Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Filipiéi u lu. L’ultimo lupo della Bormida
di  Gian Domenico Zucca

Non capiremo mai niente di ecologia e di natura se non impareremo ad ascoltare la voce del “popolo del fiume” delle valli, delle coste. Il saggio che segue è offerto agli ecologisti di città a proposito del rapporto uomo-natura. Si tratta della prima parte di un lungo scritto dedicato ad una figura anomala (per l’oggi) del panorama ecologico di un fiume. L’intera biografia (se il termine può essere utilizzato anche in questi casi) di questo “uomo della Bormida” è stata pubblicata in “Nuova Alexandria. Ieri per domani. Rivista di cultura e varia umanità”, Anno V, serie 1999, n. 9

 

 

La piana alessandrina, retroterra ligure ed al centro dello smistamento dei traffici tra mare e Padania, area di confine tra Genovesato, Monferrato, Piemonte sabaudo e stati milanesi, è sempre stata terra di briganti, sfrosatori, banditi, contrabbandieri, ma anche di carrettieri, mulattieri, trafficanti[1]. Le grandi crisi economiche del medioevo e dell’età moderna, l’estensione delle colture nelle zone marginali a partire dal ‘600 - ‘700, le bonifiche dei terreni incolti, le nuove colture su vasta scala come quella del mais, hanno tolto gli spazi di sopravvivenza ai diseredati, a chi non aveva neanche un pur piccolo pezzo di terra da cui trarre un minimo di cibo per la famiglia, spingendo frange di popolazione eccedente ai margini del mondo sociale, del paesaggio agrario ed umano, lungo gli unici ambienti restati terra di nessuno, selvaggi, i fiumi da noi in pianura, le loro lanche morte, le loro rive e le zone provvisoriamente incolte dovute a salti di meandro[2]. Era un limbo più o meno tollerato perché necessaria valvola di sfogo prima della grande camera di compensazione delle grandi crisi agrarie tra gli ultimi due decenni dell‘800 ed i primi tre lustri del ‘900, con conseguente crisi delle campagne, l’emigrazione verso l’America del Sud tra ‘800 e ‘900[3].

In questo ambiente ai margini della coltura come della cultura, se con questa identifichiamo la cultura urbana e degli aggregati contadini come erano i nostri paesi, che nel corso della seconda metà del ’900 con l’arrivo dei macchinari si è ridotto a più nulla sommerso materialmente dal cemento delle prismate, dalle escavazioni, dall’occupazione di ogni ambito fluviale con la diffusione di macchina agricole potenti e le connivenze degli uffici statali e provinciali preposti alla sua tutela, le possibilità di vita continuavano ad essere quelle medievali e, se vogliamo, dell’uomo paleolitico. Vi era naturalmente la pesca, in genere di sfroso, la cattura con trappole di animali, specie da pelliccia, anche minori come lipuéi, puzzole, e di selvaggina di certo senza permessi e licenze. Vi erano poi le altre risorse del fiume, la legna fluitata dalla corrente di piena, il recupero occasionale di oggetti alluvionati, come carri, botti, burcié, burchielli. Vi era il traghetto a pagamento tramite nav o port, o la costruzione di pianchi, passerelle[4]. E chi traghettava, o possedeva passerelle, oltre ad introitare una cifra minima, come succedeva ancora tra gli anni ’40 e ‘50 nella Bormida castellazzese con l’ultimo purtnè, appunto Ricu ié Purtnè, Enrico Marelli (1871-1960) che aveva ereditato il mestiere ed il soprannome di mestiere dal nonno paterno[5], controllava le due rive e le piane che da esse si allargano verso gli abitati. Chi traghettava o comunque era abile, spesso costruiva burcié per altri.

Lungo la fascia fluviale demaniale di “nessuno” chi trovava rifugio poteva ricavare un piccolo orto per sé, se non altro per giustificare derrate alimentari che sfrosava nei campi. Spesso i contadini ben sanno che dove vi è un uomo del fiume con la sua baracca, in quella zona non si sfrosano i raccolti, perchè l’uomo del fiume non solo evita di sfrosare nella sua zona, ma impedisce che altri sfrosino perché non ricada su di lui la colpa. E allora passavano qualche prodotto all’uomo del fiume come tacita ricompensa, un mazzo d’aglio, un sacco di patate, uno staio[6] di meliga, una balla di fieno o di paglia. A certe date i contadini con terre lungo il fiume, potevano usare la gente del fiume come manodopera occasionale, per diserbare, per roncare fossi o rive, alle mietiture, alle fienagioni, ai raccolti.

In quel suo luogo, l’uomo del fiume allevava qualche gallina, qualche coniglio e, in molti casi vi abitava nella sua baracca in certi periodi dell’anno, per esempio all’epoca delle passate dei pesci o, avendo passerella o traghetto, quando i lavori del campi costringevano quotidianamente le  giornaliere ed i contadini con proprietà oltre il fiume a spostarsi all’alba ed al tramonto.

Gli spazi “naturali” degli ambiti fluviali erano, a memoria d’uomo, già molto esigui[7], cosicché quella vita lungo il fiume diventava primitiva nella concezione di chi viveva nella coltura/coltura contadina proprio perché era oramai di sussistenza od al di sotto della sussistenza, e questo  al di là di quanto possa essere effettivamente outsider chi non segue le regole lavorative e di vita del consorzio contadino. Si ricordano vagamente uomini del fiume del secolo scorso, i quali probabilmente non esercitavano altri mestieri. Nel nostro secolo gli uomini del fiume, ridottisi a nulla i loro spazi naturali e cambiato il sistema di vita, sono andati scomparendo alla fine in genere adattandosi a vivere tra fiume ed un lavoro più o meno regolare. Unica eccezione fu Ricu ié Purtnè che fece come unico mestiere il traghettatore e se vogliamo un grande personaggio acquese, Patatina Bejaviv Badon, ovvero Carlo Garbarino, morto annegato agli inizi degli anni ’80 del ‘900, in una pozza d’acqua sotto gli archi dell’acquedotto romano di Acqui[8].

I grandi miti del fiume, dell’uomo selvaggio, che fanno costellare gli ambiti fluviali di baracche di ogni tipo, dalle miliardarie a quelle fatte di lamiere, in genere abusive ed in ogni caso penose, che fa trasferire lungo i fiumi il proletariato e la borghesia cittadina con barbecue ed auto fuoristrada, ha alla sua radice non tanto la base dei miti dell’uomo della foresta giunta dal medioevo pagano, quanto una tradizione recente di rinselvatichimento, di ritorno allo stato  selvaggio. Essa è stata creata dagli anni ’70 con le crisi ambientali ed energetiche, ma forse era da tempo latente, causa gli evidenti limiti dell’ambiente e della sopravvivenza, in un mondo industriale e poi tardo industriale, ed ora oramai definito post industriale, che fa del ritorno alla “natura” un genere dozzinale, una speculazione banale, dalla ricerca della singola persona di uno spazio “selvaggio, genuino”, all’organizzazione industriale del divertimento, generando un’ideologia del “naturale”, più che stereotipa, da strapazzo, oltre che di consumo in ogni salsa. Come controprova, la nuova emarginazione è esclusivamente urbana e chi sceglie di, od è obbligato ad, essere un outsider, s’inserisce esclusivamente nello spazio urbano, l’unico in cui può sopravvivere tra gli scarti ed i surplus della società in cui viviamo, che invece sono puri rifiuti lungo la fasce fluviali.

 

Il 20 giugno 1996 è morto a Castellazzo Bormida Filipiéi u Lu, Filippo Caselli, col suo soprannome di “Lupo” ereditato dal padre e dal padre del padre. Soffriva di vecchiaia, oramai, poteva permetterselo essendo nato il 7 novembre del 1901.

Era nato in una famiglia in miseria, un fratello, una sorella, la madre giornaliera e casalinga, il padre a vivere di pesche, di traghetti, ad essere uno dei vari uomini del fiume superstiti delle prime trasformazioni agrarie ed industriali  premoderne o già moderne. Negli anni ’80 dell’800, suo padre l’iééå peéiglià an Buémiå, era caduto nella Bormida, salvandosi per miracolo, durante una alluvione[9]. Si trattava di un’ansa, messa a coltura tra ‘800 e ‘900, che rade l’argine verso l’abitato nella regione Iíéötå, Isoletta. L’episodio mi serviva come data post quem per datare  l’alveo quando era un braccio ancora attivo. Ma la famiglia di Filipiéi u Lu non era tra le più povere del paese. In condizioni ben peggiori vi erano le famiglie dove i genitori stavano via da sole a sole braccianti in giro, in cui i bambini erano abbandonati a loro stessi raccontava il Nostro, che per fare colazione o pranzare andavano a wagnié, a chiedere l’elemosina. Vi erano pure famiglie in cui anche un adulto era costretto a mendicare od a fare mestieri rifiutati da tutti, come il raccogliere biíi, merde di animali, lungo le strade, da rivendere agli ortolani del paese.

Il padre di Filipiéi u Lu tenne per anni un port sull’Orba alla gigantesca tenuta di Retorto, tra Casalcermelli e Predosa, un paese ancora negli anni ’50 con tanto di bar spacci, chiesa, cimitero, oltre alle case coloniche abitati ed al palazzo casaforte padronale. Dal padrone riceveva concessioni di pesca, di cacciare qualcosa, l’abitazione, possibilità di raccogliere legna lungo le rive. Dai contadini delle cascine riceveva come pagamento per i trasbordi ‘nå mèinå d’màiéå, una emina di meliga all’anno, ed ancora andarla a cercare prima dell’inverno. Qui Filipiéi u Lu faceva, poco più che bambino, già vita da fiume imparando il mestiere, frequentando anche la scuola elementare di Retorto, se la frequentava. Forse non terminò mai un anno scolastico, salvo i primissimi, perché a maggio vi erano le pesche del pesce in risalita ed in fregola. Le elementari non le finì ma sapeva leggere e scrivere, un po’ stentatamente, piccandosi di saper leggere anche i disegni dei progetti delle case, ma molto confusamente devo dire. In realtà, muratori più anziani lui, come mio nonno materno, o suo coetanei come due mie zii paterni, avevano in genere una cultura ben superiore avendo frequentato, dopo il lavoro, scuole di disegno par lavoratori tenute, in paese, alla SOMS, e scuole di mestiere in Alessandria, che Filipiéi mai frequentò.

