Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Valerio Giacomini (1914-1981)
di  Augusto Pirola

L’articolo che segue è un profilo di Valerio Giacomini scritto da Augusto Pirola, direttore dell’istituto di botanica dell’Università di Pavia. Il contributo è tratto dagli atti del I Convegno nazionale “Uomini e parchi oggi, ricordando Valerio Giacomini”, tenutosi a Gargnano (BS) tra il 30 maggio e il 1 giugno 1996.

Il Convegno si è poi ripetuto con cadenza biennale, ed è oggi uno dei più qualificati e lucidi momenti di riflessione sulla conservazione delle risorse naturali nel nostro Paese.

 

 

L’opera scientifica e l’insegnamento di Valerio Giacomini

 

Il compito di tracciare un profilo biografico di Valerio Giacomini nel quadro di questo convegno è ad un tempo gradito e grave. Gradito perché è un motivo per ricordare momenti importanti per lo sviluppo della Geobotanica in Italia, grave e aggiungerei difficile per la complessità della personalità di Giacomini, rivolta a molti interessi legati da un filo sottile e tenace che segna l’evolversi dello spirito d’indagine naturalistica in una mente profondamente umanistica. I suoi numerosi scritti scientifici e applicativi richiedono un’analisi attenta dei motivi che li hanno generati, del contesto culturale da cui partivano e dei soggetti cui erano diretti: molti scritti di carattere divulgativo erano provocati da stimoli occasionali come convegni, lezioni a gruppi o associazioni non universitarie, ma gli argomenti che Giacomini trattava in questi incontri riflettevano sempre lo sviluppo delle sue idee sulle ricerche di ecologia globale e di conservazione della natura, i due grandi temi particolarmente coltivati nel periodo della maturità, con importanti approfondimenti teorici e pratici che ebbero effetti notevoli anche al di fuori dell’insegnamento universitario.

Una prova della validità della sua azione è offerta da questo convegno dedicato ai problemi dei parchi e alle aree protette in genere, che si propone di ricordare la figura di Giacomini, quasi per riprendere il suo discorso, dopo tante esperienze, in termini critici e costruttivi. In accordo con questa impostazione tenterò di mettere in evidenza alcuni temi che hanno caratterizzato il percorso intellettuale di Valerio Giacomini, senza la presunzione di redigere una sua biografia, compito che spetterà a qualche futuro storico della scienza distaccato emozionalmente dalla persona e dai problemi, ma per dimostrare che le sue sintesi espresse con ottimo stile letterario e grande semplicità, derivavano da una cultura scientifica profonda, costruita con molto lavoro di campagna e con analisi critiche dei risultati.

Le attività naturalistiche di Giacomini iniziarono presso l’Accademia delle Scienze di Brescia, in un gruppo naturalistico costituito per accogliere i giovani che si dimostravano curiosi di storia naturale. Di questo gruppo Giacomini fu segretario a soli 17 anni, accanto a naturalisti già affermati, i suoi primi maestri e consiglieri. Durante gli anni degli studi liceali produsse dieci lavori prevalentemente di Briologia e di Lichenologia per il territorio bresciano e la tesi di laurea in Scienze naturali, discussa a Pavia nel 1937, ebbe come argomento lo studio di comunità di Briofite nell’Alta Val Camonica e in Valfurva. Egli si manifestò quindi come botanico sistematico specialista in Briologia, (Muschi ed Epatiche), già in relazione con specialisti ben noti quali Herzog (Monaco), Jäggli (Bellinzona), Meylan e Paul (Monaco) e Podpera (Brno). La sua tesi di laurea, pubblicata nel 1939, dimostra una impostazione molto avanzata rispetto alle ricerche contemporanee. Vi troviamo infatti non l’elencazione delle specie come avviene di solito nei lavori floristici, ma la definizione delle consociazioni secondo principi fitogeografici che in seguito sarebbero stati definiti sinecologici.

