Altronovecento

Ambiente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti

Numero
12
March 2007
Numero monografico
Sommario
Editoriale
Saggi
L’impresa irresponsabile. Scandali, potere economico e democrazia in prospettiva storica, di Ferdinando Fasce
L’empirismo organizzato: la chimica a Larderello nell’Ottocento, di Nicoletta Nicolini
Early work on solar distillation in italy, 1953-1970, di Giorgio Nebbia
Piccola storia delle frodi, di Giorgio Nebbia
Produzione di merci a mezzo di natura, di Giorgio Nebbia
Le popolazioni di merci e il loro futuro, di Giorgio Nebbia
Modernità e contadini, di Pier Paolo Poggio
L’artigianato: tra memoria del passato e risorsa per il futuro, di Pier Paolo Poggio
RSI e mondo del lavoro: ancora su comunisti e operai, di Pier Paolo Poggio
Lavoro, salute e sicurezza: un ruolo per il MusIL, di Pier Paolo Poggio
Giovanni Haussmann, direttore a Lodi (1948-1976), di Ercole Ongaro
Eventi
Il processo, di Giorgio Nebbia
Il valore dell’agricoltura, di Giorgio Nebbia
Seimilaseicento, di Giorgio Nebbia
Tutto il potere alla geografia, di Giorgio Nebbia
Dove seppellirli?, di Giorgio Nebbia
Persone
Franz Achard (1753-1821), di Giorgio Nebbia
Fabrizio Giovenale, di Giorgio Nebbia
Felix Trombe (1906-1985), di Giorgio Nebbia
Cose
Amido, di Giorgio Nebbia
Bambù, di Giorgio Nebbia
Contatore, di Marcello Zane
Personal computer, di Marcello Zane
Radio, di Giorgio Nebbia
Documenti
Società umana e suolo, di Giovanni Haussmann
La politica ecologica del movimento operaio, di Giovanni Berlinguer
Rileggendo Berlinguer, di Giorgio Nebbia
Personal computer
di  Marcello Zane

Premessa

 

Le pagine che seguono prendono le mosse - dopo una rapida carrellata circa l’accoglienza riservata ai primi computer delle origini[1] - dalla seconda ondata dell’informatizzazione italiana, nel passaggio dai main frame ai mini sistemi, che si realizza durante gli anni Settanta in seguito alla progressiva diminuzione dei costi dell'elettronica, ma anche grazie alla capacità dei costruttori nell'individuare tipologie di prodotto e gruppi di applicazioni più utili e vicini alle singole esigenze dell’utenza.

I capitoli successivi sono dedicati alla comparsa dei primi modelli americani di Pc, macchine dalle prestazioni limitatissime, progettati da studenti, club di appassionati, radioamatori, che hanno come punto di riferimento le riviste del fai-da-te elettronico. Queste pagine descrivono non tanto la tecnologia adottata, quanto la funzione che queste macchine, i loro inventori e la crescente platea di appassionati, rivestì – con modalità innovative – nel descrivere, promuovere e rendere visibile (ed appetibile) la novità, creando di fatto l’ambiente necessario al successo del personal. Una fase per certi versi essenziale anche per la conoscenza e la diffusione dei Pc nel nostro Paese, così come della posizione di grande interesse assunsero alcune piccole imprese costruttrici italiane, che trovarono il proprio start up nella realizzazione dei primi modelli di Personal.

Ma la storia dei Pc e della loro diffusione in Italia appare assai più complessa. Da qui la necessità di indagare lungo l’intrecciarsi di interessi commerciali, cambiamenti sociali, innovazioni tecniche. Un itinerario, cui sono dedicati i capitoli centrali del volume, a partire dalle iniziali resistenze avanzate dal mondo dei programmatori e degli addetti ai grandi centri di calcolo, alle prese con la rapida perdita del proprio status di “custodi delle macchine”, cui segue l’analisi dell’impatto esercitato sui potenziali clienti dalla prepotenza della pubblicità e dell’informazione scientifica pesantemente condizionate dalle case produttrici e dai loro orientamenti di marketing, con l’avvio di nuove modalità di vendita del Pc e dei packages, soprattutto attraverso softwarehouse e computershop.

Temi cui si aggiungono l’avvio dell’office automation nazionale mediante il controverso approccio al word processing - inizialmente incanalato al di fuori del mondo del Pc, ma contemporaneo punto di ingresso per gli uffici ed i professionisti all’informatica individuale - ed il sollevarsi di diffusi timori per una eccessiva invadenza del computer nella vita quotidiana e nel mondo del lavoro.

Un ruolo rilevante nella diffusione dei Pc ebbe la nascita di un’editoria specializzata e di decine di nuove riviste, capaci di orientare il mondo degli appassionati, oltrepassando la rapida parabola degli home computer e delle piattaforme per videogiochi, sino a giungere al tema della democratizzazione dell’informatica individuale ottenuta grazie all’elevata quantità di modelli presenti sul mercato ed al loro costo sempre più ridotto in rapporto alle crescenti prestazioni.

Un passaggio, dall’elaborazione elettronica delle informazioni all’informatica personale, che in Italia ha conosciuto, dunque, come cerca di ricostruire questo libro, uno sviluppo contraddistinto da ritardi e mitizzazioni, affabulazioni pubblicitarie e diffuse diffidenze. Una stagione decisiva, nel sempre intricato rapporto tra nuove tecnologie e società italiana degli anni Ottanta, sino al nuovo millennio, quando le statistiche nazionali segnalano finalmente  il raggiunto traguardo di un personal per ogni abitante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

Bricolage personalizzato

 

 

 

A chi (non) servirà un Pc

 

L’estensione dell’elaborazione dati ad un’area estremamente composita, per interessi e per problemi da risolvere, assume tutte le caratteristiche di una ridefinizione dell’uso stesso del calcolatore. Si prevedono, per esempio, sei diverse tipologie di mercato per i Pc, ad iniziare dal computer per hobbisti, settore importante in passato proprio negli States, e proposto ora quale mercato iniziale per il nostro Paese. Un segmento, si scriveva, “che si ridurrà presto ad essere solo una parte del mercato, alla pari di altri emergenti”, anche perché solamente un 25% dei primi acquirenti proveniva da quel mondo, ed il loro numero in Italia era assai limitato.

Una seconda fascia di mercato è quella frequentata dai professionisti, per i quali si prevedeva la necessità di software specializzati da utilizzare con normale hardware. Ancora, il mercato delle piccole aziende, e cioè “aziende con un fatturato annuale tra i 500 milioni ed il miliardo”, nelle quali “l’ufficio è un candidato ideale per le applicazioni con il personal computer”. Infine, la scuola e la famiglia. Per la didattica i tempi paiono maturi per l’inserimento del Pc, poiché, si rammentava, “si possono imparare molte cose con i computer, dai linguaggi alla geografia, alla matematica. Si possono progettare per far operare interattivamente ragazzi, studenti e insegnanti. Il computer può insegnare, e con ottimi risultati”. Il mercato domestico si prevedeva divisibile in due sottoclassi, la gestione dell’economia domestica ed il tempo libero:

 

Le applicazioni del personal computer nelle case private non si esauriranno nelle sole applicazioni domestiche; certamente coinvolgeranno il sistema educativo, gli acquisti e, da non dimenticare, tutti i rapporti con gli enti pubblici e governativi. Saranno molti i personal computer comprati originariamente per essere usati nelle case che invece saranno poi impiegati al di fuori delle applicazioni domestiche; non si può definire con assoluta precisione dove comincia l’uso domestico e dove finisce.

 

Ed alla domanda se proprio le famiglie possano divenire gli acquirenti più affezionati di personal computer, la risposta è la medesima delle riviste popolari, entro il main stream del consumismo casalingo: “Perché no? Le famiglie comprano automobili, lavapiatti, frigoriferi. Praticamente ogni famiglia ha oggi un apparecchio televisivo, alcune più d’uno” [2]. Il Pc sarebbe dunque divenuto il nuovo elettrodomestico degli anni Ottanta: non a caso già nel 1983 vede la luce, per i tipi della milanese Editoriale Jackson, la prima enciclopedia ad elevata tiratura espressamente dedicata alle famiglie, ai giovani ed ai Pc, quattro volumi illustrati completi di dizionario finale e di test per l’apprendimento del linguaggio di programmazione Basic.[3]

Ma benché vi siano sul mercato sempre più numerosi e sofisticati prodotti, ancora non sono ben chiare complessivamente le strategie per giungere ad una ottimizzazione della proposta di nuovi modelli e dello stesso utilizzo dei Pc in funzione delle esigenze dell’utenza finale. Le stesse aziende produttrici dei primi Pc sembrano impreparate a questo fenomeno: esse producono macchine come beni posti in bilico fra strumenti di lavoro e voluttuari e la loro pubblicità, nel rimarcare questo aspetto, cerca di cavalcare l’onda modaiola, evitando di far comprendere come il percorso verso l’informatizzazione sia in realtà assai più complesso.