Del periodo ricorda soprattutto la cessione del port ad un traghettatore della Bormida, ma a valle dell’Inbuch, della confluenza dell’Orba, perché era impossibile risalire la Bormida col port coi loro mezzi. Infatti era occorso attendere una mezza piena, salpare ié port, ancorarlo con un’incudine al fondo perché non prendesse velocità, pilotarlo con altri due rematori a valle. I remi erano da fondo, si poteva lavorare solo presso la riva.

Da ragazzo aveva costruito una prima piccola baracca lungo la Bormida, come i ragazzi delle volte facevano e fanno anche tuttora sebbene, oramai, assai raramente. Il fiume per lui era la sua casa, anche perchè dal fiume arrivava legna, e pesce. Si spostava negli inverni, quando il lavoro mancava del tutto, con compagni ragazzotti come lui a monte ed a valle, per dieci, venti chilometri, pescando dal pomeriggio alla mattina dopo, tornando abitualmente con un sacco di pesci, allora enormemente abbondanti rispetto all’attuale povertà.

La madre éå piavå màiéi an quèint, prendeva melighe ad un quinto, cioè faceva contratti orali con particolari per coltivare i loro campi di meliga, o meglio accudirli, ottenendo un quinto del ricavo, come facevano tra le due guerre ed ancora oltre centinaia di famiglie proletarie e sottoproletarie che avevano braccia femminili e minorili in eccesso per lavori sottoretribuiti. Occorreva diserbare, rincalzare, smuovere la terra, tagliare le cime, raccogliere la meliga e conferirla assieme aééiåsi, i fusti secchi, ben legate in fascine. Al padrone toccavano i quattro quinti, il resto a chi lavorava, ed ancora disputandosi i campi con altri diseredati. Ma si lavorava anche a giornata in campagna o negli orti[10]. Sino agli anni ’50 i campi, specialmente quelli castellazzesi per via della vasta diffusione dell’orticoltura, erano tutta una schiena di giornaliere ricurve. Nei campi vi erano poi le erbe, le radici, i tuberi commestibili da raccogliere, ma anche campi da sfrosare[11].

Filipiéi u Lu, coi fratelli, passava così le stagioni, bambino e poi ragazzino, tra campi e Bormida, tra giorni e notti, imparando non dai libri ma dalla vita quello che doveva sapere. Per lui lo studio, immerso in un’ambiente di cultura socialista fin de siècle a cui era data grande importanza all’istruzione, era diventato qualcosa tra il mito ed il tabù. Non aveva astio per chi aveva studiato. Per lui chi aveva studiato era una persona più in alto, intelligente, un qualcosa di importante, anche se era un perfetto imbecille od un perfetto ignorante. Chi aveva studiato era di un’altra razza che non era la sua. Il suo studio erano gli occhi e le mani per osservare, copiare e fare, prima ancora che il cervello ad elaborare. Il suo studio era una serie di azioni riflesse, di tentativi di manipolazioni, in cui si inserivano i ragionamenti. Da qualche parte, in genere an municipiu, nel comune, vi era u libi che spiegava tutto. Al massimo, per avvalorare sue tesi, asseriva che ciò che diceva erano documàint, trasferendo l’uso corrente del significato di documento dallo scritto all’orale in una autorassicurante inversione. L’intravedere in qualche luogo inaccessibile la presenza del libro della sapienza, della storia, delle verità e certezze, accessibile solo a quelli che “hanno lo studio”, è un tratto usuale della cultura popolare tradizionale che ho riscontrato in più di una occasione.

 

Già da bambino Filipiéi u Lu, anima irrequieta oltre che spinto dalla necessità, insegue mille mestieri. A fare burcié impara dal padre, da altri mastri d’ascia del luogo. Però lo vediamo sotto Rocca Grimalda, sull’Orba a valle di Ovada, lavorare a burcié da un mastro d’ascia del posto. Lì impara che per raddrizzare le assi stortesi durante l’essiccazione e stagionatura, occorre sommergerli in acqua. La discussione su come non far storcere le assi o raddrizzarle non l’ho sentita concludere mai, tra ex mastri d’ascia, ex maídåbosch, falegnami, ex saéöu, carradori. Il Nostro asseriva, contro il parere di falegnami e carradori, che le assi fresche sono le migliori da utilizzare per le barche, tanto che quando era giovane, spiegava, ed aveva più tempo e forze, non potendo utilizzare immediatamente i tronchi appena abbattuti, o le assi ancora fresche, li interrava per mantenerli umidi ed usarli  “verdi” quando avrebbe trovato il tempo per la costruzione. Dava la colpa della difficoltà di piegatura delle assi per il corpo degli ultimi suoi burchielli, proprio alla loro eccessiva stagionatura.

 

Filipiéi non era solo fabbricante di burcié, lo vediamo anche garzone da sabéè, bottaio, persino sulle colline del nicese, dove imparerà la tecnica per anmas-cié, legare, le spesse assi delle navåsi o cåsi, bigonce, collinari, facendo una incröunå, una scannellatura, a V su un asse con foro all’estremo, un semplice foro nell’altro, ed infilando poi un grosso chiodo. Utilizzerà questa tecnica nei suoi burcié, anche se non disdegnerà la tecnica usuale, quella di legare le assi con bié, cilindretti di legno duro inseriti tra asse ed asse. Più che ottantenne, scomparso l’ultimo sabéè della vasta zona tra Tortona e Canelli, quello di Cantalupo, rimanendo in provincia solo quello di Silvano d’Orba, era richiesto di riparazioni di botti. Ne avrebbe anche costruite, se gli avessero procurato le assi.

Tra il 1912 ed il 1913, fanciutöu, ragazzone, eccolo garzone tra i primi operai alla costruzione dell’impianto elettrico di Castellazzo, con la linea ad alta tensione condotta dalla sottostazione elettrica di Cantalupo, oltre Bormida, dove l’elettricità era giunta da Alessandria.[12]

Ragazzotto, Filipiéi u Lu viene assunto come garzone da due tagliaboschi castellazzesi. Ma già il primo giorno capì che “non avevano occhio”, perdevano tempo, erano dei semplici omi, manovali. Siccome per contratto occorreva sradicare completamente il pioppo ed eliminare ceppaia e radici, era necessario scavare una grande trincea circolare attorno la base del pioppo. I compagni prima scavano il fosso intorno e poi tagliavano le radici, lavoro lunghissimo che al Nostro non garbava. Allora già al primo giorno prese a studiare il lavoro mettendo a punto un sistema assai più efficace e sbrigativo. Il giorno dopo mollò i compagni padroni, si mise da solo a scavare un tratto di fosso sufficientemente grande da potervi tagliare le radici. Dopo averle tagliate, scavava un secondo tratto con la terra estratta da questo gettata facilmente nel primo, e così via, girando in torno a settori circolari. Alla fine della giornata aveva fatto più lavoro di quello realizzato dai due compagni, più forti, anziani e ben esperti del mestiere. I compagni padroni finsero piccola meraviglia per aumentagli poco la paga. Ma anche se gli avesse aumentato di molto il salario, Filipiéi non sarebbe stato al gioco, era lui che aveva inventato la nuova tecnica ed erano loro che avrebbero dovuto fargli da garzone, ora. Rise dell’aumento proposto per quanto notevole, li piantò in asso e si mise per conto proprio.

Ma vediamo Filipiéi u Lu ad altri lavori, come spaccar legna, di cui conosceva tutte le vene, i segreti, secondo i tipi e le qualità. Mi ha colpito come conoscesse pure l’olivo, da noi inusuale, che assicurava essere un legno assai facile da spaccare nonostante i nodi, i groppi e le vene contorte che impressionano chi non è del mestiere.

Lo vediamo, infine, garzone da muratore, ma già quasi giovanotto immediatamente dopo la I guerra mondiale. Castellazzo era il paese dei muratori e degli ortolani, ed in parte lo è ancora. Allora, per un giovane castellazzese senza terre da coltivare, approdare tra i muratori era una tappa quasi forzata a meno non volesse restare bracciante o famiglio tutta la vita.

So come divenne miéådué d’péimå, muratore abile ad eseguire qualsiasi lavoro. Si stava lavorando intorno al 1921 ad una casa importante, quella dell’impresario edile Gigliàu Dujuó, Giuliano Doglioli, tuttora esistente, nel suo bel paramano, in via beato Maria Grassi, un mio prozio dalla parte di mia madre che tra poco sarà santificato, da almeno due decenni m’assicurano. Mio nonno venne a casa dicendo che c’era un garzone che aveva una bella mano, Filipiéi u Lu, e che nel pomeriggio “u l’avéàiså bità sutå”, lo avrebbe fatto lavorare ad erigere muri con la cazzuola, l’avrebbe bità suta a éå miéåjå, messo sotto a costruire il muro, cioè l’avrebbe promosso a far lavori da miéadué d’péimå. Non gli disse molto, gli disse solo di tornare il pomeriggio con una cazzuola. Era promosso, non era più manovale, Filipiéi toccò il cielo con un dito. Allo stacco di mezzogiorno corse dal ferramenta e comperò la sua prima cazzuola, era diventato muratore ! Conosco la storia nella versione di Filipiéi u Lu e di mia madre, indipendenti tra di loro.

Resterà “ufficialmente” muratore per il resto della vita, ma sarà pure pescatore, anche fabbricante di burcié e, soprattutto, uomo del fiume.

Alla fine degli anni ’50 si ruppe una gamba sul lavoro, muratore alla Rampina, frazioncina di Castellazzo oltre Bormida presso Cantalupo. Era una brutta frattura, la guarigione fu assai lunga e per la riabilitazione dell’arto passò un lungo periodo in un istituto apposito nel cuneese, di cui serbava meravigliati ricordi, specie delle piscine riabilitanti. Fu riconosciuto seminvalido, non volle la liquidazione infortunistica, si fece furbo, richiese la pensione d’invalidità. In seguito questa pensione gli permise di rimpolpare un poco la pensione lavorativa incompleta per via dei versamenti discontinui perché, pur essendo muratore, passava molto tempo sul fiume. Terminerà la carriera di muratore ad Albenga assunto formalmente nella piccola impresa edile del figlio Carlo (Carliéi u Lu), incamminata anche da lui, e che lavorerà negli anni ’60 per parecchio in quel luogo della Riviera a costruire palazzotti.