Le ricerche sistematiche furono in seguito estese alle piante vascolari, condotte in parte a Pavia, poi a Firenze dove fu assistente alla cattedra di Botanica agraria tenuta da Raffaele Ciferri e poi di nuovo a Pavia. A Firenze conobbe Adriano Fiori dal quale ebbe l’incarico di redigere un Saggio fitogeografico sulle Pteridofite italiane, un’opera di notevole rilevanza, che lo fece apprezzare a livello nazionale e anche in Europa. La produzione scientifica ci appare continua anche durante il periodo bellico, con la sola eccezione del 1945. In realtà i ritardi nei tempi di pubblicazione da parte delle nostre riviste scientifiche mascherano la sua assenza per il periodo che passò nell’esercito sul fronte francese e poi in un campo di concentramento in Germania. Ma anche in queste regioni raccolse dati che gli permisero di riprendere l’attività di ricerca già nel 1946, che condusse senza interruzioni fino alla fine immatura, con notevole intensità e varietà di temi.

Gli insegnamenti tenuti a Pavia fino alla nomina a cattedratico a Sassari e subito dopo a Catania, furono spesso di supplenza del titolare di Botanica, ma tenne anche, per incarico, l’insegnamento della Botanica farmaceutica, molto apprezzato dagli studenti se si deve giudicare dalle numerose tesi di laurea di quel periodo dedicate alla sistematica di specie officinali o a fiore locali. Le sue preferenze per la botanica sistematica di base e per gli studi fitogeografici non ridussero l’impegno per gli studenti di farmacia, anche in quel periodo numerosi a Pavia. In realtà Giacomini condusse per diversi anni un doppio lavoro di docente, maturando anche le idee che avrebbero prodotto un forte cambiamento nella Geobotanica italiana: l’introduzione in Italia della Fitosociologia.

Da un suo scritto autobiografico inedito del 1963 traggo queste righe: “In un tempo in cui la Fitosociologia era ufficialmente respinta dai principali fitogeografi italiani, fino al punto di essere condannata anche nei testi scolastici, abbiamo osato intraprenderne l’introduzione anche nel nostro Paese, per la convinzione che non tornasse a onore della Botanica italiana ignorare tutta intera una branca della ricerca Geobotanica: quella che si occupa delle associazioni vegetali e dell’ecologia…”

In questo scritto si riconosce l’impegno idealistico che lo caratterizzò per tutta la vita, ma anche una sobrietà che non rende il merito dovuto a questa operazione culturale e alle conseguenze che ne derivarono negli anni futuri, non solo per la formazione personale di Giacomini, ma soprattutto per l’adeguamento della Geobotanica italiana al livello europeo. In breve gli eventi si svolsero così.

Dall’Istituto di Botanica di Pavia, dove era assistente, Giacomini prese i primi contatti con Josias Braun-Blanquet, fondatore della Fitosociologia sigmatista a Montpellier. Vista la grande diffusione di questa scuola in Europa sarebbe stato più che comprensibile aderire senza riserve al nuovo corso, ma Giacomini, tenendo in seria considerazione le opposizioni dei fitogeografi italiani dell’epoca, lo fece con notevole prudenza, provando direttamente il metodo e valutandone i risultati. Già dagli inizi (1948), alle lettere entusiastiche che Ruggero Tomaselli, borsista a Montpellier, gli inviava a Pavia, rispondeva con apprezzamenti incitandolo però ad una osservazione obiettiva. Anche negli anni successivi, mentre in Italia si eseguivano i primi lavori fitosociologici applicati al miglioramento dei pascoli alpini, lo sentii spesso affermare che la Fitosociologia doveva essere utilizzata fino a quando avrebbe dato frutti e che il vero scopo non era il metodo o la disciplina, ma la risoluzione dei complessi problemi descrittivi e interpretativi della vegetazione.