Esigenze che in casa della ditta Iret, che gestisce la più importante catena distributiva nazionale, così vengono valutate nell’estate del 1981:

 

Oggi il mercato italiano del piccolo Edp è già maturo e consente oltre il 40% del fatturato. Il segmento professionale conta già per un 10-12%. Lo sviluppo delle applicazioni educative è ancora in evoluzione, ma darà luogo in pochi anni ha una quota del 15-20%. L’Oem un altro 10%, specie per le aziende che utilizzano i personal per l’automazione dei processi produttivi. Il segmento famiglie, a differenza degli Usa, è invece immaturo, almeno fino ad oggi. L’evoluzione prevista è quindi abbastanza scontata: il segmento inferiore dell’Edp, i produttori di personal e l’elettronica civile con i televisori intelligenti si incontreranno tutti fra non molto sullo stesso mercato. Le nostre strade così in buona parte si incroceranno: a quel punto in un unico apparecchio sarà riunito il computer, il dispositivo telematico e il mass media elettronico.[4]

 

Ciò che unisce i vari messaggi pubblicitari è certamente la sottolineatura dei costi ridotti e la possibilità di collocare un Pc in ambienti in cui l’interazione diretta - personale - fra utente finale e macchina costituiva una condizione essenziale. E’ ben chiaro, così come testimoniano ancora le parole dei dirigenti della catena di distribuzione Iret, il percorso che il Pc è chiamato a compiere entro gli uffici delle imprese nazionali, in piena sintonia con quanto andava accadendo oltre oceano:

 

la preferenza dei manager verso i personal è molto evidente: la loro diffusione avviene infatti in prevalenza negli uffici e le aziende manifatturiere di piccole dimensioni e, all’opposto, nelle grandissime organizzazioni. L’estrema versatilità è testimoniata poi dalla forte quota di applicazione software personalizzate (oltre il 18% del totale) ancora precluse ai precedenti sistemi. Ne deriva una “reazione a catena”: appena un microelaboratore varca la soglia di un ufficio e dimostra la sua utilità, il gioco è fatto e nel giro di qualche settimana le piccole macchine spuntano come funghi. Ma l’effetto di imitazione non si ferma qui: dall’utilizzo esclusivo da parte dei manager di grado più elevato si sta assistendo alla massiccia diffusione dei personal presso gli stessi impiegati esecutivi; le strutture organizzative sono composte da individui e ognuno di questi ha un proprio modo di ragionare e lavorare, un diverso approccio personale all’informatica.[5]

 

Proprio le statistiche che giungono dagli Stati Uniti, verso cui l’Europa e l’Italia guardano con interesse circa gli sviluppi e la diffusione del Pc, contribuiscono a consolidare le crescenti attese, indicando mercati di sempre più ampie proporzioni. Le cifre diffuse dalla International Data Corporation nella primavera del 1980 e relative al primo censimento dei “mini da tavolo”, conteggiante i sistemi prodotti dalle industrie americane nell’anno 1978, fanno scalpore: il parco di desktop ascendeva, infatti, a 226.000 unità.

Il censimento è interessante poiché evidenzia la diversa collocazione funzionale dei Pc operanti oltre oceano. Il settore definito Business/Professional appare in più rapido sviluppo, con 57.000 sistemi installati alla fine del 1978; l’Home/Hobbyst è settore con la più alta intensità di unità installate (69.000 a fine 1978); l’ambito scientifico è categoria composta dai sistemi più costosi, conteggiati in circa 27.000, mentre il settore Education al dicembre 1978 si posizionava intorno alle 13.000 unità.

La Hewlett-Packard deteneva il 48,4% del mercato, seguita dall’Ibm col 15,2%, in termini di valore. Per numero di installazioni, viceversa, la Tandy si issava al 31%, seguita dalla Commodore col 20,8%, mentre l’Apple era ancora ferma al 3%, poco sotto la stessa Ibm.[6] Se il mercato sta esplodendo, e lo strapotere americano è ben avviato, ora in Italia ci si interroga su chi avrebbe potuto costruire Pc di marca nazionale.

 

 

Un Pc italiano ed uno per gli italiani

 

Anche nel nostro Paese alcuni piccole imprese provano ad inserirsi sin dalla fine degli anni Settanta nel mercato della costruzione e commercializzazione di micro e Pc. Fra queste la ditta Asel, nata dall’iniziativa di due soli, ma agguerriti, progettisti provenienti da precedenti esperienze maturate in grandi aziende. La piccola impresa milanese, dopo qualche anno di difficile navigazione nel mondo della subfornitura, opta per un minuscolo progetto: una “scheda” intelligente in grado di espandersi fino al personal computer completo e, allo stesso tempo, l’idea di poter insegnare al neofita i primi rudimenti della programmazione informatica.

Nasce così il Pc denominato Amico 2000[7] e, dopo un paio d’anni, la sua estensione, l’Amico 3000: secondo la pubblicità del tempo questo modello poteva consentire l’utilizzo nel settore professionale, in diretta concorrenza ai modelli proposti da Apple e Radio-Shack. Così l’ambizioso progetto aziendale venne narrato in quelle stagioni:

 

All’inizio pensavamo che fosse soltanto un’avventura, una strada da tentare. Ma oggi che stiamo sperimentando già la seconda generazione dei nostri personal non abbiamo più dubbi: su queste macchine ci giocheremo il mercato degli anni ’80, anche in Italia. Per Giuseppe Ferraroli, titolare della Asel, il personal computer è quasi l’uovo di Colombo per le piccole imprese elettroniche italiane. E in effetti l’Asel stessa lo testimonia. Sarà questa la scommessa più ardua: dimostrare che la loro macchina può stare tranquillamente alla pari con qualsiasi altra, magari d’oltroceano. A nostro vantaggio c’è il fatto che siamo italiani. Se il personal è il prodotto personalizzabile per eccellenza, basta una telefonata e noi lo facciamo.[8]

 

Analoga è l’esperienza della ditta General Processor di Firenze: le sue macchine, ad iniziare dal Modello T - in un case di plastica e legno, dotato di sistema operativo CP/M ed Ibm compatibile[9] - sono rivolte soprattutto agli utilizzi tecnico-professionali (a partire dalle funzioni grafiche), pubblicizzate con l’head line “General Processor: pensato, progettato, costruito in Italia”.

Anche la Mistral, azienda componentistica del gruppo statale Gepi, tentò un’esperienza di diversificazione in questo campo, acquistando i diritti di fabbricazione di un personal americano ed affidandone la commercializzazione alla GBC. Era il citato Mistral 801, basato su microprocessore 6502, con tastiera da 60 tasti, display da 16 linee per 40 caratteri, con registratore a cassette incorporato: prezzo base 1.650.000 lire. Un modello che però si dimostrò largamente insufficiente dal punto di vista software, utilizzando lo sconosciuto linguaggio Pecos, ed il sistema operativo Joss, di cui si perderanno ben presto le tracce.

Fra le altre imprese da segnalare la Micro AZ 80, il cui modello denominato Modulus System si basava su microprocessore Z80, display da 80 caratteri su 24 linee a fosfori verdi, la cui versione con monitor e lettore floppy era commercializzata a partire da 2.850.000 lire. La SGS[10], la fiorentina Tesak, produttrice di terminali video con tastiera, la Lorenzon Elettronica, col suo il modello CTL 650 basato su microprocessore 6502, video a 16 linee per 64 caratteri a fosfori verdi: il suo costo, 1.798.000 lire, era pari a quello del relativo lettore di floppy.  Ancora, la Plae con il suo modello Delta 1, con microprocessore 6502, venduto senza video né lettori floppy, ma con registratore cassette incorporato, a sole 1.150.000 lire.

Nel frattempo, alla fine degli anni Settanta, i maggiori produttori stanno ancora affilando le armi: la Olivetti, che dispone già di una consolidata presenza nel campo dei computer da tavolo professionali (il suo P 6066[11] era considerato un pericoloso concorrente anche degli analoghi sistemi della Hewlett Packard), si apprestata al lancio di nuovi piccoli sistemi per le applicazioni gestionali. La Honeywell Italia, nei suoi laboratori di Pregnana già da un anno aveva dato il via al progetto Helios, un personal computer di alto livello integrabile alle sue piccole stampanti. La Zanussi, infine, segnalava di aver messo in cantiere la realizzazione di una macchina che si poneva fra il terminale videotel ed il sistema di elaborazione.[12]

Dopo un paio d’anni dalle prime aperture, l’esperienza dei computershop nazionali viene fotografata in un indagine svolta dalla società milanese di consulenza Sirmi nell’estate del 1981.

