oltre a studiarne le diverse componenti sociali con nuovi strumenti concettuali.

Agli oltranzisti modernizzatori americani, alla Talcott Parsons[80] (faro dell’impostazione strutturale-funzionale) che demonizzano le società tradizionali, arretrate per definizione, finiscono per contrapporsi le teorie neomarxiste che individuano nei diseguali rapporti di forza tra Nord e Sud le cause del sottosviluppo indicando nel mancato sviluppo del Terzo Mondo la ragione dello sviluppo dei paesi industrializzati. È, molto sinteticamente, l’impostazione della scuola della dipendenza[81] avviata da studiosi latino-americani, ma non solo[82], che porta a quella contrapposizione, non solo semantica, centro-periferia[83], base e fase essenziale del dibattito da allora in poi. Se la storia dimostra che la dipendenza coloniale introduce poi alla dipendenza economica, si deve perciò riflettere su come liberarsi da una situazione di fondo dell’economia mondiale in cui c’è un sistema duale dove la produttività aumenta in maniera esponenziale al centro e rallenta in periferia a causa sia di strutture e istituzioni risalenti all’epoca coloniale sia in virtù dell’andamento dei termini di scambio che penalizzano i paesi del Terzo Mondo, esportatori di materie prime e importatori di lavorati industriali. Questa impostazione teorica marxista nasce e si sviluppa per merito di studiosi latinoamericani raggruppati intorno alla figura dell’intellettuale argentino Raùl Prebisch e della struttura da lui guidata tra il 1948 e il 1962, la CEPAL [Commissione Economica per l’America Latina, con sede a Santiago del Cile, nda][84]. Un’organizzazione che per prima ha segnalato la dicotomia centro-periferia all’interno del sistema economico mondiale, che ha rafforzato la percezione di una forte diseguaglianza all’interno delle dinamiche degli scambi internazionali[85] e che ha avuto poi un ruolo tutt’altro che confinato alla sola “accademia”[86]. Un gruppo che ha poi visto al suo interno una suddivisione in due blocchi contrapposti a proposito del problema del sottosviluppo a cavallo del ’68. Da un lato un gruppo radicale neo-marxista che punta sul “salto” a piè pari della fase borghese sulla scorta dell’esempio intravisto nella rivoluzione cinese e su un’attenzione maggiore alle “campagne”, uno sguardo che ha avuto un peso persino spropositato all’interno dell’immaginario della sinistra europea e italiana in particolare[87]. Dall’altro lato un raggruppamento più moderato che presta maggiore attenzione alle strutture sociali interne. In questa sede è sufficiente dare alcuni cenni sulle differenze tra queste due impostazioni. il filone più “moderato” pone quindi in maggior risalto i fattori interni (soprattutto il ruolo dello stato) e socio-politici come le cause prime della dipendenza. Inoltre non giudica incompatibili sviluppo e dipendenza teorizzando uno sviluppo dipendente associato[88]. L’approccio neo-marxista, al contrario, pone l’accento sul colonialismo e l’ineguaglianza degli scambi, la natura prevalentemente economica della dipendenza e la sua incompatibilità con lo sviluppo.

È perciò importante rilevare come il filone della dipendenza rafforzi semanticamente il concetto di distanza, di diseguaglianza, d’ingiustizia. In questo senso bene fa Umberto Melotti, sia pure a decenni di distanza, a sfrondare degli aspetti più ideologici (e datati) l’intera analisi del problema sottosviluppo attaccando quello che lui chiama l’unilateralismo anti-coloniale, che è poi il riflesso di ciò che prenderà il nome di neocolonialismo:

 

Allora era molto in voga l’interpretazione del sottosviluppo come riflesso del periodo coloniale e quindi del colonialismo. Si davano come assodati alcuni dogmi come lo sfruttamento dell’Occidente, l’imposizione della coltura monoprodotto, l’andamento dei termini di scambio. Un giogo economico che aveva rimpiazzato quello politico. Non c’era – come ti ho detto a proposito di Cuba – nessuna riflessione su ciò che era la realtà del paese. Mancavano del tutto gli elementi endogeni. Il primo – gliene va dato atto – che fece delle riflessioni su questo è stato Samir Amin, un egiziano che aveva studiato in Occidente e che fu il primo a mettere in discussione l’unilateralismo anti-coloniale. Anche io con la rivista “Terzo Mondo” ho dato un contributo in tal senso[89].

