Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Numero
14
December 2009
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
Merceologia nucleare, di Vincenzo Caniglia
I prodromi dell’approccio ecologico alla pianificazione territoriale. Alle origini della cultura ambientale di Osvaldo Piacentini., di Marzia Maccaferri
Dalla razionalizzazione del territorio ai limiti allo sviluppo: la pianificazione sociale e ambientale di Osvaldo Piacentini, di Marzia Maccaferri
Mobilità versus ambiente o viabilità nell’ambiente? Reti ambientali nella pianificazione di Osvaldo Piacentini, di Marzia Maccaferri
Un lessico ingannevole: i musei dell’industria e del lavoro, di Pier Paolo Poggio
Fine delle risorse e risorse senza fine, di Pier Paolo Poggio
Un’industria alimentare che produce affamati, di Marino Ruzzenenti
Il degrado del Pianeta scaricato sui poveri, di Marino Ruzzenenti
Il costo energetico delle merci. Alcuni problemi metodologici, di Valeria Spada Di Nauta
Nascita ed evoluzione delle armi da fuoco individuali dal XIII secolo ad oggi, di Giuseppe Consolandi
Eventi
Bari, 9 settembre 1943. Il ragazzino che fermò i tedeschi, di Marco Brando
Sull’immigrazione, di Luis Inácio Lula da Silva
Per non dimenticare*, di Giulio Maccacaro (1924-1977)
Biologia ed economia, di Giorgio Nebbia
Commercio e violenza, di Giorgio Nebbia
Aumentano la disuguaglianza e la fame nel mondo, di Marino Ruzzenenti
Un commento su diossine e affini, di Marino Ruzzenenti
Storie di armi, di Carlo Tombola
Un ecomuseo dell’Ipca, per non dimenticare, di Giuliano Vaschetto
Persone
Caduti sul lavoro, di Giorgio Nebbia
Lise Meitner (1878-1968), di Giorgio Nebbia
Franco Scudo (1935-1998), di Giorgio Nebbia
Ernesto Stassano (1859-1922), di Giorgio Nebbia
Chaim Weizman (1874-1952), di Giorgio Nebbia
Giulio Maccacaro (1924-1977), di Peppe Sini
Lucio Gambi (1920 - 2006), di Teresa Isenburg
Cose
L’allume e le scomuniche merceologiche, di Giorgio Nebbia
Cacao, di Giorgio Nebbia
Fibre tessili naturali, di Giorgio Nebbia
Ghiaccio, di Giorgio Nebbia
Gomma guayule, di Giorgio Nebbia
Litio, di Giorgio Nebbia
Polaroid, di Giorgio Nebbia
Polipropilene, di Giorgio Nebbia
Traversine ferroviarie, di Giorgio Nebbia
Zucchero, di Giorgio Nebbia
Letture
Storia di donne e di uomini, di acque e di terme, di Giorgio Nebbia
Il borotalco nero, di Giorgio Nebbia
Cicli produttivi e merci, di Giorgio Nebbia
I manoscritti, di Giorgio Nebbia
Crescita e declino del sistema cloro, di Giorgio Nebbia
Gomma guayule
di  Giorgio Nebbia

A proposito della possibilità di coltivare piante da gomma in Italia ricordo una storia sentita raccontare da un mio collega, morto da tempo, che aveva lavorato come agronomo a tale impresa in Capitanata in collaborazione con un agronomo americano.

Mi è arrivato ora un bel libro: “SAIGA. Il progetto autarchico della gomma naturale. Dalla coltivazione del guayule alla nascita del polo chimico di Terni”, scritto da un giovane storico, Alberino Cianci e pubblicato proprio nei mesi scorsi dalla piccola casa editrice Thyrus, di Arrone (Terni) (www.edizionithyrus.it). L’autore ha potuto ricostruire una pagina dimenticata della storia dell’industrializzazione italiana, nel turbolento periodo dell’autarchia fascista, perché ha avuto modo di mettere le mani su un prezioso archivio salvato fortunosamente. Il libro tratta la storia dei tentativi di coltivazione, in Italia o nelle colonie italiane del tempo, di piante da gomma diverse dall’Hevea, l’albero che forniva e fornisce praticamente tutta la gomma naturale nel mondo e che cresce bene in climi tropicali. Nel 1933 l’Italia dipendeva completamente per le importazioni di gomma dalle piantagioni di Hevea del Brasile e del sud-est asiatico, nelle mani delle grandi potenze coloniali, con le quali il governo fascista pensava o progettava di scontrarsi un giorno.

Si sapeva che la gomma poteva essere ottenuta da piante e arbusti coltivabili in climi temperati e che alcune piantagioni erano in corso in Russia e in America; negli Stati Uniti la coltivazione di una di queste piante, il guayule, e l’estrazione della gomma erano effettuate dalla Intercontinental Rubber Company, presso la quale furono inviati alcuni tecnici italiani. Nel 1936, subito dopo la conquista dell’Etiopia e le sanzioni economiche contro l’Italia, il governo fascista avviò contatti con la società americana per vedere se era possibile coltivare il guayule in Libia o in Sardegna o in Basilicata o in Puglia.