 

Dove si vendono i personal computers? In cifre, la situazione 1980 si presenta così: Lombardia, 35%; Toscana/Emilia, 30 %; Piemonte, 5%; Tre Venezie, 5%; Lazio 15%; Puglie, 5%, Sud, 5%. E’ da tenere presente, per altro, che in Piemonte e Lombardia le società di mini ostacolano pesantemente la distribuzione dei personal, mentre in Toscana ed Emilia, queste aziende se ne sono fatte promotrici particolarmente attive. A medio termine (1981) sono previste le seguenti percentuali di distribuzione: Lombardia, 29%; Toscana/Emilia, 19%; Piemonte, 12%; Tre Venezie, 9%, Lazio, 4%; Puglie 5%; Sud, 12%. Come dire che si va verso la correzione degli iniziali squilibri distributivi. Per quanto concerne i canali, negli anni scorsi sono emersi i seguenti quattro indirizzi: negozi ed edp shop (9%), case di software (49%), venditori di attrezzature e macchine per ufficio (11%) e vendite dirette da parte degli importatori e assemblatori (21%). Complessivamente in Italia operano circa 30 edp-shop, ma solo 20 di essi svolgono una vera attività di vendita di personal. A questi, però, vanno aggiunti i circa 300 negozi della GBC, distributrice del Sinclair e del Dai[13]. Un grosso battage pubblicitario è stato svolto dalla Ibm nel corso del 1980 e dalla Olivetti qualche mese fa per i rispettivi “negozi” in Via Viviani e Via Giuliani a Milano[14].

 

 

Il primo parco macchine

 

L’indagine citata mostra un bilancio a più facce. In primo luogo, nonostante gli straordinari investimenti pubblicitari, il proliferare di riviste e gli annunci sensazionalistici ospitati anche dalla stampa quotidiana, il numero di personal effettivamente venduti in Italia si era mantenuto – fra il 1978 ed il 1980 – piuttosto modesto, passando dalle sole 820 unità alle circa 13.000 di fine 1980, come mostra la seguente tabella:

 

Incremento delle vendite di personal computer in Italia

Anno

Unità

+/- %

Valore (mil.)

+/- %

Valore medio (1)

1978

    820

-

     4.018

-

    4.900.000

1979

  2.420

+195%

   12.826

+290%

5.300.000

1980

12.830

+430%

   70.565

+450%

5.500.000

(1) Il valore medio comprende il prezzo di vendita dell’hardware e del software di base, ma non quello del software applicativo; esso è attualizzato al 1980

 

Il raffronto statistico fra vendite e parco effettivamente installato, consente ulteriori riflessioni che si pongono oltre la semplice sommatoria fra vendite annuali e durata d’esercizio delle macchine. Innanzitutto, la permanenza di una suddivisione fra macchine vendute e macchine effettivamente installate, che deriva dalle modalità di conteggio proprie delle elaborazioni statistiche legate ai grandi main frame, quando  dalla data dell’ordine alla effettiva entrata in funzione dell’elaboratore elettronico potevano trascorrere diversi mesi, anche più di un anno. I tempi del Pc si riducevano viceversa anche a pochissimi giorni, se non ore: bastava entrare in un Computer shop ed acquistare una macchina già in magazzino per farsela recapitare a casa con immediatezza e, caricato il software operativo, spingere il sospirato tasto di accensione.

Inoltre, sfuggivano al conteggio gli acquisti effettuati da privati ed hobbisti direttamente all’estero, la quantificazione dell’esatto ricambio delle macchine più obsolete con nuovi modelli, e la presenza di un buon numero complessivo di Pc di marchi ed aziende diverse, non citate nella statistica anche per via della quantità relativamente ridotta di singoli esemplari venduti.

Le cifre riferibili all’effettivo parco di Personal computer funzionante in Italia risentono dunque dei totali precedentemente riportati, che sommano insieme installazioni ad ordinativi. Nel nostro paese si potevano accendere effettivamente circa 650 unità nel 1978; 2.500 nel 1979 e 11.750 Pc per l’anno 1980.  Questo il parco, tenendo presente che per Olivetti e Ibm si trattava in realtà ancora di mini sistemi più che di Pc veri e propri e che la somma difetta dei modelli acquistati direttamente all’estero o di modelli presenti in poche decine di esemplari:

 

  Parco globale Pc installato per i principali distributori

Costruttore

1978

 1979

  1980

Pet

400

1.400

3.500

Apple

150

  600

2.700

Olivetti

-

-

1.500

Ibm

-

-

1.200

Hp

-

-

  900

TRS

100

  400

  800

T.Adler

-

-

  600

Altos

-

  100

  550

 

Altre fonti segnalano numeri ancora diversi. La loro acritica proposizione tende a sottolineare con enfasi la strabiliante crescita del settore, alimentando entusiasmo ed euforia, glissando sulle incongruenze fra vendite, effettive installazioni, quantificazione del parco esistente. La stessa rivista “m&p Computer” fornisce cifre vistosamente divergenti da quelle offerte dalla ricerca di mercato Sirmi, pubblicandole senza spiegazioni all’interno del medesimo servizio di presentazione. Nel settembre del 1981,  i personal istallati in tutto il Paese risultano essere nel 1979, per quella fonte, circa 3.000. “Oggi sono più di 20 mila. Ventiquattromila a fine anno. Il ritmo di crescita è del 125% l’anno. Alla fine dell’80 erano poco più di 16 mila di cui circa 6000 forniti dai fabbricanti “tradizionali” (Ibm, Olivetti, HP, etc.). Gli altri 10.000 personal computers erano i vari Pet, Apple, Radio Shack”.[15]

IlCorriere della Sera” del 3 gennaio 1983[16] calcolava che nel 1979 in Italia erano stati venduti circa 2.000 Pc, sostenendo che “le vendite sono passate a circa 10.000 nell’anno successivo”. Cifre che risentono soprattutto delle diverse velocità con cui si registrano gli acquisti e si effettua l’effettiva consegna, e che depongono a favore dell’idea di una probabile maggiore concentrazione di vendite avvenuta negli ultimi mesi – il periodo natalizio - del 1979[17].

Frattanto, in Europa il parco dei Pc installati secondo le diverse marche è il seguente[18]:

 

Il mercato europeo del personal computer – unità installate

 

          1980

          1981

Costruttore

Unità

%

Unità

%

Commodore

36.000

32

55.000

30

Apple

19.000

18

52.000

29

Tandy

12.000

11

18.000

10

ABC 80

8.000

8

8.000

5

H.P.

7.000

6

10.000

6

T.I.

4.000

4

3.500

2

Altri

22.000

21

32.000

18

Totale unità

108.000

100

178.500

100

 

Interessante - anche per via delle implicazioni di carattere psicologico e di pianificazione a breve termine del marketing di molte aziende costruttrici - risultano le previsioni formulate circa le vendite. Gli analisti, per la verità, nonostante le percentuali di crescita strabilianti del triennio 1978-1980, prevedevano per il biennio seguente una crescita più contenuta che, con la diminuzione dei costi per ogni Pc, avrebbe portato ad un rilassamento della curva di incremento del valore del parco Pc venduto nel nostro Paese[19].

 

Previsioni vendite Pc in Italia

Anno

 apparecchi

    % incremento

   valore

    % incremento

 Valore medio

 

1981

30.910

+140%

  170.005

+140%

5.500.000

1982

70.200

+127%

  365.000

+114%

5.200.000

 

Le previsioni relative al parco installato si focalizzano intorno al trend che le maggiori marche avrebbero saputo segnare. Si tenga presente che, mentre l’Apple aveva avviato con forza la propria campagna pubblicitaria, l’Ibm doveva ancora annunciare l’arrivo del suo primo Pc, il 5150, e l’Olivetti commercializzare il proprio M20, modelli che, come vedremo, riscriveranno le cifre di vendita per gli anni successivi.

 

Previsioni parco globale installato in Italia per i principali distributori

Costruttore

1981

1982

Pet

9.000

22.000

Apple

8.700

24.200

Olivetti

4.300

11.200

Ibm

3.200

  6.600

Hp

2.500

  5.700

TRS

1.750

  3.850

T.Adler

1.900

  4.700

Altos

1.750

  4.250

 

Un dato, comunque, mostra l’immediato ritardo con cui l’Italia si pose lungo il percorso dell’informatica individuale, con previsioni che nell’immediato non lasciano spazio a nessuna illusione. La statistica dei “computer da tavolo” – comprendenti Pc ed apparecchiature mini – compiuta in ambito europeo (nel 1979 negli Stati Uniti erano installati 371.000 computer da tavolo) - è a questo proposito assai chiara, sia per i dati storici che per quelli in previsione, pur fornendo per l’Italia cifre ancora una volta diverse[20]:

 

Vendita dei computer da tavolo: unità

 

  1979

  1980

  1981

  1982

  1983

Germania

21.000

40.600

70.600

100.900

130.400

Francia

  8.500

16.500

28.500

46.700

68.000

G:Bretagna

20.000

35.400

52.200

64.600

84.500

Italia

 5.500

 9.400

18.100

30.500

40.800

Benelux

 5.400

10.000

18.000

26.100

34.500

Scandinavia

12.000

14.500

21.200

29.600

39.500

Altri paesi

 5.800

 8.100

13.400

19.400

27.200

Totale

78.200

 134.500

 222.000

 317.800

424.900

 

 

Un nuovo tipo di bicicletta

 

Un’utenza eterogenea ed indecisa, statistiche ed analisi non congruenti, produzione nazionale praticamente inesistente, una cultura informatica tutta da formare. Eppure sulla stampa specializzata il fenomeno Pc continua a trovare ampie enfatizzazioni, legate soprattutto alla necessità di accreditare nuove rubriche e nuove testate quali strumenti in grado di fidelizzare ampie schiere di lettori e garantire nel contempo adeguato accoglimento di sempre più numerosi inserzionisti.