 

Le riflessioni dello studioso milanese, in parte autocritiche[90], mettono a fuoco uno strabismo pregiudiziale piuttosto diffuso tra gli studiosi alla fine degli anni ’60 e cioè che le ragioni esogene del sottosviluppo fossero premianti su quelle endogene e che le motivazioni economiche e geopolitiche fossero prevalenti su quelle storiche. André Gunder Frank a cavallo del 1970, attraverso una serie di studi che riguardano l’America Latina[91], riformula la teoria della dipendenza prefigurando un sistema mondiale capitalista che per sua natura ha generato sviluppo al centro e sottosviluppo in periferia[92]. Esiste perciò uno sviluppo del sottosviluppo, sorta di economia dello sviluppo di derivazione dal centro[93] e da questo assolutamente e imprescindibilmente dipendente. In altri termini una «conseguenza necessaria»[94] dell’espansione del centro[95]. Solo in apparenza parliamo di querelle accademiche, poiché le ricadute sull’impostazione di quelle “avanguardie” occidentali che alimentano dibattiti e conferenze sensibilizzando e mobilitando, sono presenti e in certi casi vistose. Anche le loro riflessioni e interpretazioni riflettono la vague della dipendenza come specchio della situazione economica mondiale e in ultima analisi degli egoismi occidentali da contrastare. Pensiamo solo al fatto che nel documento base della FOCSIV, la principale Federazione italiana di organismi di volontariato di ispirazione cristiana, approvato alla fine di settembre del 1973 si legge in uno dei primi punti che «ragionevolmente si può pensare che la causa vera del sottosviluppo sia da ricercare nel fenomeno della dipendenza che si realizza sia nei rapporti internazionali sia all’interno dei singoli Paesi tra gruppi dominanti e masse dominate»[96]. In questo senso Nord-Sud, centro-periferia, paesi sviluppati e “in via di”, sono tutte dicotomie che sembrano figurare un conflitto di modernità che rafforza inevitabilmente il sentire comune di una distanza tra noi e loro. Quello che cambia rispetto a prima è che aumenta il numero di persone che oltre a dichiararsi contrari a questa situazione, agiscono per cambiarla, cercando nello sviluppo “buono” un possibile soggetto attivo di tale cambiamento. La scuola della dipendenza è perciò la prima breccia critica alle impostazioni figlie dell’onda lunga del Piano Marshall stancamente riapplicato al Terzo Mondo. La generale crisi delle teorie dello sviluppo dà vita sul finire del decennio a teorizzazioni alternative che impostano una loro visione fieramente avversa a qualsiasi forma di etnocentrismo ancorata alla ricerca di uno sviluppo dal basso con soluzioni locali come prova a fare il presidente della Tanzania con il suo “socialismo africano” o di famiglia[97]. Da un lato è «logica conseguenza della scuola della dipendenza»[98], dall’altro ci appare come una formula non così distante da quella filosofia di intervento che occuperà lo spazio mentale di riferimento degli anni ’70 e ‘80[99], almeno quanto l’assistenza tecnica lo è per gli anni ’60: la self reliance[100], letteralmente farcela da sé. Esprime l’auspicio che ciascuna nazione possa trovare in proprio le risorse e le energie per poter arrivare a quell’auto-sviluppo che assume una valenza sempre più preponderante nel panorama mentale già dalla fine degli anni ’60. Questo perché, anche in conseguenza dei fallimenti del primo Decennio, ci si accorge sia dei limiti dello sviluppo[101] sia dell’esigenza di ricercare delle ricette condivise con gli “assistiti”[102]. Un’altra stagione che, come per quanto riguarda temi, aspetti, criticità proprie della materia negli anni ’60, vede l’Italia in forte ritardo, soprattutto dal punto di vista della cultura della sua classe dirigente.