Decano muratore? Macché! Lavorare stanca, dice il poeta, ed il mestiere del muratore è di quelli che stancano di più. Più che muratore, ad Albenga sarà cuoco ed economo culinario dell’impresa, ultima sua trasformazione camaleontesca lavorativa. Era un fatale declassamento ? Macchè, forse era il lavoro che più lo aveva affascinato col veder dipendere da lui gli uomini affamati che attendevano i suoi nuovi prodigi. Di questa ultima sua attività lavorativa ufficiale, con tanto di marchette, n’era fiero, come dei suoi minestroni, dei suoi fritti di pesce di mare, delle zuppe di pesce. Anche in questo campo aveva dovuto partir da zero o quasi e sino alla fine non aveva smesso di studiare, imparare, copiando, se non sfrosando tanto per cambiare, ricette, ingredienti, erbette e nuovi sapori tra la gente e la cultura culinaria popolare della Riviera. A distanza di anni raccontava con orgoglio professionale i suoi complicati richiestissimi minestroni, frutto d’incrocio di culture culinarie diverse, la sua e quella del Ponente. Purtroppo le erbe nuove avevano solo nomi liguri e da noi non si ritrovavano. Resteranno per sempre un mistero, forse un altro segreto di bottega, l’ultimo.

Ma ad Albenga non apprese solo a fare il cuoco, ié cuíinié.  Lì, osservando l’impresa al lavoro, imparerà nuove tecniche edili, come le travi rovesce, essendo le fondazioni infide nelle sabbie della piana d’Albenga, lungo l’Arroscia, che veniva cementificata. Lì girò per i celebri orti albenghesi imparando a coltivare gli asparagi, i cardi, i carciofi, certe primizie sforzate sotto serra, certe erbe locali di cui strappava segreti e virtù, ora come sappiamo cuoco, ma da tentare di coltivare in seguito nell’orto della sua baracca alla Bormida.

Lì, sull’Arroscia, alla periferia d’Albenga, vide anatre ed oche in gran quantità. Questi uccelli lo stupivano perchè vivevano tranquilli indisturbati nella zona urbanizzata del fiume, dove giunge la marea, quando da noi era rarissimi. Essi sono ritornate anche da noi negli anni ’80, abbondanti almeno le anatre, per l’ultimo degrado ambientale, specialmente in zone urbanizzate lungo i fiumi, dove organizzano, sotto i ponti cittadini, colonie che assomigliano a pollai.

Naturalmente Filipiéi u Lu ad Albenga portò spaéavié, sparviere, la rete  conica da lancio che lì non usavano destando meraviglia,  per la pesca dei pesci in movimento sull’Arroscia tra mare e fiume.

 

Alcuni dei suoi lavori da muratore sono emblematici.

Lavorò per un paio di anni in un’impresa castellazzese che aveva appalti alla manutenzione ordinaria all’ACNA di Cengio. Lì si fermava, tornando ai fine settimana. L’ACNA era un grande mistero, e non solo per lui! Non si sapeva nulla di quello che succedeva dentro, non si sapeva come e quanto fosse tossica, i tecnici erano rassicuranti. Ricordava come in certi reparti facessero loro bere un litro di latte al giorno. Una volta, lavorando senza protezioni in un capannone tenuto come in isolamento in cui il fetore era insopportabile, fu intossicato assieme ai compagni, con vomito, eritemi, sfoghi della pelle, nausee e dolori di capo. Curati con latte e messi a riposo, dopo un paio di giorni si erano rimessi. In un altro reparto, dove non si poteva respirare, si rifiutarono di entrare nonostante l’opera di convincimento dei tecnici ACNA. Furono date loro tute e maschere ma, nonostante questa precauzione, non erano tranquilli, lavoravano con l’angoscia.

Cengio era pur sempre sulla Bormida. Uomo di fiume, il Nostro portò dietro le reti. Staccato dal lavoro, nella notte, risalito il fiume dove era pulito, lanciava lo sparavié o gettava téamåÈ, tremagli, usando gente del posto, dove si era del tutto incapaci di pesche professionistiche, come guide e garzoni.

Le pesche cengesi e della zona gli fecero conoscere anche le sorgenti, le derive in alto della Bormida, le dighe, le loro aperture regolari e le conseguenti ondate settimanali di piccola crescita del fiume giù dalle nostre parti che agli altri uomini del fiume parevano fatti misteriosi. E, data la vicinanza di pochi chilometri, conosceva anche l’alta valle Belbo. E’ stato l’unico uomo della Bormida, forse nella storia, ad avere questa conoscenza, questa visione del fiume dalle sorgenti, o quasi, alla foce in Tanaro.

Un altro episodio lavorativo è emblematico per altri motivi. Si stava lavorando in un’impresa castellazzese, lui ragazzo e garzone, ad Acqui alla Bruzzone, la fabbrica di vermouth. Il muratore da cui  dipendeva gli mostrò, dal ponteggio, il muro di un capannone industriale mentre veniva eretto da un’impresa forestiera, ingiungendogli di non dire nulla. Era fuóéå piöunb, non era verticale. Il muro in costruzione crollò il giorno dopo addosso ai muratori sul ponteggio, con diversi feriti, forse un morto, gli pareva. Filipiéi u Lu raccontava questo episodio per mostrare come e quali erano i tempi, la gente di allora, “l’ignoranza”. Piuttosto che dare un consiglio gratuito ed insegnare il mestiere a concorrenti, si preferivano i disastri.

Altro che insegnare il mestiere ai garzoni! diceva irato. Non capivamo nemmeno cosa dicessero, parlavano gergo!

Lui, naturalmente, imparò il gergo dei muratori, e fu mio informatore gergale. L’altro gergo dei muratori, éå castigiå, parlato solo dai muratori più anziani, come i miei nonni materno e paterno, non lo capì mai se non qualche parola qua e là.

Posso però immaginare che Filipiéi coi garzoni non solo non fosse tenero e che fosse delle stessa pasta dei vecchi muratori che criticava, dalla mancanza di spiegazioni e dagli insulti rivolti a me, già trentenne, quando lo aiutavo a costruire burchielli, o quando imparavo a portarli, come durante lavori da uomo del fiume lungo l’alveo e le sponde, come nell’orto della baracca. Potevo capire cosa voleva dire essere garzone ai suoi tempi, ci si sente meno che niente.

 

Filipiéi u Lu, quand’era epoca di pesca, si licenziava e si metteva al fiume, non c’era più nessun lavoro che tenesse, nessun padrone a dissuaderlo. Al tempo della fregola, in successione vi era la pesca in Tanaro, poi sull’Orba, poi nella Bormida. Sull’Orba aveva una sua vål, lo spazio ad acque profonde tra due ravöíi, tra due rapide, tra Silvano d’Orba e Predosa. Negli anni ’30, questa vål da sola, e nei soli tre giorni e tre notti della risalita primaverile del pesce in cui non chiudeva occhio, gli fruttava in media una trentina di quintali di pesce, una follia per i nostri tempi in cui una banda di bracconieri può pescarne alcune decine di chili in annate eccezionali. Stendeva téa cadàini d’téamåÈ, tre tremagli, chiudendo poco alla volta la “valle”. Un garzone del posto lo aiutava, ma lui spesso non riusciva a mangiare e persino a bere per un giorno intero. Alla mattina ancora notte il pesce era già s’un carro frigo ferroviario caricato a Predosa, con tanto di ghiaccio non so dove preso, probabilmente giunto da Ovada già caricato sul carro. Ma non solo, nella mattinata era già commercializzato, da un suo collegato o rivenditore, sul mercato di Torino, a Portåpålås, Portapalazzo. Un miracolo d’organizzazione tecnologica e commerciale per quei tempi, quando i contadini portavano ancora i prodotti al mercato col carro trainato dal cavallo se non a basto di mulo, e che continua a meravigliare anche ora pur di fronte a sistemi di commercializzazione del pesce fresco. Mi riferisco in particolare a quelli del pesce azzurro dell’Adriatico, incomparabilmente più attrezzati, basati su autocarri velocissimi, autostrade, fax, computer, internet, e-mail, ed altre diavolerie a cui poco alla volta ci s’abitua sino a diventare cose banali, sorpassate dalla successiva diavoleria destinata a banalizzarsi anch’essa con rapidità sempre meno stupefacente.

Dunque non correva solo dietro al progresso, Filipiéi, lo usava pure e lo sfruttava. Rimpiangeva di non aver preso la patente tainp d’istå gueéå, tempo di questa guerra, durante la II guerra mondiale. Con un’auto e coi traffici che a cavallo del fiume conosceva, si sarebbe arricchito, assicurava. Invece doveva dipendere dalla canna della sua bicicletta, dalla spalla, dall’andè a pauliéi, dall’andare a piedi nel gergo dei muratori, da altri autisti.

La usuale pesca tra Predosa e Silvano era un segno evidente, per Filipiéi u Lu, di come, quando non vi erano pescatori dilettanti e la pesca era professionistica, il fiume fosse ricchissimo, rendesse. Filipiéi u Lu non aveva la visione ecologica, e prima ancora naturalistica, del delicato ed indissolubile legame tra acque, vegetazione ripariale e degli ambiti fluviali, tra ittiofauna, flora acquatica ed animali e vegetali esterni alle acque, per l’arricchimento dell’ittiofauna.  D’altronde questa visione l’hanno in ben pochi, specie e purtroppo  tra i tecnici del settore, per cui il fiume è visto solo come un corpo idrico a sè stante, un canale che si ostina a non voler essere canale e lotta per ridiventare fiume quando è canalizzato.

Filipiéi si stupiva sempre di come, dopo l’ultima guerra, fossero scomparsi i curnåc cui nai, le cornacchie nere, ed al loro posto fossero comparsi i curnåc cui géií, quelle grigie. Le cornacchie nere erano una enormità, riempivano i cieli e coprivano le campagne innevate col loro nero. Ad esse si dava la caccia col noígometro, la polenta nel gergo dei muratori castellazzesi, avvelenata con stricnina. Mangiavano il boccone, si alzavano in volo, cadevano al suolo fulminate, se ne raccoglievano sacchi. Però, se cadevano col becco aperto, osservava favolosamente, la neve ingurgitata le salvava dall’avvelenamento e si riprendevano come se nulla fosse stato. Per lui la sostituzione della cornacchia nera con la grigia era un fatto inspiegabile, non la metteva in relazione con l’immenso degrado ambientale varato con la ricostruzione post bellica[13].