Colpisce, nonostante le avvertenze che alcuni esperti esprimono nel considerare gli utenti italiani impreparati ad ospitare sulla propria scrivania un Pc, l’insistita tendenza ad equiparare il personal ad uno strumento non più complesso, nel suo utilizzo, di un impianto Hi Fi. Il Pc è presto “degradato” a semplice televisore forse appena più sofisticato, ricongiungendolo alla possibilità di divenire uno stravagante “oggetto regalo”, smitizzato così nel suo passaggio da “prodotto esoterico per pochi adepti“ a banale “strumento di calcolo ed archiviazione”.

Su quest’ultimo punto insiste l’editoriale di apertura del primo  numero della nuova rivista specializzata “Micro & Personal Computer” (meglio nota come “m&p computer”, diretta da Paolo Nuti) giunta in edicola nel settembre del 1979:

 

La nuova realtà del computer a basso costo sta già modificando, e sempre più modificherà, la vostra vita: da un lato pone l’elaborazione elettronica alla portata di applicazioni sempre più “modeste”, dall’altro permetterà a tutti di imparare a programmare, non importa se la calcolatrice in RPN o SOA, il microcomputer a schede in linguaggio macchina, il personal in Basic o Pascal. Smitizziamo l’elaboratore elettronico, usiamolo per risolvere i nostri problemi, applicazioni commerciali, scientifiche, didattiche, domestiche, giochi, non importa; è il fenomeno culturale del nostro tempo e dobbiamo essere noi a servirci del computer, e non solo una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Un computer per uno non fa male a nessuno, eccetto a quanti preferirebbero mantenere un’alea di mistero e privilegio.[21]

 

Condurre, come faceva la rivista “Informatica 70”, “Quattro passi nel mondo dei personal computer” è già, nel febbraio del 1980, possibilità ritenuta praticabile, anche se per il momento più entro le imprese che nello studio di casa. Per questo si insiste inevitabilmente sull’idea di un Pc quale perfetto regalo, sfizio per pochi, oggetto di moda da acquistare nel negozio sotto casa.

 

Compleanni, onomastici, festività pasquali e natalizie ed altre ricorrenze in genere ci pongono tutti, chi più chi meno, di fronte all’annoso problema del regalo. Oggi neppure il cenobita riesce a sottrarsi all’imperativo dello slogan pubblicitario “per quest’anno regalati…”. Dopo orologi digitali, calcolatori da tasca o tipo credit-card, si potrà continuare ad essere originali, ma non banali, regalando in Personal Computer. Un regalo oltretutto “unisex”; serve infatti anche per calcolare la dieta punti, tenere il calendario bioritmi, memorizzare le ricette più riuscite. Nessuno vieta di regalare o regalarsi un computer personale già oggi, purchè si sia disposti a spendere una cifra attorno al milione di lire. Stiamo però assistendo anche per questi prodotti, come già è avvenuto ed ancora avviene per i Pocket Calculators, ad una corsa al ribasso. Tutto ciò porta a una conclusione. Qualche anno ancora ed i Personal Computer influenzeranno la nostra vita anche nella sfera del tempo libero e nell’ambito privato. Anche in Italia il fenomeno Personal Computer ha preso piede. Iniziative come la Computeria di Cinisello Balsamo o il Computer Shop di P.zza Piola a Milano, dove si possono acquistare Personal Computer pagando in contanti, hanno infatti già più di un anno di vita. Il prodotto “computer” si sta quindi smitizzando; da prodotto esoterico per pochi adepti entrerà piano piano in tutte le case banalizzato (degradato?) a livello di apparecchio TV. [22]

 

Dopo aver massicciamente riempito le pagine dei periodici specializzati con le notizie giungenti dagli Stati Uniti, facile è formulare la previsione di una ancor più ampia diffusione del Pc, in ambiti sino a quel momento solamente sfiorati. Un Personal – così stava accadendo in America - per ogni singola persona impegnata nel proprio lavoro, per elaborare il budget casalingo o gareggiare con un videogioco. Non uno strumento uguale per tutti, ma personalizzabile ad ogni singola esigenza o professione.

Proprio la stampa specializzata propone con insistenza l’approccio amichevole e completamente diverso al nuovo computer. Essa riprende ed enfatizza le head line proposte dalle inserzioni pubblicitarie, ne somma i risvolti sensibili e stende un’aurea di “scientificità” alle linee elaborate dal marketing. Il Pet della Commodore verrà pubblicizzato in Italia, dalla nota rivista specializzata “Bit” nel settembre del 1980, attraverso la sottolineatura di una novità capace di mutare lo stesso approccio al Pc, visto come fedele, necessario amico. Un leit motiv che affonda qui, nelle pubblicità dei micro, le proprie rigogliose radici, e che sboccerà definitivamente nell’era dei Pc di marca Ibm ed Olivetti nemmeno un paio d’anni più tardi.

 

Sono ormai passati tre anni dalla prima presentazione ufficiale del PET, avvenuta sul numero di Settembre/Ottobre della rivista americana Personal Computing, ed è già storia. Nell’intervista a Chuck Peddle, microprocessor manager della Commodore Business Machines di Palo Alto, California, già si individuavano, più tra le righe che non esplicitamente, le linee di sviluppo del settore Personal: un fenomeno non del tutto inquadrabile in qualcosa di noto e collaudato, ma destinato a generare “modificazioni”, sull’utenza, sul mercato nell’approccio psicologico al computer sempre più “personal” /…/ Il grosso fatto rivoluzionario stava soprattutto nel costo contenuto. Il PET dovrebbe essere presente in migliaia di scuole, case, uffici e contribuire allo sviluppo massiccio dell’elaborazione personale” affermava Peddle, “sarà la rivoluzione degli anni 80”. Ed in questo ha solo visto giusto! Perché PET? Come forse il lettore sa, la parola inglese “pet” indica genericamente piccolo animale da casa, cucciolo domestico. Quindi si è voluto, nel nome, sottolineare l’aspetto ambientale, giocoso, familiare, di un oggetto che doveva appunto entrare, come cucciolo da vezzeggiare nella casa di tutti.[23]

 

Il cucciolo da vezzeggiare è icona che ben si addice all’ancora più user friendly  modello AppleII, anch’esso pubblicizzato in Italia nel 1980. Il lancio è accompagnato dalla pubblicazione della traduzione di brani d’intervista dei due inventori, Steve Jobs e Steve Wozniak. L’head line è eloquente: “Quando inventammo il personal computer, nacque un nuovo tipo di bicicletta”. Un parallelismo efficace:

 

Cos’è un personal computer? Mi piace paragonare il personal computer a una bicicletta, perché si sviluppa una speciale relazione fra una persona ed un computer, che migliora la produttività a livello personale. La sfida della nostra industria non è solo quella di riuscire ad introdurre e far capire il personal computer, ma di costruirlo così semplice da usare, che alla fine di questo decennio sarà comune come nella nostra società la bicicletta.

 

Nel sottile rimando fra le affermazioni in prima persona dei due inventori e le delucidazioni dell’esperto italiano, la costruzione della prova di un possibile inedito modo di intendere il computer - nuovo amico di ogni singolo  individuo - è presto realizzata:

 

Qual è la differenza fra un personal computer e gli altri computer?La stretta relazione fra uomo e macchina enfatizza la relazione personale. Il concetto chiave è questo: con lo stesso capitale in attrezzature per un treno passeggeri, è possibile acquistare oggi 1000 utilitarie. Pensate i grandi computer (mainframe e mini) come il treno passeggeri ed il personal computer come l’utilitaria. L’utilitaria non è così veloce e confortevole come un treno, ma con la nostra auto potrete andare dove vorrete, quando vorrete e con chi vorrete. Negli anni 60 e nella prima metà degli anni 70 era antieconomica la relazione univoca: una persona, un computer. I computer erano molto costosi e complicati, le riserve dovevano essere distribuite su almeno 50 persone. Avevamo treni passeggeri, non l’utilitaria. Ma con l’avvento della tecnologia microelettronica i circuiti sono stati miniaturizzati, aumentando la velocità, diminuendo i consumi e migliorando la versatilità.

Con l’Apple portatile possiamo dire di aver inventato il computer di piccole dimensioni. L’Apple è sufficientemente piccolo da poter essere portato dove desiderate. Potrete ottenere le informazioni sulla vostra scrivania, nel vostro ufficio, nel laboratorio, nella scuola, ecc….In altre parole, l’Apple ha rotto il poderoso e monolitico calcolatore in tante piccole parti, facili da usare. Abbiamo costruito il computer amico. Così come il piccolo motore fornisce energia dove è necessaria, il personal computer può distribuire “intelligenza”. Sarà questa distribuzione di “intelligenza” che cambierà il nostro modo di prendere delle decisioni. [24]

 

E, come si assicurava in termini più legati al funzionamento della macchina, grande impatto aveva registrato la grafica a colori, la versatilità  e l’espandibilità a basso costo, la disponibilità di una serie di periferiche ed accessori e, alla base di tutto, la flessibilità della struttura hardware-software.