 

 

3.         L’Italia, ovvero «tecnici e missionari»

 

È noto che, alle varie esigenze del processo di sviluppo in corso in un paese, corrispondono in astratto tipi di intervento e di durata dell’intervento: dai doni ai prestiti, ai consolidamenti, ai crediti all’esportazione, agli investimenti privati, ecc.. lo scopo è di convogliare i diversi tipi di intervento verso le esigenze che più sono adatti a soddisfare, e non solo di accrescerne la quantità in via indiscriminata. Ciò presuppone un esame profondo della situazione economica del paese assistito, non solo dal punto di vista della capacità di rimborsare l’aiuto, ma anche e soprattutto da quello della capacità di assorbirlo, e di assorbire determinate forme di esso, anziché altre. Ed è per accrescere simile capacità assoluta e relativa di assorbimento che l’aiuto va preceduto da una opera adatta di assistenza tecnica, di pre-investimento e di forme di intervento non finanziario diretto, che condizionano l’impiego efficace dei capitali nei vari settori produttivi[103].

 

Uno strumento questo dell’assistenza dei Paesi in Via di Sviluppo che, nelle parole di Giuseppe Pella, al tempo (1961) Ministro del Bilancio italiano, è proprio di una comunità «intercontinentale o oceanica, volta a compiti interni di rafforzamento economico, e a compiti esterni di assistenza al mondo in via di sviluppo»[104]. Questo breve intervento dell’uomo politico biellese esponente di spicco della Democrazia Cristiana presenta in nuce tutte le caratteristiche (o giustificazioni) dell’aiuto pubblico allo sviluppo nei primi anni ‘60[105]: la ricerca di un consolidamento interno motivato dal fatto che l’aiuto al mondo meno sviluppato regge se l’espansione in Occidente non viene smorzata e lo sforzo di procedere a uno sviluppo economico e commerciale che, sostenendo le economie occidentali, possa contribuire al decollo di quello che si inizia a chiamare Terzo Mondo[106]. Il discorso di Pella guarda all’equilibrio dei blocchi, alla liberalizzazione degli scambi in Europa e al clima del tempo che sembra tendere a un avvicinamento di paesi e popoli, non solo sul piano emotivo[107].

Un aiuto pubblico allo sviluppo che il ragionier Pella nella sua visuale onesta da revisore dei conti non vede come un finanziamento a fondo perduto, chiaro specchio del tempo e del luogo. L’Italia di quegli anni immagina un sostegno alle economie deboli e in via di sviluppo come “non incondizionato”[108] e in cui i tecnicismi utilizzati (pre-investimento, assistenza tecnica, forme di intervento non finanziario diretto) nascondono una gran voglia di non impegnarsi fattivamente e in prima persona[109]. Che l’Italia repubblicana nel suo primo quarto di secolo di vita sia stata piuttosto latitante nel campo dell’aiuto allo sviluppo è interpretazione piuttosto diffusa e pacifica negli studiosi[110], anche se lavori più recenti[111] hanno rivalutato l’attività dell’Italia in materia all’interno degli anni ’60. Sono semmai le industrie italiane, in gran parte a partecipazione statale, a “investire” soprattutto nei paesi africani di recente indipendenza (e prossimità geografica), come rileva Giovagnoli[112]. L’arrivo sulla scena internazionale dei “paesi nuovi” a partire soprattutto dal 1960 comporta una ridefinizione degli equilibri determinati dalla Guerra Fredda. Una situazione che non tutti i paesi occidentali sembrano cogliere in maniera lucida, anche a causa – ed è il caso italiano – della situazione politica interna che determina una sorta di duplicazione della contrapposizione tra i blocchi[113].