Filipiéi u Lu conosceva invece assai bene le interazioni tra falda freatica e fiume, per via della scomparsa delle suríis, fontane o sorgenti, messe a nudo dall’erosione fluviale, l’abbassamento delle acque fluviali e la scomparsa od abbassamento della prima falda acquifera. Tuttavia avrebbe dovuto mettere in relazione l’impoverimento ittico con la rarefazione delle uova, deposte in acqua dagli insetti dell’ambiente fluviale, e poi delle larve ed  imago conseguenti, cibo di tanti pesci in una catene alimentare continua. Non gli si può certo rimproverare questi limiti, dato la sua povera base culturale scientifica. Ma la sua cultura non era povera, solo che non aveva basi scientifiche. Tutto sommato rispecchiava quella del suo ceto e classe, riflesso della modesta base scientifica propria della quasi totalità della cultura scientifica d’ogni livello, classe e ceto sociale, anche odierni, salvo, naturalmente, gli addetti ai lavori, e qualche amatore preso per un imbecille. Per dire, per Filipiéi u Lu, e per gente della sua generazione o di quelle epoche, come mia madre, i vermi nascono dalla terra, dalle sostanze in putrefazioni, ed i vermi del formaggio nascono non da mosche, ma dal formaggio stesso.

La colpa dell’impoverimento ittico dei fiumi non era dovuto, secondo lui, all’impoverimento generale dell’ambiente con lo sviluppo nel secondo dopoguerra, ed all’inquinamento delle acque in particolare, ma alla pesca dei dilettanti che, avanti la II guerra mondiale non esistevano. Il suo odio verso la FIPS, la Federazione Italiana della Pesca Sportiva, era viscerale. Lui, esclamava, era l’unico pescatore professionista della provincia, e con tanto di licenza! “Tàinp d’istå guerå”, durante l’ultima guerra, aveva persino lasciapassare e permessi tedeschi di pesca. Poteva pescare di notte in Tanaro anche sotto la Cittadella ad Alessandria, mentre le sentinelle sul ponte gridavano, tra di loro, “Fischer, Fischer !”, pescatore, pescatore !, dato lo conoscevano. Secondo chi scrive, che ha  svolto un grosso studio sul periodo partigiano della  zona, era un bel rischio, si sparava per molto meno.

Siccome nei vari luoghi rivieraschi di pescatori con licenza non ve n’erano, lui entrava in compagnie di pesche di Tanaro, ed anche Po, faceva passare come suoi dipendenti i pescatori locali e, quasi obiquo, lavorando per un paio di mesi con accanimento, poteva pescare per tutta la parte centro orientale della provincia. Conosceva così altri tipi di pesche, altri pesci, altre forme di burcié, altri lupi di fiume come lui, e lui era u Lu.

Ma liberata l’Italia, e lui, come vedremo, aveva dato il suo contributo, ié guvern, il nuovo stato, gli tolse la licenza di pesca professionistica che era u so pàu, il suo pane, imprecava esagerando. Le scartoffie lo irritavano ed intimidivano, alla fine lasciò perdere, esaurito, sconfitto, stufo di fare inutili ricorsi che avevano mobilitato ed asciugato le sue conoscenze politiche, molte delle quali fresche del periodo partigiano. Abbandonò il progetto di scendere a Roma, dove sapeva di dissipare la sua grande energia dirompente, buona solo per fiumi, campagne e cantieri, tra corridoi, anticamere, uffici e palazzi, conscio di farsi infinocchiare dal mostro gorgonesco della burocrazia, di cui non riusciva a vedere capo o coda, o solo una forma.

Se  non era l’inquinamento e l’industrializzazione a distruggere il pesce, ma la pesca sportiva, Filipiéi u Lu  ricordava però la novità del primo grande inquinamento della Bormida, tutto il pesce morto a pancia in su nel maggio del 1915, centinaia e centinaia di quintali. Ne recuperarono un poco ma non lo si riusciva a piazzare. Si parlava, e si parla ancora, di iprite, il gas delle trincee, data la produzione bellica ACNA. Ma chissà cosa fosse tra i mille intrugli velenosi dell’ACNA[14].

Negli anni ‘30, o ’50, non ricordava più bene dando coloriture bibliche ad un inquinamento oramai già ultracentenario, durante una pesca notturna sulla Bormida col burcié, arrivò un fetore improvviso ACNA, la gola fu attaccata da gas, gli occhi bruciavano, si cadde in asfissia riuscendo a ricuperare le rive a stento. I suoi due compagni dovettero mettersi a letto, stettero male per tre giorni curati dal medico, lui se la cavò con minor danno.

Durante il grande vergognoso statalizzato e pubblico inquinamento della Bormida degli anni ’60 , ’70 ed ’80, quando il fiume era nauseabondo e nero come inchiostro, delle volte rosso o marrone ramato[15], Filipiéi u Lu riusciva spesso a non vederlo. Ancora nel 1978, ricordo con precisione, di fronte ad una Bormida assolutamente nera con trasparenza dell’acqua non superiore a 5-6 cm misurati, giungeva a dire che si trattava del colore del fondo, mentre del fetore chimico riusciva a dire che era solo spiså d’nitå, odore del limo, casomai dando la colpa alla sua storica mancanza di olfatto.  Questo non vedere e non sentire l’inquinamento e la degradazione fluviale, era poi tipico di tutti i pescatori, dilettanti e della domenica, come dei vecchi del fiume. Non posso fare a meno di collegare questa cecità al classico marito tradito, e consapevole, il quale riesce a non credere alle infedeltà della moglie di pubblico dominio. Piuttosto che ammettere che il pesce pescato o da pescare fosse inquinato, Filipiéi giungeva a minimizzare l’ACNA se non ad ignorarla. Eppure alla fine, nella seconda metà degli anni ’80, davanti alla nuova lotta contro l’ACNA, finalmente uscita dall’alta valle e diffusasi pure nella bassa e per le Langhe, mise in cantiere una forte sensibilità verso l’ambiente, sensibilità dovuta ad una maturazione generale nella visione delle cose. Allora prese a scagliarsi contro l’industria, il progresso, l’agricoltura chimica, che stavano (e stanno) rovinando il mondo. Poco si salvava del progresso che l’aveva tradito, forse solo le meraviglie dei viaggi spaziali, le frontiere sempre abbattute della chirurgia e della medicina che lo affascinavano col loro montare a smontare uomini allungando la vita di chi, ai suoi tempi ma anche appena prima della nuova scoperta chirurgica, sarebbe immancabilmente morto o rimasto disgraziato.

La pesca tradizionale usuale al pesce grosso era ed è col téamåÈ, col tremaglio, al pesce piccolo  col bartavié, bertovello, tutte pesche da fare col burcié.

Raramente Filipiéi usava ié céivié, la bilancia, non era da lui. Però delle volte faceva questa pesca proprio per essere in compagnia con altri pescatori che lo cercavano per via del burchiello. In genere il pescatore con la bilancia usa le reti più grandi possibili nella convinzione di catturare più pesce. Il Nostro utilizzava invece un bilancino piccolissimo per fare meno fatica, e solo da bordo del burcié, non pedonando lungo le rive come fanno usualmente i pescatori con la bilancia immergendosi nelle acque sino alla coscia. Faceva ridere i compagni col suo bilancino, i quali poi dovevano ridere di sè stessi visti i risultati della  pesca e la spaventosa fatica fatta.

Filipiéi maneggiava éå floså, la fiocina, nella notte sulle ravöíi al riverbero della lampada a carburo.

Era maestro nel lancio dello spaéavié, ricercato da gruppi di pescatori di sfroso che lo trasportavano anche distantissimo su Tanaro, Orba, Stura di Ovada, per ogni dove vi fosse una råvöíå con uno stéacuém buono, che è il rigonfiamento delle acque prima della caduta. Naturalmente, la canna non l’ha mai usata, una pesca che avanti l’ultima guerra in Bormida non s’era mai vista.

Pescare sul ghiaccio non l’ho mai visto, la Bormida non ghiaccia quasi più vuoi per il riscaldamento del clima, vuoi per l’abbassamento del punto crioscopico delle acque per l’inquinamento, ritengo.

Non l’ho nemmeno visto pescare con lo sparviere, non interessato io alle puntate delle pesche di sfroso ed odiando il saccheggio del fiume.

Di altre pesche non più praticate mi son fatto narrare, come la pesca an cun u stué, con la stuoia, o facendo piíi, dighe di graticciato, o con éå tràinå, la gigantesca rete a sacco trascinata che, ancora agli inizi degli anni ’80 usava per svuotare laghetti di privati, naturalmente su loro richiesta o concessione.

Di pesche in uso altrove in Tanaro o Po, che lui ha visto o fatto, mi ha narrato.

Da giovane ha usato lo zolfo, lo si gettava ant’i fundöu, dove il fiume è fondo. Il pesce non moriva, saliva a galla accecato diceva, anche se la sua spiegazione, popolarmente diffusa, è poco credibile, e lo si coglieva sulle ravöíi col guadino o la navuså, la rete a sacco con imboccatura emisferica usata propriamente per catturare i pesci grossi stanati dalle loro tane sottoripa. Il resto del pesce si salvava secondo lui e secondo tutti, e questa pesca la si poteva fare perchè il fiume era ricchissimo, diceva. Come tutti i pescatori professionisti non ha mai usato le bombe che ammazzano dai grossi pesci agli avannotti.

Con le mani forse pescò da ragazzo, come d’altronde chi scrive.

Grazie a lui, sulle pesche nella cultura popolare della zona ho una esauriente studio in corso di pubblicazione.