Nel sistema Apple II di base non era compreso, né in dotazione né come accessorio opzionale, un video di nessun genere. Eppure questa limitazione viene trasformata in una sorta di ulteriore opportunità volta a rendere il Pc ancor più vicino alle esigenze dell’utenza: “si tratta”, scriveva la rivista “m&p Computer”, nel gennaio del 1980,

 

di una scelta simile a quella operata nel non fornire il registratore a cassette: l’utente sceglierà, per la visualizzazione, il dispositivo che riterrà più opportuno in base alle proprie esigenze. Le possibilità sono, di base, quattro: monitor a colori, televisore a colori, monitor in bianco e nero, televisore in bianco e nero. Ovviamente è possibile utilizzare apparecchiature con schermo di qualsiasi grandezza, anche questa da scegliere con considerazioni di carattere personale.[25]

 

In realtà, il grande battage pubblicitario e gli annunci sensazionali ancora una volta altro non rappresentano che escamotages per accreditare un prodotto non disponibile sul mercato nazionale, ma già circondato da entusiastica attesa. Per vendere il modello AppleII bastavano poche trovate: per vendere i computer Apple,  “ci portavamo dietro un nostro prodotto e uno della concorrenza. Accendavamo le macchine e non dicevamo nient’altro. Per noi parlavano le icone e la videoscrittura da una parte e i codici e le scritte verdi su fondo nero dall’altra”.[26]

Così nel 1981 i distributori nazionali di quel modello potevano tranquillamente scrivere come l’anno precedente i primi modelli giunti in Italia “inorgoglivano i loro felici e fortunati possessori. Oggi migliaia di Apple sono in uso in tutto il Paese e danno un contributo determinante alla diffusione di una informatica finalmente popolare”.[27]

 

 

L’ “ amico personale”

 

Anche dalle severe pagine di “Mondo economico” (e dall’autorevole firma di Gavino Manca) giungono medesime conclusioni: “il costo dei calcolatori è in continuo declino: esso, a parità di capacità di calcolo, diminuisce ogni cinque anni di un ordine di grandezza (1.000-100-10). Non è lontano il tempo in cui, oltre che negli uffici, in tutte le famiglie si potrà disporre di un personal computer alla stessa stregua del frigorifero o del televisore”.[28] Il Pc è un amico pronto a trasformarsi in strumento indispensabile, alimentando l’idea di un supporto sia per le necessità “individuali”, ma pure per  la soluzione di problemi lavorativi o aziendali:

 

I personal computer aumentano la produttività perchè sono uno strumento, non un gioco. Negli ultimi 15 anni ci sono stati solo 4 strumenti che hanno aumentato l’efficienza degli impiegati: le macchine da scrivere elettriche, le calcolatrici, le fotocopiatrici ed i nuovi moderni sistemi telefonici. Come tutti gli strumenti precedenti, il personal computer farà tanto per l’individuo quanto i grossi calcolatori fecero per le aziende negli anni 60 e 70. [29]

 

Il mondo degli affari si avvicina al Pc con l’idea di un computer versatile, amichevole, adatto all’ufficio, alla casa, al gioco ed all’apprendimento[30]. Scansata con naturalezza l’idea che una massiccia introduzione dei Pc possa provocare la perdita relativa di lavoro, “ampiamente compensata da un forte sviluppo dei volumi, ad esempio, di esportazioni di beni capitali avanzati verso quei paesi che ancora sono esclusi dai benefici della tecnologia occidentale”, si preferisce porre in risalto la possibilità di

 

 una rivalutazione, non una sottomissione, del ruolo umano: l’apprendimento della lezione del software è stato il concetto che i grandi problemi si possono superare e risolvere erodendoli, pezzo per pezzo. E nell’informatica questo significa l’universo delle piccole applicazioni, rese possibili dalla microelettronica. Non a caso, perciò, la tendenza dell’intelligenza artificiale è verso il computer personale.

 

Si insiste sulla possibilità di un utilizzo del Pc da parte di sempre più folte schiere di utilizzatori grazie alla facilità di comunicazione con la macchina. Un computer quale “piccolo grande amico”, capace di svelare sorprese e proporre curiose novità, è l’insistito motivo che accompagna il lancio dei primi modelli di Pc: lo farà più tardi anche l’Ibm, dopo l’annuncio del proprio personal dell’agosto 1981. Sulla stampa italiana ancora nel settembre del 1983 si poteva infatti leggere:

 

Il tuo piccolo grande amico. Un amico che può aiutarti a venire fuori dalla montagna di pratiche che ti sommergono. Il Personal Computer Ibm, così piccolo da stare comodamente sulla tua scrivania, può fare moltissimo per te: aiutarti a risolvere facilmente i problemi quotidiani del tuo lavoro. E non solo quelli. Preventivi, calcoli, contabilità, statistiche, tasse, indirizzi e corrispondenza. Tutto sarà in ordine, perfettamente aggiornato e stampato in pochissimo tempo. Non è necessario essere un addetto ai lavori per imparare a usarlo, perché si fa capire senza difficoltà. Vedrai, in poche ore tu e il tuo Personal Computer Ibm diventerete ottimi amici.[31]

 

Un amico designato come tale anche negli anni a seguire per i modelli Olivetti, strumenti pronti ad invertire la minaccia orwelliana, frutto di una miopia letteraria considerata irrimediabilmente errata.[32]

VIII

Da Ivrea all’Italia

 

 

 

 

Le tattiche di Olivetti

 

Molti osservatori italiani iniziano a chiedersi perché l’Olivetti, che tra le grosse società di edp è fra le poche a presentare punti di estremo contatto con il modo dei Pc, non si sia ancora mossa in questa direzione, a maggior ragione se gestore di una rete di commercializzazione molto estesa e specializzata nella piccola informatica.

Una risposta a questo interrogativo viene dalla stessa azienda, attraverso una serie di articoli legati alla contemporanea apparizione del modello Pc Ibm. Essa risponde con la stessa motivazione fornita degli altri importanti costruttori del settore, ancora in attesa degli eventi:

 

La Olivetti non ha convenienza a muoversi verso la elaborazione personale fino a quando la elevazione di questo settore non permetterà di offrire un servizio di assistenza hardware e software analogo a quello cui essa è solita. Ciò avverrà quando si avrà realmente un mercato di massa. Sarà quello un momento ancora più rivoluzionario dell’attuale perché con la nuova generazione di personal computer, basata su un software intelligente, il nuovo strumento non sarà più solamente una replica in miniatura dei grossi computer ma diventerà accessibile anche a coloro che non dispongono di nessuna esperienza di programmazione e non sono disposti a faticare più di qualche ora o giorno su testi didattici. Ci saranno sistemi di basso costo in rapporto alle capacità intrinsecamente possedute ma di una entità sufficiente a generare un fatturato in grado di garantire un servizio veramente completo. Non va dimenticato poi che la non convenienza dei big deriva anche dal fatto che il patrimonio software da loro accumulato in altri settori ha richiesto ingenti investimenti che essi intendono il più a lungo possibile mettere a punto sulle macchine attuali.[33]

 

Olivetti conosce come nessun altro il mercato dell’office automation, soprattutto delle piccole imprese. Ne respira le attese e ne indirizza i passaggi da tempo, ma sa pure che dalle proprie linee di produzione e nei propri magazzini vi sono migliaia di modelli di sistemi di video scrittura e di mini computer in attesa di essere assemblati e venduti. La risposta appare dunque plasmata ad uso e consumo del mercato hobbistico e delle riviste specializzate di nicchia, volta a non intimorire il proprio mercato e la propria rete di vendita con l’annuncio di un prodotto che rischia di rivoluzionare troppo in fretta i propri consolidati flussi di vendita.

Ma la posizione Olivetti, in merito all’attesa di segmenti di mercato più vicini alle proprie “necessità”, si svela con maggiore incisività nelle interviste riportate dal numero di giugno 1981 (dunque ancor prima della presentazione del Pc Ibm) di “Mondo Economico”. Ne riportiamo ampi stralci, poiché esse documentano in qualche misura pure le titubanze che finiranno per far perdere preziose posizioni alla casa italiana.Certo la ragione prima viene ripetuta - seppur con maggiore enfasi e durezza verso la situazione di instabilità e “pirateria” del settore - dalla stessa direzione, secondo la quale

 

le scelte attuali, centrate sulle macchine professionali a prezzo più elevato, non derivano assolutamente da ritardi tecnologici quanto da una precisa valutazione strategica. Il mercato italiano dei personal è infatti a tutt’oggi un’entità indefinita, dove in non pochi casi prevalgono vere e proprie forme di pirateria commerciale (specie nelle promesse non mantenute in termini di assistenza tecnica e di software). Le soglie, a questo proposito, sono chiaramente definite: oltre i 10 milioni di prezzo per sistema si possono garantire tutti i servizi indispensabili agli utenti professionali, al di sotto no. Si corre il rischio, in altre parole, di illudere i clienti con prezzi estremamente vantaggiosi per l’hardware per poi letteralmente abbandonarli non appena si accorgono che debbono spendere almeno quanto la macchina per far funzionare i programmi, anche se esistono (ma sono ben pochi) i pacchetti applicativi preconfezionati.