È da questo cambio di morfologia delle relazioni internazionali che muove i primi passi quella corrente neoatlantica che caratterizza la politica estera italiana di quegli anni. Un’espressione di una parte dell’élite cattolica (La Pira, Mattei, Gronchi, Fanfani[114]) che ha dato un contributo rilevante alla modifica di impostazione della politica estera che è parte del “carattere” originario di uno Stato e anche l’asse intorno al quale si è sempre voluto inserire non solo l’aiuto pubblico ma anche la stessa cooperazione allo sviluppo[115]. L’aiuto o assistenza ai paesi sottosviluppati non sembra tuttavia parte attiva della politica estera italiana nei primi anni ’60, al di là degli sforzi neutralisti di Gronchi, delle invadenti eppure innovative iniziative di Enrico Mattei e soprattutto della formazione del cosiddetto neo-atlantismo[116].

In questo senso l’aiuto allo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo è sostanzialmente demandato ad altri e svolto per “interposte persone”[117], come rileva, in un incontro con il Pandit Nehru del 1962, l’allora Presidente del Consiglio italiano Amintore Fanfani esprimendo i suoi «fervidi auguri per lo sviluppo dell’India cui concorre anche l’Italia con l’opera dei suoi tecnici e con lo zelo dei suoi missionari»[118].

Tecnici e missionari, quindi. Questo il contributo che lo Stato italiano prevede nel 1962 come sostegno a un Paese in Via di Sviluppo come l’India. Si spiega in questo senso un approccio incentrato sulla delega, con processi non in prima persona, decisioni timide e rinviabili, fondi messi a disposizione dei paesi “poveri” scarsi[119] e inviati tramite le principali Organizzazioni Internazionali[120].

Il problema è perciò - in questo contesto di assenza piuttosto accentuata da parte del “potere” -riuscire a comprendere come la società italiana inizia a introiettare l’idea di un Terzo Mondo sovrapposto all’area del sottosviluppo, rendendo più semplice, quantunque non poco arduo, il lavoro di quei gruppi in appoggio ai paesi poveri, che cominciano a strutturarsi in movimento alla fine del decennio. In questo ci sono diversi attori che esercitano una funzione essenziale come l’informazione, base di partenza per la sensibilizzazione e la mobilitazione di numerosi simpatizzanti e militanti del movimento che nasce in quegli anni per combattere la fame nel mondo.

Per primi abbiamo una nuova generazione di studiosi che sono agenti non secondari della modernizzazione degli studi in materia[121], e secondo Nicola Labanca sono anche i pionieri dell’elaborazione del passato coloniale dell’Italia[122]. Ricercatori come Calchi Novati, Romain H. Rainero, Umberto Melotti, Edoarda Masi, Enrica Collotti Pischel, pongono in effetti la lente d’ingrandimento su ciò che è il Terzo Mondo, ognuno dalla propria angolatura e per i paesi in cui ha sviluppato maggiori competenze[123], grazie essenzialmente a due tribune che hanno permesso la conoscenza delle diverse realtà del Terzo Mondo: gli Istituti di ricerca e i Centri di documentazione. Gli uni più legati a una dimensione pubblica, gli altri nati da iniziative private, spesso di militanza. Realtà che hanno come riferimento lo studio ma anche la politica nel suo senso più ampio e che finiscono spesso per coinvolgere gli stessi studiosi.