Però una “pesca” non riuscì a farla. Era il 13 agosto 1935. Era crollata la diga di Molare sull’Orba. Quel giorno stava lavorando muratore in Alessandria. Erano giunte voci che l’Orba era in alluvione, le aveva prese per una presa in giro, con tutto il sole che c’era. La barzelletta. Nel tardo pomeriggio, di ritorno col treno, vide dal ponte della ferrovia, ad un paio di chilometri a monte dell’inbuch, la Bormida in piena ma rinculante. Si precipitò al fiume ma recuperò quasi nulla, il meglio lo avevano già preso quelli restati a casa. Il fiume portava in molle corrente in risalita ogni cosa, te la lasciava tra le braccia A cinquant’anni di distanza ricordava con rimpianto una grossa botte piena di vino pregiato recuperata da altri, marcata dai recuperatori e lasciata soprariva.

Ho introdotto il discorso sul recupero di oggetti fluitati dal fiume nelle piene e recuperati, oggetti che oramai non sono più di nessuno a meno non abbiano marchi o segni di proprietà evidenti. I vecchi lupi del fiume recuperavano dai flutti tutto quello che potevano. Poi, calmatesi le acque, ricercavano per rive ed alvei abbandonati riattivati dalla piena oggetti di ogni tipo depositati. In genere i lupi del fiume sapevano assai bene i luoghi in cui le correnti sarebbero morte sedimentando gli oggetti, la ricerca non era difficile. Io stesso, dopo la grande alluvione del 7 novembre 1977, con Filipiéi u Lu ricuperai varie cose, tra cui una pregevole scala doppia in legno, una carretta parmigiana di legno in perfetto stato di conservazione di cui sapevo persino la provenienza, varie padelle e pentole, ricordo pure inå niuéå, un innaffiatoio, in plastica che ho usato sino a pochi anni orsono, oltre ad oggetti della stessa baracca del Lupo che era stata alluvvionata. Questi recuperi non erano affatto uno sfroso, erano una delle tante attività legate al fiume, regolamentate da leggi consuetudinarie. Se gli oggetti erano marcati dovevano essere denunciati in municipio e se il proprietario li riprendeva al recuperatore spettava, e credo spetti ancora ora,  una percentuale del 10% sul valore dell’oggetto. Filipiéi u Lu recuperò al fiume tonnellate e tonnellate di ogni tipo di cose. Ricordo solo alcuni burcié, resi, ed un carro da cavalli, un carro a due ruote per intenderci, di un particolare di Borgoratto, un paesino dall’altra parte del fiume poco a monte della sua baracca, sorpreso da una piena col carro in una bassa. Recuperarlo fu in’impresa. Prima si smontarono le ruote trasportate alla baracca sul burchiello a parte. Poi si trascinò il corpo del carro sulla sua riva, e di lì lo si caricò sul burchiello. Si navigò e risalì la Bormida colle acque radenti i bordi delle sponde, in un precario quanto assurdo equilibrio, dato che i burchielli hanno fondo piatto e, se s’inclinano troppo lateralmente, imbarcano acqua e si capovolgono.

Ma questo era il meno, dopotutto un lavoro da uomo del fiume. L’impresa maggiore non fu il recupero del carro, ricordava, quanto quello della percentuale di premio! Occorsero due anni di discussioni, testimoni, campieri, sopralluoghi. Allora, siamo tra gli anni ’20 e ‘30, vi era  forte crisi nelle campagne, il danaro non circolava, i particolari erano in debiti, qualcuno fallì, come il proprietario della cascina Baéoså, Barozzi, che è proprio nella zona dove il carro era stato ghermito dalle acque. La aggiustarono con duecento lire, meno di quello che spettava, e il fatto non riusciva a mandarlo giù nemmeno a sessant’anni di distanza.

 

Filipiéi u Lu conosceva tutti i pesci della Bormida e dell’Orba, anche dei tratti molto in alto come i pesci di Tanaro e Po e del reticolo degli affluenti della zona. Ricordava, con una precisione assurda da ricercatore scientifico, nei dettagli morfologici, nella consistenza e nel sapore, anche quelli visti da ragazzo e poi più trovati. Si lamentava della scomparsa di tanti pesci, come ié cipi (agone, Alosa fallax). Queste da quando non potevano più risalire il Po dopo la costruzione della diga di Piacenza a metà degli anni ’50, credeva come tutti, mentre io credo invece che, siccome altri pesci risalgono Po ancora ora, l’agone sia scomparso perchè troppo sensibile all’inquinamento generale del bacino idrografico padano. Era il pesce tipico delle risaie, scomparso anche da esse inevitabilmente coi diserbi. Alla risalita del pesce di maggio talora si andava al fiume di notte per ascoltare se vi erano cipi perché, dai loro sciami, emerge un caratteristico verso da cui il nome onomatopeico. Ancora quando io frequentavo il fiume la notte, diciamo nella seconda metà degli anni ’70, s’era sempre messi in allarme da qualcuno che le udiva, visioni acustiche, oramai.

Filipiéi sapeva le varianti dei pesci, conosceva gli ultimissimi arrivati, giunti con le follie del ripopolamento ufficiale della pesca dilettantistica, od a causa di irresponsabili che inseminano i nostri fiumi di avannotti di pesce esotico o lo lasciano fuggire da vasche d’allevamento private, non ultimi gli indesiderati siluri i quali, poveracci, devono recitare il ruolo acquatico di un nuovo lupo, e per questo giustiziati ed esibiti sui fogli locali come prede di una guerra contro natura e contro la Natura.

Però la sua conoscenza ittica non andava oltre la sua generazione, ed in parte quella di suo padre, essendo la memoria popolare orale assai corta. Infatti non sapeva che i pös gåt, i pesci gatto, erano giunti da noi solo alla fine del secolo scorso, li credeva nostrani, come  ié reginöti che, come lui sapeva, sono una variante variopinta ed iridescente  dié pös persu, del pesce persico, e del pesce persico stesso, come probabilmente deve essere.

Filipiéi u Lu conosceva il tratto di Bormida castellazzese dove si rinvenivano gli anacronistici gamberi fluviali (Astacus fluviatilis) che, al di là di ogni legge  naturale od artificiale, continuavano a sopravvivere negli anni ’80 nonostante lo spaventoso inquinamento proprio quando sono considerati delicatissimi indicatori biologici. Metteva in relazione la loro presenza con lo sfociare nella Bormida di un torrentello ad acque perenni, limpide e fredde perché di falda, il Chisone, passante a monte di Borgoratto.

Con lui, alla fine degli anni ’70, ho dato la caccia per due anni, io naturalmente solo per il riscontro, ad una lìdé, lontra, che gli forava le reti. Non sono mai riuscito ad avvistarla, nemmeno a vederne le impronte sul limo delle basse rive. Cercai inutilmente le impronte sulla neve e sul ghiaccio quando, nel gennaio 1978, dopo decenni, ghiacciò tutta la Bormida, ed era tutto un ghiaccio e neve ghiacciata. Per me non esisteva, ed allora discussioni accalorate perché se non era la lontra cosa era a bucargli le reti? La lontra era il suo nemico naturale numero uno, quello che gli toglieva il pesce dalle reti. L’ultima la fiocinò nel 1936, al tempo della guerra d’Africa o giù di lì. Di certo se, nel 1978 prendeva quella lontra, non sarei riuscito a salvarla.

E di nuovo grazie a lui ho fatto uno studio accurato sull’ittiofauna della zona.

Quando nella prima metà degli anni ’50, dopo le alluvioni del novembre 1951 e le due consecutive dell’ottobre del 1952, presero a cementare con péis, prismi di cemento, vasti tratti delle rive della Bormida creando ié  péií, le prismate, assieme ai neologismi italiani da cui sono derivati quelli dialettali, lui fu assoldato per il trasporto e la gettata dei prismi sottoripa. Costruì allora un apposito burcié di alto bordo, corto e tozzo, adatto per il quel tipo di carico.  Lavorò un’estate con un aiutante caricando un prisma alla volta, trasportandolo sul luogo dell’annegamento, rovesciandolo sottoripa, rischiando ad ogni gettata di péis il ribaltamento. Ma vi era il guadagno, era l’unico che potesse fare quell’ope-razione, non aveva concorrenti e l’impresa, mancando attrezzature moderne, tanto che il trasporto dei prismi avveniva impiantando lungo le rive ferrovie a scartamemto ridottissimo per i vagonetti ribaltabili da miniera mossi, in genere, a mano, risparmiava.

Conosceva tutte le prismate e le difese anteriori, anche quelle in sola terra del secolo precedente da tempo scomparse, come il loro funzionamento ed i loro limiti. Io sono geologo ed avevo trovato su un manuale tecnico la fotografia di una strana difesa delle rive proprio nella Bormida castellazzese. Fu Filipiéi che me la rintracciò dopo la mia sommaria descrizione, regalandomi particolari di costruzioni e date mancanti sul testo[16].

Un altro lavoro legato al fiume era assai particolare. A sei sette metri dalla superficie, nel sottosuolo della valle di esondazione della Bormida[17], vi sono tronchi semifossili, perfettamente conservati di olmo, privi di radici, dunque sradicati, ma usualmente con la corteccia. Si tratta di una vasta area di terreni pre olocenici che ingloba anche l’abitato di Castellazzo. Spesso un tronco viene messo a nudo dall’erosione fluviale ed allora può essere facilmente recuperato. Si tratta talora di lavori delle volte ciclopici data la mole dei tronchi[18].

Per il recupero dei tronchi interrati nell’alveo e nelle rive fluviali dapprima occorreva ívinculèi, liberarli, completamente dall’interramento, districandoli dalla ghiaia e terra con lavori di scavo. Il lavoro più facile era tagliare e spaccare i tronchi sul posto e portare la legna sopra riva. Ma il lavoro era lungo e c’era il rischio che una piena, anche modesta, portasse via il tronco liberato dai sedimenti. Quindi occorreva trasportare subito il tronco intero soprariva. Per questo fine si realizzava un torc, un verricello, ad asse verticale d’acciaio infisso nel terreno sopra la riva, attorno a cui si avvolgeva una grossa fune od un cavo d’acciaio. Legato il tronco col cavo, si agiva in due o tre lentamente e faticosamente sul verricello, ed il tronco, pesante anche oltre cento quintali, poco alla volta saliva sul piano. L’impresa talora richiedeva vari giorni di fatica.