 

Viene chiaramente individuata, dunque, sia nei timori di clonazione della macchina, sia soprattutto nella avvenuta formazione dei nuovi canali di vendita dei computershop e delle software house, la minaccia di una reale messa in crisi dell’intero sistema produttivo e distributivo aziendale. Il Pc non è per l’Olivetti una macchina, ma una soluzione ai problemi d’impresa e, dunque, da vendere come insieme inscindibile di hardware, software ed assistenza, secondo il modello sino a quel momento sperimentato con successo.

Per assecondare questa visione, molta acqua sul fuoco andava gettata circa l’attesa esplosione del mercato italiano dei personal. “La Olivetti”, dichiarò per l’occasione Franco Nosetti, responsabile della divisione personal minicomputer,

 

entrerà in questo mercato quando potrà assicurare un livello di servizio almeno pari a quello offerto in altri campi. Fino a quando non sarà realmente prevedibile la nascita di un mercato di massa per queste apparecchiature –proseguiva Grasso- il livello di fatturato dei personal non sarà sufficiente alla fornitura di un servizio completo. Le cifre lo dimostrano: la nostra stima è che nel 1980 per effettive applicazioni gestionali non siano stati venduti più di 3.500-4.000 personal completi, e per il 1981 ne prevediamo circa 7 mila. La soglia dei 15 mila non verrà superata prima del 1983. Il tasso di sviluppo è elevato, certo, ma partiamo pur sempre da dimensioni molto piccole. Se poi confrontiamo queste cifre con le dimensioni del mercato potenziale (in Italia esistono oltre 2 milioni e 500 mila operatori economici possibili utenti dei microelaboratori) vediamo subito come non siamo che ai primi, timidi passi. Ed è chiaro il motivo dell’attuale attesa delle grandi aziende informatiche, tutte sul punto di entrarvi in modo massiccio. Sarà in effetti la comparsa della seconda generazione dei microelaboratori il vero segnale di partenza: quando saranno disponibili i primi microelaboratori telematici da 10-30 milioni non soltanto il loro prezzo sarà sufficiente a sostenere le spese di servizio, ma la stessa domanda acquisterà un tono meno sporadico, meno legato allo spirito pionieristico di alcuni cultori del nuovo. A questo punto lo stesso personal sarà divenuto del tutto indistinguibile dal piccolo computer gestionale e le reti commerciali dei leader informatici si appresteranno rapidamente a diffonderli. Saranno venduti insieme a programmi conversazionali, interfacce autoapprendenti e così via. Fra due o tre anni, in realtà, questi microelaboratori saranno sulla cresta dell’onda  anche da noi. E in prima fila ci sarà un sistema Olivetti.

 

La sottostima Olivetti del trend di crescita del settore Pc - raramente chiamati con questo nome - appare evidente, anche se non è un mistero che sin dal 1980 ad Ivrea si stia lavorando intorno ad un prototipo. Ma nelle parole della dirigenza Olivetti si somma un’ulteriore discrepanza fra ipotesi sul futuro e la realtà che si appaleserà dopo poche stagioni. Oltre alla tecnologia, infatti, un secondo ordine di motivi pare consigliare maggiore prudenza: così come per Ibm, Philips, Siemens, Honeywell, anche per Olivetti il ritmo dell’innovazione dipende soprattutto dalla ristrutturazione delle reti commerciali, come visto ancora tutte impostate secondo criteri di impermeabilizzazione al plurimarca e di precisi canali gerarchici. Ci si rende conto che procedere alla distribuzione di decine di migliaia di Pc non è uno scherzo: la rete diretta di punti vendita - abituata ai problemi di carattere meccanico o di installazione fisica delle macchine - poteva infatti rivelarsi inadeguata alle necessità di servizi di software necessari per rendere appetibili i Pc.

Le ragioni dell’attesa, che ancora dura in molte imprese costruttrici di computer, vengono così spiegate dalla stampa, in questo caso meno incline a “passare” acriticamente veline e informazioni provenienti direttamente dalle aziende costruttrici:

 

Perché i big dell’informatica aspettano? Per entrare in azione gli altri grossi nomi dell’informatica attendono che la domanda raggiunga livelli stabili e dimensioni adeguate al loro peso industriale, fatto che coinciderà con la introduzione di personal computer della prossima generazione prevista nel 1982-1983. Si tende infatti a credere che il mancato inserimento sul mercato di alcune delle più prestigiose società che hanno dominato la scena mondiale della elaborazione dei dati nel corso degli anni settanta, non dipenda da ritardi tecnologici ma da una attenta valutazione strategica come in parte ha evidenziato l’Ibm. Nonostante la molta strada percorsa l’industria del personal computer è ancora agli inizi del suo ciclo di vita e, come sempre accade per prodotti nuovi e destinati quindi ad infrangere barriere sconosciute, le piccole unità industriali e commerciali si prestano e riescono meglio. Salvo poi cedere alle forze più robuste il compito di invadere i territori di caccia scoperti.

Molto verosimilmente l’ingresso o una loro più specifica e determinata presenza nei personal, di Dec, DG, Olivetti o Honeywell, (Philips ha appena lanciato un suo P2000) ed altri ancora avverrà in momenti diversi ma abbastanza ravvicinati a partire dal prossimo anno. Allorquando il personal computer sarà diventato un sistema indistinguibile dal piccolo sistema gestionale si può essere certi che queste società saranno attivamente presenti. A quel punto la struttura del mercato avrà connotazioni veramente diverse dalle attuali, con una ripartizione di funzioni in fasce operative meglio definite. Una struttura, si potrebbe dire, caratterizzata da tanti calcolatori quante sono le esigenze degli utenti. I big, comunque, stanno già agitandosi e qualcuno ha anche abbozzato qualche tentativo di assaggio.[34]

 

Il primo personal computer Olivetti, l’M20, viene ufficialmente presentato nel marzo dell’anno 1982. La produzione era già iniziata a partire dal  mese di gennaio ed entro il 1983 si prevedeva di toccare le 80.000 macchine, aspirando a conquistare rapidamente una quota pari almeno al 25% del mercato nazionale.

 

 

“L’italico figlio della Silicon Valley”

 

L’M20 è annunciato come modello capace di determinare nuovi standard e di richiamare in pista l’orgoglio italiano. Un modello che doveva consentire ad Ivrea di rientrare degnamente nella corsa dell’informatica, parsa compromessa dopo l’abbandono dei sogni pionieristici coltivati agli albori degli anni Sessanta. Una vera e propria “seconda generazione di personal”, così l’annuncio del nuovo Olivetti M20, su rinnovati livelli di potenza di elaborazione grazie ad un  processore “sotto tutti gli aspetti a 16 bit: lo Z8001 della Zilog, realizzato anch’esso dall’ingegnere italiano Federico Faggin”.[35]

La storia di questo modello è nota. La stessa azienda italiana fa circolare l’idea di una lunga progressione dello sviluppo del proprio Pc, enfaticamente definito “italico figlio della Silicon Valley”. Un’idea avviatasi con l’introduzione del microcalcolatore da tavolo P101 e dei suoi successori P602, P603, fino al P6060[36]. Ma il nuovo modello è pure il frutto di scelte strategiche e tecnologiche che, seppur con un certo ritardo, appaiono particolarmente riuscite. Esso esce nelle due versioni destinate alle imprese ed al calcolo scientifico, supportato dal citato microprocessore Z8001, registri da 16 bit, Ram da 128 K e Rom da 12 K, diversi sistemi operativi - dall’ Ms Dos 2.0, al  Cp/M80 e Cp/M86 al PCOs 2.0 - due lettori di floppy disk da 5,25”, linguaggi di programmazione Fortran, Basic, C, Forth, Assembler e Pascal. Come sosteneva l’azienda, se l’M20 era da considerare la migliore macchina della sua fascia per il rapporto prezzo prestazioni, “ciò dipende dal fatto che da qualche anno ci siamo cimentati e confrontati con la tecnologia più avanzata”.