All’interno dei primi una rassegna sintetica non può prescindere dalla Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI), dall’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI)[124], dall’Istituto Affari Internazionali (IAI)[125] e infine, da ultimo, l’Istituto per le Relazioni tra l’Italia e paesi dell’Africa, America Latina e Medio Oriente (IPALMO)[126]. Un posto d’onore per la sua attività di precursore il Centro studi per i Popoli Extraeuropei di Pavia, fondato nel 1959 da Vittorio Beonio Brocchieri, che si segnalerà per importanti convegni a partire dai primi anni ’60[127]. Istituti che fungeranno negli anni da strumento di elaborazione e riflessione intellettuale e culturale in senso ampio. I Centri di documentazione saranno più concretamente delle centrali di comunicazione e aggregazione in grado di trasmettere sia pure a piccole – ma determinate – minoranze termini come neocolonialismo, sottosviluppo, imperialismo. Prendo ad esempio uno di questi, il Centro studi Terzo Mondo che pubblicherà a partire dal 1968 la rivista “Terzo Mondo”, proprio per il suo essere un cenacolo intellettuale allargato che giunge non solo a realizzare una rivista - una delle più interessanti e delle meno “terzomondiste” peraltro – ma anche perché è anch’esso fornitore di volontari per il Terzo Mondo[128].

Il “Centro”[129] riunirà un’équipe di collaboratori di ottimo livello - tra gli altri Lelio Basso, Enrica Collotti Pischel, Giampaolo Calchi Novati, Romano Ledda, Cesare Musatti, Emanuele Tortoreto, Luciano Vasconi, Ferdinando Vegas e un giovanissimo Marco Pannella - e documenta con fogli ciclostilati e poi, dopo 3 anni, con la rivista, le pubblicazioni del Centro (con gli immancabili “Quaderni”), i convegni con proposte di viaggi a seguire i vari festival o conferenze su e nel Terzo Mondo, uno spazio per lo studioso dell’anno e il riepilogo delle diverse iniziative promosse. Scorrendo l’elenco di chi ha collaborato con il Centro si intuisce una rete vasta e anche sorprendente che unisce la direzione provinciale della DC, varie componenti della sinistra partitica, milanese, i Circoli contro il colonialismo, o i Centri Matteotti, Luxembourg, Labriola, Marchesi, svariati comitati contro la fame nel mondo e infine il Centro di documentazione Frantz Fanon[130]. Nel suo piccolo anche questo Centro studi riconferma l’idea di un ‘68 in divenire: la circolazione d’informazioni, il riuscire a “fare rete” tramite contatti con gli altri soggetti, la tensione verso l’appartenenza e l’esclusione[131]. Utilizzo l’esempio di questa realtà milanese come ponte per trattare brevemente delle stesse associazioni e gruppi cattolici che riterranno opportuno quando non obbligatorio “dotarsi” quasi tutte di biblioteche, Centri di documentazione per favorire la conoscenza di quanto prendeva il nome di Terzo Mondo[132]. E chiameranno sovente gli “esperti” dell’argomento per dibattiti, conferenze e soprattutto corsi di formazione[133]. Pur con la cronica carenza di spazi e sedi idonee, queste associazioni capiranno subito l’importanza di dover studiare e favorire la conoscenza delle “realtà paese” non solo attraverso l’accatastamento di testi e libri ma anche tramite conferenze, dibattiti, incontri che hanno costituito un impulso determinante alla mobilitazione. Le organizzazioni più evolute e/o che dispongono di fondi pubblicano anch’esse - come lo stesso Centro di documentazione milanese Franz Fanon - delle rivistine imperniate nei primi tempi sulle traduzioni di articoli apparsi preferibilmente sulla stampa estera, generalmente ritenuta più affidabile. In questo senso di esempi ve ne sono molti[134].

L’idea di fondo di chi si dota di un Centro di documentazione è quella di dover abbinare da un lato una certa ricerca intellettuale, dall’altro che la conoscenza dei problemi è fondamentale almeno per provare ad arrivare alla soluzione. In questa direzione vanno le pubblicazioni che, prevalentemente in forma di notiziario o bollettino[135], potevano essere di vari tipi: semplicemente informative sulle condizioni di vita nei paesi del Terzo Mondo[136], di promozione delle proprie attività in loco[137] o ancora utili vademecum per chi voleva prestare un servizio nelle missioni cattoliche[138].