Alcuni tronchi sono stati recuperati dall’alveo ancora negli anni ’70 ed all’inizio degli ’80, utilizzando in questi casi grossi trattori di contadini amici, trainanti da sopra riva con le ridotte. Uno non era d’olmo, ma era una singolare öngnå, ontano, lunga una ventina di metri, col diametro di base di circa un metro, il cui tronco saliva ad elicoide. Il legno era bianco latte e durissimo, mentre quello dell’ontano, come si sa, è rossiccio e “molle” tanto che era il legno usato per far zoccole e sucéöu, gli zoccoloni con la suola di legno, mentre ora si usa salice se non pioppo. I vecchi del fiume  spiegarono che era un ontano di ghiaione fluviale che non ho più avuto occasione di osservare né semifossile né vivo. 

Col nostro secolo il fiume divenne anche svago. I fiumi presero ad essere frequentati da moderni bagnanti con gli inizi del ‘900, mi raccontarono vecchi più vecchi di Filipiéi u Lu portati bambini assai piccoli. Vi andavano pure donne della borghesia paesana, con lunghe biàudi, vesti, da bagno. Al fiume ci si lavava, al sabato molti andavano al fiume con sapone ed asciugamano, si faceva il bagno del sabato. Mia madre ragazzina vi andava, io pure vi andavo ogni tanto tra gli anni ’50 e ’60 un po’ per sfizio, allora non vi erano ancora le moderne “comodità” portate dalla diffusione del benessere col BOOM.

Con gli anni ’20 il fiume iniziò ad essere frequentato da allegre comitive maschili ma anche femminili o miste di giovani, i tempi stavano cambiando. Filipiéi u Lu ebbe un’idea, una delle sue idee dedicate al guadagno. Nell’estate del 1936 trasformò la sua prima baracca, tra Amsanöt ed Iíéötå, tra le regioni Mezzanello ed Isoletta, in luogo di svago in grande stile. Aveva organizzato una pista da ballo, una trattoria campagnola, aveva impiantato un rustico trampolino di tuffi all’avanguardia per i tempi, presso la baracca. L’orchestra più meno improvvisata vedeva suonatori del posto, chitarra, fisarmonica, violino, mandolino. Aveva fatto tutto lui, dalla pista da ballo, ai tavolini ed alle sedie ripiegabili inventando soluzioni tecniche originali. Le sedie erano ancora in uso, un miracolo di artigianato, prima che l’incendio dell’ultima sua baracca, agli inizi degli anni ’90, le mandasse in fumo.

In quell’estate del 1936 la domenica alla baracca era una grande festa che attirava centinaia di giovani di Castellazzo, ma anche della zona. Quelle domeniche sono ancora ora ricordate con rimpianto. Ma il 5 luglio 1936, il giorno della festa déå Madonå, della Madonnina della Creta, ora anche dei Centauri, in quel tratto di Bormida annegò Chetu Verdöu, Giacomo Francesco Verdone. Aveva vent’anni, era muratore[19]. Filipiéi u Lu recuperò il corpo, il ballo si sfece, quel luogo divenne tragico, la baracca fu abbandonata dai festanti. Filipiéi u Lu ci rimise fatiche e danari, passando quasi come responsabile dell’annegamento, o perlomeno come causa prima dell’avverso fato, anche se questo lui non lo sapeva, nessuno doveva averglielo mai detto in faccia.

Per lunghi periodi, negli anni ’30, la baracca divenne la sua casa, viveva con la moglie ed i figli piccoli. Era “padrone” della zona. Giunse persino a lasciar liberi i conigli lungo le rive, mangiavano da soli e non gli costavano nulla e lui, in ogni caso, li riprendeva al momento opportuno coi lacci collocati davanti l’imboccatura delle tane come sapeva fare. Insegnò anche a me a mettere lacci per scujåtul e lipuéi, scoiattoli e puzzole, naturalmente pro forma, per finta, ed a seguire con la fantasia i loro sentieri, dal momento che le puzzole sono da decenni scomparse e gli scoiattoli rarissimi, dati per estinti da chi non frequenta fiumi e le poche zone “selvagge”. Purtroppo usualmente non incontro più se non scoiattoli rossi, gli invasori americani, che hanno soppiantato negli ultimi decenni i nostrani grigi, dopo che dementi possessori li han lasciati liberi nel torinese. Scoiattoli, puzzole, ma anche tiépöu, talpe, erano venduti per la pelliccia.

Questa baracca era di due piani, in legno, sulla sponda di un braccio in via di interramento della Bormida, ma allora ancora attivo. Negli anni ’50 ne costruì una più a monte di sette-ottocento metri e scosta dalla riva un trecento metri, in piena regione Amsanôt. Era in muratura, piccola, ad un solo piano, ma più comoda da raggiungere dalla strada. A metà degli anni ’60 la spostò di altri trecento metri più verso il paese, proprio al termine della strada di accesso alla regione. Fu questa a venire semidistrutta dall’alluvione del 1977. Nel 1990 o 1991, bruciando sterpaglie che circondavano la baracca, non si accorse che il fuoco cremava sotto lamiere che coprivano assi e legna recuperata, destinata alla vendita diretta o riduzione in tocchi da stufa. Quando tornò dopo il pranzo fatto a casa, la baracca era in cenere, e questo fatto era un brutto segno. Le mura erano sane, fu rifatta col tetto non più in coppi ma in eternit dal figlio Carlo che alla baracca ci sarà andato una volta l’anno. Per Filipiéi u Lu la baracca era molto, una scheggia della sua vita conficcata nel corpo. Fin quando ebbe gambe che lo portavano in bicicletta, sino ai novantadue anni, vi andava almeno una volta al giorno.

 

 

 



[1] - Non vi è uno studio generale del fenomeno del brigantaggio dell’area, ma qua e là compaiono riferimenti pubblicistici che si infittiscono per il ‘700 ed il periodo napoleonico. In realtà uno studio c’è, un inedito mio facente parte di un mio libro di storia locale inedito, il capitolo 34 dedicato al brigantaggio, con documentazione iniziante dal ‘500. Sul periodo napoleonico, caratterizzato dalla figura del bandito di Mayno della Spinetta, abbiamo vari studi che talora tentano di mettere a nudo le cause sociali e geografiche. Tra essi segnalo la prefazione di Franco Castelli, Mayno della Spinetta : un brigante fra storia e leggenda, alla riedizione del romanzo di Virgilio Bellone,  Mayno della Spinetta, Edizioni Viglongo, Torino, 1977, pp. 11-56, e l’esaustivo Giovanni Marini, Il banditismo antifrancese nel distretto di Marengo, 1789-1807 : Mayno della Spinetta, tesi di laurea inedita, Università di Pavia, facoltà di Scienze politiche, anno accademico 1978-79, con ampi riferimenti al contesto zonale e generale e tutta la bibliografia a quel momento che, da allora, non è cresciuta oltre se non in modo irrilevante. Sull’ultimo grande bandito della zona, Sante Pollastro, che poi operò in un’area italiana ben più vasta ed in Francia, divenendo un caso nazionale ed internazionale negli anni ’20 del ‘900, vi è un mio volume inedito, mentre è in corso di pubblicazione una riduzione per rivista su “quaderno di storia contemporanea”, la rivista dell’istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, probabilmente in un numero  del 2000.

 

[2] - Per il Piemonte sud orientale mancano gli studi sulle crisi agrarie od industriali che obbligarono frange deboli della popolazione ad emarginarsi anche in senso geografico, topografico. Gli unici riferimenti si possono trovare in Lorenza Lorenzini, Marco Necchi, alessandria storia ed immagini,  casa editrice il quadrante, Alessandria, 1982, dove la Lorenzini (Necchi è il fotografo) affronta in qualche modo l’argomento ma solo in riferimento all’agricoltura, nei capitoli dedicati al ‘600 ed al ‘700, pp. 57-120. I riferimenti bibliografici da lei segnalati, ad un controllo, si rivelano aFssai scarsi in proposito. Secondo la Lorenzini, nell’area le trasformazioni agrarie giunsero in ritardo, mentre si evidenziano soprattutto le crisi militari ed epidemiche. Su quanto da lei scritto posso enfatizzare le calamità naturali, dalle alluvioni alle siccità, dalle cavallette e bruchi, a nevi di un maggio che persistettero per tutto giugno, che sono una costante, per certi versi assurda, degli storiografi e cronisti alessandrini. Su questo argomento vedi anche : Ausilia Roccatagliata, Variazioni climatiche, pestilenze e vita sociale nel territorio alessandrino nei sec. XIII-XIV, Rivista di Storia Arte ed Archeologia per le Province di Alessandria ed Asti, LXXXV, 1976, pp. 185-216, il quale riporta le osservazioni catastrofiche dei cronisti in modo acritico nonostante segnali i pochi confronti che possono essere fatti. Se quello era il clima tra epoca comunale e Settecento, di certo la vita non sarebbe stata possibile in questa zona. 

Contributi sull’emarginazione in Piemonte tra fine ‘700 ed ‘800 li possiamo trovare in M. Ruggiero, La rivolta dei contadini piemontesi 1796-1802, Piemonte in bancarella, Torino, 1974.

Gli “Atti dell’inchiesta agraria Jacini”, degli anni ’80 dell‘800, sono del tutto insignificanti per l’area, ma mi vedo obbligato a citarli : Francesco Meardi, Atti per la Giunta dell’Inchiesta Agraria, vol. VIII, tomo I, Forzani, Roma, 1883. Sugli squilibrii, manchevolezze e sull’impostazione culturale e politica dell’inchiesta Jacini resta fondamentale A. Caracciolo, L’Inchiesta agraria Jacini, Einaudi, Torino, 1958.  Il motivo del poco spazio concesso dall’inchiesta Jacini alla provincia di Alessandria, che allora comprendeva la quasi totalità dell’attuale provincia d’Asti, è spiegata dallo stesso Meardi nella sua Relazione Introduttiva all’Inchiesta Jacini a p. 8 dell’opera citata, col fatto che si era preferito dilungarsi sulle province limitrofe in cui i caratteri agricoli erano più netti, mentre nella nostra provincia vi erano condizioni intermedie, e ciò per evitare fastidiose ripetizioni. La scelta è un assurdo perché privava lo studioso contemporaneo, come il parlamento, a cui l’inchiesta era diretta, e priva lo storico successivo, della conoscenza della situazione agraria e sociale della provincia. Si possono estrapolare per le nostre zone, ma con le dovute precauzioni, le tesi datate ma ancora valide di Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera, Einaudi, Torino, 1961, dell’Indroduzione, pp. 11-42, le quali attingono a qualche studio economico per il centro della Padania che per la mia zona manca, ed hanno la fortuna di rinvenire anche fonti nell’inchiesta Jacini. Tuttavia Montaldi  è obbligato a fare riferimenti letterari, come a Nuto Revelli, Pavese, al Bacchelli come farò anch’io nel seguito, persino al Manzoni, ad un film di Visconti, Ossessione, peraltro un capolavoro,  ad uno di Antonioni, Il grido, e ciò è una spia di quali fosse lo stato degli studi sul tema negli anni ’50. La cosa più imbarazzante è che i progressi da allora non sono avvertibili in proposito.