L’espansione della Fitosociologia dalla sede pavese avvenne attraverso una sorta di breccia praticata nelle mura della Geobotanica imperante allora in Italia, i cui riconosciuti meriti scientifici furono oscurati dalla forte illiberalità nei riguardi delle idee nuove con una tendenza conservatrice non disgiunta da ragioni di potere accademico. Giacomini pagò un prezzo elevato per il suo anticonformismo, ma quando riuscì ad affrermarsi, dimostrò di avere la forza intellettuale e scientifica anche per il rinnovamento della Geobotanica italiana fondando una scuola di livello europeo. L’espansione del primo nucleo, la “scuola di Pavia”, ebbe come primo passo Catania, poi Napoli e Roma, il percorso dell’insegnamento accademico di Giacomini; ma anche gli allievi portarono le nuove idee a Padova e a Trieste, Bologna, Genova. Da queste basi gli studi geobotanici si estesero ulteriormente a molte altre sedi come Camerino, Palermo, Torino, che hanno pure raggiunto posizioni di prestigio per opera di botanici che, sebbene non allievi diretti di Giacomini, si riconobbero nella scuola fitosociologica. L’importanza di questo avanzamento della Fitosociologia in Italia è ormai una parte importante della storia della biologia italiana. Ma al di fuori del campo strettamente scientifico, possiamo riconoscervi anche un effetto rilevante nella preparazione dei numerosi geobotanici che si dedicarono agli studi preliminari per la pianificazione delle aree protette. Durante le prime campagne di rilevamento sulle Alpi Giacomini ci incitava spesso a prepararci perché nel futuro ci aspettava un ruolo impegnativo e forse superiore al numero necessario per assolverlo. E il futuro gli diede ragione, dimostrando la sua capacità di individuare le linee di tendenza di sistemi complessi, non solo naturali, ma anche della nostra cultura. Le sue anticipazioni dei problemi conservazionistici che si sarebbero presentati più tardi, sono una dimostrazione dalla preparazione e disponibilità dei fitosociologi italiani ad affrontare studi integrati di ecologia territoriale.

Le ricerche condotte su gran parte d’Italia produssero una quantità di dati tale da superare i mezzi di rielaborazione. La Geobotanica è una scienza che si innesta direttamente sul territorio e pur fondandosi su principi generali che superano le frontiere, come ogni scienza, non può acquisire direttamente, senza verifiche prudenti, i risultati raggiunti nelle nazioni scientificamente più avanzate.

Non a caso Giacomini iniziò dalle Alpi Retiche, dove la messa a punto del metodo e dei ricercatori stessi poteva trovare punti di riferimento molto validi nell’ampia letteratura prodotta dalla scuola di Zurigo per i territori confinanti con le Alpi italiane. Ma le zone veramente critiche erano nell’Italia mediterranea dove era necessario procedere per approssimazioni.

Da Catania e poi da Napoli Giacomini provvide a stabilire rapporti con le sedi europee più prestigiose presso le quali inviò allievi per specializzarsi, iniziando così un processo di apprendimento molto aperto che persiste tuttora. Ma credo che in questa sede sia più utile ricordare i risultati ottenuti da Giacomini con un’opera scritta per la collana “Conosci l’Italia” del Touring Club Italiano e che fu diffusa, con il titolo riduttivo “La Flora”. Con un’esposizione piana, ma non semplicistica, dei caratteri salienti della vegetazione italiana, egli propose le sintesi possibili per quel tempo, evidenziò indirettamente le parti meno conosciute sia per la vegetazione sia per la flora, costruendo così una forma elegante e garbata di programmazione della ricerca, almeno per coloro che sapevano individuarla. Quindi secondo il suo stile, propose un grande ventaglio di possibilità di ricerca senza fare imposizioni. La risonanza di quest’opera presso i geobotanici europei fu enorme e in Italia furono segnalate ad un vasto pubblico i valori geobotanici dei parchi esistenti e delle zone che sarebbero poi state indicate come aree protette, ma furono anche mese in evidenza le implicazioni culturali della copertura vegetale di tutto il territorio, dal significato storico degli endemismi a quello dell’azione modellatrice condotta dalle popolazioni umane dall’inizio del loro insediamento ai nostri tempi. Nello stesso periodo Giacomini costituì la collana di monografie scientifiche “Flora et Vegetatio italica”, limitata purtroppo a soli cinque volumi, ma alla quale si deve riconoscere una funzione di stimolo anche per le future realizzazioni italiane nel campo dell’editoria scientifica.