In una ricerca condotta nei primi anni ’70 Gian Carlo Costadoni censirà 199 realtà che si occupavano al tempo di Terzo Mondo. A questi il sociologo aveva inviato un questionario cui avevano risposto in 117. La radiografia che ne esce è un interessante spaccato della realtà dei movimenti impegnati per contrastare il sottosviluppo e al cui interno trova spazio il mondo della solidarietà internazionale in Italia, gli Istituti di ricerca, le realtà di pura militanza politica. Degli oltre 100 gruppi censiti, 37 mettono l’assistenza al Terzo Mondo come proprio scopo prioritario. Segue a ruota l’informazione che per 34 di queste associazioni è ragione di vita pur con una varietà di sottotitoli[139]. Istituti e Centri di documentazione non si occuperanno solo di pubblicare articoli e traduzioni, organizzare dibattiti e cineforum, allestire convegni e appuntamenti culturali. Saranno anche i referenti dell’importazione della produzione culturale dei Paesi in Via di Sviluppo. Gli anni ’60 vedono un moltiplicarsi di iniziative rivolte a cercare di capire e studiare da vicino questa realtà anche su sollecitazione delle figure più rappresentative dello stesso Terzo Mondo. Non solo dal punto di vista “esotico-politico”, ma anche per altri aspetti, come il cinema[140], la letteratura[141], la critica sociale[142]. Iniziano a giungere non solo le “letture” europee ma anche quelle autoctone, anche se il loro legame consapevole o meno con i colonizzatori è tuttora argomento complesso e tutt’altro che definito[143]. Una realtà in cui, secondo Roberto Gritti, è centrale il rimescolamento tra cultura tradizionale e recupero di elementi innovativi di culture altre: «Recupero dell’identità non significa un semplice ritorno al passato, troppo spesso immaginato romanticamente, ma una rivitalizzazione delle culture tradizionali sulle quali inserire selettivamente gli elementi innovativi derivanti da altri corredi culturali, in una sorta di equilibrata integrazione dinamica»[144].

In questo spazio intellettuale di apertura a un Terzo Mondo in cui convivono in modo confuso i paesi africani di recente indipendenza e Cuba, l’America Latina che tiene a battesimo la Teologia della Liberazione e il conflitto in Vietnam, la suggestione della rivoluzione culturale cinese e l’India affamata, decisive sono le pubblicazioni di alcune case editrici italiane che importano in Italia intellettuali, politici, religiosi che animeranno un dibattito avviato già negli anni ’50 da figure di primo piano all’interno di quello che possiamo chiamare cattolicesimo non ortodosso, come Primo Mazzolari[145], Aldo Capitini[146], Giorgio La Pira[147].

La semplice consultazione dei testi pubblicati in Italia conforta il doppio specchio ideologico e rifrangente tra un Terzo Mondo terreno di deflagrazione delle contraddizioni del capitalismo da un lato e spazio del sottosviluppo dall’altro[148]. Per l’editoria di sinistra Feltrinelli traduce soprattutto le opere dei grandi leaders rivoluzionari[149], mentre Einaudi, Fanon a parte, promuove prevalentemente saggi e documenti degli analisti italiani[150]. Protagoniste per l’editoria “moderata” sono la Jaca Book (riferimento all’epoca del movimento Gioventù Studentesca di Don Giussani) che pubblica alcune opere di grande risonanza di autori “terzomondiali”[151], le Edizioni di Comunità[152] e infine la stessa A.V.E., casa editrice dell’Azione Cattolica, che inserisce nel suo catalogo libri di analisi sui temi del sottosviluppo[153]. Naturalmente diverse sono le case editrici di “derivazione missionaria”, al cui interno il ruolo preminente è ricoperto dall’EMI (Edizioni Missionarie Italiane) che immette nel mercato non solo i testi dei sacerdoti e degli stessi missionari[154], ma anche la trascrizione delle opere degli altri leaders del Terzo Mondo come Helder Câmara[155] e lo stesso Gandhi[156]. E sono sempre le edizioni bolognesi a introdurre nel 1964 una collana editoriale sui temi della fame[157] e che prende il nome del gruppo “Mani Tese”, un’iniziativa non unica né estemporanea[158]. La polarizzazione di orientamento ideologico lascia in un cono d’ombra altri protagonisti della Decolonizzazione, soprattutto esponenti politici africani come ad esempio Senghor[159] e Nyerere, i quali si debbono accontentare di uscite sporadiche per case editrici minori o qualche comparsata su riviste. L’editoria missionaria non di rado è perciò la prosecuzione delle riviste[160], che sono state un importantissimo canale informativo sulle condizioni di un Terzo Mondo ancora lontano, difficile da raggiungere, semisconosciuto se non fosse per questi agenti di collegamento tra noi e loro che sono gli stessi missionari.