Olivetti si rivolge espressamente all’interessante clientela dei manager d’ogni tipo e responsabilità nell’interno di aziende delle più svariate dimensioni. Si annunciava la raggiunta fase “dell’autonomia elaborativa nei singoli uffici e reparti, senza le più frustranti code verso i centri informativi tradizionali”, con un modello utilizzabile liberamente “per le piccole pianificazioni, progettazioni o verifiche in loco (magari sulla scorta di dati della sancta sanctorum edp, però in santa pace e tranquillità)”.[37]

Ma attenzione è posta pure alla tradizionale sfera di influenza Olivetti nel mondo dell’industria. Il lancio su vasta scala nell’area del cosiddetto piccolo-gestionale, per le imprese minori e per i quadri aziendali, non viene infatti considerata sufficiente. Dovendo preservare un patrimonio di clientela tradizionale, l’M20 viene presto dotato di un software applicativo gestionale rivolto verso l’informatica grafica (progetto, disegno e produzione assistite dalla macchina elettronica), anche per valorizzare il consistente peso che Olivetti ha sempre rivestito nel campo del controllo numerico e nell’automazione delle macchine utensili e operatrici.[38]

L’esordio di Olivetti nel personal computer assume un significato del tutto particolare anche per altre ragioni. Sul piano delle relazioni pubbliche l’M20 è prodotto che segna una pietra miliare nel marketing nazionale e per la diffusione del personal computer nel nostro Paese. Con titoli e testi non sempre appropriati - ma ai fini dell’obiettivo perseguito ciò appariva irrilevante -, anche i grandi mass-media italiani scoprono con il modello italiano del Pc questo nuovo fenomeno. In qualche caso, la stampa pare addirittura porsi all’avanguardia nel prevedere per il Pc una diffusione che supera i confini statistici o del business, rivaleggiando per fantasie applicative con le esperienze americane, allargandosi all’intera quotidianità.  Come si scriveva nel maggio del 1982, con una certa preveggenza, “mentre nè Time né News-Week hanno mai messo un personal in copertina, i principali settimanali italiani hanno ritenuto doveroso dedicare all’M20 la propria cover-story”.[39]

E’ lo stesso ing. Carlo De Benedetti, vice presidente e amministratore delegato della Olivetti, nel marzo 1982, in occasione della presentazione alla stampa del personal computer M20, a precisare con argomentazioni sociologiche e sguardo d’insieme, lo scenario entro cui il Pc si colloca :

 

A questo sviluppo qualitativo della popolazione e del lavoro fa riscontro il rallentamento costante degli indici di produttività pro-capite dovuti sia all’insufficiente crescita della produttività del sistema economico nel suo complesso, sia all’aumento della popolazione improduttiva: giovani in attesa di primo impiego, disoccupati, pensionati in numero crescente in conseguenza all’allungamento della vita umana. Questi fenomeni richiedono invece la necessità di una crescita produttiva pro-capite attraverso un migliore utilizzo delle risorse. In questo quadro si inserisce il fenomeno della informatizzazione di massa quale strumento per soddisfare la domanda di lavoro più qualificato, per adeguarsi alla continua crescita del settore terziario, aumentandone l’efficienza, per creare nuove opportunità di lavoro e di creatività in fasce di popolazione che tendono ad essere rigettare ai margini del sistema. Perché tutto questo assuma concretezza e dia luogo a reali prospettive economico-sociali occorre un adeguato comportamento di coloro dai quali dipende l’affermarsi del processo di informatizzazione. Come costruttori crediamo di adempiere al nostro ruolo nello sforzo continuo di ricerca e innovazione al livello di migliori standard internazionali.[40]

 

L’Olivetti può inizialmente avvantaggiarsi del ritardo con cui i nuovi modelli dei Pc di marca americana giungono nel nostro Paese. Una consuetudine che durava da tempo, poiché anche l’Apple II giunse in Italia (e nel resto dell’Europa) con notevole ritardo rispetto alla data di diffusione negli  Stati Uniti.[41] Così era stato pure per il Vic della Commodore, il Color Computer della Tandy e l’Home Computer della Texas Instruments, che avevano impiegato anche più di un anno per comparire sulle scansie dei computer shop italiani. Lo stesso Pc Ibm, largamente lodato dalla stampa, non aveva ancora fatto la sua comparsa in terra italiana e solamente nel corso del 1983 usciranno alcune guide - un paio decisamente professionali - illustranti l’utilizzo del nuovo modello.[42]

La casa madre di Ivrea, al pari di Ibm, riesce a sostenere l’idea di un ingresso ritardato nel mondo dei Pc come un vero e proprio valore aggiunto:

 

In effetti, con l’inerzia tipica delle grandi organizzazioni, i leader nell’informatica si sono trovati impreparati nel 1978 di fronte al fenomeno, allora nascente, dei personal computer. Le case produttrici emergenti hanno così potuto organizzarsi e diffondere in tutto il mondo i loro prodotti maneggevoli e a basso costo. Questa seconda caratteristica è stata ed è forse una delle motivazioni fondamentali che hanno alimentato il mercato delle utenze di fascia bassa estendendo l’uso del personal computer ovunque. E’ con questo target che l’M20 nasce e viene prodotto al ritmo di almeno 100.000 pezzi annui.

 

Ma il modello M20 aspira a divenire non la punta di diamante della casa di Ivrea, quanto piuttosto l’eventuale entry point dell’informatizzazione aziendale ed anello di passaggio verso nuovi modelli di categoria superiore. Una macchina in grado di assicurare modularità e compatibilità con altri prodotti, come le workstation denominate M30 ed M40 della linea L1, lanciate nell’ottobre del 1982 e pienamente compatibili con il Personal M20:

 

L’M20 appartiene ad una nuova linea di sistemi Olivetti denominata L1 che ha come naturale evoluzione prodotti compatibili ed espandibili verso l’alto, sia come dimensione di archivi che come possibilità di configurazioni. Obiettivi primari sono quindi la modularità e l’unificazione dei sistemi di fascia media. Caratteristica nuova e innovativa nel mondo Olivetti è la compatibilità dei nuovi prodotti con periferiche e sistemi alternativi grazie ad interfacce standard de facto.[43]

 

L’idea di un Pc quale sviluppo di precedenti modelli - presto dotato di ampi programmi e strumenti software[44] -, compatibile con macchine più potenti e sofisticate, è percepita soprattutto quale “difesa” del tradizionale mercato dei terminali:

 

Sono questi gli anni in cui Olivetti interpreta con convinzione il mercato dell’informatica distribuita: l’azienda era divenuta leader nel nostro Paese nel produrre e fornire terminali, sempre più intelligenti e sempre meno dipendenti dall’elaboratore centrale, se non per leggere e aggiornare gli archivi centralizzati residenti sui potenti calcolatori, prevalentemente Ibm ed Honeywell, con le quali si realizzarono importanti collaborazioni. Così, quando sul mercato si affacciano i primi personal computer, Ibm ma anche di altre case, in azienda il timore iniziale non è focalizzato sull’idea di un informatica di tipo nuovo, personale o di tipo domestico come si vedrà più tardi,  ma piuttosto sulla possibilità che i nuovi prodotti possano tentare di inserirsi nella fascia dei terminali intelligenti, allora ancora incontrastato dominio di Olivetti, in particolare in ambito bancario.[45]

 

Ancora dopo sei mesi dall’annuncio dell’agosto 1981 in Italia si restava “in paziente attesa del Personal Ibm (ma prima, forse arriveranno i sosia, dato che anche le importazioni “private” sono insufficienti)”. Solo nel marzo del 1982, ovvero dopo otto mesi dalla comparsa sul mercato americano, il Pc Ibm viene presentato con un adeguata scheda tecnica ai lettori italiani dalla rivista “Bit”, che era entrata fortunosamente in possesso di una macchina. L’editoriale ha un titolo esemplare: “Questo è un numero storico”:

 

Nessuno osi definire come troppo enfatico e auto incensatorio questo titolo, Presentare in anteprima, con tanto di succoso Bitest, il Personal Computer Ibm rappresenta, giornalisticamente parlando, uno scoop indubitabile e, insieme, un premio alla pazienza dei lettori. Ed è facilissimo da dimostrare una volta che si accetti il postulato secondo il quale anche l’ingresso in Italia del Personal Ibm e’ un evento storico. Anzitutto l’ingresso della “realcasa” nel mondo dei personal ne segna una “resa” al mondo della microinformatica che non ha solo implicazioni di marketing, ma grosse ripercussioni nel costume o nel modo stesso di vivere della gente: è dunque un fatto, enorme, di cultura, non solo sotto il profilo antropologico; la ricchezza delle qualità dei personal di questa nuova generazione (si pensi solo alla grafica) apre orizzonti sconfinati, per spaziare nei quali non può bastare la mera (e importante!) conoscenza tecnicistica che rischia di rimanere un gioco fine a se stesso se priva del supporto di una più vasta cultura: non solo informatica, osiamo dire!.[46]

 

Il merito di aver portato in Italia i primi modelli del Personal Ibm non è però della casa madre, e nemmeno della sua rete di vendita ufficiale. I primi Pc giungono infatti nel nostro Paese grazie ad una società di servizi informatici che con opportuno tempismo riesce ad assicurarsi l’importazione del personal attraverso canali aperti da un proprio cliente americano, aggirando così - al limite della legalità - le licenze di vendita. La ditta è la Hard&Soft System di Rimini: oltre a curare l’importazione e la distribuzione del prodotto la Hard&Soft appronterà con immediatezza tutta una serie di “pacchetti” applicativi per poter soddisfare, immediatamente, gli utenti con quello che verrà commercializzato con il nome di “Software pronto”.