Da queste basi e dai numerosi scritti della scuola, fu indicata la validità del metodo di lavoro ancora oggi largamente applicato non solo nelle sedi scientifiche, ma anche nel campo applicativo e in particolare nelle fasi di progettazione di interventi ambientali. Il principio fondamentale della Fitosociologia sigmatista diffusasi dalla scuola di Pavia, rimane sempre quello dell’approccio effettuale: la vegetazione è composta da un mosaico di situazioni espresse dalla composizione floristica, effetti prodotti da cause sconosciute a priori, ma meglio percepibili di queste ultime. Solo dopo l’ordinamento e la classificazione dei dati si ricercano le correlazioni tra i tipi di vegetazione e le condizioni ecologiche corrispondenti. Questa impostazione è alla base di metodi di rilevamento e di rielaborazione che nel corso del tempo si sono affinati fino all’uso di statistiche complesse come soccorso per i processi di astrazione dei tipi. Questo perfezionamento metodologico ebbe riflessi importanti anche nel campo applicativo, specialmente su strumenti essenziali come le carte tematiche della vegetazione di cui furono dotati i parchi quando molti ricercatori delle nostre Università furono chiamati a collaborare per gli studi preliminari. Un periodo molto fertile per ambedue le parti, di cui ora si lamenta se non la mancanza almeno un forte allentamento. Le cause del distacco, se di questo si tratta, sono varie. Prima di tutto la ricerca deve seguire i suoi corsi per poter più tardi ripercorrere vecchi luoghi con rinnovata esperienza. Si deve anche ricordare che l’estendersi del concetto di area protetta molto al di fuori dei parchi nazionali originari, ha impegnato e sta tuttora impegnando un numero elevato di ricercatori. Ma il punto cruciale del problema dei rapporti tra i parchi e le sedi tradizionali della ricerca, consiste nello stabilire che cosa si deve fare.

E per questo è inevitabile ricorrere ancora a qualche enunciazione di Giacomini, le cui intuizioni sembrano precederci di gran lunga sulla strada della conservazione. Nella sua ultima opera “Uomini e Parchi” definisce la ricerca come uno studio permanente dei rapporti che legano le componenti naturali e le attività umane, quindi prosegue: ... la responsabilità di un parco nei confronti delle attività scientifico-naturalistiche (...) è notevolmente ampliata, al punto che le consuete ricerche settoriali che oggi si conducono, finiscono per costituire, a paragone, solo un inventario di scontata e pregiudiziale utilità. L’indagine scientifica deve invece partire da un fondamento analitico per poi elevarsi a studio dei rapporti fra elementi e quindi convergere in una sintesi dinamica di descrizione del sistema totale e di sperimentazione dei suoi modelli di assetto. Le discipline scientifiche interessate a questo processo sono molte e per tradizione portate ad approfondimenti interni che non portano sempre alla convergenza tra di esse se non di fronte a problemi concreti. Il compito dei parchi è quindi sostanzialmente di individuare questi problemi e di proporli, ma la difficoltà che si incontra in tutta la ricerca ecologica è nella natura dei rapporti, non solo tra le componenti naturali ma anche tra queste e l’uomo in generale e in particolare i ricercatori, che costituiscono una parte di umanità importante perché ad essi è affidato il compito difficile di interpretare e tradurre in termini leggibili i sistemi di cui sono parte attiva. La ricomposizione dei prodotti scientifici in un quadro che riproduca la complessità reale è di per se stessa una ricerca che può essere tentata in condizioni relativamente semplici e meglio note, come quelle offerte appunto dalle aree protette. La tendenza riduzionistica, criticabile ma necessaria per la ricerca scientifica, ha portato spesso ad individuare nelle zone protette o suscettibili di esserlo, quei sistemi che essendo poco o meno di altri influenzati dall’uomo, possono rappresentare modelli di riferimento per comprendere anche i territori più antropizzati. Le acquisizioni così raggiunte si aggiunsgono alla nostra cultura generale perché coinvolgono tutti i rapporti tra uomo e territorio. Quindi la conservazione dei valori naturalistici individuati diviene una espressione di civiltà. Purtroppo non di rado si fece l’errore di caratterizzare alcuni territori solo attraverso questi valori, un errore in parte giustificato dalla necessità di contrastare processi di degradazione senza regole, in parte diretto ad affermare per la storia naturale la dignità culturale e le implicazioni pratiche già riconosciute per le discipline umanistiche.

Da qui si originarono quelle contrapposizioni che portarono da un lato a irrigidimenti dei naturalisti su posizioni protezionistiche, denunciate in seguito da Giacomini come controproducenti, dall’altro a richieste di estendere gli spazi insediativi umani a danno di risorse non facilmente o per nulla rinnovabili.

Dopo tante esperienze condotte in studi integrati su territori destinati a parchi, ma senza dimenticare quelle vissute su zone che non sarebbero mai state protette, si manifestò un notevole disagio nei naturalisti per le definizioni rigide degli ambiti e dei comportamenti, disagio che Giacomini seppe interpretare e manifestare delineando le nuove impostazioni concettuali della conservazione (della natura, dei metodi e delle sintesi che la ricerca scientifica deve applicare all’interno di quadri più realistici: i sistemi ecologici che non trascurano la presenza dell’uomo).