 

 

4.         La Chiesa dei poveri

 

Appena conquistata, e dissipatasi l’euforia per la sovranità acquisita o ritrovata, l’indipendenza non poteva nascondere l’enormità delle incombenze che restavano da portare a termine. La Decolonizzazione era evidentemente un processo globale che andava al di là dell’atto formale, sollevando lo Stato dall’assoggettamento politico. Restava dunque da costruire uno Stato, definire una strategia di sviluppo e acquisire una legittimità internazionale. Compiti, questi, tanto temibili quanto lo erano la mancanza di transizione, la scarsità di quadri e l’assenza di concertazione, che non sempre permisero ai dirigenti che avevano guidato le lotte nazionali di evitare il doppio scoglio della sottomissione compiacente agli orientamenti impressi dall’ex potenza coloniale e del massimalismo rivoluzionario estraneo alle tradizioni popolari[161].

 

Sono parole dello storico Bernard Droz e ben fotografano la situazione di molti paesi che, usciti dal periodo coloniale, si rendono ben presto conto di tutte le difficoltà di arrivare a essere uno Stato moderno. Il momento del termine del dominio coloniale è naturale spartiacque per una comunità di popolo che diventa in questo modo, a dar retta alla retorica, artefice del proprio destino di nazione indipendente.

Si potrebbe in questo senso idealizzare - a cadere vittime del “solito” immaginario determinato da fotografie da rotocalco, spezzoni cinematografici, la Settimana Incom[162] - la Decolonizzazione e identificarla con la cerimonia dell’alza-bandiera. A una data prefissata, normalmente a mezzanotte[163], nella piazza principale della capitale di una Colonia scende per l’ultima volta il vessillo del paese occidentale colonizzatore e sale per la prima volta la bandiera della ormai ex colonia, che, non di rado, per riaffermare un’identità pre-coloniale decide anche di cambiare il nome[164]. Il tutto con la nostalgia che già affiora nei partenti – tutti rigorosamente vestiti, nonostante il lutto, in bianco e con uniformi di taglio coloniale - e la gioia dei “locali” finalmente liberi, senza tutela alcuna, di crearsi il proprio destino in un clima di generale entusiasmo. Un’immagine fuorviante. Se è vero che la maggioranza dei paesi riesce a giungere all’indipendenza senza spargimento di sangue, rimane il fatto che, con la Decolonizzazione - che già dal nome è una negazione di qualcosa e chiarisce piuttosto chiaramente che si tratta di operazioni guidate dall’alto se non delle vere e proprie concessioni – da un lato aumentano tantissimo le difficoltà di loro, i cui gruppi dirigenti fanno fatica a formare un qualcosa che possa assomigliare ad una amministrazione[165] se non a uno Stato (e il cui corollario è una sequela piuttosto martellante di Colpi di Stato[166]). Dall’altro lato contribuisce a che l’informazione delle condizioni di vita esistenti in buona parte di questi paesi inizia a filtrare a noi tramite agenti d’informazione e collegamento che sono l’espressione della Chiesa nel Terzo Mondo: i missionari.