 

 

Le dimensioni del primo impatto

 

Con i suoi relativamente bassi volumi di vendita, il mercato italiano rimane marginale ed il Pc si pone ancora su un livello di diffusione che supera solo quelli della Spagna, della Grecia e del Portogallo. Le ragioni sono molteplici:

 

in primo luogo il reddito (ma quanti videogiochi certamente non meno costosi dei personal computer della fascia più bassa si venderanno questo Natale?); poi c’è un problema di cultura tanto più grave, quanto più trascurato e sottovalutato dagli stessi operatori, alcuni dei quali, soddisfatti delle vendite finora effettuate dagli utenti gestionali, non fanno abbastanza per portare i personal computer “sulla bancarella del mercato”, perché la gente possa conoscerli e apprezzarli. E finché rimarremo un mercato marginale le attese prolungate per i nuovi modelli saranno inevitabili. Né gli importatori e le filiali italiane potranno fare molto per modificare i piani di priorità strategica per la conquista dei mercati, stabiliti fra i quartieri generali delle case.[47]

 

Prima dell’arrivo in Italia dei modelli del nuovo Pc Ibm e della diffusione dell’M20 Olivetti, la vendita del Pc è caratterizzata da accelerazioni discontinue, che si prestano ad un confronto – nella differenza – con la diffusione dei primi computer alla fine degli anni Cinquanta. Le ipotesi di vendita si erano concentrate, alla fine degli anni Settanta, su circa 33.100 Pc che si ritenevano probabilmente installati in Italia alla fine del 1981 e di 82.500 l’anno successivo. In realtà, come visto, la crescita effettiva fu diversa. Nel 1978 erano presenti in Italia solamente 820 personal computer, che alla fine del 1980 divengono poco più 12.800 (di cui 6.000 fra Ibm ed HP). Nel settembre del 1981 se ne contano già 20.000, mentre nel dicembre 1981 sono installati in numero di 30.910. Nel dicembre 1982 il loro numero aveva raggiunto quota 70.220: rispetto alle previsioni la discrepanza era in ribasso, ma raffrontando la cifra del parco installato con le vendite annue dell’ultimo triennio era chiaro che il tasso di crescita del mercato avrebbe garantito presto volumi esponenziali.

Una differenza fra previsioni iniziali e statistiche posteriori che evidenzia l’eccesso di ottimismo con cui soprattutto la stampa specializzata - sospinta dagli inserzionisti pubblicitari - aveva accompagnato l’arrivo del personal nel nostro Paese. Ma è forse il dato degli anni 1980 (a giugno circa 3.000 installazioni, a dicembre oltre 12.000) e dell’anno 1981, (a settembre 20.000 circa, ed a fine dicembre quasi 31.000), che rivela ancora una volta come il Pc venga avvertito quale nuovo oggetto di status symbol e assai simile ad un nuovo apparecchio Tv o Hi-Fi: è infatti nel periodo natalizio che si registra buona parte del venduto. L’arrivo dell’Ibm e di Olivetti avrebbe evidentemente contribuito ad un ulteriore balzo in avanti, mentre l’Apple, per il momento ancora leader in Italia, va riorganizzando con vigore il proprio catalogo ed il proprio marketing.

La distribuzione geografica del 1981 segnala un parco Pc del 35% nella sola Lombardia, 30% nella zona tosco-emiliana, 15% nel Lazio, 5% in Piemonte e nelle Tre Venezie ed un 10% circa nell’intero sud, praticamente la medesima partizione registrata vent’anni prima con i computer main frame e cinque anni prima con i mini.

Se si allarga il panorama anche ai micro ed ai computer per videogiochi, in Italia, alla fine del 1981, il 29,5% del mercato dei Pc è detenuto dalla Apple, seguita dalla Commodore con il 23,5% e dalla Triumph Adler (col modello Alphatronic[48]) con il 12% circa. Seguono la Sharp - col modello MZ 80[49] - e la Hewlett Packard (modello HP 85[50]) con il 9,5% ed il 7% rispettivamente. Secondo l’indagine relativa all’anno 1981,

 

è il mercato professionale che assorbe la maggior parte dei micro, rappresentando il 54% in volume e il 60% in valore del parco totale, stimato intorno alle 935.000 macchine. Battuta d’arresto invece del settore scientifico e industriale che dal 29% del 1980 è sceso al 12%. Situazione più equilibrata invece per il settore didattico (13%) e per quello del tempo libero (21%). In Europa il 51% del mercato è tenuto in pugno dalle note società americane del settore, Apple, Tandy e Commodore che si spartiscono un parco di 223.000 macchine, detenendo rispettivamente il 14%, il 17% e il 20% delle quote del comparto. La presenza più capillare e massiccia l’hanno raggiunta in Italia dove hanno venduto il 70% dei 20.000 microcomputer diffusi sul territorio nazionale.[51]

 

L’Apple, in vista dell’arrivo dei nuovi Pc Ibm e Olivetti, aveva iniziato ad ampliare la propria presenza pubblicitaria, agendo sostanzialmente lungo due direttrici, sostenute dall’head line di un Apple quale “computer personale”.

In primo luogo, mostrando di possedere precisa conoscenza dei timori introdotti dalla non compatibilità con il nuovo standard Ibm: la pubblicità apparsa in Italia al tempo contiene spesso l’assicurazione alla clientela di poter eseguire con immediatezza procedure sempre più complesse grazie alla disponibilità di sempre nuovi software applicativi, con la presenza di adeguate periferiche per ogni necessità.

Insomma, come si scriveva nel maggio del 1982 in una prolissa inserzione pubblicitaria,

 

Gli elaboratori personali Apple sono all’avanguardia per le migliaia dei loro programmi d’applicazione e per le centinaia dei loro accessori, dalla stampatrice alla derivazione telefonica. Così il tuo Apple può crescere alla velocità alla quale cresci tu e non ti lascerà mai indietro nella tua corsa verso quel mobile obiettivo che è il “successo”. Quel che più conta, Apple continua ad immetter sul mercato, sempre migliori e sempre più numerosi, accessori e software pienamente compatibili con quelli già esistenti. Questo significa nessun pensiero quando decidi di imboccare la ‘corsia di sorpasso’ Apple: sarai sempre in grado di accelerare insieme ad ogni futura innovazione Apple.

 

In secondo luogo, si punta sulla facilità d’uso del Pc Apple, grazie a programmi di immediata comprensione ed all’interfaccia grafico adottato, istillando l’idea di una grande elementarità nell’utilizzo e altrettanto ampia versatilità di un Pc “dalle illimitate possibilità” e che nel mondo aveva già superato la vendita di oltre 350.000 esemplari.

L’ingresso sul mercato dell’Olivetti nel 1982 ridefinisce radicalmente le diverse proporzioni di copertura del mercato nazionale, assegnando già alla fine di quell’anno alla casa di Ivrea ben il 35% delle vendite. Olivetti surclassa l’Apple, attestata al 16%, con la Commodore al 10%, la Triumph Adler all’8%, la Sharp e la Hewlett Packard al 6% ciascuna. L’arrivo del Pc Ibm - dopo le prime comparse grazie alle importazioni “fortuite” - è appena iniziato, e ben presto modificherà ulteriormente la situazione.

Interessante, come annotava il Corriere della Sera nel gennaio del 1983, come “il 65% di questi sistemi sono stati venduti nell’area della gestione professionale delle piccole imprese, il 18% per il calcolo scientifico ed il 3% nel word processing”[52], settore quest’ultimo ove ancora regnano le macchine da scrivere elettroniche.

Si andava dunque dischiudendo un mercato di vastissime proporzioni, la cui penetrazione è per il momento affidata solamente ad alcuni computershop o all’insufficiente presenza di reti commerciali minime, con poche decine di agenti e rappresentanti specializzati e con un’Olivetti ancora a muovere i primi passi. Proliferano frattanto sempre nuovi modelli, frutto dell’intraprendenza di piccole aziende costruttrici americane ed europee e della riconversione di altre di più importante tradizione, in un’effervescenza che inonda le pagine dei periodici non solamente di settore.

Ma se alcuni nuovi modelli sono qui promossi senza risparmio di aggettivi, ci si dimentica di ricordare come essi fossero destinati al solo mercato americano e - quando andava bene – prodotti in poche migliaia di esemplari. In realtà in Italia è concretamente possibile acquistare solamente pochi modelli. Questo l’elenco delle scelte al 1982.[53]

 

Modello e Costruttore

    In Italia dal

Microprocessore

3/30 Rair

1982

8085 A

Apple II Europlus

1977

502 (280/A)

Apple III

1982

6502 B (1,4 MHz)

AVC 777 Aval

1982

Z 80 A

BMC IF 800 OKI

1982

Z 80 A

CBM 4001 Commodore

1981

6502

CBM 8001 Commodore

1981

6502

Decmate II  Digital Equipment

1982

6120 (12 bits)

Entrerprise 1000 Data General

1982

16 bits microNova

FX 702 P Casio

1982

Z 80 A

Génie III EG 3200 Eaca

1982

Z 80 A