Per quanto riguarda la Geobotanica i tempi sono maturi per partecipare agli approfondimenti formali e funzionali elencati da Giacomini in modo particolare anche per la valutazione di potenziali cambiamenti vegetazionali verificatisi sul lungo periodo, come per esempio si sta facendo nel Parco Nazionale dello Stelvio, sulla base di una delle prime carte fitosociologiche curate da Giacomini.

Tutto il percorso scientifico di Giacomini può essere riassunto in un continuo superamento delle posizioni concettuali raggiunte, talora con una velocità pari alla sua intuizione dei problemi che si sarebbero affacciati, ma non commisurata a quella degli allievi diretti che pur con autonomia scientifica si dedicavano alla realizzazione dei programmi. Le prime enunciazioni delle idee sull’utilità degli studi interdisciplinari, Giacomini le espresse in un ambito ancora limitato, ma assai attivo: la Fondazione per i problemi montani dell’arco alpino. Le esperienze interdisciplinari si estesero in seguito agli aspetti forestali e poi territoriali, sulla base dell’assunto molto realistico che nella maggior parte della copertura vegetale del nostro territorio esiste sempre una componente antropica che può essere interpretata come distanza dalle potenziali condizioni naturali. In seguito si svilupparono le iniziative conservazionistiche e la richiesta di interdisciplinarità trovò i geobotanici predisposti per la delimitazione di ambienti ecologicamente omogenei attraverso lo studio della vegetazione. Questo lavoro esteso su diversi punti del territorio fu molto impegnativo, in modo particolare per le richieste di carte tematiche vegetazionali, uno strumento di rappresentazione sintetica di grande utilità per la connessione degli elementi degli ecosistemi spazialmente percepibili cui possono essere correlate le funzioni non appariscenti, ma altrettanto importanti.

Nel 1958, da Catania, Giacomini aveva proposto al CNR l’istituzione di un centro nazionale per la cartografia della vegetazione, prendendo a modello istituzioni analoghe esistenti da tempo in Francia e in Germania. Purtroppo le grandi idee non devono essere soltanto buone, devono avere anche fortuna e questo progetto rimase nel cassetto, con un ricorrente rammarico nei decenni successivi per la difficoltà di assicurare un coordinamento tra le numerose carte vegetazionali che si andavano accumulando.

Nel 1976, nell’ambito del Progetto finalizzato “Promozione della qualità dell’Ambiente” del CNR, riuscimmo a produrre un programma di cartografia della vegetazione che coinvolgeva circa un centinaio di ricercatori di quasi tutte le sedi universitarie italiane. Tra le mappe prodotte numerose riguardavano aree protette o suscettibili di diventarlo. Non si trattò di una struttura stabile come quella proposta da Giacomini, ma assicurò un certo coordinamento tra le diverse sedi e l’addestramento di numerosi giovani.

Giacomini vi partecipò per l’aspetto conservazionistico, ma non con il peso che tutti avremmo desiderato. Il suo impegno era ancora una volta proiettato più avanti, verso esperienze più decisamente olistiche, dove l’integrazione delle discipline era richiesta già dall’inizio delle ricerche, facendo premio più sull’analisi dei rapporti e delle funzioni che delle forme. L’insegnamento dell’Ecologia a Roma, assunto nel 1979, fu la manifestazione dell’ampiezza raggiunta dai suoi interessi scientifici. Le esperienze di studi integrati già presenti dalle origini della Fitosociologia in Italia, la partecipazione al Programma Internazionale Biologico (IBP) e successivamente al programma Uomo e Biosfera (MAB), sono tappe di un percorso tanto conseguente da sembrare già tracciato. La ricca produzione di saggi sulla integrabilità delle nozioni dimostra che la realizzazione delle idee che troviamo riunite in Uomini e Parchi è una conseguenza logica del lungo tempo di maturazione di un insegnamento caratterizzato da una forte carica idealistica e spesso poetica, ma sempre sotteso da una solida base teorica e da una conoscenza diretta dei problemi ambientali. Il motivo ricorrente degli scritti dell’ultimo periodo è incentrato sulle teorie dei sistemi con la continua ricerca degli elementi unificanti delle singole scienze della natura e umanistiche. Questi saggi ci offrono una visione composita della natura, talora molto razionale e tesa a individuare regole e comportamenti generali, a scandire “le cose da fare”, non di rado anche rivelatrice di suggestioni apparentemente staccate dalla concretezza scientifica fino alla introspezione. Dalle comunità crittogamiche e dalle associazioni vegetali dei primi studi, si assiste ad un continuo allargamento del campo di interesse fino alla biosfera e alla visione critica della posizione dell’uomo. L’approdo alla ecologia olistica delle scuole americane e alle nuove vedute organicistiche, ma non vitalistiche, sottolinea Giacomini, è riconosciuto come inevitabile per lo sviluppo dell’ecologia dei sistemi. Ma Giacomini non segue acriticamente gli sviluppi del pensiero olistico fino alle estreme conseguenze. Infatti egli riconosce nella natura una continuità dei processi evolutivi, ma vi distingue anche dei gradini, veri salti di qualità, il più elevato dei quali è occupato dall’uomo con tutta la sua capacità di dominio e di invasione.