 

[3] - Ho fatto cenno altrove all’emigrazione da Castellazzo verso l’estero che fu fortissima soprattutto nel 1906 e 1907. Vedi : Gian Domenico Zucca, Gerghi in provincia di Alessandria, La ricerca folklorica, 19, 1989, pp. 33-40, ed in particolare p. 34, e ad esso rimando. La crisi fu provocata sia da congiunture negative agrarie, tra cui cito la filossera che estirpò la fiorente viticoltura di pianura, sia da miopi scelte politico-economiche e, secondo mio parere,  dalla prima selvaggia industrializzazione paleocapitalistica e capitalistica che dovette assorbire grandi capitali sottratti al mondo tradizionale.

 

[4]  - Ié port è un traghetto costituito da due burcié più alti di bordo e con le punte più ricurve reggenti un pianale di carico. Era legato tramite una carrucola ad un cavo steso tra le rive. Traghetto più semplice era éå nav, un burchiello più sottile e filante attaccato con lo stesso sistema ad un cavo. Spesso il traghettatore costruiva una piancå, una  passerella data da un assito poggiato su due file di pali infissi nel fondo, legato ad una riva, recuperabile così in caso di piena.

 

[5] - Enrico Marelli Ricu ié Purtnè  (1871 - 1960) aveva ereditato il mestiere di traghettatore dal padre assieme al soprannome di mestiere, così come a sua volta il padre li aveva ereditati dal nonno paterno. Il suo traghetto originario era in regione Tuscañ-nå, Toscana, presso l’omonima cascina, a monte del ponte di ferro della ferrovia Alessandria - Ovada. Inaugurata la linea ferroviaria nel 1906, il ponte sulla Bormida prese  ad essere utilizzato anche dai pedoni diretti ad Alessandria, per cui il Marelli  spostò il traghetto più a monte di due chilometri in regione Nav, Nave, termine che segnala antichi traghetti in quel luogo, che prese anche ad essere indicata, dopo la sua presenza, con “da Ricu, éå båéåcå d’Ricu”. Con gli anni ’30 e soprattutto ’40 quel tratto di Bormida, bellissimo, era frequentato in estate da centinaia di bagnanti.  Ricu continuò a traghettare sino all’alluvione del 1951 che erose la sua sponda tanto che la baracca, distrutta, sarebbe stata nella mezzeria del nuovo letto. Un’alluvione dell’anno dopo spostò ancora più verso il paese il corso sconvolgendo tutta la zona rivierasca. che prese ad essere abbandonata dai bagnanti. Io ricordo Ricu ié Purtnè, portato piccolissimo avanti l’alluvione del 1951 regolarmente al fiume, come una figura oramai patetica ridotta a custodire biciclette e motorini a pagamento dei bagnanti, assieme agli orologi che teneva allacciati ad un braccio. Oramai le persone da traghettare si erano ridotte a poche decine, alcune giornaliere dirette a campi oltre Bormida, alcuni particolari. Molte notizie su di lui le ho dal figlio, un altro personaggio però non legato al fiume se non ragazzo, il cui soprannome usuale personale, Badoglio, ha già tutta una storia eroicomica legata alla presa di Adis Abeba che sarebbe mancata se non avesse indicato a Pidéiéi, al suo fianco, Pietro Badoglio, lui che era e rimase aiuto fuochista in ferrovia, la strada esatta.

 

[6] - U stè, lo staio, è un sottomultiplo secondo  8 du såch, del sacco, che misura 129,3464 litri, dunque è pari a litri 16,163. Altra misura di capacità per aridi è éå mèinå, emina, cui farò cenno nel seguito, sottomultipla secondo 5 del sacco, dunque pari a 25,8613 litri. Lo staio è anche misura di superficie sottomultipla secondo 8 del muoíå, del moggio. Il moggio castellazzese, più piccolo di quello alessandrino, è di 3144 m2. Dunque lo staio, misura di superficie, è pari a 393 m2 esatti.

 

[7] - In realtà gli abiti fluviali non coltivati erano ancora enormi se rapportati alla loro odierna estensione che si riduce alle rive, spesso ristrette artificialmente per coltivare, rive in molti casi coltivate abusivamente a pioppeto. Analizzando il catasto in uso nei fogli originali del 1928, spazi incolti di cento, duecento metri dalla sponda del fiume erano frequenti sia per la Bormida che per l’Orba, anche se non bisogna basarsi troppo ciecamente sulle fonti catastali per queste aree marginali. Infatti, i proprietari con terre verso il fiume operavano ed operano accolonnamenti abusivi che, in genere, sono dichiarati al demanio per sistemare trasmissioni ereditarie ben successive, e questo per non pagare éå tåjå, la tassa annua sul valore delle terre. Sulla mappa d’insieme del catasto d’epoca napoleonica, più precisamente del 1809, e su quella del catasto sabaudo del 1761-1762 (ma è una copia del 1773, ed all’archivio di stato di Torino manca l’originale), entrambe conservati nell’archivio storico comunale di Castellazzo Bormida (rispettivamente alle schede  3422 e 3421. Il primo ha i singoli mappali alle schede 3423®3461, il secondo alle schede 3373®3421), le aree marginale non sono molto maggiori. Vediamo vasti gerbidi ed incolti solo alla confluenza tra Orba e Bormida. Spazi marginali di questo tipo per Po e Tanaro erano assai maggiori. A conferma, in base a Giuseppe Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, Officine grafiche della Società tipografico-editrice nazionale (già Roux e Viarengo), Torino, 1908, anche in ristampa anastatica Bottega d’Erasmo, Torino, 1969, la provincia d’Alessandria d’allora, molto più piccola dell’attuale, aveva appena l’8% di boschi e solo il 2% d’incolti (tabella di p. 62). Insomma, aveva meno boschi che non ora, ed anzi, dalla tabella di p. 114, sappiamo che quasi tutti i comuni n’erano privi. Tuttavia, dalla tabella 557 Castellazzo era al quarto posto per estensione boschiva, con 574 ettari, ed al primo posto avevamo Sezzadio, con un migliaio d’ettari. Se per Sezzadio i boschi erano naturali sui terrazzi morfologici del fluviale antico e nei loro ritani, a questo punto devo ritenere che quelli castellazzesi fossero in gran parte pioppeti coltivati. La gran parte delle distruzioni dell’ambiente naturale fluviale, ripariale e sopraripariale è stato favorito od ordinato dal Genio Civile, poi dal Magistrato del Po dopo che dagli anni ‘70-’80 del ’900 anche il reticolo minore padano è passato sotto sua “tutela”, ma anche da colpi di decreti ministeriali in casi d’emergenze come, per fare un caso pratico, dai decreti “Maroni” tra 1994 e 1995 dopo l’alluvione del 6 novembre 1994. Nella zona dove Filipiéi u Lu aveva la baracca, un gerbido soprariva in parte ghiaioso di alcune decine di ettari costeggiava la Bormida. Esso ospitò un campo di addestramento militare ai tempi della I guerra mondiale e per questo era chiamato ié téincieéi, le trincee. Tra gli anni ’20 e ’30 fu faticosamente bonificato e messo a coltura, ma ancora agli inizi degli anni ’60 il tratto a ridosso della Bormida, una fascia di circa 300 metri di larghezza per una lunghezza di circa ‘8-900 metri, era ancora gerbida. Poco più a valle, in una stretta e lunga ansa del fiume detta Pöunciå dl’Iíéötå, Punta dell’Isoletta, alvei abbandonati e gerbidi si intrecciavano ancora nella seconda metà degli anni ’50 per alcune decine di muoíå, moggia. Per la misura del moggio castellazzese vedi la nota 6.

 

[8] - Carlo Garbarino, nato a ponti il 2 febbraio 1928, morì in Acqui il 18 maggio 1981, dice la sua scheda l’anagrafica all’anagrafe comunmale acquese, di certo durante una pesca alla risalita del pesce. Patatina era un suo primo soprannome, Badon doveva essere quello ereditato. Bejaviv, ovvero ‘belli vivi’, dove l’aggettivo bello in area piemontese è una specie di rafforzativo in questi casi, deriva dal suo richiamo usuale per la vendita del pesce. Era un outsider in parte urbano ma legato indissolubilmente al fiume. Non fece mai altri mestieri, viveva solo di pesca o per la pesca. Con una bilancia pescava nella Stura d’Ovada, nell’Orba e nella Bormida portando l’attrezzatura addosso assieme al sacco dei pesci pescati, e tutto a piedi sebbene si tratti di decine di chilometri. Alle pesche primaverili delle risalite e delle fregole, scendeva la Stura e poi l’Orba dopo la confluenza, indi risaliva la Bormida sino ad Acqui, vendendo il pesce pescato nei paesi rivieraschi. L’impresa durava più d’una settimana con lui a dormire nei prati, nelle cascine, una canottiera ed una maglietta, pantaloni corti, sempre bagnato e senza ricambi. Lo ricordo attorno alla metà degli anni ’50 presentarsi regolarmente così conciato, col suo sacco dei pesci, a Castellazzo, tozzo, grassoccio, sbenfi, cioè di quel grasso malaticcio, testa rapata, barba rada ed ispida non rasata da una settimana, occhi grandi e spiritati, da pazzo, o forse erano solo la stanchezza e le veglie, occhiaie, unto e sporco. Nelle estati, al tempo della pesca delle carpe, ricompariva risalendo la Bormida. Solo facendo questa ricerca ho saputo che allora era assai giovane, meno di trent’anni, mentre per io lo vedevo com’una persona anziana, comunque vissuta. Talora tornava dalla Bormida in Acqui senza pesce ma reggendo, o trascinando, un albero da trasformare in legna da riscaldamento. Qualcosa portava sempre a casa, proprio come deve fare un uomo del fiume, che non va in giro per svago, ozio. Viveva nella casa dei suoi, a mezzogiorno mangiava all’opera assistenziale comunale d’Acqui, e sopravviveva con residui di pensioni dei genitori morti, mi raccontano. Dotato di poco spirito ed abbastanza fisso, era notissimo in Acqui ed amato da tutti, che si sentivano, e sentono ancora, orgogliosi di lui. Uomo del fiume, e la Bormida rade od attraversa Acqui secondo i punti di vista, non sapeva nuotare, camminava in acqua. Se l’acqua era troppo alta e lo faceva galleggiare, si zavorrava con pietre per poter far presa coi piedi sul fondo. Per ironia della sorte è morto annegato, ed annegamento è sulla sua scheda anagrafica, in una pozza d’acqua della Bormida presso gli archi dell’acquedotto romano d’Acqui. Ma forse non è una casualità, la sua morte appare troppo simbolica, morte del fiume per l’ACNA, e dell’ambiente naturale, morte sua in una tragica simbiosi.