Difatti nel vuoto di potere che si viene a creare acquisiscono uno spazio notevole e svolgono due ruoli in uno: sono i sostituti o facenti veci di un potere centrale evanescente[167], dato che il sostanziale mantenimento delle strutture coloniali[168] comporta una drammatica sperequazione tra le poche città e le infinite campagne[169] e sono, per i fedeli cattolici, i più efficaci reporter di informazioni e notizie su quanto sta avvenendo, consolidando l’impressione dell’abisso esistente tra noi e loro,.

È loro la voce che arriva a diocesi, parrocchie e oratori e che dipinge tantissime realtà del Terzo Mondo in cui miseria e arretratezza sono i naturali progenitori della tragedia della fame documentata in quegli anni[170]. In questo c’è il supporto pieno della Chiesa che già dalla fine degli anni ’50, intravedendo il termine del colonialismo, spinge per dare nuova verve all’opera delle missioni in una funzione che è anche di contenimento del comunismo[171]. Ne è uno strumento chiaro l’Enciclica Fidei Donum espressamente indirizzata verso un nuovo sviluppo dello spirito missionario della Chiesa con una duplice lettura: la solidarietà dei popoli e il fronte da opporre alla minaccia comunista. In concreto si trattava della “spedizione” per un limitato, ma non breve, periodo di tempo di sacerdoti diocesani in terra di missione. Una formula che non otterrà immediatamente dei risultati eccelsi da un punto di vista quantitativo[172]. Tuttavia, una maggiore attenzione verso le realtà periferiche oltre a un non disprezzabile aumento – in assoluta controtendenza – delle vocazioni missionarie a partire proprio dagli anni ‘60[173] è elemento importante di quell’aumento di interesse verso la realtà delle missioni nel Terzo Mondo, anche se resta il dubbio se l’interesse fosse più per le prime o per il secondo. Come detto, fondamentale canale di passaggio di notizie, immagini, impressioni è la stampa missionaria, incardinata in Italia soprattutto attorno a tre testate di grande diffusione come “Le missioni cattoliche” (poi “Mondo e Missione”), “Nigrizia” e “Missioni della Compagnia di Gesù” (in seguito “Popoli”). Pubblicazioni che non si cristallizzano, ma subiscono anch’esse i condizionamenti di quello spirito del tempo in cui l’immagine dello stesso Terzo Mondo è un aspetto fondamentale.

Prendiamo “Le Missioni cattoliche”, forse la più “istituzionale” tra le riviste missionarie, espressione del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). La centralità di temi quali la missione evangelizzatrice, l’attacco al marxismo[174], l’attenzione ai problemi interni della struttura ecclesiastica[175] rimane intatta. E tuttavia iniziano a filtrare nella seconda metà del decennio, soprattutto per l’effetto del Concilio Vaticano II[176], analisi e riflessioni sulla realtà socio-economica dei luoghi del Terzo Mondo[177], sull’importanza del laicato missionario[178], sulla richiesta di maggiore attenzione da parte della politica[179]. Un mensile più attento alla realtà dei luoghi di missione, in questo caso l’Africa, è, ben prima del Concilio, “Nigrizia”, che già dal nome indica un significativo spostamento verso loro[180], anche se il punto di vista e la visuale appare ancora piuttosto centrata sul noi[181]: basti pensare che ancora nel 1963 sullo stesso mensile dei comboniani a proposito dell’essere missionario si legge come «l’impiego di mezzi umani e l’istituzione di opere temporali, ospedali, scuole, partiti e sindacati possono distogliere il missionario dal suo diretto ministero apostolico»[182].

Un caso a parte “Missioni della Compagnia di Gesù”, realisticamente più orientato alla realtà della terra di missione e non a dispute interne o riflessioni, pur presenti e in qualche caso innovative rispetto al coevo panorama missionario[183]. In ogni numero trova spazio uno speciale intitolato “Il paese di turno” in cui si mira a rappresentare sia la realtà sociale e politica sia quella religiosa. Nell’ottobre di ogni anno in coincidenza con la giornata missionaria esce poi un numero speciale dedicato a un argomento particolare ma sempre attinente la chiesa locale