Nel 1972 Giacomini partecipa alla conferenza mondiale sull’ambiente promossa dall’Onu e tenutasi a Stoccolma. Da alcuni scritti degli anni immediatamente precedenti, si può dedurre un suo orientamento ben preciso sulla dimensione dei problemi in discussione. Le crescite demografica e tecnologica erano già state individuate come fattori mondiali, non controllabili e capaci di produrre effetti deteriori sullo stesso concetto di “ valore” che diveniva sempre più sinonimo di “utilità”. Riconoscendo le grandi dimensioni spazio-temporali della tendenza, in­dividuava nella biosfera intera, al di sopra dei confini nazionali o geografici, l’ambito in cui si sarebbe giocato il futuro della conservazione. A Stoccolma giunse quindi già orientato sulle dimensioni della discussione, senza preconcetti disciplinari o territoriali. Anche le distanze che aveva già preso nei riguardi di un protezionismo rigido e esclusivo, lo predispongono per una partecipazione attiva.

Nella conferenza di Stoccolma sono sollevate questioni importanti sui limiti imposti dalla conservazione allo sviluppo di popolazioni povere, specialmente a livello mondiale. Un contrasto che si ritrova anche nelle nazioni più sviluppate, dove la conservazione della natura si deve necessariamente realizzare nelle zone meno antropizzate, ma occupate da popolazioni povere che si devono confrontare con qualche limite in più rispetto a quelli millenari dell’ambiente fisico marginale.

Da questa discussione Giacomini trae conclusioni molto lucide: “Da Stoccolma è dunque partito un messaggio che ci sollecita ad impegnative riflessioni circa la credibilità di un protezionismo dimentico delle conseguenze sociali anche nei singoli casi dei parchi, dove le realtà, territorialmente limitate, rispecchiano comunque le problematiche generali del pianeta”. E in modo più conciso afferma che “non si dà politica dell’ambiente senza soluzione dei problemi sociali”. La conclusione della conferenza di Stoccolma, apparsa ad alcuni come un fallimento, fu giudicata positiva da Giacomini per “l’altissimo contributo portato da quell’assise proprio nei suoi aspetti contraddittori e conflittuali e nel grande confronto di esigenze e concezioni”.

La sua azione negli anni che seguirono fu dedicata a ricollocare concettualmente l’uomo nel centro del mondo, in quanto essendo dotato della capacità di modificare l’ambiente deve assumere coscienza e responsabilità delle proprie azioni. Non più signore assoluto dunque, ma consegnatario impegnato a non sperperare, a ricostruire e a tramandare i valori del proprio ambiente vitale. Quando, nel 1976 definisce questi concetti come “una contronvoluzione tolemaica in ecologia”, Giacomini dimostra ancora una volta la sua vis pedagogica richiamando l’attenzione su problemi generali, ignorati dai più, con un riferimento alla storia del pensiero cosmologico comune alle due culture. Queste affermazioni accolte come novità e apprezzate in modo particolare dai cultori delle scienze applicate, erano in realtà la naturale conclusione di un processo critico che Giacomini aveva iniziato già dai tempi delle prime ricerche di fitosociologia applicata e che gradualmente prese forma fino a concludersi in proposizioni generali.

Da questa idea derivano forti conseguenze per le realizzazioni conservazionistiche in un mondo con elevata densità degli insediamenti umani come l’Europa, dove la conservazione coinvolge inevitabilmente anche problemi sociali ed economici. Perciò auspico che da questo convegno prenda le mosse una verifica dell’attualità delle linee tracciate da Giacomini per rinvigorire la funzione traente che egli aveva individuato nei Parchi.