La Intercontinental inviò in Italia un suo addetto che visitò le varie regioni e ne studiò le condizioni agronomiche; fu così stipulato un contratto (per alcune diecine di milioni di lire, che allora erano tanti soldi) secondo cui la società americana avrebbe inviato semi e piantine di guayule e collaborato alla loro messa a dimora. Di tutto questo ci sono lettere, telegrammi, fatture e resoconti nell’archivio studiato e descritto da Cianci. Nel 1937 fu creato un “Ente gomma guayule” e fu costituita, dalla Pirelli e dall’IRI, la SAIGA (Società Anonima Italiana Gomma Autarchica); fra i consulenti e gli amministratori figuravano nomi illustri come i chimici Bruni, Natta, Francesco Giordani e il finanziere Enrico Cuccia, futuro presidente di Mediobanca.

Falliti i tentativi di coltivazioni del guayule in Libia, nel 1938 furono acquistati alcuni terreni a sud di Cerignola dove fu creato un vivaio in cui furono piantate, nella primavera del 1940 (poco prima che l’Italia entrasse nella seconda guerra mondiale), 25 milioni di piantine di guayule ottenute con i semi selezionasti fatti venire dalla California, da cui ci si sarebbe dovuti aspettare una produzione di mille chili di gomma per ettaro. Negli anni successivi (l’Italia era in piena guerra) la mancanza di carburante, di personale, di macchinari portò lentamente al fallimento e all’abbandono delle piantagioni foggiane di guayule. Nel 1944 i terreni destinati alla produzione della gomma furono occupati dagli Alleati e riconvertiti a cereali.

Le proprietà della SAIGA a Cerignola furono vendute all’Opera Nazionale Combattenti e nel 1947 la SAIGA fu messa in liquidazione. Intanto fin dal 1939 la SAIGA era stata incorporata in un’altra società, sempre della Pirelli-IRI, la SAIGS (Società Anonima Italiana Gomma Sintetica), che nel frattempo si era orientata verso la produzione di gomma sintetica dal butadiene; la SAIGS costruì una fabbrica della materia prima a Ferrara, in una zona dove esistevano molti zuccherifici; lo zucchero veniva trasformato in alcol etilico, e questo trasformato in butadiene. Il complesso di Ferrara fu acquistato dalla Montecatini e la produzione della gomma sintetica fu trasferita a Terni, deve era disponibile abbondante elettricità; qui il butadiene era ottenuto dall’acetilene a sua volta ottenuto dal carburo di calcio prodotto al forno elettrico.

L’impresa cessò nel 1943. Dopo la guerra a Terni nacque un grande polo chimico della Montecatini/Polymer che a sua volta cessò di esistere nel 1977. L’archivio della SAIGA/SAICS sopravvisse a queste vicende, fu trasferito da Ferrara a Terni e qui fu salvato da un dipendente diligente e lungimirante che l’ha messo a disposizione dell’autore del libro prima citato. E qui vengono spontanee alcune osservazioni; si parla tanto di conservazione dei “beni culturali”, intesi come le testimonianze della ricca storia italiana, ma non ci si accorge che stanno scomparendo o sono irrimediabilmente scomparsi archivi e raccolte di documenti, lettere, schemi di produzione relativi alla storia industriale del nostro paese. Non tanto quelli delle grandi industrie, alcune delle quali hanno un proprio archivio storico, ma delle innumerevoli imprese medie e piccole che pure hanno avuto un ruolo importante nella produzione e nel lavoro: è anche questa “cultura”. La storia industriale è inoltre strettamente legata alla storia e alla situazione dell’ambiente; ogni impresa produttiva in qualsiasi posto del nostro territorio ha usato delle materie e le ha trasformate e nello stesso tempo si è lasciata dietro delle scorie e dei rifiuti che sono finiti nell’aria, nelle acque, nel terreno. Dopo anni e anni ci si accorge dell’esistenza di zone contaminate, i governi decidono di procedere ad operazioni di “bonifica” dei siti inquinati e vengono investite grandi somme; il successo di qualsiasi bonifica dipende però dalla conoscenza della storia industriale e produttiva delle fabbriche che erano esistite in tali zone e queste informazioni si possono avere soltanto esaminando i relativi documenti e archivi. Per caso qualche raccolta di documenti viene recuperata o salvata e qualche volonteroso studioso si dedica a darne notizia e qualche benemerita piccola casa editrice li pubblica. Molto di più meriterebbe di essere fatto, soprattutto in relazione alle imprese e alle produzioni, in molti casi scomparse e dimenticate, del Mezzogiorno.