 

[9]  - Le fonti della mia narrazione sono le sterminate narrazioni ricevute da Filipiéi u Lu, prima sentite tra i vecchi alla sua baracca lungo il fiume, poi da lui solo in lunghi tête a tête, quando era restato solo alla baracca morti i vecchi, i “giovani” andati altrove. Sino ad una certa età non aveva voluto essere registrato, magnetofonicamente, era sufficiente vedere un magnetofono per non parlare più per giorni temendo inganni e trappole. Siccome, avanzando il pomeriggio parlava e sbraitava in continuazione soffocando i discorsi degli altri, la favella sciolta dal vino, i vecchi della baracca mi pregavano di portare sempre il magnetofono, e non era solamente una boutade. Poi, passando gli ottantacinque, voleva assolutamente raccontare, essere registrato Divenne persino assillante, deluso che qualche volta non potessi stare a sentirlo. Conservo alcune registrazioni oltre ad una serie d’appunti, soprattutto sul periodo partigiano. Per pesche, pesci, ho solo appunti, oltre ciò che ho visto ed in parte praticato.

 

[10] - In dialetto e nell’italiano  zonale si fa distinzione tra campagna, le terre coltivate a cereali, barbabietole rosse o da zucchero, patate, colza, girasoli, ecc., cioè a coltura estensiva, e gli orti, a coltura intensiva, anche se dagli anni ‘60-’70 l’orticoltura si è trasformata in parte in agricoltura estensiva con introduzione di macchinari, irrigazioni a pioggia, trapianti delle piantine per quanto possibile, riduzione enorme del personale. Nell’estate in cui ho scritto questo testo, la 1996, nella tenuta Campagna e  nelle vaste terre ex Franzini, i cui proprietari si sentono all’avanguardia in Italia, che confinano con l’Orba castellazzese, si sono coltivati diversi campi di pomodori di una decina di ettari l’uno se non di più, con irrigazione mediante passata di irrigatori a braccia lunghe un centinaio di metri, e raccolta meccanizzata avveniristica.

 

[11] - Attualmente nel comune di Castellazzo, assai vasto essendo di circa 45 Km2, vi sono due vigili in tutto. Sino agli anni ’60 del ‘900 vi erano cinque campieri/guardie comunali. Tra le due guerre vi erano ben tre guardie e cinque campieri comunali, oltre a campieri privati che, ancora negli anni ’10 del ‘900, erano appostati sui canpaéot, tralicci fatti da tre pali, un pianale, una copertura di frasche, Sopra c’era una maså (då aéà), il vomere, da usare come gong, o campana, battuto con un martello. Vi erano guardie private, pagate da consorzi di proprietari di campi confinanti con rive fluviali, incaricate di impedire abbattimenti d’alberi ripariali o manomissione delle rive, ed infine guardiacaccia privati che svolgevano anche sorveglianza sui campi. Tutto questo colossale impianto popolare di difesa contro lo sfroso agrario mostra chiaramente come esso fosse minutamente diffuso.

 

[12] - Purtroppo non ho trovato riscontri archivistici per questa prima installazione dell’elettricità in Castellazzo in quanto i documenti comunali d’archivio, ricchissimi per la documentazione della rete di illuminazione a gas, quanto ad elettricità hanno materiali partenti solo dopo la I guerra mondiale peraltro come se si trattasse di una prima installazione.

 

[13] - La cornacchia grigia (Corvus corone corvix), è diffusa in Italia, Scandinavia e nell’Europa orientale, quella nera (Corvus corone corone), nella parte settentrionale della Pianura Padana, Spagna, Francia, Europa Centrale ed Isole Britanniche, di cui la variante meridionale Corvus corone sardonius è considerata conspecifica della cornacchia grigia. Trovo interessante che nel manuale più accreditato in fatto di uccelli europei : Roger Peterson, Guy Mounfort., P.A.D. Hollon, con la dotta revisione per l’Italia di Sergio Frugis, Guida degli Uccelli d’Europa, Franco Muzzio Editore, Padova,  1988, p . 192, non si segnali affatto la sostituzione. Nella cartina di diffusione n. 328 vediamo la cornacchia nera essere diffusa, al di là del Piemonte centro orientale, sebbene di poco, verso il cuneese come è ora, ed il restante del Piemonte (ma ho dei dubbi sulla sua presenza sul Piemonte centrale e centro orientale). Nella cartina di diffusione 329 tuttavia la cornacchia grigia occupa tutta l’Italia, come è ora ma non come era sino al primo dopoguerra almeno per il Piemonte sud orientale. Dunque abbiamo lacune se non contraddizioni. Posso dire che attualmente la cornacchia nera è stanziale sull’alta pianura cuneese, ed alcune coppie si trasferiscono in inverno nelle nostre zone. Le cornacchie nere invernali migratrici verso il Piemonte sud orientale tra tardo autunno e tardo inverno sono in realtà corvi, Corvus fragileus, in base a mie osservazioni. Il colore chiaro del  becco è inequivocabile segnale.

 

[14] - E’ impossibile fare la storia della produzione ACNA di Cengio soprattutto per quel che riguarda gli intermedi scartati e gli inquinanti, date reticenze, il caos e le assenze archivistiche in proposito, le menzogne aziendali oltre alla reticenze tuttora in corso ed in funzione. Posso fare riferimento all’ultima opera pubblicata in proposito, Pier Paolo Poggio (a cura di), Una storia ad alto rischio, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1996, ed a due suoi saggi in particolare : Giorgio Nebbia, L’industria chimica in Valle Bormida, pp. 33-50, e Pier Paolo Poggio, Dalla dinamite al Re. SOL. Per una storia dell’ACNA, pp. 51- 105, dove vi è anche citato tutto il poco di pubblicato in proposito, moltissimo però rispetto alla quasi totalità degli altri insediamenti industriali italiani proprio per l’attenzione popolare e dei mass media a questa fabbrica che data dagli anni ’30.

 

[15] - Ma pochi chilometri più a valle la situazione “cromatica” era ancora diversa ed imprevedibile sovrapponendosi all’inquinamento ACNA quello degli scarichi, di nuovo a cielo aperto, della Montecatini, poi Montedison ed ora Montefluos, di Spinetta Marengo, con giorni in cui il fiume era d’un rosso violento per i fanghi al titanio, dei giorni d’un verde smeraldino per gli scarichi del cromo tetravalente.

 

[16] - Si tratta di Franco Perulli, Le frane. Studio dell’azione dell’acqua in piano - collina - montagna, A: Centona editore, Como, 1978, fig. 4 di p. 315. L’opera basata in linea di massima su esperienze dirette e pur dettagliata è scadente. D’altronde l’autore, un funzionario dell’ANAS, ha una laurea in ingegneria svizzera. La didascalia della foto in oggetto evidenza  la povertà culturale già dal linguaggio: “Repellente a cella vuota di longarine a gancio su gettata di blocchi di calcestruzzo per saturazione di gorghi (F. Bormida, Castellazzo B., Alessandria)”, dove si confonde il gorgo acquatico con l’escavazione sottoripa ad opera del fiume, e si usa il “per saturazione” in modo avventuroso e degno di una segnalazione ad uno studioso dei linguaggi settoriali moderni.

 

[17] - In realtà non so se si tratti di esondazioni della Bormida o dell’Orba nel suo tratto finale mancando uno studio in proposito. Ho campioni di tronchi fossili ed altri campioni devo raccoglierli per una datazione o col metodo del radiocarbonio o col metodo degli spettri dendrologici. In realtà occorrerebbe analizzare i sedimenti collegati ai tronchi fossili e stabilire se all’epoca i tronchi facessero parte di una valle dell’Orba o della Bormida.

 

[18]  - Uno di questi olmi semifossili, facente parte di un giacimento di un paio di centinaia di esemplari scoperchiato nel 1971 o 1972 dall’apertura di una cava di ghiaia di prestito scavata per rifornire la massicciata dell’autostrada Voltri - Sempione in costruzione, a valle di Castellazzo tra l’attuale Orba e Bormida in regione Autafiù, Altafiore, aveva la parte basale, priva di radici, con un diametro medio di 3,4 metri da me misurato. L’albero fu tagliato in otto o nove biöu, tronchi, alti 1,7 metri, e trasportati a col palone di una gigantesca ruspa misurante 3,2 metri di larghezza interna. Il primo tronco non vi ci stava, occorse legarlo sopra la pala con catene.

 

[19] - Data ed anno, ma anche il nome di battesimo del Verdone, sono ricavati dal registro anagrafico comunale castellazzese dei decessi. La memoria popolare collettiva colloca in tempi diversi questo tragico episodio. Quasi tutti sono d’accordo nel collocare l’annegamento del Verdone nel giorno di S. Pietro, 29 giugno e festa sino agli anni ’70, di uno di quegli anni. Infatti la tradizione popolare vieta di bagnarsi a S. Pietro in quanto si è certi che in quel giorno la Bormida fa annegare. La morte del Verdone è presa come conseguenza e ulteriore prova errando ma confermando la leggenda. In sostanza le strutture inconsce della tradizione hanno spostato le date nella memoria.