Vorrei ora concludere accennando ad un altro aspetto interessante della personalità di Giacomini: la sua figura di docente e la particolare attenzione per i problemi dei giovani, che lo portò a sobbarcarsi anche il grave impegno di commissario per l’Opera Universitaria presso l’Università di Roma in un periodo molto difficile e turbolento. Ma di questo incarico non mi risulta che abbia mai scritto qualcosa al di fuori dei brevi sfoghi confidenziali in cui esprimeva il rammarico per l’impossibilità di rimediare a situazioni difficili. Penso invece che sia opportuno ricordare momenti più positivi, quando Giacomini insegnava o costituiva gruppi di giovani ricercatori nelle varie sedi occupate, ricominciando sempre dall’inizio.

Non è certamente un fatto raro che un docente comunichi agli allievi qualcosa di più della disciplina scientifica, ma questo aspetto in Giacomini assumeva una particolare rilevanza: i rapporti erano improntati in termini di semplicità, alternando i momenti del rigore disciplinare a quelli della confidenza, senza limiti percepibili in quanto la giornata di lavoro era ritmata solo da percorsi, commenti sulla vegetazione, aneddoti, soste per i rilevamenti o per i rapidi pasti, e si concludeva dopo la cena con il rito della preparazione dei campioni raccolti per l’erbario. Nell’istituto le sue comparse in laboratorio erano più discontinue, ma pur sempre condotte con attenzione sul lavoro svolto dagli allievi e spesso un fatto molto contingente era lo spunto per ampie esposizioni. Così gli allievi diretti conobbero Giacomini come un maestro informale, direi quasi peripatetico. Nei miei primi anni di studio mi chiesi spesso da quali maestri avesse appreso egli stesso a insegnare in modo così fluido. Molto più tardi ebbi notizie sul suo periodo di formazione a Brescia, presso il Gruppo naturalistico Ragazzoni. Qui il giovane Giacomini ebbe come maestri diversi naturalisti, tra i quali mi limito a ricordare Nino Arietti con il quale collaborò anche in seguito. Ma Giacomini in alcuni suoi scritti biografici ricorderà anche maestri mancati, ammirati per la dottrina, ma poco comunicativi e penso che anche da questi, oltre che dai primi, egli possa aver costruito le proprie regole di docente.

La massima disponibilità per i giovani si manifesta nel periodo della maturità scientifica attraverso molti interventi sulla didattica di problemi conservazionistici o geobotanici, sulla divulgazione di argomenti non facilmente accessibili direttamente dalla trattatistica scientifica. Lo sviluppo del concetto di lavoro di gruppo giunse alla divulgazione dei principi e dei metodi geobotanici verso ricercatori di altre discipline territoriali, coinvolgendoli in gruppi sempre più compositi.

Quindi l’attività di insegnante di Giacomini si estese dall’Università al mondo della ricerca e della gestione del territorio, dai giovani agli adulti culturalmente già consolidati e non facilmente disposti a modulare i propri modi di operare. Molti ricercatori o professionisti, non botanici o naturalistici, si dichiarano ancora oggi allievi di Giacomini o affermano di essere stati fortemente influenzati dalle sue idee conservazionistiche. Dichiarazioni che mi confermano nella convinzione che non è il maestro ad indicare i propri allievi, ma questi che lo riconoscono per quanto hanno ricevuto.

Ma se ci fermassimo a questa considerazione molto appagante faremmo un torto al maestro comune. Quale messaggio ci è stato realmente passato? Forse la validità dei metodi moderni di analisi della vegetazione, delle interazioni che si devono stabilire tra ricercatori in gruppi multidisciplinari? La prudenza nelle definizioni tipologiche per evitare ridondanze e confusioni? Questi insegnamenti e numerosi altri fanno parte di un bagaglio importante, ma non sono tutto. Penso che il vero messaggio di Giacomini sia costituito dalla continua ansia della ricerca critica che non dà nulla per acquisito in modo definitivo e dalla onestà intellettuale necessaria per superare le posizioni raggiunte anche con fatica. Il principio del “non-finito” che enunciò per la ricerca scientifica si applica al ricercatore stesso che non deve mai considerarsi appagato dai risultati raggiunti.